Inserito da: solleviamoci | Novembre 22, 2009

California, rivolta degli studenti; la polizia sgombera Berkeley,

http://www.arenastage.org/season/09-10/sub-text/quality-of-life/images/berkeley-students-sitting.jpg

Berkeley, anni ‘60

Free Speech Movement/Berkeley (1964)
Student protestor Mario Savio (C) being roughed up by two Berkeley cops as they arrest him during student riot at Free Speech Movement demonstration on campus at Univ. of CA.
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Tasse alle stelle, i giovani protestano e occupano l’ateneo più celebre

Il problema delle imposte alte accomuna tutte le università americane

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dall’inviato di Repubblica ANGELO AQUARO

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California, rivolta degli studenti la polizia sgombera BerkeleyScontri a Berkeley.

NEW YORK – Dicono che non è finita qui, che questo è soltanto l’inizio, che il movimento si è appena svegliato. Ma come? L’aumento delle tasse resta, il 32 per cento in più. E l’università è già stata liberata… “Non tutte le conquiste sono materiali”, dice Ianna Owen, 23 anni, “questa volta crediamo davvero di avere smosso la gente”.
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Questa volta? Dici Berkeley e pensi subito alle rivolte anti-Vietnam che hanno fatto la storia. Da qui partì la protesta studentesca che infiammò il mondo negli anni Sessanta. Da qui partì la rivoluzione di Mario Savio e Art Goldberg. Esattamente 45 anni fa. Un 20 novembre. Si mosse perfino Joan Baez: concerto gratuito e poi in marcia con gli studenti. Migliaia di studenti.
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Questo 20 novembre è andata diversamente. I ragazzi giovedì scorso si erano preparati per bene. “Staremo dentro il più a lungo possibile”, aveva promesso Andi Walden, 21 anni. Cibi e sacchi a pelo. La polizia è arrivata alle 7 di venerdì mattina. Gli occupanti erano una quarantina. Sono rimasti fino alle 5 del pomeriggio: la polizia ha fatto irruzione, gli studenti sono usciti tra gli applausi della folla. Tre arresti.
No, non è finita. L’aumento delle tasse sta infiammando tutte le università d’America. Il caso californiano è il più eclatante e non solo per quel nome: Berkeley. La California da febbraio a luglio ha tagliato 30 miliardi tra sanità e salute. Il Golden State è condannato a farlo: per far passare nuove tasse ci vuole una maggioranza super dei due terzi. E nel budget delle dieci università statali manca un miliardo di dollari.

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“Le nostre mani sono state forzate a farlo”, ha detto Mark Yudof, il presidente dell’università della California. “Quando non hai un dollaro, non hai un dollaro”. Intanto agli studenti si chiede di scucirne 2.500 in più. Un aumento che porta a 10mila dollari la retta annuale: il triplo di dieci anni fa. Escluso ovviamente vitto e alloggio: che fanno la bellezza di altri 16mila dollari. Ayanna Moody, che frequenta il secondo anno, teme di non farcela: “Ho lavorato così sodo per arrivare in una delle università più prestigiose. E ora che faccio? Tornare indietro sarebbe deprimente: piuttosto perché non tagliano i loro stipendi?”.
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Neppure il governatore Schwarzenegger sa come uscirne. “È tempo di rivedere tutto il nostro sistema di spesa e di raccolta delle tasse”. E intanto? “Intanto gli studenti devono soffrire per un po’”. Ma l’invito non è stato accettato. La rivolta ha creato un vero e proprio assedio per tutta la settimana. I ragazzi sono partiti allargando subito la lotta e chiedendo il reintegro di 38 dipendenti sacrificati sull’altare dei tagli. “Fee hike! We strike”: tasse alle stelle, e noi scioperiamo. Ma non è un problema solo locale. Almeno 35 sono gli Stati con problemi di budget scolastico. Dalla Florida a New York le tasse sono aumentate del 15 per cento. Michigan e New Mexico tagliano corsi e alzano i contributi. Forse ha ragione Ianna: la protesta è appena cominciata.
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22 novembre 2009
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http://home.att.net/~enfield/images/fsm_collage2.jpg

Berkeley Free Speech Movement Photography by Ron Enfield

In 1964, student activists returned to college from a summer of civil rights protests in the American South, to come into conflict with administration officials at the University of California, Berkeley over their right to use University facilities for their campaigns.
The resulting confrontation marked the beginning of a new wave of student protests as civil rights took a back seat to the antiwar movement. The first drama peaked in December, 1964 when over 800 students were arrested for occupying the UC Administration Building, the largest mass arrest of students in U.S. history up to that time.

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new2.gif (111 bytes) Berkeley photo gallery, 1964-1965
More photos from the Free Speech Movement and the Berkeley campus–Phil Ochs, Joan Baez, and more.

http://www.indicius.it/torpore/torpore_images/acqua_spa.jpg

di Marcello Pamio20 novembre 2009

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Mercoledì 4 novembre scorso, dopo solo due giorni di discussione, è stato approvato il decreto-legge 25 settembre 2009, nr.135: “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 223.
Il voto in Senato è la conclusione di un iter parlamentare che dura da 2 anni, infatti il governo Berlusconi, con l’articolo 23 bis della legge 133/2008, aveva provveduto a regolamentare la gestione del servizio idrico integrato che prevedeva, in via ordinaria, il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditori o società, mediante il rinvio a gara, entro il 31 dicembre 2010.[1]

Quella legge è stata approvata il 6 agosto 2008, mentre l’Italia era casualmente in vacanza!
Un anno dopo, precisamente il 9 settembre 2009, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge (l’accordo Fitto- Calderoli), il cui articolo 15, modificando l’articolo 23 bis, muove passi ancora più decisivi verso la privatizzazione dei servizi idrici.[2] Il Pd, che è sempre stato piuttosto favorevole alla privatizzazione dell’acqua, ha proposto nella persona del senatore Bubbico, un emendamento compromesso: l’acqua potrebbe essere gestita dai privati, ma la proprietà resterebbe pubblica…[3]

Tale vergognoso decreto, passato con la fiducia ieri, da effettivamente il via libera alla privatizzazione dei servizi pubblici locali.
”Leggendo (neanche troppo attentamente) la “causale” del ddl, ci si accorge di essere di fronte all’ennesima “rapina di Stato” che, sotto il vessillo della “privatizzazione forzata” imposta dalla Ue, in realtà nasconde un bisogno di energie economiche per far quadrare i debiti con l’Europa”. [4]
“Le disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari… si traducono in bisogno di denaro per il governo italiano. Nessun diktat europeo impone la privatizzazione dell’acqua, anzi…”
”Risoluzione europea 11 marzo 2004, “Strategia per il mercato interno, priorità 2003- 2006” , al paragrafo 5 cita: “Essendo l’acqua un bene comune dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno”.[5]

Le stesse norme verranno ribadite nel IV° forum mondiale sull’acqua nella Risoluzione europea 15 marzo 2006, che al paragrafo 1 dichiara: “l’acqua è un bene comune dell’umanità e come tale l’accesso all’acqua costituisce un diritto fondamentale della persona umana; chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l’accesso all’acqua alle popolazioni più povere entro il 2015” .

L’emendamento che prevede l’affidamento della gestione dei servizi idrici locali ai privati, è il 15.504 e vede la firma del senatore piddino Bubbico.
Malgrado Bubbico in Senato abbia osannato il successo del Pd nella firma del ddl, sostenendo: “Grazie a un emendamento del Pd è stata scongiurata la privatizzazione dell’acqua, bene indispensabile, di primaria importanza per tutti i cittadini”, leggendo lo stesso emendamento si scopre la “truffa”. “Tutte le forme di affidamento della gestione del servizio idrico integrato [...] devono avvenire nel rispetto dei principi di autonomia gestionale del soggetto gestore e di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche [...]”.

Che in soldoni vuol dire: servizio autonomo affidato ai privati e proprietà pubblica della risorsa, ossia l’acqua. L’emendamento 15.504, un provvedimento quindi di privatizzazione dei servizi pubblici, avallato dal Pd, è stato respinto solo dall’Italia dei Valori e da tre senatori del Partito democratico (Marinaro, Zanda e Nerozzi), voti favorevoli di Udc, Pdl, Lega Nord e Pd, in questa “originale coalizione istituzionale” fautrice del nuovo principio: l’acqua un bene privato del mercato.
I partiti hanno criminalmente reso l’acqua un bene privato!

Come vedete, gli avvoltoi, indipendentemente dal colore partitico, rimangono sempre e solo degli avvoltoi, stipendiati, in questo caso, direttamente dalla lobbies delle bollicine.
Il mercato dell’acqua in Italia è un mercato molto interessante, per via degli 11 miliardi di litri di acqua minerale bevuti ogni anno. Stiamo parlando di circa 5 miliardi di euro di fatturato per i soliti noti.
Con simili numeri è possibile corrompere e/o convincere chiunque.
Il rapporto dei prezzi tra acqua minerale in bottiglia e “l’acqua del sindaco” (da ieri non più del primo cittadino, ma dei privati) ha dell’incredibile: un litro di acqua minerale costa mediamente 0,35 – 0,40 euro, contro 0,001 euro dell’acqua del rubinetto.

[1]Zanotelli: acqua pubblica è agli sgoccioli. Come si privatizza un bene comune”, Corriere del Mezzogiorno 12 novembre 2009
[2] Idem
[3] Idem
[4]Acqua: la privatizzazione non è un diktat europeo”, tratto da Rinascita 10 Novembre 2009, Enea Baldi
[5] Idem

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fonte:  http://www.disinformazione.it/privatizzazione_acqua.htm

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La grande truffa dell’acqua minerale

L’Italia è uno dei territori del pianeta più ricchi d’acqua, spesso anche di grande pregio organolettico. Nonostante questo, alcune delle nostre regioni subiscono drammmatiche carenze nell’utilizzo di questo bene indispensabile, che poco hanno a che fare con “l’emergenza idrica”…

…oltre alla situazione di degrado cronico degli acquedotti pugliesi, gravi irregolarità nell’erogazione si registrano sul 24% della popolazione in Molise, sul 30% in Sicilia e addirittura sul 45% in Calabria, causate non da “siccità”, ma dal cattivo sfruttamento delle falde e delle condotte colabrodo.
L’acqua, da bene primario, è diventata oggetto di ricatto da parte della criminalità organizzata e di sfruttamento da parte delle grosse multinazionali.
A parte questi casi eclatanti di “storica” malagestione politica delle reti idriche, negli ultimi anni gli acquedotti italiani, anche grazie a una normativa molto restrittiva, sono riusciti a raggiungere l’obiettivo di fornire acqua potabile di ottima – a volte eccellente – qualità alle nostre case. Anche i vecchi problemi di “clorazione” che, pur garantendo un’acqua esente da impurità e batteri, la rendevano poco attraente al gusto, sono stati superati con nuove tecnologie.
Nonostante questo, siamo i più grandi consumatori al mondo di acqua in bottiglia, e in vent’anni abbiamo triplicato il quantitativo consumato: ogni italiano beve annualmente poco meno di 200 litri di acqua in bottiglia, ben otto volte la media mondiale e il doppio che nel resto d’Europa!
Con alcune, grandi differenze: il 70% dei sardi beve acqua minerale, mentre il 91% dei trentini beve l’acqua potabile che “sgorga” dal rubinetto.

Un po’ di numeri

177 imprese e 287 marchi, 11 miliardi di litri all’anno bevuti da 38 milioni di italiani, quasi 5 miliardi di Euro di fatturato e il primato mondiale di produzione sono i numeri del business “acqua minerale made in Italy”. Un vero affare per un prodotto che scende spontaneamente dal cielo, passa sulla terra e deve essere semplicemente imbottigliato e… pubblicizzato.
Il raffronto dei prezzi tra acqua minerale e potabile è stupefacente: mediamente un litro di acqua minerale costa 0,40 Euro (circa 775 “vecchie Lire”) al litro contro 0,001 Euro (meno di 2 “vecchie Lire”) al litro dell’acqua potabile del rubinetto.
Tra le acque minerali commercializzate, le differenze di prezzo hanno dello sbalorditivo: tra la S. Pellegrino e la Monteverde, la differenza di prezzo è di +455%, determinata esclusivamente dal costo della promozione pubblicitaria.  Per convincere i consumatori a comprare l’acqua in bottiglia, a scapito di quella quasi gratis del rubinetto, nel 2005 gli imbottigliatori hanno acquistato spazi pubblicitari per oltre 400 milioni di Euro.

I controlli di qualità
Si potrebbe pensare, a questo punto, che l’unico motivo per bere acqua in bottiglia possa essere la garanzia di qualità, ma anche in questo caso la verità è stupefacente: le reti idriche degli acquedotti italiani sono soggette a una quantità incredibile di controlli (a Milano si eseguono circa 70 analisi al giorno) mentre i produttori di acque minerali hanno obblighi irrisori, si parla di controlli obbligatori solo ogni 5 anni, e affidati a laboratori privati, facilmente “addomesticabili”.

La grande truffa dell’acqua in bottiglia
Fino a qualche anno fa, le “acque minerali” dovevano comunque sgorgare da fonti certificate, monitorate, e con caratteristiche dell’acqua almeno particolari rispetto alla semplice acqua potabile.
Poco importa se, anche in questo caso, si potrebbe configurare quantomeno l’appropriazione discutibile, ancorchè tollerata dalle normative, di un bene che appartiene a tutti i cittadini, poichè le acque sotterranee fanno parte del demanio pubblico.
Le aziende private che sfruttano le falde acquifere potabili, infatti, pagano alla collettività un irrisorio “canone di coltivazione”, a fronte della concessione, spesso permanente, di un bene pubblico. In pratica, gli amministratori che dovrebbero gestire, e non svendere il patrimonio collettivo, lo hanno invece“regalato” alla speculazione delle multinazionali.
Se nella legislazione italiana “il quadro normativo stabilisce che le risorse idrominerali sono un bene pubblico, fanno parte del patrimonio indisponibile delle regioni e il loro uso deve essere improntato all’interesse pubblico”, non si capisce come sia possibile che in calce alle concessioni “regalate” ad alcuni famosi marchi di acqua minerale figuri la scritta “perpetua”: significa che alcune multinazionali accumulano miliardi vendendo l’acqua di tutti, per sempre, come la San Pellegrino (Nestlé), che fino al 2002 pagava 5 milioni e 270 mila lire all’anno per la concessione; in rapporto, quasi stupiscono  i 33 milioni e 464.500 lire (sempre dati 2002) sborsati per imbottigliare la Levissima (ancora Nestlé).
Sempre Nestlè (che vende nel mondo 19 miliardi di litri d’acqua), ha in concessione lo sfruttamento delle fonti di Peio, in Trentino, da cui estrae e imbottiglia 110 milioni di litri/anno (con un ricavo di circa 35 milioni di Euro/anno), e attualmente paga al Comune di Peio una tassa di concessione di 30.000 Euro l’anno.
Sarebbe come se, facendo una media di 20.000 chilometri all’anno con la nostra autovettura, noi pagassimo al nostro benzinaio 2 Euro all’inizio dell’anno e avessimo poi il carburante gratis fino al 31 dicembre!
Oggi, almeno sulla carta, le aziende che sfruttano l’acqua sono soggette a una minima tassa di 0,0005 Euro al litro, ma solo sul prodotto imbottigliato; tanto per fare un esempio, in Lombardia (la regione più ricca di fonti e sorgenti) vengono imbottigliati 3 miliardi di litri d’acqua, ma altri 7 miliardi di prezioso liquido vengono sprecati nelle fasi di lavorazione.
La truffa, però, è ben altra, e sconvolgente: oggi, spesso, nelle bottiglie di plastica in vendita sugli scaffali dei supermercati, o sui tavoli di pizzerie e ristoranti, si trova “acqua microfiltrata”, pagata a prezzo dell’acqua minerale, ma altro non è che acqua del rubinetto, la stessa che esce da quelli delle nostre case, messa in bottiglia e ricostituita con l’aggiunta di anidride carbonica e sali minerali.
Nel mondo, l’azienda leader nella vendita di “acqua del rubinetto” è la Coca Cola, che la imbottiglia soprattutto per i paesi del terzo mondo, privati dell’acqua come bene comune.
Con risvolti curiosi, se non fossero tragici: l’acqua Dasani (Coca Cola), prelevata dall’acquedotto pubblico della contea di Kent e commercializzata in Gran Bretagna, con un aumento del prezzo di 3.166 volte rispetto al costo di origine, è stata ritirata dal mercato perchè, nonostante uscisse pura dal rubinetto, come certificato da numerose perizie, una volta imbottigliata diventava potenzialmente pericolosa perchè addizionata con una elevata percentuale di bromato, nota sostanza cancerogena.

Acqua “doc” italiana
Anche in Italia, nessuna legge vieta di imbottigliare l’acqua del rubinetto, basta sapersi organizzare. Per ora questa truffa legalizzata è limitata, si ritiene infatti che non raggiunga ancora il 4% della produzione totale di acqua minerale, con un fatturato prevedibile in circa 200 milioni di Euro. Il fenomeno però potrebbe crescere, data la tendenza generalizzata a privatizzare gli acquedotti pubblici.
Dal punto di vista sanitario, potrebbe quasi essere un vantaggio: la legislazione italiana ha parametri molto restrittivi (circa 200) per l’acqua di rubinetto, rispetto all’acqua “minerale” in bottiglia (solo 48). Un esempio su tutti: la concentrazione massima di arsenico nella minerale fino a poco tempo fa poteva ancora essere di 50 microgrammi/litro (tre anni fa arrivava a 200, quando l’Oms dal 1993 ne ha fissato il limite a 10), mentre dal rubinetto per legge non può uscire acqua con più di 10 mg/l di arsenico. Dunque l’acqua di casa è più sicura.

Le cifre dello scandalo
Con investimenti pubblicitari che non hanno uguali per nessun’altra bevanda, è facile capire come i gruppi che controllano i tre quarti della produzione totale italiana – San Pellegrino/Nestlé, San Benedetto Italaquae/Danone, Uliveto/Rocchetta, Spumador, Norda e San Gemini – costituiscano una lobby (Mineracqua, la Confindustria delle acque), in grado di pilotare le campagne pubblicitarie e “convincere” il legislatore a tutelare più il business che la salute.
Fin dal 2001, undici procure avevano messo fuorilegge, in base ai parametri europei, più di due terzi delle acque minerali italiane (200 marchi su 280) che non rispettavano gli obblighi di legge, indagando anche alcuni laboratori di analisi compiacenti con la lobby dei produttori.
Nel 2003 una serie di inchieste, di cui era titolare il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, riscontrarono in molte acque minerali la presenza di idrocarburi al benzene in quantità 10 volte superiore alla media; il ministro della sanità Girolamo Sirchia, per salvare il business dell’acqua minerale, varò allora un decreto che innalzava la soglia di tolleranza per molti degli inquinanti trovati nelle minerali (tra i quali tensioattivi, oli minerali, antiparassitari, idrocarburi) facendo rientrare nella legalità, come per magia, molte industrie dell’acqua imbottigliata.
Solo un anno dopo, in applicazione di una direttiva europea (la 2003/40), il ministero della sanità fu costretto a dichiarare finalmente fuori legge, a partire dal 1°gennaio 2005, tutte quelle acque minerali che superavano i limiti di quantità delle sostanze nocive previste per l’acqua potabile comune: ben 126 marchi di acque minerali risultarono non idonei.
Curiosamente, e senza che nessuno si scandalizzi, fanno però ancora bella mostra di se sugli scaffali dei supermercati, dato che nessuno (regioni, aziende sanitarie locali, ministeri) ha dato mandato ai Nas di imporne il ritiro.
Per completare il paradosso, con futili pretesti sanitari, a suo tempo il Ministro Marzano (Attività Produttive) ha sancito il divieto di vendere acqua in bicchiere nei pubblici esercizi, sostituita da acqua in confezioni sigillate mono-dose (con aumento dei costi, crescita dei rifiuti, e maggior traffico di automezzi che distribuiscono le bottiglie con aumento dell’inquinamento atmosferico).

Chi ci guadagna?
Pochi a danno di molti. I proprietari delle acque minerali pagano cifre irrisorie per le concessioni di prelievo delle acque e fanno guadagni elevatissimi.
Un gigantesco, inutile mercato sostenuto dai grandi business dell’industria alimentare, ma anche dalle grandi società di autotrasporto, dai produttori di plastica, dalle principali agenzie di pubblicità.
I camion che spostano acqua da un punto all’altro della penisola rappresentano uno dei grandi “affari” dell’autotrasporto: stiamo parlando di circa 600.000 viaggi su Tir.
Ma non è tutto: miliardi di contenitori di plastica devono poi essere smaltiti, aumentando notevolmente il mostruoso giro di soldi che ruota intorno all’acqua in bottiglia.
In Lombardia si vendono oltre due miliardi e mezzo di bottiglie in plastica all’anno, e solo 600 milioni di bottiglie in vetro, riciclabili; per lo smaltimento delle bottiglie di plastica, i costi a carico della collettività lombarda nel 2001 hanno superato i 50 miliardi di Lire (26 milioni di Euro).
Questo significa che, per la Lombardia, i ricavi delle concessioni per lo sfruttamento delle fonti d’acqua coprono un ventesimo dei costi per lo smaltimento dei vuoti.
Chissà poi come si comporterebbero i consumatori, se sapessero che ci sono sul mercato acque di qualità infima, confezionate e distribuite da aziende produttrici di plastica che acquistano le fonti solo per vendere le bottiglie!
Può capitare, allora, che siamo convinti di comprare acqua e invece ci hanno venduto solo una bottiglia di plastica che contiene magari sostanze anche dannose.
L’ennesimo vantaggio per le industrie delle acque in bottiglia, contro i consumatori, gli esercenti, i cittadini, l’ambiente.

Chi ci perde
La rete idrica pubblica. Il business delle acque minerali è infatti il principale responsabile del “buco nell’acqua” denunciato dalla  rete nazionale in difesa dell’acqua.
Nulla si investe per migliorare e promuovere l’acqua degli acquedotti, comunque più controllata in generale e spesso qualitativamente migliore delle acque in bottiglia. In questi anni le grandi Aziende Municipalizzate, ormai tutte quotate in Borsa, sono viste solo come strumento per fare cassa, e non c’è alcun progetto per rinnovare il servizio pubblico dell’acqua.
Bisognerebbe invece uscire dal mercato delle acque minerali, valorizzando il servizio idrico pubblico, tutelando fiumi e sorgenti, risparmiando acqua per gli usi non potabili.

Qualche soluzione e un po’ di terrorismo psicologico
Far pagare alle aziende private che sfruttano l’acqua, patrimonio di tutti e certezza per il futuro, il prelevato e non solo l’imbottigliato, abrogare le concessioni perpetue, adottare norme antitrust e disincentivare l’utilizzo delle bottiglie di plastica, regionalizzare la distribuzione diminuendo obbligatoriamente i chilometri per il trasporto, e il conseguente inquinamento atmosferico.
La mercificazione di una risorsa primaria della Terra, fondamentale come l’acqua, rappresenta uno dei mali più devastanti e insidiosi per l’umanità, e in questo, purtroppo, l’Italia è un esempio eclatante di intrecci tra affari leciti e illeciti, tra politica e business a qualsiasi costo.
A prescindere dalle “sanatorie” e dalla manipolazione dei parametri per la salute, la preoccupazione per la qualità delle acque minerali, praticamente esenti da controlli, resta: l’avvelenamento cronico, dovuto ad esposizione a lungo termine di arsenico attraverso le acque potabili, secondo l’Oms, causa cancro alla pelle, ai polmoni, alla vescica ed ai reni; mentre il manganese oltre la misura consentita, potrebbe incrementare la suscettibilità a infezioni polmonari.
Una ultima avvertenza: tutte le acque fanno fare la pipì. L’effetto “plin plin” è dovuto alla quantità, non alla qualità dell’acqua bevuta.

Michele Dalla Palma

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fonte:  http://www.trekking.it/it/articoli/La-grande-truffa-dell%27acqua-minerale_2503.html

 

Inserito da: solleviamoci | Novembre 21, 2009

Giustizia e verità anche per Manuel! E Niki, e Giuseppe, e…

Di Manuel e della sua triste storia abbiamo già parlato qui. Ma dopo l’onda emotiva scatenata dall’episodio di Stefano– e dopo aver riparlato anche di Aldo – mi pare giusto riproporvi anche la sua storia, non solo perché ancora aspetta giustizia (come tante, troppe vittime delle “forze dell’ordine”), ma anche perché  è comunque la riprova, per chi ancora ne avesse bisogno, che la storia di Stefano non è che la punta di un iceberg…

Intanto nell’Approfondimento del TG1 di stasera, alle 23.15, si parlerà di Niki.

NIKI
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Qui non si tratta, come qualcuno ha sostenuto nei commenti al post su Stefano, di criminalizzare le forze dell’ordine in generale. Lo so benissimo anch’io che esistono anche poliziotti – persino carabinieri! – umani. Ne conosco anche. Qui si tratta semplicemente di riconoscere che, tra tanti che fanno il loro dovere con onestà e scrupolo, ci sono delle mele marce. Ed eliminarle, cosa che dovrebbe essere innanzi tutto a vantaggio delle “mele sane”. Ecco perché continuo a parlarne. Perché voglio giustizia, ma non un “fai-da-te” legalizzato da una divisa e da una distorta visione del “potere” che la stessa pare conferire a certi figuri. elena

Ecco una delle testimonianze della  mamma di Manuel (che abbraccio):

SON TRASCORSI 13 MESI DALLA MORTE DI MANUEL ELIANTONIO.
MI è STATO CONCESSO dal TRIBUNALE in DATA 17.07.2009 di AVERE COPIA DELL’AUTOPSIA
(1 ANNO di ATTESA)
FORSE IL “MEDICO LEGALE”INCARICATO DAL TRIBUNALE AVEVA FRETTA, TANTA DA OMETTERE TUTTI I SEGNI CHE MANUEL AVEVA SUL CORPO,TANTA FRETTA DA NON VEDERE CHE I CAPELLI DI MANUEL ERANO CASTANI E NON NERI COME LUI HA CERTIFICATO,TANTA FRETTA DA ELENCARE LE PUNZONATURE DI INIZIO TATUAGI SULLE BRACCIA CHE MANUEL NON AVEVA FINO A DUE GIORNI PRIMA DI MORIRE MA CHE SONO STATI ELENCATI IN MODO DISPREGIATIVO TRALASCIANDO GLI ANGIOMI CHE AVEVA DALLA NASCITA VOLGARMENTE CHIAMATE VOGLIE.CARO “MEDICO”LE STO PREPARANDO LA LISTA DI QUANTO LEI HA ERRATO,DI QUANTO LEI HA OMESSO,E SPERO CHE LA SUA APPARENTE ONORATA CARRIERA TERMINI AL PIU’ PRESTO ASSIEME AI SUOI DEGNI COMPARI.
RINGRAZIO GLI AMICI DI e PER MANUEL,RINNOVO L’INVITO A DIFFONDERE,VERITà E GIUSTIZIA !
MARIA ELIANTONIO.

 

 

 

 

Inserito da: solleviamoci | Novembre 21, 2009

Mister B – L’egocrate in declino?

voldemort.jpg image by stomau

Il problema non è la personalità del premier, ma il consenso di cui gode e soprattutto ciò che rappresenta e ha messo in moto

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di Andrea Papi

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http://www.liberacittadinanza.it/archivio-immagini/Obama%20Berlusconi%20pp.jpeg/image_mini

Cè qualcosa di sempre più inquietante nel modo contorto di essere della politica italiana. Qualcosa di non facile definizione e che facilmente sfugge a una piena comprensione del senso. Di primo acchito vien da dire, come lo stanno dicendo i rimasugli vaganti della sinistra e come lo stanno facendo intendere i piddiini, che sta prendendo piede una nuova forma di totalitarismo. Oppure, come ha scritto Le Monde, che stiamo assistendo all’agonia di una democrazia. Purtroppo entrambe le interpretazioni, nella percezione che ne ho, pur evidenziando dei forti elementi di realtà, non riescono a rendere fino in fondo l’idea di ciò che sta accadendo.
Per quanto riguarda il totalitarismo, compresa la versione ormai classica della Arendt, è denotato da alcune caratteristiche di sostanza che qui sono assenti. L’ideologia totalitaria pretende di spiegare con certezza assoluta e in modo totale il corso della storia ed impedisce in modo repressivo/coattivo la presenza di qualsiasi ente o struttura che non dipenda dall’oligarchia al comando, producendo e generando un terrore istituzionale che proibisce e uccide ogni libera e spontanea manifestazione, di stampa, di riunione, di opinione, di comunicazione. Oggi in Italia nulla è formalmente proibito, mentre la carta costituzionale garantisce la libera circolazione delle idee, la libertà di riunione e di stampa e i politicanti al potere dichiarano di voler difendere queste libertà acquisite. Sul piano formale e giuridico, a differenza di una condizione totalitaria, ci è permesso e garantito di stampare e distribuire ciò che vogliamo, di dire ciò che ci aggrada, di ritrovarci e riunirci con chi vogliamo.
Per quanto è inerente a “l’agonia di una democrazia”, ritengo che la fase di decadenza che sta erodendo la democrazia sia in movimento da molto prima del momento attuale. Da quando è stato accettato dai più di ridurne la portata e il senso a una mera tecnologia di elezione, facendo in modo che la rappresentanza politica eletta più che rappresentare veramente fosse semplicemente designata ad esercitare il potere di scelta per tutti su tutti, avendo l’unico mandato di governare e imporre i propri comandi indipendentemente dalla volontà generale. L’assenza di controlli dal basso, tutti gli organismi esecutivi sottoforma di potere separato autoreferente e il controllo sui controllori da parte dei controllati sono a dimostrazione che la democrazia è concepita quasi esclusivamente come struttura di dominio, sorveglianza e disciplinamento delle masse sottoposte da parte delle oligarchie del potere costituito, reso legittimo dal consenso elettorale.
Tutti i politicanti di mestiere che hanno il privilegio dell’audience parlano in continuazione di libertà e liberalismo e di fatto non c’è né l’una né l’altro. In fondo Schumpeter ci aveva messo la pulce nell’orecchio già nella prima metà del secolo scorso. Con un’analisi lucidissima ci aveva chiarito che la liberaldemocrazia originaria non è possibile nella complessità delle società attuali. Al suo posto aveva preconizzato la democrazia dei leader, in competizione tra loro con lo stesso tipo di concorrenza del mercato capitalista. Invece di prenderlo come un campanello d’allarme, tutti lo hanno immediatamente assunto come il nuovo vate delle democrazie occidentali. Così è stato preparato il terreno per l’inquietante scivolamento nel baratro che ci stiamo godendo.

Compiacimento plaudente

Certo oggi viviamo una situazione particolare, molto legata al telegenico personaggio premier che sta condizionando tutta la politica del belpaese. Ma non va visto come una semplice iattura imprevista. Tutto era pronto a succedere, soprattutto con l’irrompere dei media televisivi, che Schumpeter non poteva conoscere, come padroni della comunicazione e dell’imbonimento in politica. L’ideologia leaderistica e la gestione mediatica hanno rappresentato una mistura micidiale, pronta ad essere sfruttata opportunamente, come in effetti è successo, da chi avesse le necessarie capacità spregiudicatezza e potere per farlo. Così abbiamo una tensione di tipo totalizzante, ma che non agisce attraverso le metodologie e le tecniche totalitarie. Chi occupa lo spazio d’immagine e istituzionale del potere si muove per occupare tutto il più possibile, ma lascia intatta la forma della democrazia accreditata, svuotandone completamente la sostanza.
Però non è tutta colpa, o merito che dir si voglia, dell’egocrate, come l’ha definito Curzio Maltese. Pensare che l’essenza del problema risieda tutta nella concretissima voglia smisurata di potere di Berlusconi è un grosso errore. Significa non aver compreso la natura del problema. Prova ne sia che l’opposizione parlamentare sta pagando duramente da un quindicennio la concentrazione di attacchi alla sua persona, continuando sistematicamente a blaterare che è lui e soprattutto lui il nemico da abbattere, eliminato il quale si riuscirà a “vivere in pace e in modo normale”. Grave e superficiale carenza di valutazione, oltre che maliziosa finta ingenuità, e incapacità di identificare il vero problema.
Personalmente a volte più che prendermela con lui, che in fondo mi dico fa il suo mestiere, me la prendo con quella che una volta veniva chiamata “maggioranza silenziosa”. Almeno da quello che ci stanno facendo credere, non solo gli dà il consenso, ma sembra identificarsi in pieno in ciò che rappresenta. Guardando in modo disincantato la situazione che stiamo vivendo, uno degli aspetti che più colpisce e lascia perplessi è appunto questo compiacimento plaudente che continuamente gli viene riservato da masse di esseri umani che pure non hanno i suoi privilegi, che dovrebbero sapere che non godranno mai di una condizione anche soltanto mille volte inferiore alla sua. Non posso fare a meno di evocare la sapienza di De La Boétie, che già nel cinquecento denunciava “la servitù volontaria”, cioè l’accettazione di essere servi, il pieno riconoscimento della propria condizione di servaggio. Ebbene il paradosso è che oggi, a differenza dei tempi di De La Boétie, i sudditi sono servi senza sapere di esserlo. Anzi! Sembrano addirittura convinti che proprio il loro padrone premier li possa emancipare dal servaggio, perché ha l’astuzia di proporsi come il paladino della libertà, rifiutandosi di capire che invece ha la capacità di estinguerla.
La presenza e il potere dell’egocrate esprimono un modo di essere molto diffuso della società in cui tutti siamo immessi. Se l’immagine che è abilmente riuscito a fabbricare di se stesso fosse rappresentativa solo della sua persona, per quanto abile astuto e potente non avrebbe retto con tanta tenacia e per tanto tempo. Il fatto è che il suo modo di porsi e presentarsi risponde ad un modello che muove corde invisibili, capace di solleticare anfratti della psiche desiderosi di emergere e pronti ad esplodere. Lo conferma il suo modo di vivere e di governare. Immerso in un lusso sfrenato, padrone di televisioni, di testate giornalistiche, di case editrici, di produzioni e distributrici cinematografiche e di quant’altro, si è circondato di una corte immensa di cicisbei, di ciambellani, di ruffiani ben contenti di esserlo, invidiati da una miriade enorme di esseri umani frustrati che aspirerebbe, come succedeva alla corte del re sole, a farne parte. Ha tradotto in politica, massimizzando Schumpeter, la logica aziendale. È imperante il partito-azienda e lo stato-azienda, in cui ha diritto di decidere per tutti il socio di maggioranza, cioè lui.

Sgretolamento del trono

Più che di totalitarismo, la cui caratteristica è quella d’imporsi con la forza, qui si tratta di una specie di “onnicomprensivismo”, generato dalla cupidigia narcisistica di comprendere tutto e di essere il centro di riferimento di ogni cosa, imponendosi non per sottomissione, ma per desiderio di emulazione. Ed è più pericoloso perché non vuole opprimere e impedire, ma vuole sedurre. Agendo sui desideri scatenati dal bisogno di consumo e di superare condizioni di vita insoddisfacenti, è riuscito a dar forma all’immaginario di una gran massa di persone. Lui e il suo modo di vivere rappresentano la libertà. Se si vuol essere liberi bisogna aspirare a diventare più o meno come lui e ha fatto credere che il suo governare offra le possibilità di riuscirci. La libertà non è più nella possibilità di muoversi e di scegliere, non è più in una diversa qualità della vita e delle relazioni sociali. I desideri solleticati l’hanno ricollocata nella ricchezza e nel potere. Solo se sarai ricco e famoso potrai sentirti veramente libero. L’allettamento è rafforzato dagli attacchi sistematici contro il fantasma del comunismo, propagandato come una continua insidia alla felicità agognata, perché ti vuole impedire di diventare ricco e famoso pianificando la tua vita. Questo è il messaggio, queste le aspirazioni generalizzate dominanti, questo il nemico da combattere.
Ma le cose fortunatamente non sono semplici e lineari come piacerebbe al plutoegocrate che finora ha condotto il gioco. La situazione reale è molto più complessa e destinata a complicarsi. In questi giorni in cui sto scrivendo comincia ad aleggiare l’idea che lo scettro cominci a traballare sempre più pericolosamente. Da mesi il premier è sottoposto a un micidiale continuo fuoco di fila, che al momento sembra destinato ad aumentare d’intensità. Dalla lettera della moglie Veronica, che chiede il divorzio attraverso stampa perché lo accusa di star male e frequentare minorenni, a tutto il polverone mediatico sulla sua vita privata fatta di dionisiaci allegri festini, giri di prostituzione, arruolamento di veline fatte in serie destinate a rallegrare il grigiore della vita parlamentare nazionale ed europea; poi le bacchettate di eminenti esponenti ecclesiastici, probabilmente pressati da un’opinione pubblica cattolica che mal sopporta la leggerezza festaiola delle alte cariche dello stato; poi ancora l’attenzione mediatica internazionale sui suoi pantagruelici lauti banchetti frammisti di politica e sesso. Se vi aggiungiamo la fronda interna guidata da Fini, forte dell’appoggio di una consistente parte di deputati e senatori ex An, le costanti pressioni-ricatto della Lega che vuole spadroneggiare con la sua politica xenofoba e secessionista, fino al flop televisivo dello speciale di Porta a Porta, nelle intenzioni autocelebrativo del proprio “successo” nella ricostruzione post-terremoto, il quadro per il nostro premier è ben poco edificante. Mostra uno sgretolamento in progress del suo trono quindicinale impensabile solo qualche mese fa.
A cosa porterà questo movimento antiegocrate che si sta consumando soprattutto nelle stanze inaccessibili dei palazzi del potere? Al momento non è dato sapere. Non è da escludere che il suo declino sia cominciato veramente e che in breve crollerà, come succede prima o poi quando ci si trova sommersi da un surplus esorbitante di potere. Come non è da escludere che riesca nuovamente a sopraffare l’ondata di ostilità che lo vuole sommergere. In fondo non ha dichiarato sprezzantemente di essere un superman? Non è neppure da escludere che tenti un estremo colpo autoritario se si vedrà perduto.
Ciò che m’interessa sottolineare è che Berlusconi potrà anche cadere, ma non si estinguerà in breve l’inversione culturale degenerativa che ha messo in moto. A livello più o meno inconscio in fondo ha fatto leva su un sogno tipico dei nostri tempi: la bramosia di agiatezza sfrenata. Ha creato con abilità una neverland immaginaria dei desideri inappagati. Non è da escludere il rischio che se le manovre di palazzo funzioneranno ci sarà un rigurgito di delusi che si rivolteranno perché si toglie loro la possibilità di realizzare il sogno che lui aveva alimentato, che non vorranno tornare all’accettazione pura e semplice della mediocrità quotidiana. Non c’è solo lui come nemico vero. C’è soprattutto la realtà artificiale e immaginaria che ha messo in moto ed ha gestito per alimentare il proprio narcisismo. Se vogliamo veramente combattere l’aberrazione che rappresenta dobbiamo riuscire a far ricollocare culturalmente nel luogo appropriato il desiderio di libertà ora stravolto, cioè in noi stessi e nelle scelte che facciamo consapevolmente, al di là e contro i luccichii di un potere che ci vuol sottomessi anche nei sogni e che suscita la brama di essere come lui.
Il vecchio motto anarchico né servi né padroni non è mai stato tanto valido.

Andrea Papi

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fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/348/20.htm


Inserito da: solleviamoci | Novembre 21, 2009

Fini: “Stranieri diversi? Stronzo chi lo pensa”

Il presidente della Camera visita il centro ‘Semina’ di Torpignattara e parla con i ragazzi

Sulla cittadinanza ribatte il ministro: “Il nostro non è il Paese di Bengodi. Il lavoro manca per tutti”

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Fini, "Stranieri diversi? Stronzo chi lo pensa" La replica di Calderoli: "Lo è anche chi illude"Gianfranco Fini

 

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ROMA – Le parole contano. Lo hanno dimostrato oggi sia Gianfranco Fini che Roberto Calderoli. Quelli che usano “qualche parola di troppo” nei confronti degli immigrati, sono degli “stronzi”, aveva detto il presidente della Camera di fronte auna cinquantina di ragazzi, per la maggior parte immigrati bengalesi e cinesi tra gli 8 e i 18 anni, del centro diurno ‘Semina’ a Torpignattara, gestito dall’associazione ‘Nessun luogo è lontano’. “Fini ha perfettamente ragione a dire che è stronzo chi dice che lo straniero è diverso. Ma è altrettanto stronzo chi illude gli immigrati”, ha ribattuto il ministro per la Semplificazione, interpellato nel pomeriggio. “E’ infatti una stronzata – ha incalzato Calderoli -, illudere gli extracomunitari che il nostro è il Paese di ‘Bengodi’ e che c’è lavoro per tutti, visto che il lavoro manca in primo luogo ai nostri cittadini. Fare questo è pura demagogia e allora si spalancano le porte a migliaia di persone destinate a finire nella rete delle illegalità, della criminalità o dello sfruttamento”.

Il presidente della Camera aveva fatto diverse domande ai ragazzi presenti: “Qualche volta vi pesa essere qui? C’è qualcuno che ve lo fa pesare? O qualche volta c’è qualche stronzo che dice qualche parola di troppo?”. Loro avevano riso e Fini continuato: “Uso questa parola perché se qualcuno dice che siete diversi la parolaccia se la merita: voi la pensate io la dico”. Secondo Fini anche i titoli dei giornali che criminalizzano le etnie riferendo i fatti di cronaca sono “sbagliati”. “Titolare che un rumeno o un eritreo hanno compiuto uno scippo – ha detto Fini – è un modo scorretto, superficiale e impreciso di informare. La stampa sbaglia. Sarebbe bello se l’informazione non titolasse con riferimenti etnici, perché altrimenti si forma nei cittadini la convinzione che ci sia un’equazione tra lo straniero e il delinquente. Uno scippatore è uno scippatore e basta, uomini e donne sono tutti uguali”. “Uguali sì – ha poi commentato Calderoli – lo sono tutti gli uomini quando nascono ma l’integrazione e l’accoglienza prevedono non delle belle frasi ma degli atti concreti e molta intelligenza nel sapere costruire”.

Le domande dei ragazzi di Torpignattara stamattina erano state precise, curiose, numerose. E Gianfranco Fini ha dovuto rispondere a proposito di quanti sono scettici sui tempi più brevi per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. “Si convinceranno – ha detto – perché quelli che vengono qui saranno sempre di più e quindi bisogna ragionare e riflettere”. Incalzante un ragazzino gli aveva chiesto: “Ma come farà a convincere quelli di destra?”. Fini: “Bella domanda. Bisogna convincere sia quelli di destra che quelli di sinistra. Se parlano di voi da un bel salotto non si convinceranno mai. Se non vengono qui non possono capire. Ma siate certi che saranno loro in torto e non certamente voi”.

Il presidente della Camera aveva anche ribadito il suo no alla sentenza della Corte di Giustizia dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro i crocifissi in classe, sostenendo: “Non danno fastidio a nessuno” e per rafforzare la sua convinzione ha chiesto ai ragazzini, molti dei quali di religione musulmana, se fossero in qualche modo infastiditi dalla presenza della croce nell’aula. Al coro di “no”, Fini ha commentato: “Benissimo, perfetto, mi date conferma di tante cose”.

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21 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/fini-parla/fini-stranieri/fini-stranieri.html?rss

Libertà e Giustizia sociale

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dal blog di Beppe Grillo

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La lettera del padre di Aldo Bianzino morto in carcere è una riflessione sullo Stato. Cos’è lo Stato? Cosa significa “Stato” per ognuno di noi, nella nostra vita quotidiana? Io me lo sento addosso ormai come un vecchio cappotto, un impermeabile liso con le tasche bucate. Un concetto astratto, libresco, lontano. Un marchingegno di cui si sono perse le istruzioni d’uso. La parola “Stato” è una coperta sempre più corta che lascia scoperti i peggiori istinti del Paese.

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Gentilissimo Beppe Grillo,
Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell’11 novembre), hanno richiamato l’attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch’essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e soprattutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.
Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere “Capanne” di Perugia.

Era stato visto da un medico, che l’aveva riscontrato sano e da un avvocato d’ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei Carabinieri.

A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d’allarme ed aveva invocato l’assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall’assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L’autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato.

Di certo ci fu un’emorragia celebrale e un’altra di 200 ml. al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l’emorragia cerebrale è stata imputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d’aver fatto tentativi in tal senso.

Ora, può accadere quando si è nelle mani delle “forze dell’ordine“, lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L’emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l’angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni.

In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l’archiviazione del caso.

Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle “droghe” come l’attuale, persone che nella loro profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da Stato etico e peggio, da Stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un Paese che considera delitto la detenzione e l’uso di droghe, magari solo marijuana, o l’essere “clandestino“, pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno Stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno Stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno Stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno Stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria.”

In fede Giuseppe Bianzino, Vercelli, 16 novembre 2009

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fonte:  http://www.beppegrillo.it/2009/11/gentilissimo_be.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Frss+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29

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Bianzino
video che parlano di aldo

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Marcello..

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Morti silenziose

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Lettera di Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi morto nel carcere di Livorno l’11 luglio 2003, ai parenti di Aldo Bianzino morto nel carcere di Perugia il 14 ottobre 2007.

Pubblicata dal “Manifesto” del 28/10/07

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Sono la mamma di Marcello Lonzi, morto nel carcere delle Sughere l’11 luglio 2003. Voglio mandare un forte abbraccio alla famiglia del povero Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia.

Vi sono vicina nel dolore e nella rabbia. Ma vorrei dirvi, non mollate. Capisco che non è facile, ma io da 4 anni stò combattendo per avere giustizia. Anche per mio figlio (morte naturale), se non era per le ferite al volto, ci sarei caduta. Un anno fa, però, è stato riesumato e avendo scoperto che non aveva due costole rotte, ma otto, il polso sinistro rotto, due buchi profondi alla testa sino all’osso, mandibola fratturata, non si può definire la sua morte naturale.

Anche io fui avvertita con 12 ore di ritardo e c’è stata un’archiviazione. Ma non ho accettato e ho combattuto contro tutti e tutto, tra poco avrò finalmente una vera risposta. Non credo alle parole del sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, perchè le ho già sentite, ma poi ci fu un’archiviazione.

Ecco perchè vi ripeto non mollate.

All’inizio ci sono state le interrogazioni, tutte quelle belle parole alle quali ti aggrappi con tutta la tua forza, che svaniscono in una bolla di sapone, allora ti chiedi perchè? Perchè? Piangi, vorresti urlare, spaccare tutto e continui a guardare quella foto, l’unica cosa che ti è rimasta. Mi sono chiesta tante volte: perchè quando muore un detenuto la tv, tipo la Rai ecc. non ne parla? Sono figli nostri, mariti; e muoiono in un posto dove lo stato li prende in consegna, e dovrebbe proteggerli. Invece lo stato li uccide. Un abbraccio dal profondo del cuore.

MARIA CIUFFI, Pisa


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Giuseppe Saladino, il giovane morto in carcere a Parma (Ansa) Giuseppe Saladino, il giovane morto in carcere a Parma (Ansa)

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La mamma di Saladino: “Era sano e me l’hanno ridato senza vita”. Forse c’è un “caso Cucchi” a Parma

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“Era sano e me lo hanno ridato senza vita”. A parlare la mamma di Giuseppe Saladino, un giovane di 32 anni morto senza un motivo plausibile nel carcere di via Burla a Parma. Potrebbe trattarsi di un altro caso Cucchi, insomma, anche se è troppo presto per dirlo. La procura di Parma, comunque, ha aperto una inchiesta per omicidio colposo contro ignoti per la morte del detenuto. Il giovane era stato condannato a un anno e due mesi di reclusione dopo essere stato sorpreso a scassinare alcuni parchimetri del centro storico e il giudice gli aveva concesso gli arresti domiciliari nella casa che condivideva con la madre, Rosa Martorano.
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La scelta sconsiderata di uscire, l’incarcerazione e la morte - Nel pomeriggio di venerdì scorso Giuseppe compie un gesto che probabilmente non concepisce in tutta la sua gravità: esce di casa. In pratica, in punta di codice penale, evade. La “bravata”, tuttavia, dura poco perché una pattuglia della polizia lo riconosce e lo porta direttamente in prigione, in via Burla. Trascorrono 15 ore e in casa della signora Rosa arriva una telefonata. All’altro capo del cavo telefonico il direttore del carcere che, con tono di circostanza, le comunica “suo figlio non c’è più”. “Il direttore mi ha detto che Giuseppe era morto – racconta a Tv Parma la donna – aggiungendo che era stata una cosa improvvisa, inspiegabile, mi pare abbia parlato di un malore. Poi ha aggiunto che aveva voluto telefonarmi di persona perché aveva preso in simpatia il mio ragazzo e perché ..sa0 1a0(incomprensibile nel testo, n.d.m.)
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Inserito da: solleviamoci | Novembre 21, 2009

Caso Cucchi, un nuovo testimone: “Ho sentito i lamenti di Stefano”

Un altro detenuto parla di percosse che il giovane avrebbe subìto nelle celle di sicurezza

Chiesto un secondo incidente probatorio, dopo quello di domani per il primo teste

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Caso Cucchi, un nuovo testimone "Ho sentito i lamenti di Stefano"
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ROMA - Un altro detenuto ha confermato davanti ai pubblici ministeri le percosse che la mattina del 16 ottobre scorso Stefano Cucchi avrebbe subito nelle celle di sicurezza del Palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Il nuovo teste, di nazionalità italiana, ha riferito di aver sentito il pianto del giovane “pestato a sangue”. La sua testimonianza suffraga quella del detenuto gambiano che domani sarà sentito dal gip in sede di incidente probatorio.

Le dichiarazioni fatte dal detenuto italiano che si trovava in cella e che ha sentito soltanto i lamenti di Stefano Cucchi hanno indotto i pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy a chiedere un altro incidente probatorio. La richiesta per il momento è ancora all’esame del gip. In caso di accoglimento, ci sarà una nuova udienza per dare anche a questa testimonianza il valore di prova.

I nuovi particolari sono emersi alla vigilia dell’incidente probatorio che domani si svolgerà in tribunale davanti al giudice delle indagini preliminari Luigi Fiasconaro. Domani il cittadino del Gambia S.Y., in carcere per detenzione di stupefacenti, dovrà confermare di aver visto il 16 ottobre scorso, nelle celle di sicurezza di piazzale Clodio, il pestaggio di Cucchi da parte di tre guardie carcerarie ora indagate per omicidio preterintenzionale.

Il supertestimone sarà chiamato a confermare il racconto fatto ai pm, ormai diventato il principale atto di accusa nei confronti dei tre presunti aggressori. Il gambiano dice di aver notato dallo spioncino della sua cella di sicurezza alcuni agenti prendere a calci e pugni Cucchi, dopo averlo scaraventato in terra e trascinato nella cella, e di aver successivamente sentito lamenti e altri rumori del presunto pestaggio.

La storia del supertestimone ha suscitato numerose polemiche nei giorni scorsi, soprattutto dopo la decisione di avviare nei suoi confronti il programma di protezione. Troppo a rischio la sua detenzione a Regina Coeli, troppo rischioso un suo trasferimento in un altro carcere. Quindi, è stato deciso di mandarlo ai domiciliari in una comunità per tossicodipendenti vicino Roma.

L’inchiesta giudiziaria sulla morte di Cucchi non è l’unico passaggio di questa storia: c’è in corso un’istruttoria della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza del servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino, che nei giorni scorsi hanno effettuato sopralluoghi e sentito medici e infermieri. Nel frattempo i tre medici dell’ospedale romano Pertini indagati per omicidio colposo per aver omesso le dovute cure sanitarie a Cucchi sono stati spostati in un altro reparto.

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20 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-3/nuovo-testimone/nuovo-testimone.html

Il 4 dicembre deposizione al processo Dell’Utri

La “rivelazione” attribuita a uno dei fratelli Graviano. Che ha rifiutato il confronto

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di FRANCESCO VIVIANO

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"Ho un patto con Berlusconi Questo mi rivelò il boss"Gaspare Spatuzza

 

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PALERMO – I boss di Cosa Nostra avrebbero avuto un rapporto “diretto” con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Non ci sarebbero stati “mediatori” nel patto che sarebbe stato stretto tra la mafia ed i leader del nascente partito di Forza Italia per fare cessare le stragi iniziate nel ‘92 e continuate nel ‘93 con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.
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Ad affermarlo è l’ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, i cui verbali con le dichiarazioni rese nell’estate scorsa ai magistrati di Firenze sono stati depositati ieri nel processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.
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L’interrogatorio è del 18 giugno. È lì che Spatuzza racconta ai magistrati fiorentini di avere appreso direttamente dal boss Giuseppe Graviano, nel gennaio del ‘94 al bar Doney di via Veneto a Roma, che si erano messi “il paese nelle mani” perché – secondo quanto si legge nei verbali – avevano raggiunto un accordo con Dell’Utri e Berlusconi.
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Spatuzza dice ai pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi della Dda di Firenze: “Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene (i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci parlato personalmente”.
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Spatuzza era il braccio destro dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (entrambi in carcere con ergastoli per stragi e omicidi tra i quali quello del sacerdote Don Pino Puglisi e del figlioletto del pentito Di Matteo). Quando Giuseppe Graviano gli rivelò il “patto” che sarebbe stato stretto con Berlusconi, si trovava a Roma per preparare il fallito attentato allo Stadio Olimpico per uccidere decine di carabinieri.
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Il pentito parla quindi dall’alto dei suoi rapporti privilegiati con i boss e ai pm fiorentini aggiunge: “Non posso sapere quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. La mia esperienza di queste vicende, ma è una mia deduzione, è che costoro (Berlusconi e Dell’Utri ndr) che in primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all’esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi (Cosa Nostra-ndr) abbiamo puntato tutto”.
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Spatuzza racconta nei dettagli il colloquio avuto con il boss Giuseppe Graviano quando si incontrarono a Roma per la preparazione dell’attentato allo stadio Olimpico. In quell’occasione il boss gli parlò dell’intesa che a suo dire era stata raggiunta con Berlusconi: “Graviano era euforico e gioioso, sprizzava felicità, normalmente era una persona abbastanza controllata, quindi era difficilissimo che si lasciasse andare in quel modo, le sue parole sono state le seguenti: ‘tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti (montoni-ndr) dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili’. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma che si tratta di quello di Canale 5. Poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri e aggiunge che grazie alla serietà di queste persone “ci siamo messi il paese nelle mani’”.
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Queste dichiarazioni sono entrate nel processo a Palermo a Dell’Utri. Il pentito Spatuzza probabilmente il 4 dicembre prossimo nell’udienza fissata a Torino per il suo interrogatorio, potrà spiegare meglio all’accusa ed alla difesa il significato di queste pesanti affermazioni riguardanti Berlusconi e Dell’Utri.
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Agli atti del processo sono finiti anche i confronti tra lo stesso Spatuzza ed i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano avvenuti rispettivamente il 20 agosto ed il 14 settembre. Confronti interessanti che possono contenere anche dei messaggi che gli inquirenti stanno tentando di decifrare perché nella storia di Cosa Nostra non s’è mai visto che i boss trattino un pentito come se fosse un amico. Giuseppe Graviano, che si è rifiutato di rispondere nel confronto, ha però detto in una recente udienza pubblica di “rispettarlo”.
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Filippo Graviano ha invece accettato il confronto confessando di avere avuto intenzione di “dissociarsi” da Cosa Nostra nei primi anni del 2000 quando l’allora procuratore nazionale, Pierlugi Vigna, aveva avviato una serie di colloqui investigativi, negando però di avere mai detto a Spatuzza che “se non arriva niente da dove deve arrivare – avrebbe detto Graviano riferendosi ai politici – anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Segno che, secondo Spatuzza la “trattativa” era ancora aperta. Ma nel confronto con Filippo Graviano, Spatuzza lo scagiona da pesantissime accuse, sostenendo di non avere mai ricevuto dal boss ordini per commettere omicidi e stragi invitandolo però a collaborare.
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21 novembre 2009
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Inserito da: solleviamoci | Novembre 18, 2009

Studente austriaco scova ex SS ricercato

Sfuggito anche ai «segugi» del Centro Wiesenthal. Trovato sull’elenco telefonico

Uno dei massacratori di Deutsch Schützen, scampato alla cattura, ha vissuto 60 anni come ferroviere

MILANO – Per oltre 60 anni ha vissuto inosservato lavorando in una stazione ferroviaria tedesca. Ma il suo terribile passato è stato riportato alla luce da un giovane studente viennese che lo ha scovato consultando l’elenco telefonico. Andreas Forster, ventottenne austriaco, stava portando a termine una ricerca sul massacro di Deutsch Schützen-Eisenberg, cittadina al confine austro-ungarico in cui furono sterminati 58 ebrei tra il 28 e il 29 marzo del 1945. Tra coloro che parteciparono all’eccidio c’era anche un sergente dello spietato corpo delle Waffen SS, che si chiamava Adolf Storms. Il giovane, dopo aver consultato gli archivi storici di Berlino, ha spulciato gli elenchi del telefono di alcuni Länder tedeschi e ha scoperto che un omonimo cittadino novantenne viveva a Duisburg. L’ha rintracciato e assieme al suo professore Walter Manoschek ha condotto tra luglio e ottobre dello scorso anno una lunga intervista al presunto assassino. Più tardi la registrazione dell’intervista è stata offerta al Tribunale di Duisburg che, dopo lunghe indagini e verifiche, ha riconosciuto il novantenne e martedì scorso lo ha accusato dell’eccidio commesso alla fine della Seconda Guerra MondialeL’ECCIDIO La procura non ha voluto rendere note le generalità dell’imputato (ha parlato solo di un «pensionato tedesco»), ma la stampa l’ha immediatamente identificato. Adolf Storms che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva combattuto con la Quinta divisione Panzer «Viking» sul fronte orientale, dopo varie sconfitte subite dall’Armata Rossa, assieme ai suoi commilitoni si stava ritirando all’interno dei confini austriaci in modo da arrendersi agli americani piuttosto che ai più duri sovietici. Tuttavia la sua divisione, guidata dal generale Felix Steiner, un nazista della prima ora, decise che prima di consegnarsi agli Alleati, bisognava eliminare gli ebrei che erano stati impiegati dall’esercito tedesco come lavoratori forzati per la costruzione di fortificazioni. Secondo le testimonianze storiche raccolte negli archivi dallo studente Forster, Storms e altri membri delle SS prima sequestrarono gli oggetti di valore ai prigionieri e poi ne uccisero cinquantasette con un colpo alla nuca nel villaggio di Deutsch Schuetzen. Furono gli stessi prigionieri a scavare la loro fossa comune che sarebbe poi stata scoperta da un’associazione ebraica nel 1995. Il cinquantottesimo ebreo, invece, fu ucciso proprio da Storms il giorno seguente, mentre si dirigeva assieme ai suoi commilitoni nel villaggio di Hartberg.

LE TESTIMONIANZE - Il professor Manoschek descrive il novantenne come una persona mentalmente sana, ma con gravi problemi di salute: «Vedremo se potrà essere giudicato – dichiara Manoschek – Dipende tutto dalla sua salute». Andrea Brendel, il magistrato che sta seguendo il caso, ha dichiarato che contro l’imputato ci sono le testimonianze di tre membri della “Gioventù Hitleriana” che assistettero al massacro: «Un quarto membro, che adesso vive in Canada, sarà intervistato questa settimana». Secondo il professor Manoschek molti dei membri della “Hitler-Judend” presenti durante l’eccidio furono giudicati nel 1946 e condannati a due anni di carcere.

 

 

 CRIMINI DI GUERRA - Quando lo scorso anno il giovane studente e il suo professore sono arrivati a Duisburg, hanno trovato un novantenne «vivace» che fingeva di non ricordare nulla del massacro: «Probabilmente si sentiva in pericolo e perciò diceva di avere pochi ricordi precedenti al 1945» – ha spiegato alla rivista tedesca Der Spiege il ventottenne Forster. Secondo la stampa austriaca, l’ex sergente delle SS è riuscito a farla franca per tutti questi anni perché ha cambiato l’ortografia del suo nome. Dopo la guerra rimase un anno in un campo di prigionia americano e poi fu rilasciato. Il suo nome non è mai comparso tra i ricercati della II guerra Mondiale e nemmeno il famoso centro “Simon Wiesenthal”, che nel corso degli ultimi decenni ha scovato i più importanti criminali nazisti, era sulle sue tracce: «Questa storia è incredibile – dichiara Efraim Zuroff, direttore del centro Wiesenthal – Dimostra che è possibile identificare criminali che hanno sulla loro coscienza eccidi efferati e giudicarli in tribunale anche dopo così tanti anni».

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Francesco Tortora
18 novembre 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_18/criminale-nazista-scoperto-da-studente-austriaco_de094dba-d438-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml

Inserito da: solleviamoci | Novembre 18, 2009

Caro Valentino Rossi, siamo disperati aiutaci a salvare il posto

di Rinaldo Gianola

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La sede della Yamaha Motor Italia dista circa un chilometro dal cancello di Villa San Martino, residenza di Silvio Berlusconi. L’ingresso della fabbrica di moto, in via Tinelli a Gerno di Lesmo, è vicino a una grande rotonda dove tutti giorni passano le auto blindate del premier e della sua scorta. Siamo a metà strada tra la villa di Arcore e quella di Macherio, dove abita la signora Veronica. Qui, nella placida Brianza berlusconiana, si consumano nuovi drammi personali e collettivi. Lavoratori sbattuti fuori dalle aziende, fabbriche che chiudono, migliaia di cassintegrati, famiglie che non ce la fanno. Gli operai della Yamaha, tutti licenziati da un giorno all’altro, hanno chiesto un aiuto all’Unità. Così ci occupiamo di nuovo di Arcore e dintorni, dove eravamo già stati un mese fa per raccontare la crisi industriale e sociale di un territorio ricco e ad alta densità imprenditoriale. Solo Berlusconi continua a non vedere, solo lui pensa che la crisi sia finita.

Il presidente del Consiglio dovrebbe dire al suo autista di fermarsi davanti ai cancelli della Yamaha, chiamare il delegato Rsu della Fim-Cisl Angelo Caprotti e farsi raccontare cosa sta succedendo, quali tragedie si consumano nel vergognoso silenzio dei giornali e delle televisioni di regime. «Per favore, dateci una mano» chiede Angelo. La sua è una storia drammatica, non c’è nulla da commentare. C’è solo da imparare da queste tragedie italiane. «Ioemiamogliesiamo entrambi dipendenti della Yamaha. Io ho 51 anni e non ho mai passato un periodo così tragico. Qualche mese fa ho perso mio figlio di 21 anni, adesso l’azienda ci ha comunicato il licenziamento. Dopo aver vinto quest’anno quattro campionati del mondo, dopo aver portato al successo Valentino Rossi, ci sbattono fuori. Tutto così, all’improvviso. Mi sono permesso di far presente all’azienda la mia situazione familiare, perdiamo il lavoro tutti e due, anche se dopo la morte di un figlio tutto perde valore… Mi hanno risposto che i loro consulenti non ritengono possibile mantenere aperta la fabbrica. Allora uno cosa deve fare? Si deve incatenare, buttarsi in mezzo alla strada, si deve ammazzareper difendere un straccio di diritto….». Angelo e i suoi colleghi non sanno più dove sbattere la testa. Il primo incontro con laYamahaall’associazione industriali è andato male: nessun ripensamento, linea dura enemmenola concessione della cassa integrazione straordinaria. Allora Angelo e i delegati hanno pensato di inviare tramite l’Unità un messaggio, un appello a Valentino Rossi: «Caro Vale, noi siamo disperati. La Yamaha ha deciso di chiudere la fabbrica e di licenziare i 67 dipendenti. Il prossimo 8 gennaio, se non ci saranno cambiamenti sostanziali, noi saremo tutti fuori, senza lavoro, senza futuro. Ti abbiamo aiutato tante volte a sistemare le moto, siamo stati contenti dei tuoi successi perchè ci sembrava che fossero il successo dell’azienda e anche del nostro lavoro. Adesso ti chiediamo una mano, aiutaci a salvare il nostro posto di lavoro». Nei giorni scorsi i lavoratorihanno cercato di mettersi in contatto con il supercampione, ma l’azienda, naturalmente, ha alzato un muro per evitare che la vertenza possa trasformarsi in una brutta caduta d’immagine, come se l’immagine Yamaha contasse qualcosa quando licenzia decine di lavoratori. La Yamaha Motor Italia è un’azienda eccellente, tecnologicamente avanzata. Fa capo alla multinazionale giapponese delle moto. I giapponesi hanno riconosciuto agli operai italiani una capacità professionale talmente elevata da consentire alla fabbrica brianzola di sviluppare produzioni che, nella logica della multinazionale, non potevano essere realizzate fuori dal Giappone.

Oltre alla produzione, l’impianto ospita anche la Racing Division, quella che si occupa delle moto da corsa. Da oltre vent’anni l’azienda macina profitti da primato, mai un problema. Sul sito dellaYamaha, sotto il titolo “We had a dream”, l’azienda oggi scrive: «Era il 1980 e, nell’hinterland milanese, nasceva un sogno. La sfida era impegnativa maaffascinante: promuovere le moto Yamaha in Italia. Un marchio famoso in tutto il mondo, già sinomimo di primato nelle competizioni, con fuoriclasse come “King” Kenny Roberts, Eddy Lawson, Giacomo Agostini… E il sogno si è realizzato. Oggi YamahaMotor Italia è leader di mercato, ha costruito autentici miti su due ruote. Ha contribuito a scrivere capitoli importanti nella storia delle moto, degli scooter, ma anche dello sport e del costume». Se il “sogno” è stato realizzato perchè Yamaha chiude la produzione in Italia e licenzia i lavoratori? Non ci sono motivazioni industriali, non ci sono problemi finanziari perchè i bilanci sono sempre stati positivi, non si possono accusare i lavoratori perchè gli stessi giapponesi riconoscono la loro professionalità e il loro impegno. E allora? Il presidente dellaYamahaMotor Italia, il giapponese Murata, non si fa vedere. Il direttore generale Enrico Pellegrino ripete una litania che gli viene suggerita dall’estero. La chiusura dell’impianto della Yamaha è ricondubile solo alle scelte, spesso incomprensibili, di una multinazionale che non guarda in faccia nessuno. La lotta dei lavoratori della Yamahaè durissima. Domani, assieme a molti altri dipendenti di aziende a rischio, sfileranno al Pirellone, sede della Regione Lombardia. Gli operai della Yamaha vorrebbero organizzare un “funerale pubblico” dell’azienda. Ma le brutte notizie non finiscono mai nella adorata Brianza del premier. Ieri all’Officina Meccanica Ventura la direzione ha deciso il licenziamento di tre operai, senza spiegazioni e senza confronto. L’azienda ha minacciato di tagliare il 30% dei dipendenti se i sindacati si opporranno al licenziamento. Questa è l’Italia 2009.

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18 novembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/economia/91397/caro_valentino_rossi_siamo_disperati_aiutaci_a_salvare_il_posto

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