L’impero romano sta crollando

E allora si rivolge all’Iran ed alla Siria…
di Robert Fisk
L’Impero Romano sta crollando. Questo, in una sola frase, è quello che la Relazione Baker dice. Le legioni non sono in grado di imporre il loro potere sulla Mesopotamia.
Proprio come Crasso perse le insegne delle sue legioni nel deserto della Siria-Iraq, così anche Bush ha perso. Non c’è però nessun Marco Antonio per riscattare l’onore dell’impero. La politica adottata “non funziona”. “Crollo” e “catastrofe”, parole che si sentirono nel Senato Romano molte volte all’epoca, erano embedded, inserite, nel testo della Relazione Baker. Tu quoque, James? (James Baker, ndt.)
Questo è anche il linguaggio usato dal Mondo Arabo, da sempre in attesa del crollo dell’impero, della distruzione di quel tranquillo Mondo Occidentale che lo ha rifornito di soldi, armi e appoggio politico.
Prima gli arabi si sono fidati dell’Impero Britannico e di Winston Churchill, e poi si sono fidati dell’Impero Americano, di Franklin Delano Roosevelt e delle amministrazioni Truman e Eisenhower e di tutti gli altri uomini che avrebbero dato fucili agli israeliani e miliardi agli arabi: Nixon, Carter, Clinton, Bush…
E ora si sentono dire che gli americani non stanno vincendo la guerra, ma la stanno perdendo. Se tu fossi un arabo, cosa faresti? State certi, a Washington questa domanda non se la pongono. Il Medio Oriente, così fondamentale (a quanto pare) nella “guerra al terrore”, di per sé un mito, non interessa veramente alla Casa Bianca. E’ un distretto, una cartina geografica, una regione, del tutto amorfa, così come l’escalation della “crisi” inventata dall’amministrazione Clinton quando voleva stanziare le sue truppe in Somalia.
Come uscirne, come salvare la faccia, questa è la vera questione. Al diavolo insieme alla gente che vive là: gli arabi, gli iracheni, gli uomini, le donne e i bambini che noi uccidiamo, e che gli iracheni uccidono, ogni giorno. Notate come i nostri “portavoce” in Afghanistan ora ammettono l’uccisione di una donna e dei suoi bambini da parte dei raid aerei della Nato, come se fosse del tutto normale massacrare questi innocenti solo perché siamo in guerra con i terribili Talebani.
Parte di questo stesso atteggiamento mentale è arrivato anche a Baghdad, dove i portavoce della “coalizione”, di tanto in tanto, di fronte alle prove filmate ammettono che anche loro uccidono donne e bambini nella guerra contro il “terrore”. Ma sono le dichiarazioni di impotenza che condannano gli imperi. “La capacità degli Stati Uniti di influenzare gli eventi in Iraq sta diminuendo”. C’è il rischio di uno “scivolamento” nel caos tale che potrebbe innescare il crollo del governo iracheno e una catastrofe umanitaria.”
Ma non è già successo? “Crollo” e “catastrofe” sono presenti ogni giorno in Iraq. La capacità dell’America “di influenzare gli eventi” è assente da anni. E rileggiamo anche questa frase: “La violenza è in aumento sia nei suoi obiettivi che nei livelli di mortalità. La violenza è alimentata da una rivolta arabo-sunnita, dalle milizie sciite [Shia], le squadre della morte, al-Qa’ida e criminalità diffusa. Il conflitto tra sette è la principale minaccia alla stabilità.”
Di nuovo? Dov’era questa “criminalità diffusa”, questo “conflitto tra sette” quando Saddam, il nostro criminale di guerra preferito, era al potere? Cosa pensano gli iracheni di questo? Ed è tipico che i media americani siano andati subito a sentire l’opinione di Bush sulla Relazione Baker, piuttosto che la reazione degli iracheni, cioè delle vere vittime di questa tragedia auto-indotta da noi stessi in Mesopotamia.
Apprezzeranno l’idea che le truppe americane debbano essere ‘embedded’, inserite, tra le forze irachene – eppure non troppo tempo fa era la stampa a dover essere embedded con gli americani! – come se i Romani fossero stati pronti a mettere le loro legioni in mezzo ai Goti, Ostrogoti e Visigoti per assicurarsi la loro lealtà.
Ciò che i Romani in realtà fecero, naturalmente, e che gli americani invece non farebbero mai, è offrire ai loro sudditi la cittadinanza romana. Tutte le tribù, in Gallia, Bitinia o Mesopotamia, che caddero sotto il dominio romano, divennero cittadini di Roma. Cosa avrebbe potuto fare Washington con l’Iraq se avesse offerto la cittadinanza americana a tutti gli iracheni? Non ci sarebbe stata insurrezione, violenza, collasso o catastrofe, non ci sarebbe stata una Relazione Baker. Ma no. Noi volevamo dare a questi popoli i frutti della nostra civiltà, non la civiltà stessa. Da questa, loro erano banditi.
E il risultato? Ci aspettiamo che le nazioni che si suppone odiassimo, Iran e Siria, ci salvino da noi stessi. “Data la capacità [sic] di Iran e Siria di influenzare gli eventi e il loro interesse nell’evitare il caos in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero tentare di coinvolgerli [sic] costruttivamente.” Amo queste parole. Specialmente “coinvolgerli”. Sì, “l’influenza dell’America” sta diminuendo. L’influenza di Siria e Iran sta crescendo. Questa è la vera sintesi della “guerra al terrore”. Nessun commento ancora, mi chiedo, da Lord Blair di Kut al-Amara?
Le strategie
Il gruppo Baker ha preso in considerazione quattro opzioni, tutte respinte:
Cut And Run – Tagliare la corda e Ritirarsi
Baker ritiene che questo causerebbe un disastro umanitario, mentre al-Qa’ida si espanderebbe ulteriormente.
Stay the Course – Perseverare nell’operazione
Baker ammette che l’attuale politica Usa non funziona. Quasi 100 americani muoiono ogni mese. Gli Usa stanno spendendo 2 miliardi di dollari alla settimana e hanno perso l’appoggio dell’opinione pubblica.
Send in More Troops – Mandare altre Truppe
L’aumento delle truppe Usa non risolverebbe le cause della violenza in Iraq. La violenza semplicemente si riacutizzerebbe non appena le forze Usa si spostassero.
Regional Devolution – Devolution Regionale
Il ‘Palma’, un ‘Nuovo Cinema Paradiso’ a Trevignano
Non solo benzinai, in ottobre dieci categorie in sciopero
Benzinai, magistrati, farmacisti, medici, piloti, dipendenti delle Regioni, addetti alle telecomunicazioni, medici ambulatoriali, controllori di volo, personale di terra Alitalia:
Dal 9 ottobre, per tre giorni, benzinai chiusi: la protesta inizierà dalle 19 per i gestori di impianti sulla rete ordinaria e alle 22 per quelli in autostrada. Nello stesso giorno fermi dalle 10 alle 14 i piloti di Alitalia Express e del grupo Alitalia. L’11, invece, si fermeranno i medici ambulatoriali del Sumai con modalità non ancora comunicate alla commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero. Il 20 ottobre stop dalle 12,30 alle 16,30 dei dipendenti di Flight Care Alitalia seguiti il 22 ottobre dai controllori di volo dalle 10 alle 18 esclusi i voli Meridiana.
Le farmacie private resteranno chiuse per 25 ore il 25 ottobre. Infine, il 26 ottobre sciopero per l’intera giornata dei dipendenti del ministero delle Riforme e Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, settore regioni e autonomie locali.
…
Fermare il massacro dell’università
(fonte immagine: http://www.archiviostorico.unibo.it/images/homepicture.jpg)
On. presidente Prodi, on. Ministro Mussi.
Il Governo, anziché affrontare le modalità per l’inserimento nell’organico di ruolo del precariato storico (rappresentato da ricercatori maturi che dopo i tre anni di dottorato hanno prestato servizio con ulteriori quattro/cinque anni di assegni di ricerca, finanziati da progetti di valenza internazionale, a cui hanno avuto accesso tramite concorso pubblico), si operano tagli ai fondi di ricerca e non si indicano dei concorsi nazionali, per permettere ai più meritevoli di accedere e garantire il trasferimento delle conoscenze alle generazioni più giovani. Un segnale negativo è stato dato dall’emendamento aggiuntivo all’Art. 3 del D. Lgs del 05.09.07 con il quale si trasferiscono agli Atenei i fondi aggiuntivi che il Ministero avrebbe dovuto ripartire dopo aver definito nuove modalità concorsuali.
Non si capisce per quale motivo le Università stanno giustamente stabilizzando il personale amministrativo, mentre il personale di ricerca, sulle cui spalle negli ultimi dieci anni è pesata sia l’attività di ricerca che di didattica, sia pesantemente discriminato. La campagna denigratoria della ricerca scientifica non è giustificata dai numeri e lo dimostrano le numerose pubblicazioni scientifiche di elevato impatto internazionale che questi ex giovani hanno nonostante le poche risorse e i disagi dello stato di precariato. I ricercatori precari sono i primi a non volere un “ope legis” ma il riconoscimento di meriti conquistati sul campo attraverso lo sviluppo di ricerche di punta, la formazione di giovani ricercatori a cui sono state trasmesse le innovazioni prodotte da tali ricerche e articoli scientifici di rilevante impatto innovativo.
On Presidente Prodi e On Ministro Mussi da elettore e docente universitario vi chiedo di affrontare e sanare questa decennale agonia a cui sono soggetti le migliori menti del nostro paese, che fino a quando possono resistere non lo abbandonano per amore e per la consapevolezza di poter contribuire a migliorarlo.
Censendo e prendendo atto dello stato del precariato, potete distribuire correttamente le risorse rese annualmente disponibili dalla legge finanziaria, evitando di continuare, come prima, a ripartirle tra i vari gruppi di potere. Con quelle risorse andrebbero urgentemente sanati quei ricercatori in grado di dimostrare che, negli anni di precariato post dottorato, hanno pubblicato su riviste internazionali ad elevato impatto, hanno contribuito allo sviluppo di progetti internazionali.
Non è comprensibile perché molti di questi ricercatori maturi siano da anni considerati abili a tenere insegnamenti universitari, ad essere relatori di tesi di laurea e responsabili di progetti internazionali o responsabili di scuole di perfezionamento, ma non siano considerati sufficientemente idonei ad usufruire e poter partecipare ad un concorso libero, che permetta loro di dimostrare le capacità sviluppate e di accedere a pieno diritto al ruolo che da anni ricoprono da precari.
Il Governo se non affronta questo problema e anziché promuovere un concorso nazionale, distribuisce i posti alle singole sedi locali, indipendentemente dalla presenza o meno di precari storici da stabilizzare, lasciando liberi gli atenei di dirottare le risorse ad altri settori, finirà per lasciare spazio allo sviluppo di meccanismi perversi, basati sul potere dei singoli gruppi e non su un riconoscimento del merito. In pochi anni nonostante i Professori possono andare in pensione a 75 anni, l’Università è destinata drammaticamente a spopolarsi e allora sarà necessario operare un ingresso in massa non basato sul merito ma sull’emergenza.
Nessuno nega che nell’attuale distribuzione tra potentati, più politici che scientifici, una consistente parte dei posti possa essere assegnata anche a parti di questo “precariato storico”, ma le modalità di distribuzione non sono però determinate dal riconoscimento del servizio prestato e dalla carriera dei singoli, quanto dalla fedeltà al professore-barone e dalla sua capacità politico-clientelare di accaparrarsi un importante numero di posti disponibili per l’intero ateneo. Che fine faranno i ricercatori negli anni cresciuti fuori dell’ala protettiva dell’ordinario di riferimento?
Occorre ricordarsi che, nonostante le scarsissime risorse che lo Stato destina alla ricerca, l’Università italiana è oggi competitiva con le principali Università estere, grazie al lavoro fatto da questi ricercatori precari, e farseli scappare verso quelle università estere che ogni giorno li cercano, costituirebbe un danno difficilmente recuperabile in tempi medi; e con la velocità dell’innovazione e della ricerca globale, i tempi brevi sono già lunghi.
Carmela Vaccaro
Professore associato di Petrografia
Dipartimento di Scienze della Terra
Università di Ferrara
Birmania: Negati i viveri al popolo
Programma alimentare
(nella foto: Yangon: tracce degli scontri nelle strade della capitale birmana (Epa))
Il bambino timido e solo che processa la Casa Bianca
Ha 12 anni e sfida Bush sulla Sanità. Alla radio chiede: “Presidente perché mi vuole morto?”
Si chiama Graeme Frost, viene da Baltimora e dai microfoni delle radio, dalle tribune del Congresso, sta ribattendo e rispondendo direttamente a Bush. Lo accusa di volere la sua morte e la morte di tutti i bambini e le bambine come lui, che per sopravvivere a malattie e incidenti dipendono da quella sanità pubblica che la Casa Bianca vorrebbe falciare nel nome dell’ideologia privatista e degli interessi del “big business” assicurativo.
La storia di Graeme, il bambino che è stato scelto per essere il protagonista di un film che si potrebbe intitolare “Presidente, ho perso l’assicurazione” è insieme una storia vera e una sceneggiatura politica.
Questo ragazzo di seconda media, insieme con un rabbino, una suora cattolica, un infermiera e un pediatra già portati in parata, sono i volti pubblici della battaglia lanciata dai Democratici contro il Presidente Repubblicano sul terreno del problema che angoscia la vita quotidiana degli americani di ogni età e condizione: l’assicurazione sulla salute.
Graeme aveva 8 anni quando viaggiava con la sorella sull’auto del padre che scappò via sul ghiaccio di dicembre. Si ferì gravemente. In quattro anni di interventi chirurgici, assistenza, riabilitazione lenta, è tornato in piedi, un ragazzo come gli altri ora in settima classe nella Park High School di Batimore. Ma il miracolo della sua piccola resurrezione non sarebbe avvenuto se il padre avesse dovuto pagare con il suo reddito di 36 mila dollari all’anno il conto medico, fisioterapico e ospedaliero (finora) di 400 mila dollari. Fu pagato da Schip, che non è un benefattore, ma l’acronimo del programma di assicurazione pubblica statale per minorenni delle famiglie di reddito basso, che gli stati americani finanziano con i fondi ricevuti dal governo federale. Ora il caritatevole “Mister Schip” ha finito i soldi e Washington lo deve rifinanziare.
Generosamente, vota la maggioranza democratica in Parlamento con ampia collaborazione del partito repubblicano (67 “sì” su 100 senatori). Tirchiamente, pretende Bush, il “Mister Scrooge”, l’avaro delle rappresentazioni natalizie, che ha annunciato il veto ai 35 miliardi di dollari di aumento e l’estensione anche a fasce di reddito più alte (fino a 62 mila dollari l’anno). Lo vede come un cavallo di Troia, questo “Schip”, nel quale far passare l’aborrito nemico, la minaccia finale alle civiltà occidentale e alla “american way of life”: un sistema sanitario nazionale.
“Irresponsabile” ha risposto Bush a Graeme. Il ragazzino biondo, il rabbino, la suora, il pediatra, l’infermiera, sono pedine per il sociodramma che dal 1947, dai tempi di Harry Truman, l’America recita senza mai portarlo a termine: il dramma della nazione più ricca del mondo che può permettersi di spendere 500 miliardi l’anno per le forze armate, 620 miliardi aggiuntivi per la guerra senza fine, avere tremila miliardi di debito pubblico, ma grida allo stalinismo di fronte a 35 miliardi stanziati per assicurare almeno i figli di chi non può pagare le cifre da riscatto chieste dalle assicurazioni private. Bush non ci sente.
L’ideologia privatista, e la potenza di fuoco delle grandi compagnie di assicurazione che già polverizzarono il tentativo di Hillary e Bill Clinton di introdurre un’assicurazione nazionale, gli faranno mettere i veto all’aumento del finanziamento di questo “Schip”, che costerebbe 60 miliardi per i prossimi 5 anni, l’equivalente di appena sei mesi di guerra in Iraq.
Persino il nerboruto governatore della California, nominalmente repubblicano, lo implora di non mettere il veto e di allargare l’assicurazione sanitaria per i figli delle famiglie medio basse. Ma il principio conta sempre più della realtà, in quel film in bianco e nero che è il mondo di Bush, e i candidati democratici per la Casa Bianca, che sventolano tutti le promesse di una nuova era per la sanità, sentono di averlo, questa volta, incastrato.
Il bambino smarrito e timido che chiede con la voce spezzata dai primi sintomi dell’adolescenza di non lasciarlo a casa da solo senza l’assicurazione, è un nemico politicamente più micidiale dei sinistri barboni che delirano dalle lontane caverne dell’Asia.
(30 settembre 2007)
GAZA VIVRA’ – Appello per la fine di un embargo genocida
Nel 1996, votando massicciamente al-Fatah, i palestinesi espressero la speranza di una pace giusta con Israele. Questa speranza venne però uccisa sul nascere dalla sistematica violazione israeliana degli accordi. Essi prevedevano che entro il 1999 Israele avrebbe dovuto ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti coloniali dal 90% dei Territori occupati.
Giunto al potere dopo la sua provocatoria «passeggiata» nella spianata di Gerusalemme, Sharon congelò il ritiro dell’esercito e accrebbe gli insediamenti coloniali — ovvero città razzialmente segreganti i cui abitanti, armati fino ai denti, agiscono come milizie ausiliarie di Tsahal. Come se non bastasse, violando anche stavolta le risoluzioni O.N.U., diede inizio alla edificazione di un imponente «Muro di sicurezza» la cui costruzione ha implicato l’annessione manu militari di un ulteriore 7% di terra palestinese.
Nel tentativo di schiacciare la seconda Intifada, Israele travolse l’Autorità Nazionale Palestinese e mise a ferro e fuoco i Territori. Migliaia i palestinesi uccisi o feriti dalle incursioni, decine di migliaia quelli rastrellati e arrestati senza alcun processo. Migliaia le case rase al suolo. Decine i dirigenti ammazzati con le cosiddette «operazioni mirate». Lo stesso presidente Arafat, una volta dichiarato «terrorista», venne intrappolato nel palazzo presidenziale della Mukata, poi bombardato e ridotto ad un cumulo di macerie.
Evidenti sono dunque le ragioni per cui Hamas (nel frattempo iscritta da U.S.A. e U.E. nella black list dei movimenti terroristici) ottenne nel gennaio 2006 una straripante vittoria elettorale. Prima ancora che una protesta contro la corruzione endemica tra le file di al-Fatah, i palestinesi gridarono al mondo che non si poteva chiedere loro una «pace» umiliante, imposta col piombo e suggellata col proprio sangue.
Invece di ascoltare questo grido di aiuto del popolo palestinese, le potenze occidentali decisero di castigarlo decretando un embargo totale contro la Cisgiordania e Gaza. Seguendo ancora una volta Israele (che immediatamente dopo la vittoria elettorale di Hamas aveva bloccato unilateralmente i trasferimenti dei proventi di imposte e dazi di cui le Autorità palestinesi erano i legittimi titolari), U.S.A. e U.E. congelarono il flusso di aiuti finanziari causando una vera e propria catastrofe umanitaria, ciò allo scopo di costringere un intero popolo a piegare la schiena e ad abbandonare la resistenza.
Questa politica, proprio come speravano i suoi architetti, ha dato poi il suo frutto più amaro: una fratricida battaglia nel campo palestinese. Coloro che avevano perso le elezioni, con lo sfacciato appoggio di Israele e dei suoi alleati occidentali, hanno rovesciato il governo democraticamente eletto per rimpiazzarlo con un altro abusivo. Hanno poi scatenato, in combutta con le autorità sioniste, la caccia ai loro avversari, annunciando l’illegalizzazione di Hamas col pretesto di una nuova legge per cui solo chi riconosce Israele potrà presentarsi alle elezioni. USA ed UE, una volta giustificato il golpe, sono giunte in soccorso di questo governo illegittimo abolendo le sanzioni verso le zone da esso controllate, e mantenendole invece per Gaza.
Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi.
Una parola soltanto può descrivere questo macello: genocidio!
Una mobilitazione immediata è necessaria affinché venga posto fine a questa tragedia.
Ci rivolgiamo al governo Prodi affinché:
1. Rompa l’embargo contro Gaza cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa;
2. si faccia carico in tutte le sedi internazionali sia dell’urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all’assedio militare di Gaza;
3. annulli la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un’organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese;
4. cancelli il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo.
Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario.
PRIMI FIRMATARI
- Gianni Vattimo – Filosofo ed ex parlamentare europeo
- Danilo Zolo – Università di Firenze
- Margherita Hack – Astrofisica
- Edoardo Sanguineti – Poeta, Università di Genova
- Gilad Atzmon – Musicista
- Franco Cardini – Università di Firenze
- Mara De Paulis – Scrittrice, Premio Calvino
- Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
- Costanzo Preve – Filosofo, Torino
- Giulio Girardi – Filosofo e teologo della Liberazione
- Giovanni Franzoni – Comunità Cristiane di Base
- Domenico Losurdo – Università di Urbino
- Marino Badiale – Università di Torino
- Aldo Bernardini – Università di Teramo
- Piero Fumarola – Università di Lecce
- Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
- Giovanni Invitto – Università di Lecce
- Alessandra Persichetti – Università di Siena
- Bruno Antonio Bellerate – Università Roma tre
- Rodolfo Calpini – Università La Sapienza, Roma
- Ferruccio Andolfi – Università di Parma
- Roberto Giammanco – Scrittore e americanista
- Gianfranco La Grassa – Economista
- M. Alighiero Manacorda – Storico dell’educazione
- Alessandra Kersevan – Ricercatrice storica, Udine
- Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
- Stefania Campetti – Archeologa
- Carlo Oliva – Pubblicista
- Gabriella Solaro – Ist. Naz. Storia del Movimento di Liberazione in Italia
- Giuseppe Zambon – Editore
- Bruno Caruso – Pittore
- Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
- Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
- Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
- Hamza Roberto Piccardo – Direttore http://www.islam-online.it
- Nella Ginatempo, Movimento contro la guerra, Roma
- Mary Rizzo – blog Peacepalestine
- Tusio De Iuliis – Presidente Associazione “Aiutiamoli a Vivere”
- Cesare Allara – Com. Sol. Palestina, Torino
- Angela Lano – Giornalista Infopal
- Umar Andrea Lazzaro – Collettivo http://www.islam-online.it, Genova
- Marco Ferrando – Partito Comunista dei Lavoratori
- Leonardo Mazzei – Portavoce Comitati Iraq Libero
- Mara Malavenda – Slai Cobas, Napoli
- Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
- Marco Riformetti – Laboratorio Marxista
- Maria Ingrosso – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
- Antonio Colazzo – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
- Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
- Luciano Giannoni – Consigliere provinciale Prc Livorno
- Dacia Valent – ex Eurodeputata, dirigente dell’Islamic Anti-Defamation League
- Pietro Vangeli – Segretario nazionale Partito dei Carc
- Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
- Fabio Faina – Capogruppo Pdci al Consiglio comunale di Perugia
- Roberto Massari – Editore, Utopia Rossa
- Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare
- Luca Baldelli – Consigliere provinciale Prc Perugia
…
Bossi invita alla "guerra di liberazione"
Il leader della Lega ha accusato la maggioranza di governo di “odio razziale e ideologico contro i popoli del Nord”
Umberto Bossi, leader della Lega Nord, lancia una nuova provocazione.
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Bufera su Bossi e «i 10 milioni di combattenti»
Gli vuole «bene come un fratello» e non può non condividere il tono delle sue dichiarazioni. Silvio Berlusconi, che ha festeggiato il suo compleanno a Vicenza, davanti ai “delegati” del Parlamento del nord, difende l’ultima uscita di Umberto Bossi. Il Senatur ha detto di sentirsi forte di «dieci milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà». Di più. Considerando forse inutile la dialettica all’interno delle istituzioni, si è spinto a affermare che «la libertà non si può più conquistare in Parlamento ma con uomini lanciati in una lotta di liberazione». Il leader di Forza Italia, per forza o per ragione, tenta di stemperare il tenore delle dichiarazioni dell’alleato di ferro leghista: «Bossi usa sempre un linguaggio colorito, ma nella pratica ha sempre dimostrato un grande senso di responsabilità».
Non la pensano così evidentemente quelli che ancora credono che la battaglia politica si fa con le idee e non con le baionette. Così il sindaco di Roma Walter Veltroni, intervenendo ad un dibattito con il leader del Prc Franco Giordano, si è rivolto all’opposizione. Con qualche distinguo. «La Cdl deve dirci con chi vuole governare l’Italia e se vuole farlo con chi rifiuta di riconoscere la bandiera nazionale e dice determinate frasi». Ma evidentemente non può chiedere spiegazioni ai due a braccetto a Vicenza. E così bypassa il leader della Cdl e il suo fido alleato: «Mi rivolgo soprattutto ad An – prosegue – perchè quando si è discusso delle frasi di Caruso, 24 ore dopo avevamo la smentita del gruppo dirigente del Prc».
La risposta arriva da Mario Landolfi, che cerca di liquidare tutto come chiacchiericcio: «Ritengo da tempo che con la Lega ogni tanto è un problema di decibel» ha dichiarato l’esponente di An «Bisogna quindi distinguere il sottofondo dal rumore: queste cose sono sicuramente il rumore, poi bisogna cogliere l’essenza politica di quello che dice Bossi, anche rispetto a valutazioni fatte all’interno di una sede del Carroccio». Ma a margine della convention della Democrazia Cristiana per le Autonomie Gianfranco Rotondi, padrone di casa e suo alleato, bacchetta il leader della Lega dandogli del ritardatario: «La libertà è stata conquistata con i sacrifici di uomini e donne che hanno fatto la resistenza, anche e soprattutto nei valichi da cui spesso parla Bossi, per cui penso che la lotta per la libertà sia già avvenuta». Gli fa eco Marco Follini, che ironizza: «Per fortuna non stiamo parlando della Birmania».
Meditano i passi da compiere in Parlamento i capigruppo dell’Ulivo al Senato e alla Camera, Anna Finocchiaro e Dario Franceschini: «La gravità delle parole di Umberto Bossi e il violento attacco ai valori dell’unità nazionale e al Parlamento richiedono una risposta delle forze democratiche nelle sedi istituzionali – hanno fatto sapere in una nota congiunta – Per questo porteremo le parole del leader della Lega in Parlamento». Mentre Pino Sgobio, capogruppo del PdCI alla Camera e il segretario di Rifondazione Mario Giordano si richiamano all’«unica guerra di Liberazione che si è combattuta in Italia, che è stata quella contro il regime fascista ed è costata la vita a tantissimi italiani, che, pur di difendere la libertà del proprio Paese, non hanno esitato a mettere a rischio la loro vita».
«La sinistra persevera nel voler mescolare il “sacro” con il “profano”. Sappiamo che l’umorismo, così come la goliardia, non è una delle caratteristiche che storicamente appartengono alla sinistra». Chiude la vicenda come fosse una ragazzata Mario Baccini, dell’Udc, che vede nelle critiche della sinistra solo un pretesto: «Certo è che ogni comizio o ogni manifestazione non prettamente politica e comunque non in sede istituzionale per loro è occasione per fare scoppiare polemiche inutili quanto pretestuose. Di mira hanno spesso e volentieri Bossi».
Pubblicato il: 29.09.07
Modificato il: 29.09.07 alle ore 20.14
I satelliti «urlano» le violenze del regime birmano
ROMA – Resti di incendi nascosti nel mezzo della fittissima foresta tropicale, sbarramenti, nuove strade, villaggi distrutti, insediamenti militari sparsi ovunque spesso costruiti proprio sulle macerie dei villaggi: sono alcuni segni della devastazione avvenuta nei distretti di Toungoo, Papun e nello stato Shan, in Birmania, documentati per la prima volta con immagini ad alta risoluzione via satellite raccolte ed analizzate nell’ambito del progetto ‘Geospatial Technologies and Human Rights’ dell’Associazione Americana per l’Avanzamento Scientifico – American Association for the Advancement of Science (AAAS).
Come già fatto nell’ambito dello stesso progetto per realtà drammatiche come il Darfur e lo Zimbabwe, l’AAAS ha speso scienza e tecnologia nella battaglia contro le violazioni dei diritti umani.
Secondo quanto riferisce una nota, il progetto Birmania è solo l’ultimo di uno sforzo trentennale della AAAS che ha permesso di documentare atrocità avvenute nel mondo dal Guatemala al Kosovo per cercare di promuovere il rispetto dei diritti umani e prevenire nuove violenze.
Penetrare in questo paese del Sud-Est asiatico con i satelliti è stata una vera impresa, dichiara Bromley, ma l’AAAS ha localizzato e mappato 31 degli oltre 70 siti in cui sono state testimoniate violazioni dei diritti umani e per 25 dei 31 siti mappati, attraverso l’accurato confronto delle immagini via satellite ‘scattatè negli ultimi anni, ha potuto per la prima volta portare una prova certa di quel che già numerosi testimoni oculari avevano denunciato nonostante la volontà del regime di mettere a tacere la verità.
«Per 18 dei luoghi riconosciuti le foto forniscono una prova certa dei villaggi danneggiati o distrutti – dichiara Bromley – abbiamo trovato traccia dell’espansione dei presidi militari in altri quattro siti come pure dello spostamento di molti villaggi, e della crescita di campi profughi al confine con la Thailandia».
Questa iniziativa, di fronte alla feroce volontà del regime di mettere a tacere in ogni modo i crimini che sta perpetrando, è un ottimo modo per denunciare la violazione dei diritti umani e per prevenire altre atrocità, concludono i coordinatori del progetto, che va avanti, e portare prove di quel che sta avvenendo in quei luoghi.
Paola Mariano
28/9/2007
vedi anche: www.aaas.org
Siamo tutti un programma
L’attuale governo non ha ancora dato risposte ai problemi fondamentali che abbiamo di fronte, per i quali la maggioranza degli italiani ha condannato Berlusconi votando per il centrosinistra. Serve una svolta, un’iniziativa di sinistra che rilanci la partecipazione popolare e conquisti i punti più avanzati del programma dell’Unione, per evitare che si apra un solco tra la rappresentanza politica, il governo Prodi e chi lo ha eletto.
Occorre fare della lotta alla precarietà e per una cittadinanza piena di tutte e di tutti la nostra bussola.
Noi vediamo sette grandi questioni.
Quella del lavoro: cioè della sua dignità e sicurezza, con salari e pensioni più giusti, cancellando davvero lo scalone di Maroni e lo sfruttamento delle forme “atipiche”, e con la salvaguardia del contratto nazionale come primario patto di solidarietà tra le lavoratrici e i lavoratori…
Quella sociale: cioè il riequilibrio della ricchezza e la conquista del diritto al reddito e all’abitare. Quella dei diritti civili e della laicità dello Stato: fine delle discriminazioni contro gay, lesbiche e trans, leggi sulle unioni civili, misure che intacchino il potere del patriarcato. Vogliamo anche che siano cancellate leggi contro la libertà, come quella sul carcere per gli spinelli. Quindi, la cittadinanza: pienezza di diritti per i migranti, rapida approvazione della legge di superamento della Bossi-Fini, chiusura dei Cpt.
L’ambiente ha tanti risvolti, dalla pubblicizzazione dell’acqua alla definizione di nuove basi dello sviluppo, fondate sulla tutela e il rispetto per l’habitat, il territorio e le comunità locali. Per questo ipotesi come la Tav in Val di Susa vanno affrontate con questo paradigma.
Per questo proponiamo di ritrovarci a Roma il prossimo 20 ottobre per una grande manifestazione nazionale: forse politiche e sociali, movimenti, associazioni, singoli. Chiunque si riconosca nell’urgenza di partecipare, per ricostruire un protagonismo della sinistra e ridare fiducia alla parte finora più sacrificata del paese.
Gianfranco Bettin, Lisa Clark, Tonio Dell’Olio, Antonio Ferrentino, Luciano Gallino, Pietro Ingrao, Aurelio Mancuso, Lea Melandri, Bianca Pomeranzi, Gabriele Polo, Rossana Praitano, Rossana Rossanda, Marco Revelli, Piero Sansonetti, Pierluigi Sullo, Aldo Tortorella, Nicola Tranfaglia.
3 agosto 2007






































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