Archivio | settembre 24, 2007

Il Manuale della tortura

Così, tanto per schiarirci le idee sull’identità politica di chi tira i fili ai burattini di questo mondo.

Clima, così si distrugge il continente africano

Richard S. Odingo*

In un Rapporto dell´Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) reso noto nel maggio 2007, il processo inarrestabile di mutamento climatico prodotto dall´uomo è stato confermato. Secondo tale Rapporto, il continente africano emerge come uno dei più vulnerabili alla variabilità e al mutamento climatico. Il documento mette in risalto il fatto che i principali settori economici dell´Africa sono vulnerabili all´attuale variabilità climatica, con conseguenze economiche enormi, e che questa vulnerabilità è accresciuta dalle attuali sfide ambientali globali che gravano sul continente, come la povertà endemica, governi senza risorse e istituzioni deboli, accesso limitato ai capitali e ai mercati, carenza di infrastrutture e tecnologia, degradazione degli ecosistemi, complesse calamità e conflitti.

Le conseguenze del cambiamento climatico
in Africa porteranno molti problemi alla maggior parte del continente. Per esempio è stato stimato dall´Ipcc che la produzione agricola e la garanzia del cibo in molte regioni africane sarà assai probabilmente compromessa in modo grave. Inoltre, è un dato di fatto che il mutamento peggiorerà la mancanza d´acqua che già oggi devono affrontare alcuni paesi africani, mentre altri che oggi non sono a rischio lo diventeranno rapidamente poiché il clima continua a cambiare. Inoltre, intere zone costiere saranno investite dal cambiamento climatico, con conseguenze disastrose per la pesca e il turismo. Il previsto innalzamento del livello del mare, benché al di sotto di un metro, farà aumentare la frequenza delle inondazioni, e quindi la già alta vulnerabilità fisica e socio-economica di città e insediamenti costieri dell´Africa.

Infine, l´impatto del mutamento climatico sarà avvertito sul piano della salute umana, già compromessa da molti altri fattori. Per esempio, il cambiamento del clima porterà con sé un´alta incidenza di malaria in Africa meridionale e negli altipiani dell´Africa orientale. Altre malattie di cui si prevede l´aumento sono i colpi di calore, il colera e la meningite. Le inondazioni sono causa di epidemie di malaria e di febbre della Rift Valley nelle zone aride e semiaride. Si calcola che almeno 162 milioni di persone vivono in aree ad alto rischio di epidemie di meningite. Di tutti i settori economici africani, l’agricoltura è la più vulnerabile alla variabilità e al mutamento climatico, ma è anche il settore cruciale per il sostentamento di molti paesi africani e contribuisce in larga misura al loro Prodotto interno lordo. Nelle zone aride e semiaride del continente, la desertificazione è un pericolo sempre presente. In Africa occidentale la diminuzione delle precipitazioni fra gli anni settanta e novanta provocò uno spostamento di 25-35 Km delle fasce ecologiche del Sahel, del Sudan e della Guinea, con un impatto incalcolabile sulle popolazioni, che forse si avverte molto al di là dei confini africani. Il cambiamento climatico viene ora chiaramente chiamato in causa per la rapida scomparsa dei ghiacciai sui monti Kilimanjaro (Kenya) e Ruwenzori (Africa orientale). Le conseguenze attese sulle risorse idriche delle zone legate a questi ghiacciai non sono state ancora quantificate, ma si pensa non solo che saranno serie, ma anche di lungo periodo. Si calcola che nel 2000 il Kilimanjaro avesse perso già l´80 per cento della sua copertura nevosa, e che se le attuali condizioni permarranno i ghiacciai rimasti spariranno probabilmente tra il 2015 e il 2020. Anche la rapida crescita demografica delle popolazioni africane contribuisce a esasperare l´impatto del mutamento climatico.

Tutto ciò conduce alla migrazione dalle aree che sono considerate insicure, perché associate alla siccità e alla carestia. La migrazione diretta verso l´Europa ha già dato vita a preoccupazione in merito ai gruppi di africani che cercano illegalmente di raggiungere il vecchio continente in cerca di cibo, rifugio e lavoro. Problemi come la migrazione sorgono perché è fallito il tentativo di adattarsi al proprio ambiente che cambia, sebbene la fuga possa essere considerata una legittima risposta di adattamento.

Un aspetto dell´impatto del cambiamento climatico che sarà graduale ma alla fine catastrofico riguarda l´aumento globale del livello medio dei mari. Questo valore sta crescendo globalmente a un ritmo di 1,77 mm all’anno. Il fenomeno già sta colpendo le zone costiere in termini di erosione, ampliamento delle zone soggette a inondazioni, perdita di paludi costiere e di foreste di mangrovie. Il conseguente spostamento degli insediamenti umani produrrà problemi sempre maggiori, che diverranno molto più grandi nel giro di pochi anni. L´impatto dei cambiamenti climatici sugli oceani, i mari e i laghi provocherà gravi danni alla pesca e penalizzerà i rifornimenti alimentari. Lo sbiancamento del corallo danneggerà siti turistici ben frequentati come quelli che si trovano in varie zone costiere dell’Africa.

In Africa l´impatto del cambiamento climatico sulla salute umana è già evidente nell´aumento dei casi di malaria di febbre della Rift Valley, di Dengue e di altre malattie collegate all´acqua. Non è impossibile immaginare alcune aree dell´Europa che oggi sono immuni dalla malaria venire colpite nuovamente da essa in pochi decenni. Il Rapporto indica che per alcuni fenomeni la migrazione forse sarà l´unica opzione di salvezza in molte regioni del mondo. Già in Europa meridionale si avvertono i segni della paura di una possibile ondata migratoria massiccia dall’Africa. Tuttavia, siamo ancora in tempo per affrontare il problema attraverso la mutua cooperazione tra Africa ed Europa.

*vice presidente Ipcc

Pubblicato il: 24.09.07
Modificato il: 24.09.07 alle ore 14.57

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=69121


Okkio: vogliono cancellare il diritto di privacy


La tutela dei dati personali è una questione di democrazia

20 settembre 2007


E’ in corso al Senato un nuovo tentativo di svuotare la legge sulla protezione dei dati personali, a danno dei cittadini e dei lavoratori e a favore delle imprese. La Commissione Industria sta esaminando gli emendamenti alla cosiddetta “lenzuolata Bersani”. In seguito alle pressioni di forti organizzazioni imprenditoriali, alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti hanno proposto che tutte le imprese siano esonerate dal predisporre le misure minime di sicurezza a tutela dei dati personali.

Prima dell’estate la Camera aveva già introdotto questo esonero per le imprese con meno di 15 dipendenti. Ora si vorrebbe estendere la cosa a tutte le aziende, violando così la normativa comunitaria, che non consente di sottrarre intere categorie di titolari del trattamento dall’ambito applicativo della disciplina della sicurezza dei dati personali.

Secondo la nostra legge ciascun titolare del trattamento ha l’obbligo di adottare misure di sicurezza “idonee” a ridurre “al minimo” i rischi di distruzione o di perdita, anche accidentale dei dati o di accesso non autorizzato ai dati stessi, ed è esposto a responsabilità per risarcimento del danno ove non riesca a provare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il pregiudizio eventualmente verificatosi. Tutto ciò verrebbe ora cancellato per le imprese. Già era grave l’esclusione delle piccole imprese.

L’estensione a tutte le aziende è addirittura paradossale, oltre che gravemente lesivo dei diritti dei cittadini. Basti pensare ai dati, anche sensibili, dei lavoratori dipendenti da queste imprese. Un esempio? Le notizie riguardanti la salute. E’ un micidiale attacco ai diritti fondamentali.

Ma se tale approccio si rivela come un indizio preoccupante di una deriva sociale che antepone i profitti ai diritti dei cittadini, può trasformarsi in un boomerang per le stesse aziende.

Infatti, se tale esonero può apparire nell’immediato come un “risparmio” per le aziende, avrà l’effetto di ingenerare perplessità e sfiducia nei lavoratori e nei clienti, che non si sentiranno più adeguatamente tutelati, sollecitando i consumatori a preferire quelle imprese che la privacy la considerano un valore da tutelare e un asset della propria attività.

Tale esonero determinerà anche un freno alla spinta innovativa di quelle aziende che nella tutela e nel corretto trattamento dei dati personali hanno trovato uno stimolo per innovare procedure e professionalità e ampliare la propria offerta di servizi.

Ancora più grave è però che gli stessi emendamenti prevedono l’eliminazione delle tutele per le persone giuridiche, gli enti e le associazioni. Si dà il via libera alla schedatura delle associazioni con l’effetto di limitare grandemente il diritto alla libertà di associazione, critica e libera manifestazione del pensiero che sono il sale di ogni democrazia.

Per questo chiediamo al Parlamento di intervenire subito per impedire un attacco tanto micidiale alla libertà dei cittadini.


Stefano Rodotà, Fiorello Cortiana, Carlo Formenti, Arturo Di Corinto



3691 persone, ad oggi, hanno firmato questo appello…

link per firmare la petizione: www.adunanzadigitale.org/privacy/


Il garante sottolinea l’illegittimità degli emendamenti del ddl Bersani
che mettono a rischio la tutela dei dati personali dei lavoratori raccolti dalle imprese

Privacy, Garante e sindacati
“Norme in contrasto con il diritto”

Anche il segretario della Cgil chiede di fermarsi: “Serve un confronto con le organizzazioni sindacali”
Bonanni della Cisl: “Perchè difendere la riservatezza sulle tasse e indebolirla negli altri casi”

ROMA – Anche il Garante per la privacy Francesco Pizzetti manifesta una forte preoccupazione sulla normativa introdotta da alcune norme ed emendamenti nell’ambito del ddl Bersani ter sulle liberalizzazioniche, che mette a rischio la privacy sul posto di lavoro. Pizzetti ha inviato alcuni giorni fa una lettera al presidente del Consiglio, al ministro dello Sviluppo Economico e ai presidenti di Senato e Camera per esprimere le proprie preoccupazioni, e far sapere che tali norme, se approvate, sarebbero in contrasto con le normative europee.

Gli fanno eco i segretari sindacali. Guglielmo Epifani della Cgil chiede uno stop: “Ci sono problemi che riguardano la privacy dei lavoratori e anche delle associazioni. La Commissione apra un confronto con le organizzazioni sindacali”. Raffaele Bonanni della Cisl, domanda di non abbassare i livelli di guardia: “Non capisco perchè, sul tema della privacy, bisogna abbassare il livello di guardia nelle aziende per quanto riguarda la tutela dei dati personali dei lavoratori. Così come non capisco – ha aggiunto Bonanni – chi fa di tutto per difendere la privacy in alcuni argomenti, come per le tasse, e poi vuole indebolirla negli altri casi. Proprio non capisco questo doppio atteggiamento”.

E il Garante per la privacy Francesco Pizzetti avverte: se questi emendamenti venissero approvati, “porrebbero l’Autorità di fronte alla necessità di segnalazione alla Commissione europea”. Mentre ricorda al Parlamento “che la giusta esigenza di semplificare alcuni adempimenti a carico delle imprese, avvertita anche dalle Autorità, potrebbe e dovrebbe essere perseguita senza compromettere i diritti fondamentali di cittadini e lavoratori”.

Pochi mesi or sono, ricorda il Garante in una nota, “è stato approvato in prima lettura alla Camera un emendamento che esclude dall’applicazione le norme privacy a tutela dei lavoratori e in materia di sicurezza per le imprese con meno di 15 dipendenti e il Garante non aveva mancato di sottolineare, anche in occasione della Relazione Annuale, la propria contrarietà”.

La norma, ad avviso dell’Autorità, “presenta profili di incostituzionalità per “disparità di trattamento” e si pone in contrasto con la normativa europea che non consente di sottrarre intere categorie dall’applicazione della disciplina sulla protezione dei dati personali”.

I nuovi emendamenti presentati, continua la nota, “aggravano la situazione. Alcuni estenderebbero ulteriormente la platea dei soggetti che verrebbero esentati dall’applicazione della normativa in materia di sicurezza dei dati. Dall’obbligo sarebbero, quindi, esonerate non più soltanto le piccole imprese, ma tutte le aziende private operanti nel mercato e i liberi professionisti”.

Altri emendamenti, sottolinea, “sono volti a restringere le categorie di dati sensibili da proteggere, come l’adesione a organizzazioni aventi carattere sindacale, o prevedono l’eliminazione di ogni forma di tutela per le persone giuridiche (imprese, enti pubblici e privati, partiti, sindacati, organizzazioni religiose, organismi no profit) che renderebbero tra l’altro tali soggetti più esposti ad atti illeciti o ad attività di dossieraggio e spionaggio”.

(24 settembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/cronaca/privacy-ufficio/pizzetti-intervento/pizzetti-intervento.html


La Casta promette e non mantiene

MASTELLA DA CEPPALONI, INVECE DI PRENDERTELA TANTO CON GRILLO LEGGITI QUESTO BELL’ARTICOLO. LO HA PUBBLICATO IL “CORRIERE DELLA SERA”, MICA IL MANIFESTO..

L’insofferenza dei cittadini, l’«antipolitica» e l’ascesa di Beppe Grillo


I costi della politica salgono ancora

In soli tre anni i costi di Montecitorio saranno aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro


L'aula della Camera a Montecitorio (Eidon)
L’aula della Camera a Montecitorio (Eidon)


Cosa deve accadere, perché capiscano?
Devono esplodere il Vesuvio, fallire l’Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un giorno o l’altro la gente si rassegnerà…

Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.

Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l’inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest’anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio dell’inflazione.

GLI STIPENDI E GLI AFFITTI – Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l’irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che l’indennità, che stando alla politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l’inflazione. E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle retribuzioni del personale. Avete presente la denuncia dell’Espresso sulle buste paga dei dipendenti delle Camere? La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l’anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila euro più dell’appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell’anno in corso il 3,73 per cento in più.
Oltre il doppio dell’inflazione.

Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell’inflazione. Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio» erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta quest’anno l’ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di oltre l’8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?

LE SPESE PER I VIAGGI - Quanto ai viaggi, le polemiche sull’uso spropositato degli aerei di Stato prima nell’era berlusconiana e poi nell’era unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all’estero che devono tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila. Un’impennata sconcertante.

Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati. Su questa base, all’inizio della legislatura avrebbero dovuto essere otto. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a quattordici. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a 34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista, il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.

DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA - Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.


Eppure, guai a ricordarlo.
C’è subito chi è pronto a levare l’indice ammonitore: attenti a non titillare l’antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall’invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell’ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all’appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.

Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L’Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D’Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un’invenzione di giornalisti sfaccendati»?

E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l’inflazione? Per quel po’ di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l’uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l’insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

BILANCI TRASPARENTI – È «antipolitico» chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l’abolizione delle province o l’accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati» così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie di «scala mobile» dell’indennità dei parlamentari ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l’abolizione del meccanismo per tutti gli altri italiani? Insomma: viva le istituzioni, viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi. E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente con la Democrazia?

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella

Mastella: Basta prediche da un omicida"

SCONTRO FURIBONDO FRA IL MINISTRO E BEPPE

“Grillo va contro il Papa”

Mastella a testa bassa: “Dopo l’antipolitica siamo all’anticlericalismo prossimo alle bestemmie”. E ancora: “Doversi sentire la predica da una comare moralistica, che ha una condanna per tre omicidi, che ha evaso il fisco approfittando del condono, è troppo”

Grillo e Mastella


Roma
, 24 settembre 2007
- “Il moralismo d’accatto di Grillo ora si scaglia anche contro il Papa: dopo l’antipolitica fatta di volgarità siamo all’anticlericalismo prossimo alle bestemmie, inevitabile passaggio per chi ha deciso di delegittimare ogni istituzione». Lo afferma Clemente Mastella, che in una nota si dice «indignato per le frasi di Grillo sul Santo Padre», riferendosi a uno spettacolo del comico, ieri a Jesolo.

«Doversi sentire la predica quotidiana da una comare moralistica, che ha una condanna per tre omicidi, che ha evaso il fisco approfittando del condono, che ha alle spalle un oscuro percorso professionale, è francamente troppo. Non si illuda. Alla sua violenza, all’istigazione all’odio ed al linciaggio pubblico, il Paese – conclude Mastella – reagirà piano piano con l’indifferenza che merita».

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/09/24/37957-mastella_grillo_contro_papa….shtml

Entra nel vivo la battaglia anti-Ogm

Partita con incontri e con la consultazione via web la campagna “Liberi da Ogm”
In prima fila non solo gli ambientalisti, ma anche agricoltori e grande distribuzione

Manifestazioni e voto online

di VALERIO GUALERZI

La scheda per votare la campagna anti-ogm


ROMA – Non ci sono solo le leggi
d’iniziativa popolare presentate da Beppe Grillo a movimentare l’orizzonte politico. Da una settimana è partito infatti un altro grande tentativo di “democrazia dal basso”, altrettanto importante e ambizioso, anche se per il momento meno pubblicizzato. E’ quello contro gli Ogm.

“Gli Ogm in Italia non li vuole nessuno, ormai dovrebbe essere chiaro, ma invece non lo è: per questo vogliamo nuovamente chiedere ai cittadini cosa ne pensano”. Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, sintetizza così l’adesione della maggiore catena italiana di grande distribuzione alimentare a “Liberi da Ogm”, la mobilitazione coordinata dalla Fondazione diritti genetici di Mario Capanna e sostenuta da una coalizione di associazioni senza precedenti che va dagli ambientalisti ai consumatori, dalla Coldiretti alle Acli, dalle Coop alle associazioni della piccola e media impresa, dai Verdi ai donatori di sangue dell’Avis.

In tutto una trentina di sigle che in questi giorni si stanno dando da fare per raccogliere tre milioni di adesioni. Una campagna uguale in tutto e per tutto a una mobilitazione referendaria, con tanto di quesito da sottoporre ai cittadini, anche se alla fine non ci sarà un vero voto. Nessuna legge italiana regolamenta infatti in pochi articoli la coltivazione e la commercializzazione dei prodotti geneticamente modificati. Impossibile quindi indire una consultazione popolare “tradizionale” per bandire dai campi, dai supermercati e dalle tavole degli italiani il cibo Ogm. Ma l’obiettivo resta comunque questo. E della questione saranno investiti i cittadini che sino al 15 novembre parteciperanno a manifestazioni, convegni e incontri organizzati in tutta Italia.


“Vuoi che l’agroalimentare, il cibo e la sua genuinità siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?”. Il quesito sul quale si chiede agli italiani di esprimersi è questo e per farlo ci si può collegare anche al sito www.liberidaogm.it. Una domanda alla quale nelle speranze dei promotori dovrebbe arrivare una valanga di “sì”, spingendo il mondo politico ad abbracciare un diverso modello di sviluppo agroalimentare, basato su tipicità e qualità, sgombrando il campo da qualsiasi incertezza sugli eventuali rischi ambientali legati alla contaminazione delle colture tradizionali.

Dure critiche all’iniziativa partita dalla Fondazione diritti genetici arrivano però dal mondo accademico. “La ricerca scientifica pubblica italiana – afferma Roberto De Fez, dell’Istituto di Genetica e Biofisica del Cnr di Napoli – con due documenti sottoscritti da diecimila scienziati è unita nel dire che non ci sono rischi né per la salute né per l’ambiente dall’uso di piante Gm, anzi, queste si sono dimostrate più sicure delle piante coltivate tradizionalmente. L’interesse che tiene insieme la coalizione di Capanna è quello di giustificare l’innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari che già ora subiscono i consumatori”(Bugiardi! n.d. mauro).

(22 settembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/ambiente/ogm-prodotti-bio/sondaggio-ogm/sondaggio-ogm.html


Ogm: perché NO


A cura della D.ssa Marina Mariani, autrice dei libri: “Gli organismi geneticamente modificati”, ed. Xenia – “Gli additivi. Come riconoscere le sostanze nocive aggiunte in ciò che mangiamo“, ed Macro – “Alimenti geneticamente modificati“, ed Hoepli
Pubblicato su “Naturalmente”


Li conoscono in molti, anche se non tutti sanno davvero di cosa si tratta. Sono gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM), esseri viventi ottenuti inserendo nelle cellule materiale genetico ad esse estraneo, proveniente da piante, animali, batteri, virus, e perfino da esseri umani. Questo tema così controverso ci riguarda tutti per fatto che la nostra dieta comprende già alcune piante che potrebbero rientrare in questa categoria. La soia e il mais sono state le prime colture sottoposte a modifiche genetiche e attualmente i brevetti depositati per specie geneticamente modificate sono più di 2000. In Europa è già stato dato il via a 37 di questi.

Illustri uomini di scienza si sono già pronunciati sia in favore che contro questo tipo di intervento, che nulla ha in comune con le tradizionali tecniche di selezione operate dagli agricoltori per secoli. Adesso l’ultima parola spetta al consumatore, a chi va a fare la spesa, che può decidere se vuole o non vuole trovarsi nel piatto questi alimenti.
Siamo perfettamente consapevoli del fatto che le biotecnologie sono una delle frontiere più avanzate e promettenti della ricerca e della innovazione tecnologica.
Ma la ricerca deve sempre essere valutata in base al rapporto tra i costi e i benefici.
Dopo aver ascoltato le grida di chi, in televisione e sui giornali, ha cercato di convincerci che gli ogm sono bravi, belli e buoni, addirittura meglio degli altri alimenti noi continuiamo ad essere scettici, non solo sulle loro caratteristiche nutritive, ma anche sul modo in cui ci vengono proposti.
In questo articolo vi spieghiamo perché.


NON SIAMO SICURI CHE SIANO INNOCUI
Ci riferiamo alle garanzie di sicurezza alimentare che, ancora oggi e dopo vent’anni di modifiche genetiche, ancora non ci sono.
Coloro che si oppongono alla diffusione di ogm sono stati spesso accusati di essere dei poveri ignoranti, paurosi del futuro e del progresso scientifico.
Noi, al contrario esigiamo prove condotte con il rigore che la scienza deve essere in grado di dare.
Quello che non sempre viene dichiarato è che non sono tutte rose e fiori: per esempio ci si è accorti che un tipo di soia modificata contiene sostanze ritenute responsabili di diminuire l’accrescimento.

Può darsi che particolari come questi, per qualcuno siano semplici dettagli. Per noi non lo sono.
Si ha un bel dire che, essendo state consumate da migliaia di Statunitensi per oltre un decennio, tutto sommato grossi guai non sono emersi, non ci si fa scrupolo ad affermare che “non è ancora morto nessuno”. Questa non è scienza e comunque non è vero.
Sono passati molti anni da quando, nel 1988, negli USA 37 persone morirono dopo aver consumato un integratore alimentare ottenuto da microrganismi modificati.

In tempi più recenti si sono avuti casi di intossicazione (citati anche da quotidiani molto noti): alcune persone, negli USA, sono finite al pronto soccorso per aver consumato un alimento prodotto con un mais geneticamente modificato originariamente approvato solo per consumo animale.
Sono stati registrati casi di shock anafilattico e numerosi problemi, fortunatamente meno gravi, dovuti all’ingestione del mais StarLink finito per “errore” negli alimenti destinati agli umani. Quel mais non avrebbe dovuto essere lì, invece c’era. Come è stato possibile?
Molto banalmente, infine, notiamo che i casi di allergie e intolleranze alimentari sono in aumento tra la popolazione. Un’indagine condotta da 15 Centri della Società Italiana di gastroenterologia ed epatologia pediatrica su 17 mila studenti delle scuole medie inferiori ha dimostrato la presenza di celiachia, cioè l’intolleranza al glutine, in un caso su 150. Qualche anno fa la frequenza era di un caso su 1000/2000.

Dato che stiamo consumando frumento da secoli come alimento di base e senza aver acquisito intolleranza, sembra logico avanzare l’ipotesi che la causa sia da ricercare nel tipo di frumento che si sta attualmente consumando. Gli ogm potrebbero aggravare questa situazione.
Il fatto è che non siamo in grado di ricondurre nessun malessere, temporaneo o duraturo, acuto o cronico, al consumo di ogm, perché per anni non sono stati dichiarati in etichetta, quindi non possiamo sapere se ci sono stati effetti sui parametri fisiologici e clinici; in altri termini, come si fa a sapere se qualcuno dei malanni che periodicamente ci disturbano può essere dovuto “anche” al consumo di ogm se per anni non sono stati riconoscibili?

Ci piacerebbe chiedere agli Statunitensi, che da anni consumano prodotti a base di mais e soia gm, se sono contenti di aver fatto inconsciamente da cavia per tutti questi anni; crediamo di no, visto che alcune contee statunitensi (Mendocino, Stato della California, in testa) hanno già cominciato la loro battaglia per dichiararsi liberi da ogm.
Ecco il punto: nonostante le insistenze di molti comitati scientifici indipendenti e delle associazioni di consumatori, non è ancora successo che un gruppo di volontari, nutriti con alimenti gm, sia stato sottoposto a un controllo costante negli anni, che permettesse di capire se questi nuovi alimenti sono davvero sicuri come qualcuno dice.
Eppure di tempo ne è passato, se si fosse iniziato subito a quest’ora avremmo già le risposte e le rassicurazioni che vogliamo. Non vogliamo pensare che sia stato per mancanza di volontari, e vista la grande quantità di scienziati che sostengono i pregi di questi alimenti riteniamo che potrebbero essere proprio loro a dare questa prova, sottoponendosi con coerenza a un esperimento di nutrizione a base di ogm.

Non sono mancati scienziati che hanno già lavorato in questo senso, uno studio condotto in modo scientificamente attendibile è, per esempio, quello svolto dall’Università di Newcastle.
Ma, per quanto utile e interessante, l’esperimento ha impiegato un numero di volontari molto ridotto (12) e, soprattutto, è durato poco tempo. E’ comunque servito a dimostrare che, contrariamente a quanto si pensava, il DNA resta integro nell’intestino per alcuni minuti, tempo potenzialmente sufficiente per interagire con la microflora intestinale.


NON E’ VERO CHE SONO STABILI
Oggi la scienza non dispone degli strumenti per capire cosa accade esattamente con una manipolazione genetica, tanto meno per prevedere i risultati a medio e lungo termine. Si è capito che nessun gene funziona isolatamente, e poco si sa delle interazioni che possono
avvenire tra i geni e con l’ambiente.

Nella relazione della Compagnia che detiene il brevetto del mais Bt11, recentemente accettato dall’Unione Europea, viene dichiara la presenza di una singola copia del transgene inserito. Invece le analisi condotte del Belgian Council for Biosafety hanno rivelato che questo inserto nel tempo ha subìto una specie di assestamento, sono stati rilevati frammenti in posizioni anormali e parti troncate.
Non si è neanche sicuri che sia presente solo una copia del transgene inserito originariamente.
Sembrerebbe infatti che il materiale genetico inserito si sia duplicato da solo e di propria iniziativa si sia inserito in parti diverse dei cromosomi.

Questo è un caso tutt’altro che strano, esistono infatti alcune porzioni di materiale genetico, note come trasposoni, in grado di autoduplicarsi e “saltare qua e là”. Si tenga presente che l’inserimento di un gene estraneo (il transgene), avviene sempre in modo casuale, quindi potrebbe benissimo essersi inserito in un trasposone.
Purtroppo questo significa che il suo destino è continuare a modificarsi da solo, in modo casuale e, quel che è peggio, totalmente fuori controllo.
Un’altra scoperta preoccupante è che questo mais potrebbe già essere stato contaminato da un altro mais transgenico (il Bt176), che nel 2001 è stato collegato alla morte di alcune vacche da latte in Germania. Infatti ci si è accorti che per identificare il transgene di questi due tipi di mais è possibile usare lo stesso reagente (il cosiddetto primer) che “funziona” in entrambi i casi.
Riteniamo che questi esempi dovrebbero far riflettere.


NON E’ VERO CHE SONO PIU’ SICURI DEI PRODOTTI BIOLOGICI
Recentemente sui giornali e in programmi televisivi alcuni noti scienziati, apertamente favorevoli agli ogm, hanno dichiarato che i prodotti biologici, che non usano fungicidi, sono più contaminati da aflatossine rispetto ai prodotti convenzionali e a quelli geneticamente modificati, dando ad intendere al pubblico che gli ogm potrebbero essere la soluzione anche per questo problema. Le aflatossine appartengono alla categoria delle micotossine, sono cioè sostanze molto tossiche, prodotte da alcuni ceppi di muffe (dei generi Fusarium e Aspergillus), con effetti potenzialmente cancerogeni sul fegato. Le infestazioni di queste muffe si hanno sui foraggi insilati quando le condizioni ambientali sono particolarmente calde e umide. Le aflatossine ingerite dagli animali vengono eliminate anche tramite il latte ed è per questa via che possono arrivare ai prodotti caseari.

Non vogliamo qui dilungarci spiegando come, nelle coltivazioni biologiche, l’estratto di agave sia risultato utile per inibire le crescita di muffe e la produzione di micotossine, ci riserviamo di farlo in una futura occasione. Tuttavia teniamo a puntualizzare che l’effetto delle colture gm nell’ostacolare la produzione di aflatossine è solo indiretto: infatti le colture che sono state modificate inserendo il gene Bt, che ha effetto insetticida, evitano le infestazioni degli insetti parassiti, e quindi si limitano a ridurre la possibilità che sulle ferite aperte dagli insetti possano, eventualmente e in un secondo tempo, svilupparsi le muffe. A coloro che sostengono queste ipotesi vogliano citare le conclusioni apparse nel rapporto della FAO in occasione del congresso tenutosi a Porto nel luglio del 2000.

La FAO è ritenuta un organismo scientificamente attendibile, pertanto ci limitiamo a citare testualmente: “dagli studi presentati non si può concludere che le coltivazioni biologiche comportino un aumento del rischio di contaminazione da micotossine. E’ importante sottolineare che sono previste buone pratiche agricole e di stoccaggio, nell’agricoltura convenzionale e biologica, che servono a minimizzare i rischi di sviluppo di muffe e contaminazione da micotossine”. Inoltre la stessa FAO cita due studi che hanno dimostrato che i livelli di una aflatossina sono risultati addirittura inferiori nel latte biologico rispetto a quello convenzionale e conclude affermando che “Buone pratiche di alimentazione del bestiame richiedono che i foraggi siano stoccati in modo da evitare la contaminazione. Dato che il bestiame allevato con il sistema biologico viene nutrito con maggiori proporzioni di fieno, erba e foraggi insilati, c’è una ridotta possibilità che alimenti contaminati da micotossine comportino la contaminazione del latte”.


I GENI CHE VENGONO INSERITI NON SONO UGUALI A QUELLI NATURALI
Molti dei geni introdotti nelle piante sono composti da frammenti di DNA di origine batterica che però sono stati prodotti ex-novo in laboratorio, in modo da includere alcune parti che servono a migliorare l’effetto finale, servono cioè a renderne più efficiente l’espressione nella pianta.
La sequenza del DNA della tossina, e quindi la sua formula chimica, è diversa da quella prodotta da un microbo, in quanto è stata modificata per rendere il gene più attivo nella coltura oppure per fare in modo che si possa sciogliere nella cellula vegetale.
Del resto una pianta e un batterio non potrebbero mai produrre la stessa identica sostanza, non fosse altro per il fatto che non dispongono degli stessi organi.

Ogni tossina che si fa produrre a una pianta coltivata è quindi diversa rispetto a quella naturale. I test condotti per verificare l’innocuità e la sicurezza delle piante gm sui mammiferi e sull’ambiente si sono basati sulla tossina naturale, non hanno affatto verificato quella “vera”, cioè quella che davvero è presente nella pianta, non si è preso in considerazione l’effettivo prodotto dei geni modificati, presente nella coltura gm.
Questo significa che le tossine presenti effettivamente nelle colture modificate non sono mai state sottoposte a una valutazione di tossicità.
Si è dato per scontato che le tossine prodotte dai geni modificati fossero identiche a quelle delle tossine naturali, ma così non è.
Sappiamo bene che si tratta di analisi che hanno costi molto elevati, ma riteniamo che la salute dei consumatori abbia un valore comunque maggiore.


NON E’ VERO CHE SONO IN GRADO SI SFAMARE IL TERZO MONDO
Nonostante le affermazioni che abbiamo sentito fare nelle recenti campagne elettorali da alcuni politici, e quelle delle ditte sementiere che vorrebbero far credere di essere opere pie di beneficenza, vogliamo che una cosa sia chiara: almeno per il momento, non esiste alcuna coltura geneticamente modificata in grado di rispondere alle esigenze delle popolazioni più povere. Siamo al corrente che è in fase di studio un tipo di frumento resistente alla siccità, ma allo stato attuale delle cose, purtroppo, non esiste semente gm che possa trovare impiego per sfamare le popolazioni del cosiddetto “terzo mondo”.

Avevamo sperato che il favoloso “golden rice” potesse almeno risolvere le carenze di vitamina A che affliggono alcune popolazioni, ma anche questa si è rivelata una delusione: non solo perché la vitamina A presente nei semi è in una forma chimica scarsamente efficace dal punto di vista nutrizionale, ma soprattutto perché la quantità di questo riso che dovrebbe essere consumata da ogni persona, bambini compresi, supera abbondantemente i due chilogrammi al giorno.
Un problema da non sottovalutare è inoltre la necessità che gli agricoltori acquistino i semi (costosi) ogni anno, senza avere la possibilità di riseminare una parte del raccolto dell’anno precedente.
Questa necessità comporta una dipendenza ancora più stretta degli agricoltori nei confronti delle ditte sementiere, che del resto devono in qualche modo rientrare delle ingentissime spese sostenute per mettere a punto queste sementi e non possono certo permettere che vengano acquistate una sola volta.


LE RIPERCUSSIONI SULL’AMBIENTE
Si parla molto del rischio che si perda la biodiversità: tanto tempo fa le varietà coltivate erano moltissime, oggi si rischia di vedere ridotto questo patrimonio a poche decine. In questo ambito le piante gm potrebbero prendere il sopravvento su tutte le altre, non solo diffondendo il loro polline, ma sostituendosi a tutte le varietà locali grazie alla loro resistenza ai parassiti e ai diserbanti.
Le prime coltivazioni a essere danneggiate saranno certamente quelle biologiche.
L’elemento che troppo spesso viene sottovalutato è il polline. Questa polverina impalpabile ha la possibilità di essere trasportata dal vento anche a distanze notevoli.

Vorremmo riflettere su un dato preciso: attualmente la presenza di ogm in un prodotto fino allo 0,9 % è legalmente considerata “accidentale”. Secondo noi proprio questo dettaglio costituisce una dichiarazione implicita di incapacità di gestire la diffusione dei transgeni nell’ambiente.
Per definizione le colture biologiche sono esenti da ogm, ma come si può evitare che il polline estraneo le raggiunga? Ecco perché si discute molto della distanza da garantire tra i campi che ospitano colture gm e quelli con colture biologiche.
Restiamo davvero stupiti quando leggiamo, anche su giornali molto noti (si veda per esempio il Corriere della Sera del 4 novembre 2004), le affermazioni di alcuni genetisti secondo i quali il polline del mais non va oltre i 25 metri e quello del riso non supera distanze oltre il mezzo metro. Vorremmo far presente che, nella Pianura Padana, quando il riso e il mais sono in fioritura, normalmente c’è vento. Riteniamo non sia necessario essere degli esperti per comprendere che mezzo metro sia una distanza decisamente improbabile.

Del resto gli agronomi sanno bene che il polline del mais può giungere ben oltre i 2 chilometri dal campo in cui viene prodotto.
Questo è il problema: genetisti, oncologi e agronomi, sul tema degli ogm si consultano e collaborano troppo poco. A giudicare da quanto si sente, sembra proprio che ogni categoria di scienziati resti chiusa nel suo mondo, e non prenda in considerazione altri punti di vista, il che è un peccato.
Esiste perfino un gruppo di volontari, i seed savers, che va alla ricerca delle sementi tradizionali, quelle che hanno caratteri particolari e radici che affondano nella cultura stessa delle nostre regioni; anno dopo anno questi semi vengono coltivati e mantenuti vitali, per evitare che spariscano per sempre e perché un giorno, forse, qualcuno ne avrà bisogno.

Molti agricoltori italiani scalpitano, non vedono l’ora di iniziare a coltivare piante gm, ma stanno prendendo un abbaglio se pensano di risolvere così tutti i problemi di parassiti e piante infestanti. Infatti sta già avvenendo una selezione genetica di erbe infestanti e di insetti che non risentono di alcun danno dalle piante gm. La tossina prodotta dal mais Bt, ad esempio è già inefficace su alcuni insetti, che hanno sviluppato una naturale resistenza. I geni di resistenza a un certo diserbante sono già stati assorbiti anche da alcune piante infestanti, che quindi non ne risentono più.
In breve: facciamo attenzione perché gli eventuali vantaggi potrebbero essere comunque di breve durata e gli eventuali svantaggi tutti a carico degli agricoltori, che dovranno farsi carico dei rischi connessi alle loro colture e per questo motivo rischiano di essere fortemente penalizzati.

Vogliamo ricordare che nessuna compagnia di assicurazione ha mai accettato di accollarsi il rischio di possibili danni da parte di colture gm.
Per quanto riguarda la sicurezza e la tutela ambientale si deve applicare il cosiddetto “principio di precauzione”, ossia non si possono coltivare specie vegetali modificate fino a quando non si è dimostrato che queste colture non arrecano danni all’ambiente o alla salute dei consumatori. Siccome nei transgeni vengono impiegate anche porzioni di materiale genetico di virus, necessarie per ottenere l’inserimento nella cellula ospite, non si può escludere la possibilità che avvenga quello che si chiama “trasferimento orizzontale”, cioè la diffusione incontrollata di geni a specie diverse.
Nell’incertezza è senz’altro preferibile non compiere scelte con effetti irreversibili: già, perché l’inquinamento genetico, cioè la diffusione dei geni per mezzo del polline, non è un evento che si può controllare, né fermare, né revocare. Si tratta di una macchina che, una volta avviata, non si potrà mai più “spegnere”.


LA LEGISLAZIONE VIGENTE
Il rapporto del Centro Comune di Ricerche della UE ha evidenziato gravi problemi di convivenza tra agricoltura transgenica, agricoltura biologica e convenzionale, affermando che l’agricoltura biologica sarebbe irreversibilmente compromessa dalla contaminazione da OGM e paventando, inoltre, forti rischi di perdita di competitività per l’agricoltura convenzionale.
Per cercare di tutelare i diversi tipi di coltivazioni e, specialmente, il diritto di scelta dei consumatori, in Italia è recentemente entrato in vigore il discusso Decreto-Legge 22 novembre 2004, n.279, più noto come Decreto Alemanno.

In esso si afferma che “L’attuazione delle regole di coesistenza deve assicurare ai consumatori la reale possibilità di scelta tra prodotti transgenici e non transgenici e, pertanto, le coltivazioni transgeniche sono praticate all’interno di filiere di produzione separate rispetto a quelle convenzionali e biologiche.” Questo ci sembra giusto, ma stiamo a vedere cosa faranno le regioni, delegate a decidere, entro la fine di quest’anno, secondo quali regole e criteri potranno essere coltivate piante transgeniche. Stiamo quindi a vedere come le nostre regioni risolveranno il problema della coesistenza tra le diverse coltivazioni.
Intanto 1300 comuni italiani hanno scelto di essere OGM free, cioè liberi da ogm.


FINALMENTE LE ETICHETTE
Dopo molte insistenze, e solo in tempi recenti (il 18 aprile 2004), nell’Unione Europea si è riusciti a ottenere che la presenza di ingredienti geneticamente modificati in un alimento sia dichiarata in etichetta. Si è trattato di un successo non da poco, vista la netta opposizione di tutte le multinazionali che producono sementi gm e di molti comitati scientifici.
In Italia per il momento non risulta siano coltivate piante geneticamente modificate, se non in via sperimentale e in campi confinati, ma è certo che da anni vengono importate molte sementi di questo tipo. Come dire che, anche senza avvisarci, ce le hanno fatte mangiare. Proprio su questo punto è incentrato il nostro maggiore dissenso: riteniamo che il consumatore debba poter scegliere e non ci sembra giusto che per anni gran parte del mais e della soia che abbiamo importato contenesse anche semi gm senza che questo fatto fosse dichiarato esplicitamente.

Anche la Coldiretti ha preso atto della grande diffidenza dei consumatori italiani nei confronti dei cibi che contengono ogm, tant’è che le industrie alimentari sono state scoraggiate a produrli e a commercializzarli.
Molti italiani non si fidano, rispetto allo scorso anno sono aumentati del 12% coloro che comprano alimenti garantiti per l’assenza di ogm e oggi ben un italiano su due non si accontenta delle normali garanzie ma acquista cibi che sono certificati come Ogm free.
La prova si è avuta quando è stato messo in commercio un olio alimentare che in etichetta dichiarava di essere stato ottenuto da semi gm. Si trattava del primo esempio di alimento ottenuto da materie prime gm messo in commercio in Italia: un olio di semi di soia, importata dall’America, raffinato in Italia e proposto a un prezzo molto basso, solo 89 centesimi al litro.
Probabilmente il prezzo basso non è stato sufficiente a convincere i consumatori. Non l’ha comprato quasi nessuno, e nel giro di 10 giorni è stato ritirato dal mercato.

fonte: http://www.disinformazione.it/ogm_perche_no.htm

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