Archivio | febbraio 22, 2008

Ichino e l’articolo 18

 

ELEZIONI/ ICHINO: PD DIVERSO DA PCI, RIDISCUTERE ANCHE ART.18

“Materia promettente” il programma del Partito democratico

Roma, 21 feb. (Apcom) – L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori si può ridiscutere. Ne è convinto Pietro ichino, professore di diritto del lavoro che dà un sostanziale via libera al programma del Pd per quanto riguarda la battaglia per la modernizzazione dell’impiego pubblico e la contrattazione (“c’è un’apertura e una convergenza esplicita e puntuale”) mentre sul mercato del lavoro “il programma indica l’obiettivo giusto, quello della migliore flexicurity europea” ma “sul come realizzarla ci sono diverse proposte sul tappeto… C’è materia per una discussione promettente”.

Sull’articolo 18 Ichino che vincola la sua candidatura nel Pd all’accoglimento di queste proposte ha una posizione netta: “Io sono per una grande intesa tra imprese e lavoratori: le prime rinunciano alla giungla dei contratti precari e atipici, i secondi accettano che tutte le nuove assunzioni avvengano con un contratto a tempo indeterminato con grado di stabilità crescente nel tempo”. Negli anni ’70 e ’80, riflette oggi Ichino, “io ero ‘eretico’…il Pd è un partito totalmente diverso rispetto al vecchio Pci, ma è molto diverso anche da Pds e Ds”.

fonte:

http://notizie.alice.it/notizie/politica/2008/02_febbraio/21/elezioni_ichino_pd_diverso_da_pci_ridiscutere_anche_art_18,14109682.html

 

Pd/ Responsabile lavoro del Pd: “Candidatura Ichino è un grande valore aggiunto”. Cazzola: vergognoso linciaggio ai danni del giuslavorista
Giovedí 21.02.2008 20:20

<!– –>”La candidatura nelle liste del Partito Democratico di Pietro Ichino è un valore aggiunto, per la sua credibilità e il suo spessore. Per questo mi sembrano strumentali, soprattutto in questa fase, le polemiche intorno al suo nome”. Lo afferma la responsabile lavoro dell’esecutivo del Pd, Alessia Mosca, che aggiunge: “Reimpostare il dibattito sul lavoro nel nostro Paese partendo da una disputa ideologizzata come quella relativa all’art. 18 è una scelta sbagliata e poco costruttiva, non in linea con il metodo con il quale il PD intende procedere. Lo stesso Ichino ha posto la questione in termini dialettici, ricercando un confronto serio su temi delicati ma sempre in una prospettiva appunto costruttiva, tesa a risolverli davvero i problemi e non a crearne di altri”.

Il linciaggio a cui è sottoposto, in queste ore, Pietro Ichino passerà alle cronache della campagna elettorale come una delle pagine più vergognose e squallide. Basterebbe prendere atto dello spirito di servizio con cui il giurista si appresta a tornare nell’agone politico per capire quanto il Paese abbia bisogno di persone come lui per cambiare davvero. Io non voterò per il Partito democratico, ma guardo con grande interesse e solidarietà alla sfida che quel gruppo dirigente lancia alle Erinni e ai bolsevichi impenitenti della Cosa Rossa, candidando personalità come Pietro”. Lo afferma in una nota Giuliano Cazzola, presidente del comitato scientifico dell’associazione Giovane Italia.

fonte:

http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/ichinopd0221.htm

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Palermi: Lavoro. Da Ichino e Pd libertà di licenziamento

Ufficio Stampa

Roma 21 febbraio 2008

Con la candidatura di Ichino, che anche oggi ha ribadito le sue teorie ed idee in materia di lavoro, il Pd, seppur mascherato dietro gli slogan rassicuranti di Veltroni, dà un calcio in faccia ai lavoratori e ai loro diritti. Ci aveva già provato Berlusconi. Libertà di licenziamento e revisione dell’art. 18 sono i punti che Ichino porta come contributo nel Pd. Di certo ne saranno contenti i padroni, pubblici e privati, le aziende, che oltre agli strumenti offerti dalla precarietà del mercato del lavoro, potranno licenziare con disinvoltura. Meno contenti i lavoratori, che sempre più a fatica potranno essere lavoratori con la schiena dritta ed in grado di difendere e reclamare diritti e tutele, primo tra tutti quello di un lavoro sicuro, e che non metta a repentaglio la vita come quotidianamente avviene. La differenza tra noi della Sinistra e il Pd è che noi vorremmo dare diritti a chi non li ha, loro toglierli anche a chi li ha faticosamente conquistati.

fonte:

http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=4159

 

Cara Sinistra Arcobaleno

 

Da cittadino ed elettore sempre più svogliato, vorrei porti alcune domande, all’inizio di una campagna elettorale che si preannuncia più vacua del solito. In particolare, mi chiedo quale sia il tuo atteggiamento su una questione che in moltissimi, ormai, riteniamo fondamentale. Mi spiego.

Se non fossi un pacifista nonviolento ecc., direi che Walter Veltroni ha pronunciato una dichiarazione di guerra. Parlo dei dodici punti del programma del Partito democratico, che hanno per ispirazione fondamentale la “crescita” e in cui al primo posto sono le “infrastrutture”. E’ un film che abbiamo già visto, la volta famosa in cui Berlusconi, armato di bacchetta, indicava in tv, qui e là per la penisola, dove si sarebbero realizzati mega-ponti, treni ad alta velocità, autostrade, ecc. Ne seguì, dopo la vittoria del centrodestra, la Legge Obiettivo, che “semplificava” le procedure di valutazione d’impatto ambientale ed escludeva il parere delle comunità locali su un lungo elenco di “grandi opere”. Cinque anni dopo, cambiato il governo, il successore di Lunardi, Di Pietro–oggi il solo a correre in compagnia del Pd–decretò che la Legge Obiettivo era “efficiente”, e dunque andava mantenuta in vigore. Cade il governo, si va a votare, e il nuovo leader del Pd ricomincia da capo: procedure ambientali semplificate, sostegno ai “grandi investimenti” come la Tav, polemica contro i “nimby” localisti nemici del progresso e gli “ambientalisti del no”.

Il messaggio è che non c’è altra via, per la “redistribuzione della ricchezza”, che la “crescita”, che si ottiene con le “grandi opere”. Nella cui scia naviga poi una miriade di altre “opere”: centrali a combustibili fossili, inceneritori o termovalorizzatori, trivellazioni petrolifere, rigassificatori e in generale l’occupazione del territorio da parte di uno “sviluppo” edilizio e commerciale senza altro criterio che non sia approfittare della “valorizzazione” finanziaria del cemento (e Veltroni, da ex sindaco di Roma, se ne intende).

Scusate l’eccesso di virgolette, servono a suggerire che ciascuna di quelle parole, un tempo positive, sono oggi tasselli di una ideologia brutale che in verità significa: un ottimo modo per far quattrini, per i capitalisti italiani, è il sequestro di enormi flussi di denaro pubblico sotto forma di appalti per opere gigantesche quanto inutili. Sulla Tav, ad esempio, ci sono studi e libri molto esaurienti: si sono saccheggiate per un quindicennio le casse dello Stato e delle ferrovie ai danni dei treni per esseri umani, specie se pendolari.

Ma, più grave ancora, investire il denaro pubblico in quella direzione impedisce di agire, sull’energia e i trasporti, i rifiuti e l’uso del territorio, l’acqua e il mare, come la crisi climatica e lo stato deplorevole dell’ambiente imporrebbero urgentemente.

Questa ideologia è vecchia, ed è nociva. Ed è ciò che ha aperto una frattura non so quanto sanabile tra le sinistre e i sindacati e i movimenti comunitari e cittadini che in ogni angolo del paese si oppongono alle ondate di cemento e asfalto. Veltroni non inventa nulla, approfitta solo della legge fondamentale di ogni campagna pubblicitaria: la parola “nuovo”, se ripetuta a sufficienza, funziona sempre. In realtà la sua visione della “crescita” è paleolitica. Il guaio è che i grandi sindacati, con poche eccezioni, condividono questa ideologia: pensano cioè che dove c’è profitto per il capitale ci sono anche salari, e qui finisce il loro ruolo. E le stesse sinistre considerano prevalente la questione del lavoro, cioè vanno cercando i voti nel loro insediamento tradizionale – il lavoro dipendente classico – e sottovalutano la portata della crisi dell’idea stessa di “sviluppo”.

Almeno, così mi pare. Potrei sbagliare. Sabato sera ho sentito Bertinotti, in televisione, dire che la questione ambientale ha la stessa importanza di quella del lavoro. Ma la Sinistra Arcobaleno ha iniziato la sua campagna elettorale parlando solo di salari e di “tesoretto”. Intanto, Veltroni metteva ogni cosa al suo posto: primo, la “crescita”. Appunto: non voglio mettere in contrapposizione i due temi, perché ogni cosa si tiene.

Uno “sviluppo” nocivo produce, in epoca liberista, lavoro velenoso e precario, e scarso. Un investimento sul bene comune produrrebbe invece lavoro sano e stabile. Si potrebbe far l’esempio dell’incredibile crescita in Germania, negli ultimi anni, dell’industria delle fonti energetiche rinnovabili (il solare, principalmente), che oggi conta 150 mila addetti, ma se si guarda all’agricoltura si vede bene come il mercato stia spopolando le campagne e uccidendo i piccoli agricoltori, quelli che si prendono cura del territorio, e peggiorando la qualità del cibo, che viene peraltro trasportato su lunghe distanze, affamando i lavoratori del Sud del mondo, inquinando ecc.

Ma il punto è politico: la frattura che si è aperta, tra movimenti comunitari e sinistre, è profondamente politica. Primo: perché da una parte si mette in discussione, in pratica e sempre più in modo consapevole, l’ideologia della “crescita”, mentre dall’altra si mantiene una ambiguità, in nome della nostalgia per l’epoca delle grandi fabbriche. Secondo: perché quei movimenti sono fatti di cittadini il cui legame è territoriale, comunitario, mentre dall’altra si propone una scelta ideologica, l’essere “di sinistra”, in nome di una idea della trasformazione sociale tramontata con il Novecento. Terzo: perché quei movimenti cittadini sono fondanti di un altro genere di democrazia, diversa da quella dei partiti e della delega. Sono queste le ragioni di fondo della diffidenza, non solo verso le sinistre ma nei confronti della stessa democrazia rappresentativa, che è dilagata in quei movimenti, e il cui punto di partenza è la constatazione di come le sinistre al governo abbiano troppo spesso fatto prevalere considerazioni e opportunità politiche al merito delle questioni, dalla “sicurezza” alla Tav, appunto.

La nostra proposta, per quel che conta Carta (assai poco, specie in una campagna elettorale), è che la società civile in movimento potrebbe, sul tema dello “sviluppo” come su molti altri, i diritti civili e il lavoro precario, condurre un’”altra campagna”, in modo parallelo e indipendente dai partiti politici, di modo da elaborare una sua visione del cambiamento della società e del paese. Ma questo non impedirebbe una relazione. Io credo che se la Sinistra Arcobaleno proponesse oggi ai movimenti territoriali e cittadini un dialogo onesto, uno scambio effettivo e disposto all’ascolto da ambedue le parti, non la richiesta di voti e la propaganda che butta fumo su quel che è accaduto nei due anni del governo Prodi e negli anni di partecipazione e molte amministrazioni locali (come la Campania), questo sarebbe utile. Lo sarebbe anche per mostrare che può esistere uno stile diverso dalle campagne pubblicitarie a colpi di neopartiti e parole ad effetto, sondaggi inventati e pullman variopinti, con cui si combattono Veltroni e Berlusconi, che poi probabilmente si metteranno d’accordo in qualche modo dopo il voto, visto che le differenze sono solo sfumature.
Però, siccome non capisco niente di politica e di tattiche elettorali, è possibile che mi sbagli totalmente.

Lettera pubblicata da Liberazione il 19 febbraio 2008

fonte: http://www.carta.org/campagne/decrescita/12923

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CARTA

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Pacatamente…
Da soli

(e senza nominare B)

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C’è una strana tranquillità, in giro. Quasi un’euforia. Walter Veltroni si è messo in cammino verso le elezioni d’aprile con il suo Partito democratico. E ha riscosso successi, a destra e a sinistra. Pacati consensi. Tranquille approvazioni. Ma c’è qualcosa d’irreale, in quest’aria serena, in questa atmosfera umbra da mulino bianco. Scusateci, ma dobbiamo rompere l’incanto.

1. Alle caduta del governo Prodi siamo arrivati nel peggiore dei modi, dopo 18 mesi di promesse non mantenute, di programma non realizzato. Niente legge sul conflitto d’interessi. Niente apertura a più soggetti del mercato della tv e della pubblicità. Niente liberazione della Rai dai partiti. Niente cancellazione delle leggi-vergogna. Niente azzeramento della Bossi-Fini sull’immigrazione. In compenso sono stati fatti l’indulto king-size e una riforma pasticciata e insoddisfacente dell’ordinamento giudiziario.

Risultato: il centrosinistra ha perso il consenso del suo popolo, è crollato ai minimi storici. E ora rischia di riconsegnare il Paese a Berlusconi (dopo aver rimesso a posto i conti dello Stato, ma lasciata intatta l’anomalia berlusconiana). Bel risultato, complimenti.

2. Sì, l’anomalia berlusconiana è intatta. La campagna elettorale si sta facendo nel solito modo, cioè con Berlusconi padrone delle tre televisioni Mediaset e controllore politico di una parte della Rai. Irrisolto il conflitto d’interessi. Permanente il monopolio sul mercato televisivo. Persistente il controllo dei partiti sulla tv pubblica.

E poi: Berlusconi è sempre quello dei processi per tangenti finiti con una doccia di prescrizioni, per falso in bilancio depenalizzato ad personam; è lo stesso che ha per braccio destro Marcello Dell’Utri condannato per mafia e per aver mandato un boss mafioso a fare il recupero crediti.

Ma di questo non si parla più. È considerato un argomento “vecchio”, poco chic. Veltroni sostiene che non si deve fare campagna “contro”. Insomma, basta con la “demonizzazione” dell’avversario. Così l’argomento B. è completamente escluso dalla campagna elettorale. Eppure B. è ancora sulla scena e potrà diventare di nuovo il padrone dell’Italia. L’unico che lo nomina e ricorda il conflitto d’interessi $)A(( Antonio Di Pietro.

3. Si dice: non abbiamo potuto farle, le buone leggi promesse su tv e conflitto d’interessi, perché non avevamo i numeri in Parlamento. Ma è vero? I progetti del governo (mai discussi dalle Camere) erano ampiamente deludenti, non risolvevano davvero il conflitto d’interessi, non rompevano il monopolio Mediaset, non liberavano la Rai dai partiti. Dunque non s’è vista la volontà nemmeno di tentare di risolvere. E poi non vale più l’argomento: “Se avessimo tentato di fare le riforme necessarie, il governo sarebbe caduto”. Perché il governo “è” caduto. Se fosse caduto nobilmente, tentando di fare una legge coraggiosa, provando a risolvere l’anomalia italiana, il centrosinistra ora potrebbe chiedere orgogliosamente il voto ai cittadini. Invece è caduto ignobilmente, per scelta di Clemente Mastella. E ora che cosa può mai chiedere ai cittadini?

4. Veltroni e la maggior parte dell’informazione italiana raccontano la caduta del governo più o meno così: c’era una coalizione eterogenea e rissosa, con un’ala sinistra che non era d’accordo su nulla, ecco perché non ha retto. Ma non risulta che a far cadere Prodi sia stata la sinistra comunista, “massimalista” e “radicale”. È stato Mastella.

Ora, la grande novità del Pd di Veltroni è che “corre da solo”. Al feticismo della coalizione si è sostituito il feticismo della solitudine. Ora coalizione significa confusione, corsa solitaria significa omogeneità. Restano in secondo piano i contenuti: soli o accompagnati, ma per fare che cosa? Ed è omogenea una forza che ha al suo interno D’Alema e Di Pietro, alfieri della laicità e la teodem Binetti?

5. Da soli. Ma c’è qualcuno che crede che il Pd da solo, dopo una campagna elettorale in cui la competizione a sinistra indebolirà sia il Pd sia la Sinistra arcobaleno, possa superare la gloriosa macchina da guerra di Berlusconi? Non andrà a finire che il Pd perderà anche in Toscana e il Emilia-Romagna? Che la sconfitta sarà clamorosa e devastante?

Il dilemma è: meglio soli o mal accompagnati? Ma una logica non masochista suggerirebbe che è meglio insieme ben accompagnati. Prodi, con il suo andare insieme (per l’Ulivo) ha vinto due volte, ma oggi è considerato un cane morto. Certo, sono state vittorie di Pirro, ma pur sempre vittorie. Veltroni, con il suo andare solo, forse perderà, ma piace tanto. Piace a Ferrara e Dell’Utri, a Polito e Rondolino, piace anche a Berlusconi. Perché quel suo andare solo sottintende l’idea di non demonizzare. Berlusconi è accettato. C’è stato un momento, qualche mese fa, in cui il suo polo era rotto, Fini e Casini stavano diventando autonomi. Il primo minacciava perfino di cambiare idea su giustizia e tv (le uniche due cose che a Berlusconi interessano davvero). E Veltroni cosa fa? Invece di inserirsi in quel solco e tentare un accordo per fare una legge elettorale insieme a Fini e Casini, apre un tavolo con Berlusconi, lo rilegittima. Come ai tempi della prima Bicamerale, quella di D’Alema, anche questa Bicameralina di Veltroni è destinata a naufragare: il Cav diventa Caw, poi, appena ottenuto il suo risultato, rovescia il tavolo e chiede le elezioni.

Ma non bisogna demonizzare il diavolo, per carità. Accettiamo tutto, ormai, non c’è più brivido nel ritorno del Caimano. Metabolizzato il suo monopolio televisivo, metabolizzato il conflitto d’interessi, metabolizzate le sue tangenti a politici e finanzieri, metabolizzati i suoi stallieri mafiosi. Rialzati, Italia.

 fonte: http://www.societacivile.it/previsioni/articoli_previ/elezioni2008.html

 

 

 

“Tre euro l’ora e di nascosto” ecco il lavoro dei bimbi italiani

 

 Cassinetta di Lugagnano – 1950

Tra i Paesi più sviluppati siamo i più a rischio per l’occupazione minorile
La Cgil: oltre mezzo milione gli under 15 sfruttati

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di ROBERTO MANIA


PALERMO – Angelo non ha ancora diciassette anni
ma lavora da quando ne aveva poco più di dodici. È un minorenne che lavora, come tanti anche in Italia. Lavoro precoce, lo chiamano. Angelo non è il suo vero nome, la sua storia però è vera. È lui che la racconta. Lo fa con frasi mozze, senza dettagli, senza passione, con tanta ritrosia. A tratti con distacco. Ma accetta di farlo. Sta in assemblea, seduto in prima fila, jeans, giubbotto e zuccotto bianco, che non toglie mai.

Siamo a Brancaccio, storico quartiere proletario ad alta intensità mafiosa di Palermo, a qualche centinaio di metri dalla parrocchia di don Pino Puglisi, trucidato da Cosa nostra. Siamo nell’aula magna della scuola media statale “Sandro Pertini”. Scuola serale. Si parla di lavoro, questa volta, di quello che si fa e di quello che non c’è e che da queste parti non c’è mai stato. Perché a Palermo il tasso di disoccupazione rasenta il 19 per cento. Parlano gli insegnanti e il preside Rosario Ognibene; parla dei nuovi progetti della Fiat a Termini Imerese e dei corsi di formazione il sindacalista della Cisl Giuseppe Lupo, ma parlano soprattutto i giovani minori, adolescenti costretti a lavorare già da bambini.

Sempre in nero, sempre pagati poco.
Sempre precari. Ma non sono eccezioni. Perché così lavorano i minori in Italia: di nascosto, nell’ombra. Sono – per definizione – lavoratori poveri, perché la povertà è il primo fattore che strappa i minori dalla scuola. E il tasso di povertà tra i più giovani è al sud quattro volte superiore a quello del nord. Per questo l’Italia è tra i paesi sviluppati quello nel quale il lavoro minorile rischia di allargarsi ancora.

I dati sono allarmanti. L’Istat si occupa ancora poco dei lavori minori, quelli under 15 per le statistiche. L’ultima indagine (Bambini, lavori e lavoretti) risale al 2002 e la precedente addirittura al 1967. Dunque all’inizio del nuovo millennio (non c’è motivo di pensare che le cose siano migliorate, anzi) i ragazzi con meno di quindici anni che svolgevano un qualsiasi tipo di attività lavorativa erano 144.285, cioè il 3,1 per cento dei circa 4,5 milioni di bambini di quell’età.

La percentuale sale man mano che cresce l’età: lo 0,5 per cento tra i sette e dieci anni, il 3,7 per cento tra gli undici e i tredici, ben l’11,6 per cento dei bimbi di quattordici anni. Ma quello del lavoro precoce è un fenomeno che, proprio perché illegale, facilmente sfugge ai tabulati della statistica. L’Ires, il centro studi della Cgil, ha allargato il campo della ricerche e da tempo stima che i piccoli al lavoro siano molti di più, intorno ai 500 mila che arrivano a oltre 600 mila se si considerano, da una parte anche i quindicenni, dopo l’innalzamento a sedici anni dell’obbligo scolastico, e dall’altra, oltre agli immigrati, coloro che non sono ancora maggiorenni e hanno già lavorato prima di aver compiuto i quindici anni. Un approccio che potremmo definire realistico.

Ma c’è Angelo che parla.
Per lavorare si sveglia alle tre di notte. Il suo è un lavoro pericoloso. Angelo “dipende” da un’azienda di Carini, alle porte di Palermo, che smaltisce rifiuti speciali. Raccolgono le batterie esaurite, l’olio vecchio delle macchine, ferro e metalli. Con il furgoncino, guidato dal fratello (che ha 28 anni), arrivano fino a Gela. “Sono cinque anni che lo faccio”, dice. Quasi dieci ore di lavoro al giorno. La sua paga è di 300 euro alla settimana. “Ma io – spiega – aspetto i diciotto anni, prendo la patente e mi metto in proprio. Così guadagno di più. Cosa faccio nel weekend? Sono stanco e mi riposo”.

Sempre in prima fila c’è un giovane
poco più grande di Angelo. È appena maggiorenne. Ma, anche lui, è già al lavoro da cinque anni. Lui fa l”ndoratore, cioè l’imbianchino. Con orgoglio e le profonde occhiaie che gli cerchiano gli occhi, spiega che se la cava bene con i colori mentre come muratore è “mezzo braccio”, più o meno un apprendista. Ha imparato a mescolare le vernici “guardando”, “ma è difficile”, aggiunge.

Si guarda e si impara anche a macellare
le carni al mattatoio, a servire nei bar e nei ristoranti di zona o a fare il panettiere che a Palermo, per antica tradizione, significa non fermarsi quasi mai. Mestieri faticosi, come quello di montare e smontare le fiere paesane e i mercatini itineranti. Attività, non senza pericoli fisici, che risente da sempre della stagionalità (poco lavoro in inverno, di più in estate) e della crisi economica che qui è arrivata prima del crollo che ha travolto le Borse mondiali. Qui quando cala la domanda si interviene subito. E si decide: la paga si è ridotta da 3,50 euro all’ora a 3. Punto.

“Ci alziamo alle quattro del mattino – racconta il montatore di fiere a nome di un gruppetto di “colleghi” – . Si lavora al freddo, si va fino a Marsala, Mazara del Vallo e quando ce lo chiedono arrotondiamo con qualche lavoro da muratore”. Lui ha provato anche la vecchia strada dell’immigrazione al nord. A quindici anni (ora ne ha diciassette) aveva già lavorato in Toscana, in Friuli, a Milano aiutato dallo zio. “A Milano ho fatto per un anno il muratore. Lavori “lasci e prendi”. Sono “sceso” per prendere la terza media. Per mettermi in regola”. Cioè per avere qualche chance, magari un posto pubblico nell’epoca della globalizzazione. Sono “vite di scarto”, pensando a Bauman, nell’Italia del 2008.


(22 febbraio 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/economia/lavoro-minorile/bimbi-sfruttati/bimbi-sfruttati.html

Usa: inventata la macchina di legno

ma non si sa se verra’ mai messa in produzione

Futuristico progetto di studenti universitari: ecco la «Splinter»,supercar da 386 km/h

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LONDRA – Ricordate la macchina dei Flinstones, fatta a mo’ di scatola con le ruote in legno e pietra e spinta a piedi dal povero Fred e dal fedele Barnie? Quella che sembrava solo un’invenzione da cartone animato potrebbe diventare presto realtà grazie alla «Splinter», la prima supercar da oltre 300 chilometri all’ora (c’è chi dice possa addirittura arrivare a 386, più di una Porsche e di una Lamborghini) quasi interamente costruita in legno (“splinter” significa, infatti, “scheggia”) e che, secondo il quotidiano britannico «Daily Express», sarebbe attesa entro la fine dell’anno, a un prezzo ancora tutto da stabilire.

ESPERIMENTO SCOLASTICO - In realtà, per ora questo futuristico progetto – nato come un esperimento scolastico messo a punto da un gruppo di studenti dell’istituto della Nord Carolina, capitanati dal designer Joe Harmon – è solamente virtuale e su un apposito sito web vengono spiegati tutti i segreti della sua realizzazione. «Il legno è un materiale davvero sorprendente con cui lavorare – ha spiegato Harmon al giornale londinese – perché ha un miglior rapporto forza-peso rispetto all’alluminio o all’acciaio. Questa è una supercar disegnata per superare i limiti e dimostrare così le potenzialità del legno come materiale da costruzione».

CARATTERISTICHE – Come detto, infatti, quasi tutte le parti della Splinter (dal telaio monoscocca alla carrozzeria, come pure molti dettagli delle sospensioni, dell’abitacolo e della plancia) sono fatte con una combinazione di legno d’acero, compensato e laminato, ma sono parzialmente di legno anche le ruote, mentre il motore (un potente V8 Northstar da 32 valvole di origine Cadillac con due compressori Roots in grado di erogare circa 600 cavalli e di passare da 0 a 100 in 3 secondi) è, per forza di cose, in alluminio (ma le coperture delle teste sono sempre di legno). Il tutto per un peso che supera di poco i 1.100 chilogrammi (1.134 per l’esattezza, ovvero meno della Porsche 911 GT3). «La leggerezza si ottiene con un design accurato e a una costruzione composita – ha spiegato ancora Harmon – perché la Splinter non è stata realizzata da un unico pezzo di legno massiccio, bensì da laminati modulari». Lunga 4,43 metri e larga 2,08, la supercar che sarebbe piaciuta un sacco agli uomini delle caverne monta un cambio manuale a 6 marce e vanta soluzioni originali non solo per il tipo di materiale impiegato, ma anche per gli scarichi e per lo spazio destinato al passeggero.

ESPLORAZIONE DI NUOVI MATERIALI - A detta degli studenti che l’hanno ideata in 3D e messa poi online, la Splinter rappresenta un valido esempio di come le prestazioni possano convivere con l’ambiente, sebbene ci tengano a precisare sul loro sito che non stanno cercando di vendere nulla né di salvare il mondo o, tantomeno, di spingere tutti a girare con le macchine di legno. «Il nostro è solo un tentativo scolastico di esplorare nuovi materiali, di imparare, condividere le idee e di stimolare la creatività». A giudicare dai risultati, gli obiettivi sembrerebbero raggiunti, ma se anche la Splinter dovesse restare solo un bel modello virtuale e basta, potremo sempre consolarci con la macchina dei Flinstones.

Simona Marchetti
22 febbraio 2008

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FOTOGALLERY DELLA SPLINTER

fonte:http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_22/splinter_auto_legno_02e47654-e12a-11dc-b2e4-0003ba99c667.shtml

Soldati turchi in Kurdistan attacco di terra al Pkk

inizia offensiva di terra dei turchi in Kurdistan, foto Epa
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Venerdì all’alba i soldati turchi hanno varcato il confine dell’Iraq, lanciando un’offensiva di terrain grande stile con l’appoggio dell’aviazione turca, per colpire le postazioni dei ribelli del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, il cui leader Ocalan è ancora detenuto in un carcere di massima segretezza in Turchia. Secondo l’emittente turca Ntv, diecimila uomini sono penetrati per 10 chilometri nel Kurdistan.«Continueremo ad attaccare fino a quando l’obiettivo non sarà stato raggiunto» ha fatto sapere lo Stato Maggiore turco con un comunicato ufficiale. Il ministro degli Esteri Ali Babacan nei giorni scorsi aveva avvallato l’ipotesi di un’operazione militare di terra in marzo. Ma evidentemente l’attacco è stato anticipato anche per contare su un’effetto sorpresa.

«L’attacco è la continuazione di un’operazione militare iniziata da tempo. E diventerà un’operazione di routine», ha quindi spiegato il ministro lasciando intendere che la Turchia andrà avanti fino a quando non riterrà la propria sicurezza nazionale al riparo dalla minaccia curda. L’operazione è stata subito condannata da Gran Bretagna, Germania e dall’Unione europea.

Il presidente turco Abdullah Gul ha chiamato venerdì mattina il presidente iracheno Jalal Talabani per spiegargli le ragioni dell’incursione di truppe terrestri turche in nord Iraq, cominciata ieri sera. Lo rende noto un comunicato della presidenza turca aggiungendo che Gul ha invitato contestualmente Talabani per una visita in Turchia.

Nel frattempo il ministro degli esteri turco Ali Babacan ha dichiarato che l’incursione terrestre turca in corso «deve esser considerata una continuazione di routine nell’ambito degli sforzi della Turchia per mettere fine alle operazioni dell’organizzazione terrorista curda, Pkk, a partire dalle loro basi in Nord Iraq».

Da Washington l’inizio dell’offensiva di terra turca non viene salutato con eccessivo entusiasmo. «Non è la migliore delle notizie»: è questo il commento rilasciato oggi dal vice assistente segretario di stato americano Matthew Bryza. L’ammiraglio Gregory Smith, portavoce americano in Iraq, ha affermato che gli Usa hanno ricevuto assicurazioni da parte dell’alleato turco, affinché venga fatto il possibile per evitare «danni collaterali a civili innocenti o alle infrastrutture curde.«Un’operazione di terra costituisce un nuovo livello d’attacco», ha continuato Bryza. Ma secondo alcune fonti già da novembre, Washington coopererebbe con la Turchia in operazioni di intelligence mirate a rintracciare le basi del Pkk in Iraq, in modo da impedire attacchi aerei delle forze turche.

Pubblicato il: 22.02.08
Modificato il:
22.02.08 alle ore 15.18

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73156

Aosta, professore condannato per pedofilia Il giudice del lavoro lo riammette a scuola

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AOSTA (22 febbraio) – Era stato accusato di scambiarsi foto pedopornografiche con altri pedofili e e di utilizzare il computer della scuola: un professore di scuola media era stato condannato in primo grado per reati collegati alla pedofilia ma ora il giudice del lavoro lo ha riammesso alla sua professione di insegnante di musica. Il professore valdostano M.F., 45 anni, nel 2001 era stato condannato a due anni e 3.000 euro di multa: gli inquirenti erano risaliti a lui dopo avergli proposto in rete uno scambio di materiale pornografico. Il 10 aprile 2007 l’assessore regionale all’Istruzione Laurent Vierin aveva deciso la sospensione cautelare del professore. Il docente ha presentato ricorso al tribunale di Aosta, sezione lavoro e ieri il giudice ha dichiarato l’illegittimità della sospensione.

L’insegnante ha già preso servizio L’insegnate è stato reintegrato già da questa mattina, e ha ripreso servizio salutando il supplente che lo ha sostituito nell’ultimo anno. il docente continuerà a prestare servizio nelle sue sette classi. Ai ragazzi era stato celato in parte il motivo della condanna, dicendo che era stato sospeso solo per aver diffuso immagini illegali via internet. Il corpo docente ha accettato la decisione del giudice con qualche mogugno, mentre la direttrice scolastica ha detto di aspettarsi proteste da parte dei genitori.

Gli avvocati: La difesa del professore L’avvocato Giuseppe Greppi, di Casale Monferrato (Vercelli), che difende – insieme con il collega Alberto Jorioz, di Aosta ha spiegato «Il mio assistito era stato sottoposto a procedimento disciplinare nel 2001 dopo l’iscrizione nel registro degli indagati e sospeso cautelativamente dal servizio. Il
procedimento si era concluso nel 2002 con la sospensione per sei mesi come sanzione». «Scontata la pena – ha proseguito l’avvocato – è stato reintegrato ed ha insegnato fino all’aprile 2007 quando, in seguito alla condanna penale di primo grado, è stato nuovamente sospeso. È come se avessero voluto tagliare di nuovo la testa al condannato. Questo la legge non lo consente». «Abbiamo tentato una conciliazione – ha concluso – ma ci è stato sempre risposto che non c’erano posti disponibili. Adesso, dopo la sentenza a noi favorevole, ci dicono che i posti ci sono ma il mio cliente li accetterà solo se sono premianti, ovvero promozioni».

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=19315&sez=HOME_INITALIA

Oscurati 4 blog filo-islamici Uno era dell’ex imam di Carmagnola

Denunciati anche sette italiani incensurati, accusati di istigazione a delinquere
I diari online erano tutti in italiano, attestati sul server Splinder

<B>Oscurati 4 blog filo-islamici<br>Uno era dell'ex imam di Carmagnola</B>L’imam di Carmagnola Abdul Kader Fadlallah Mamour

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VERONA – Quattro blog filo-islamici che rilanciavano in Italia i proclami dei capi di Al Qaeda – attestati su un server italiano, Splinder – sono stati oscurati dalla Digos di Verona, che ha denunciato sette persone. Il principale dei blog era gestito dal Senegal dal noto ex “Imam di Carmagnola”, ovvero Abdul Qadir Allah Fadl Mamour, già espulso dal territorio nazionale, e un secondo è collegabile alla moglie, che lo curava sempre dal Senegal. Gli altri due diari filo-islamici on line venivano invece gestiti direttamente in Italia.

I sette denunciati dalla Digos sono tutti italiani, incensurati, finiti nella rete del proselitismo islamico attraverso il blog, “Qital”, quello gestito dall’ex imam di Carmagnola. L’indagine è stata coordinata dal procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia. Ai sette denunciati è contestata l’istigazione a delinquere con l’aggravante del terrorismo.

Gli agenti della Digos veronese, in collaborazione con i colleghi delle questure di Latina, Firenze e Reggio Calabria, hanno compiuto una serie di perquisizioni in tutto il Paese, partendo dai dati tecnici forniti dalla Polizia Postale di Venezia, che hanno consentito di volta in volta di sapere da quale apparato telefonico avveniva l’aggiornamento di uno dei blog.

Nei quattro blog, scritti in lingua italiana, si incitavano gli islamici alla “guerra santa contro i miscredenti occidentali”, si esaltavamo le gesta dei mujahidin e venivano pubblicati i comunicati emessi da Osama Bin Laden e dal numero due di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, dopo ogni atto terroristico di matrice islamica.

(22 febbraio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/blog-oscurati/blog-oscurati/blog-oscurati.html

Diego Garcia: one island, one team,… no nation!

 

Alcune nazioni possono essere più immaginate che viste, su un atlante geografico. In molti casi, la dimensione del carattere del nome con cui sono indicate sulla carta è maggiore di diverse grandezze rispetto all’oggetto indicato. Ma agli occhi di coloro per i quali quelle nazioni non sono semplici espressioni geografiche o puntini sulla carta, ma incarnano il concetto stesso di “casa”, le dimensioni appaiono molto relative.

Lo sanno bene gli ex abitanti delle isole Chagos, che da oltre trent’anni scrutano l’orizzonte marino dalle loro nuove “case”, i docks di Port Louis, sull’isola di Mauritius, o le bidonville di Victoria, capitale delle Seychelles. E aspettano di tornare a casa.

Il destino delle isole Chagos è determinato da quello di Diego Garcia, un atollo di 44 km2, il più grande dell’arcipelago. La “colpa” di Diego Garcia è quella di trovarsi nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, circondata da migliaia di kilometri di mare, e in una posizione strategicamente perfetta, sia in tempi di guerra fredda che ancor oggi. Scoperta dagli esploratori portoghesi – ad uno dei quali l’isola deve probabilmente il suo nome –  all’inizio del ‘500, Diego Garcia venne presto dimenticata, per essere poi annessa ai possedimenti francesi nel 1776, e venire popolata da immigranti mauriziani prelevati dai nuovi colonizzatori ed insediati sull’isola allo scopo di provvedere alle coltivazioni di noci di cocco e alla produzione di olio di copra da esse ricavato, necessario al modesto approvvigionamento energetico delle isole coloniali francesi. Successivamente, all’inizio dell’800, la popolazione venne incrementata da schiavi provenienti dalle coste africane orientali, dagli stati di Mozambico, Somalia e dall’isola di Madagascar, dando origine ad una popolazione creola: gli Ilois o Chagossians.

Nel 1814 Diego Garcia si trova al centro di trattative internazionali e viene ceduta all’impero britannico in seguito al primo trattato di Parigi, divenendo in tal modo territorio britannico dell’oceano indiano. Per un secolo e mezzo, Diego Garcia fa parte del territorio di Mauritius, proprietà dell’impero britannico. Negli anni ’60, in piena guerra fredda, gli Stati Uniti si rendono conto delle enormi potenzialità strategiche dell’atollo, perfetto per tenere d’occhio tanto l’Unione Sovietica che la Cina di Mao, e  monitorare al tempo stesso il Medioriente. A questo punto, la brillante idea: chiedere agli alleati britannici l’isola in “affitto” per  50 anni, in cambio – spiegherà il governo britannico  –  di “sconti sui costi di ricerca e sviluppo di una nuova generazione di missili nucleari Polaris”, che stavano per essere venduti alla Royal Navy. Proprio in quegli anni, però, la Gran Bretagna attende alla decolonizzazione e pensa di concedere l’indipendenza ai maggiori possedimenti britannici d’oltremare: Mauritius e le isole Seychelles. L’istituzione di uno stato indipendente con facoltà di esercitare una sovranità sulla nascitura base militare statunitense chiaramente non viene vista di buon occhio dagli americani, così, nel 1964, la Gran Bretagna propone a Mauritius l’indipendenza, che verrà effettivamente concessa nel ’68, in cambio della rinuncia a qualunque rivendicazione di sovranità sulle isole Chagos, che vengono pertanto separate da Mauritius nel ’65, e concesse agli Stati Uniti per scopi militari. Gli abitanti vengono “indennizzati” con 4 milioni di sterline (in totale) alla metà degli anni ’80.

 Liberi da eventuali scomode ingerenze esterne, gli Stati Uniti passano dunque ad occuparsi di quelle interne: l’isola deve essere “bonificata” da ogni abitante, e persino dagli animali domestici. La cosiddetta bonifica, cominciata nel ’66 ed affidata a Sir Bruce Greatbatch, si svolge in modo graduale: dapprima vengono offerti a molti Chagossiani “viaggi di salute” nelle Seychelles o a Mauritius, impedendone il ritorno con pretesti vari. La più grande compagnia locale, la “Chagos Agalega Oil Company”, e le relative piantagioni, vengono acquistate dagli inglesi e subito chiuse, lasciando la popolazione priva della propria occupazione principale. Si giunge presto ad atteggiamenti inquietanti ed intimidatòri, come l’olocausto di migliaia di cani, sterminati tramite i gas di scarico nei forni destinati alla bruciatura delle noci di cocco. Coloro che resistono anche al potere di simili argomentazioni, vengono infine semplicemente stivati nelle navi e deportati a Port Louis o a Victoria.

Una tale azione di “pulizia” ai danni di circa 1500 persone non poteva non destare le preoccupazioni delle Nazioni Unite, che richiedono una verifica dello status degli abitanti. Il Foreign Office fa letteralmente carte false per dimostrare che si tratta in realtà di lavoratori saltuari, a tempo determinato, provenienti da Mauritius e dalle Seychelles, e che vanno dunque rimpatriati: i documenti che attestano la natività della quasi totalità della popolazione, discendente degli schiavi dell’Africa Orientale, vengono distrutti. 

 Nel ’71 l’isola è completamente “bonificata”, e presenta una fisionomia sensibilmente diversa: ospita infatti 30 navi da guerra, un deposito nucleare e due rifugi, una stazione satellitare, vie commerciali e un campo da golf. La nuova supertecnologica base prende il nome contraddittoriamente suggestivo di Camp Justice, e si rivela molto utile nella guerra del golfo, negli attacchi all’Iraq del ’98, nel bombardamento dell’Afghanistan del 2001, e nella guerra all’Iraq del 2003. La base è anche sospettata di ospitare un carcere soggetto ad una giurisdizione analoga a quella di Guantanamo – fatto mai confermato dagli USA – in cui vengono detenuti dei sospetti terroristi, a regime speciale esente dalle convenzioni di Ginevra.

I Chagossiani non solo vengono espulsi da Diego Garcia e dalle altre isole dell’arcipelago, ma vanno persino incontro ad una sorta di damnatio memoriae: scrive infatti il ministro della difesa britannica negli anni ’70: “Nei nostri archivi non c’è traccia né di popolazione, né di evacuazione dall’isola”.

I Chagossiani, o Ilois, non sono insomma mai esistiti.

Significativamente, non se ne fa menzione neanche sul sito ufficiale di Camp Justice – il cui motto dichiarato  è One island, one team, one mission – in cui le tristi vicende dell’isola vengono affidate ad espressioni impersonali quali “le isole venivano usate come piantagioni di cocco per la produzione di olio di copra” e di seguito “le piantagioni su Diego Garcia vennero chiuse nel ’71 per permettere la costruzione della base, secondo un accordo intercorso nel ’66 fra Stati Uniti e Gran Bretagna”.

Qualcosa si muove nel ’97, quando il quotidiano “Le Mauricien” dimostra, con una serie di articoli basati su dati desecretati degli archivi britannici, che i Chagossiani sono a tutti gli effetti cittadini di Sua Maestà, in quanto nativi delle isole Chagos, possedimento inglese, da diverse generazioni, come possono dimostrare anche le foto dei loro cimiteri. La vera e propria causa legale, però, viene intentata alla Gran Bretagna da un ex isolano di Diego Garcia, Olivier Bancoult, che riesce ad ottenere un patrocinio legale gratuito, oltre a fondare il GRC (Gruppo Rifugiati del Chagos), ed ottiene la vittoria nella clamorosa sentenza del 3 novembre 2000, in cui, con particolare richiamo ai diritti umani così come sanciti dalla Magna Charta, si dichiara invalido il quarto articolo del decreto sull’immigrazione del 1971, che aveva reso possibile l’espulsione degli isolani, e viene riconosciuto ai Chagossiani il diritto di far ritorno ai luoghi di origine. L’inchiesta mette anche sotto accusa la ditta incaricata della costruzione della base, la KBR (Kellogg Brown and Root Company), di proprietà del vice presidente americano Dick Cheney, ditta vincitrice anche dell’appalto per la ricostruzione dell’Iraq a seguito dei bombardamenti iniziati nel 2003.  Nello stesso giorno della storica sentenza, però, il Foreign Office si affretta a limitarne gli effetti, escludendone di fatto Diego Garcia in virtù del suo status militare: gli isolani possono far ritorno alle altre isole dell’arcipelago, ma non all’isola sede della base militare statunitense. Il primo ministro Tony Blair temporeggia, promettendo l’istituzione di “studi di fattibilità” per il rientro dei Chagossiani, e concedendo ai Chagossiani una “visita simbolica”, una gita di un giorno, ai luoghi natii.

Dopo l’11/9, gli Stati Uniti trovano un nuovo, ottimo pretesto per opporre una resistenza ancor più strenua alla ricolonizzazione di tutte le isole dell’arcipelago, non solo di Diego Garcia, invocando ragioni di sicurezza: permettere ai civili di ripopolare le isole aprirebbe uno spiraglio all’infiltrazione di possibili terroristi, implicando pertanto anche un inaccettabile dispiegamento di risorse economiche volte a garantire la sicurezza della base. Per compiacere il colosso a stelle e strisce, la Gran Bretagna trova infine un comodo quanto vetusto escamotage: si appella ad un antico Order-in-Council, una prerogativa reale,  per aggirare la sentenza del 2000 dell’Alta Corte di Londra. A tutt’oggi il rientro dei Chagossiani viene impedito dagli Stati Uniti, che si fanno beffe dei giudici di Londra, nonostante un’ulteriore sentenza dell’Alta Corte abbia dichiarato testualmente che “The suggestion that a minister can, through an Order in Council, exile a whole population from a British Overseas Territory and claim he is doing so for the ‘peace, order and good government’ of the Territory is repugnant.”

Per approfondire:http://www.adelphiana.it/pdf/winchester.pdf

http://www.infoplease.com/spot/dg.html 

http://www.globalsecurity.org/military/facility/diego-garcia.htm

http://www.giuseppescaliati.it/diego_garcia.htm 

John Pilger, “Stealing a nation”, documentario del 2004 (parte 1 di 6)

Le altre parti, nei prossimi giorni.

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