Inserito da: solleviamoci | Febbraio 25, 2008

Vogliamo anche le rose - Un bel film da non perdere!

IN USCITA NELLE SALE ITALIANE IL 7 MARZO 2008

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Per rinfrescare la memoria

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A qualche giorno dalla manifestazione NO VAT di sabato 9 febbraio a Roma, lanciata al grido di autodeterminazione, laicita’ ed antifascismo, termini e partiche che contrastano con la cronaca dei nostri giorni come dimostra la misera vicenda per cui alcuni medici romani qualche giorno fa hanno pensato bene di esercitare una vaga idea di obiezione di coscienza rifiutandosi di prescrivere la pillola del giorno dopo ad una donna che ne faceva richiesta, colgo l’occasione di segnalare la pubblicazione del trailer di un documentario che presto uscira’ nelle sale e per cui ho avuto l’onore di lavorare (un breve contributo come assistente al montaggio).

Si tratta di Vogliamo anche le rose, di Alina Marazzi, un film che ha il merito di aver raccolto meravigliosi materiali fra gli archivi della rai, dell’amod, e diversi archivi privati, e che in un montaggio mirabile, dell’ottima Ilaria Fraioli, ritesse il percorso di maturazione e  consapevolezza che hanno affrontato le donne in Italia fra gli anni ‘60 e ‘70.

Non e’ un film sul movimento femminista, anzi il punto di vista privilegiato e’ quello soggettivo, affrontato narrativamente attraverso il recupero della scrittura privata, del diario, che peraltro e’ la cifra stilistica piu’ marcata della poetica della Marazzi, gia’ espresso magistralmente nel film Un’ora sola ti vorrei (2003). Eppure e’ impressionante ripercorrere in 90 minuti la storia che va dall’emancipazione delle donne dal lavoro in casa, alla parita’ sul posto di lavoro fino divorzio e all’aborto. Passando anche per una sensibile messa in discussione delle relazioni e dei rapporti come contributo e un punto di vista di genere portato dalle femministe all’interno dello stesso “movimento”. Il film risulta essere ad ogni modo un impressionante documento di come tutte le donne attiviste e non avessero la consapevollezza di vivere un momento storico in cui grossi conflitti si attuavano intorno a loro e sui loro corpi e hanno saputo agirlo e determinarlo come un momento di grosso cambiamento. E’ imperdibile l’immagine di una bambina in manifestazione con il megafono in mano che grida al dirigente di piazza alto il doppio di lei che le donne non hanno paura, immediatamente dopo quell’uomo ordino’ la carica (campo de fiori 1972).

Se penso che a distanza di 30 anni alcune questioni, sono oggi rimesse in discussione e in quali forme oscurantiste e repressive, penso che film come questi siano sostanziali.

Un solo rammarico: nel montaggio finale e’ stata tagliata fuori un’immagine a cui mi ero affezionata, si trattava di una casalinga sindacalista, lavorava alle lebole in toscana e fra una ramazza, il bimbo che deve fare i compiti e il lavoro, veniva intervistata nel momento in cui in cucina con le compagne prende un te e parla di lotta di classe e rivoluzione. In effetti era un po’ affettata, ma ho amato fin da subito quella donna anche nella sua impacciataggine difronte all’invadenza delle inchieste televisive di quel periodo intrise di sociologia d’assalto. Mi piacerebbe conoscere quella donna.

Altra chicca: la musiche originali sono dei Ronin

GUARDA IL TRAILER

fonte:  http://espanz.noblogs.org/post/2008/02/07/per-rinfrescare-la-memoria

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LA TRAMA

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Anita, Teresa e Valentina non si sono mai incontrate. Hanno vissuto nell’Italia degli anni sessanta e settanta, in età diverse e in città lontane. Ma le loro storie vere, riportate in diari privati, sono in un’ideale continuità, testimonianza di lotte famigliari e politiche, personali e collettive, per affermare autonomia, identità e diritti in un Paese patriarcale.

Nel 1964, Anita è un’adolescente, ragazza brava di una famiglia bene. È timida e riflessiva. Spesso si chiude nella stanza notturna e confessa al suo diario tutto il suo
senso di inadeguatezza e fragilità. “Ci ha invitati la famiglia di sotto: questa sera devo andare per la prima volta a ballare! Ho una fifa maledetta, mal di stomaco eccetera.
Quanti anni ho?? Quasi diciassette!! … e invece sono stata coraggiosissima!”.
Mentre fuori dall’appartamento borghese della Milano bene, i suoi coetanei iniziano a fare esperienza di autonomia e rivolta, lei si chiude e fa i conti con i dettami di una
cultura borghese, autoritaria e moralista. Anita vorrebbe scoprire l’amore e il sesso, ma l’educazione che le hanno impartito la blocca inibendole una piena e consapevole
esperienza del suo corpo e della sua vita.

Teresa invece l’amore e il sesso li ha già scoperti, e a soli vent’anni è rimasta incinta.
Cosa fare? Come gestire una gravidanza indesiderata in una cultura meridionale quale quella della sua famiglia? “Per un’altra donna questo momento poteva essere di grande
felicità. Ma non per me. Per me è la tragedia. Per me è la fine. Penso solo a mio padre, a mia madre, e che sarebbe meglio morire”. Teresa decide di abortire, e così il diritto
per cui si stava battendo insieme alle compagne del collettivo non è più uno slogan ma diventa parte della sua vita, visto che l’aborto nel ‘76 è illegale. Lascia il suo paese nel Sud e va a Roma: maestosa, straniante e ora nemica, sfila nelle sue strade rumorose e nei palazzi fitti. Teresa farà esperienza di un aborto clandestino, consumato in una
stanza anonima, su di un lettino gelido, da un ginecologo sconosciuto. Riporterà sulle pagine del diario i sentimenti e le riflessioni di una pratica che da lì a poco diventerà un
diritto, per lei non più astratto.

Valentina a Roma c’è nata, ci vive e opera da militante femminista, attiva nei circoli e collettivi, ben nota al “Governo Vecchio”. Vive i suoi trent’anni intensamente, mettendo sempre in relazione il “personale con il politico”, cercando di trovare un equilibrio possibile tra le muse del separatismo e una piena e condivisa storia d’amore con uomo.
Una sera è con il suo Francesco, finalmente intimi, ma una telefonata la distoglie: un commando di compagne ha gambizzato un ginecologo. Deve correre, sperando di trovare al ritorno la sua storia d’amore ad aspettarla.
Ma Valentina è consapevole che questo grande periodo conflittuale di lotte e passioni. Politica e sesso, sta finendo perché, come scrive sul suo diario: “Siamo sconfitti, uomini
e donne, dopo il ‘77 e penso che i veri effetti saranno lenti a insediarsi nelle nostre coscienze”.

Queste tre donne non si conoscono, ma la loro testimonianza ha una ugual tensione e si muove, inconsapevole, in un’unica direzione: un sommovimento generazionale che ha preso le singole e private concezioni della vita e del mondo e le ha fuse in una visione collettiva e pubblica. I 20 anni che hanno cambiato la vita di ognuno di noi.

fonte:  http://news.cinecitta.com/film/film.asp?id=1241

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personaggi

20/7/2007

ALINA MARAZZI, VIDEO-DIARIO DEL FEMMINISMO

Vogliamo anche le rose

[di Cristiana Paternò]

Avrà l’onore della Piazza Grande, il 4 agosto, Vogliamo anche le rose, il nuovo documentario di Alina Marazzi, ulteriore tappa di un percorso di genealogia femminile partito proprio da Locarno, nel 2002, con il bellissimo Un’ora sola ti vorrei. Dopo aver ricostruito il rapporto mancato con sua madre Liseli, morta quando lei aveva otto anni dopo un doloroso percorso di depressione e ricoveri in cliniche psichiatriche, passata poi per l’esperienza di Per sempre, film sulla clausura come scelta d’amore assoluto e quasi anacronistico, ecco la cineasta milanese a fare i conti con il femminismo, le sue parole d’ordine, le conquiste mai definitive. Strenua nel definirsi documentarista per la libertà e i tempi lunghi di elaborazione che questo le garantisce, prosegue la sua ricerca di “madri” simboliche. In una mescolanza di materiali di repertorio privati (i super8) e pubblici (Teche Rai, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Cineteca di Bologna), di film sperimentali e rari filmati dell’underground (Alberto Grifi, Annabella Miscuglio, Adriana Monti, Alfredo Leonardi, Loredana Rotondo…) e di testi scritti, come i diari dell’Archivio di Pieve Santo Stefano, le lettere, o le conversazioni con le testimoni di quegli anni come Lea Melandri o Serena Sapegno, che è tra le autrici del libro “Baby boomers”, infine attraverso le foto, tra cui gli scatti di Paola Agosti, il materiale d’animazione, sia d’epoca che creato oggi da Cristina Seresini, i fotoromanzi e le riviste. Un film di montaggio, dunque, che fa archeologia degli anni ‘60-70 andando verso esistenze consumate in una lotta interiore, oltre che nelle grandi manifestazioni di piazza per il divorzio e l’aborto. Temi già toccati da Giovanna Gagliardo nei due capitoli di Bellissime, altra video-storia delle donne italiane, ma qui coniugati anche in termini di quel prezzo personale che è stato necessario pagare per una liberazione tuttora incompiuta e forse mai del tutto realizzabile. Vogliamo anche le rose, coproduzione italo-svizzera che coinvolge Rai Cinema e la RTSI, non ha ancora una distribuzione italiana.

“Vogliamo anche le rose” vuole raccontare dunque la liberazione sessuale in Italia da un punto di vista personale oltre che collettivo.
Sì, è per questo che ho accostato alle immagini di repertorio tre percorsi individuali ricavati da tre diari di Pieve Santo Stefano, che ho rivisto insieme alla scrittrice Silvia Ballestra. Sono tre donne, che chiameremo Anita, Teresa e Valentina, che scrivono in tre diversi momenti del percorso, il 1967, il ‘75 e il ‘79, coprendo oltre un decennio di storia dell’identità femminile.

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Chi sono queste donne che raccontano in prima persona la loro dimensione sessuale e affettiva.
Anita è una donna di estrazione borghese che si sente oppressa dall’educazione cattolica e si iscrive all’università mentre esplode il ‘68. Teresa vive in provincia di Bari e viene a Roma per praticare un aborto clandestino con l’aiuto dell’Aied. Valentina infine è una ragazza politicamente impegnata che frequenta il collettivo di Via del Governo Vecchio. I loro diari sono letti da tre attrici: Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti, mentre i loro volti sono quelli di tre donne reali, anche se non le stesse che scrissero il diario, riprese in super 8 d’epoca. Queste donne parlano di se stesse e della relazione col proprio corpo e con l’altro, il maschio. Dunque parlano anche della comunicazione o non comunicazione, molto più che di questioni ideologiche.

Come ha vissuto la stagione del femminismo?
Sono nata nel 1964 e forse anche per la mia storia personale sono arrivata tardi a ripercorrere quella stagione. Mia madre, che è morta nel ‘72, è stata in qualche modo schiacciata dalle convenzioni borghesi. Il suo malessere era condiviso da molte altre donne che sentivano, anche se in forme diverse, l’inadeguatezza e la frustrazione. Io, avendo perso lei, ho dovuto cercare delle madri simboliche e in un certo senso i miei film fanno parte di questo percorso.


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Quella del femminismo è una stagione cronologicamente vicina, ma che sembra già sepolta nella memoria collettiva, lontana dalla sensibilità di chi oggi ha vent’anni.
È vero, ed è stato necessario un lavoro preliminare di ricostruzione, parlando con tante donne attive in quegli anni, che frequentavano la Libreria delle Donne di Milano o la Casa delle Donne di Roma. È importante ricordare quel periodo di grandi cambiamenti perché oggi tante cose si danno per scontate. E lo faccio io per prima.

Cosa è andato perduto?
Ci sono state molte conquiste, a livello normativo. Ma c’è stata anche una dispersione di energie ed è mancato un passaggio di saperi. A livello diffuso il femminismo ha cambiato le relazioni e il linguaggio, ma intimamente le cose non sono mutate poi troppo. Quella italiana è una società patriarcale dove la Chiesa ha un’ingerenza enorme su ognuno di noi. Certi ruoli li abbiamo metabolizzati e spesso ci autocensuriamo. Ma anche a livello collettivo il cambiamento non va dato per acquisito. Alla fine del film ho voluto indicare le date principali della liberazione, dal referendum sull’aborto alla liberalizzazione della pillola, ed è incredibile quanto certe conquiste siano recenti.

fonte: http://news.cinecitta.com/people/intervista.asp?id=5444

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TUTTE LE ROSE DEL MONDO

di Giuseppe Genna

Vogliamo anche le rose, il film documentario di Alina Marazzi, va visto oggi: oggi che le conquiste di civiltà e di buonsenso vengono messe a repentaglio da un’idea astratta e catechistica e confessionale e spettacolare della vita, che poi va a ridursi ad alienazione, secondo i dettami di coloro che ritengono di tutelare proprio la vita. Nascere grazie a Ferrara, per vedere, con sindrome trisomica, lo stesso Ferrara: ecco una delle cattive tautologie che ci stanno propinando.

Oggi è un atto di necessità coscienziale per ogni donna e ogni uomo ricordare ciò che non viene più fatto ricordare. Vogliamo anche le rose è un’opera d’arte al meglio dell’espressione: un film profondo, ambiguo, autointerrogantesi e interrogante, memoriale con intensa vocazione al presente e, si spera, al futuro. vogliamoanchelerose.jpg

La ricerca documentaristica condotta da Marazzi e dal suo staff è a dire poco prodigiosa. Una miriade di immagini dell’Italia ripresa da telecamere Rai ed eiettata dal caleidoscopio dell’opinione pubblica e da filmati privati - questa dioramatica, che è montata in maniera splendida, viene legata dal filo tenace di tre diari femminili - parole che straziano, commuovono, spalancano noi stessi rispetto alle difficoltà che scontiamo oggi nell’essere insieme, nel fare comunità e, al contempo, nel vivere individualmente.
Non si tratta semplicemente di un’operazione all’insegna del femminismo unilaterale. Nelle parole dei tre diari stesi da donne che, in anni differenti, esprimono universi personali sconcertantemente diversi con le loro costellazioni sociali erotiche corporee emotive, in queste parole intime proposte a un pubblico postero eppure contemporaneo noi troviamo noi stessi, la deriva e la caduta dell’autocoscienza e delle pratiche di preservazione delle conquiste ottenute. C’è un indice puntato contro di noi, un indice che avremmo desiderato da molto tempo che venisse puntato contro di noi: noi, i responsabili di avere vegliato male, in anni clamorosamente reazionari seppure glassati di edonismo e precariato iridescente, su un comparto che fa la nostra civiltà: il diritto alla scelta da parte della donna, la creatività messa al servizio della collettività, la comprensione del dolore che implica la libertà, la normalizzazione della religione del piacere che scatena sbalzi psichici, il dubbio come motore della conquista civile.

Non è soltanto questione di presidiare l’integrità e l’integralità della legge 194, anche se sarebbe stupido non rilevare la coincidenza, tutt’altro che casuale, tra il film di Marazzi e l’attuale momento storico. Vogliamo anche le rose è una modalità filmica che permette di osservare come si concretizzi - e, storicamente, si sia concretizzata - la possibilità di volere tutto e immaginare tutto, finendo per ottenere tutto. Questo excursus temporale, che fa ridere e lacrimare, trattiene lembi di memoria consumistica al pari di ricordo politico, rendendosi incalzante grazie alla scelta dei materiali e al prodigioso montaggio. Eppure ciò che colpisce è la sua potenza rispetto all’oggi, il richiamo alla responsabilità nei confronti delle generazioni future, vista attraverso la storia delle lotte per la parità, per il divorzio, per il diritto all’aborto. Film storico ma immaginifico, Vogliamo anche le rose ha un impatto a cui ciascuno e ciascuna dovrebbero esporsi: questo è un film politico ed è l’opera di un’artista - il che significa non tanto che un elemento decisivo sta tornando, ma, piuttosto, che un elemento nuovo sta arrivando, sta pressando dal futuro immediato. Quanto è di straziante nel film è infatti l’elemento da cui entra il futuro, la consapevolezza che abbiamo raggiunto, ex post, che il diritto alla felicità passa non unicamente attraverso lotte di comunità, ma anche attraverso uno strappo profondo, che imprimiamo a noi stessi, dall’alienazione che ci sposta in esilio perfino da noi stessi in quanto individui.

Una clamorosa opera contemporanea che non cade in alcun nostalgismo, mette in scacco il passato se visto attraverso le etichette che gli sono state appiccicate addosso. Scomodo, irriverente, da vedere: per comprendere che il femminile è universale e che richiede una militanza continua, in termini di coscienza di quanto ci accade attorno, ogni giorno. Un’iniezione terapeutica contro l’omologazione e l’alienazione che è stata imposta ma è stata anche accettata dagli Ottanta in poi.

Pubblicato Febbraio 14, 2008

fonte: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/02/002544.html

 

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