
Il 45,9% dello stipendio non finisce nelle tasche degli italiani ma in quelle del fisco e degli enti di previdenza tramite il cosiddetto cuneo fiscale, cioè la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto incassato effettivamente dal lavoratore. A fare i conti è l’Ocse nell’annuale rapporto sul prelievo fiscale sui salari, aggiornato al 2007.
In Italia, considerando il caso di un lavoratore single senza figli che guadagna esattamente il 100 per cento della media nazionale, il cuneo fiscale si attesta al 45,9 per cento (al sesto posto tra i paesi Ocse), in crescita dello 0,3 per cento rispetto al 2006. La percentuale è più bassa invece nel caso del lavoratore unico percettore di reddito con a carico coniuge e due figli: il cuneo fiscale in questo caso è al 33,8 per cento (ma era al 33,3 per cento nel 2006) per gli stipendi italiani, superiore comunque alla media Ocse (27,3 per cento), dell’Europa a 15 (31,9 per cento) e della Ue a 19 (31,8 per cento).
Tra il 2000 e il 2006 il peso della tassazione sui salari in Italia è leggermente diminuito (-0,9 per cento) e il maggiore calo si è registrato nelle fasce di reddito più basse.
Secondo i dati Ocse, tra il 2006 e il 2007, le tasse pagate da un lavoratore single sono aumentate di 0,118 punti mentre i contributi trattenuti dalla busta paga a favore dei programmi previdenziali sono cresciuti di 0,227 punti. Sono invece rimasti invariati i contributi pagati dalle aziende a favore dei programmi previdenziali dei dipendenti. In totale le tasse sul reddito, sempre nel caso di lavoratore single, sono ora pari al 14,4 per cento mentre i contributi ai programmi previdenziali sono pari rispettivamente al 7,2 per cento per il lavoratore e al 24,3 per quanto riguarda il datore di lavoro. A paragone, in Francia il cuneo fiscale è pari al 49,2 per cento (con una incidenza del 9,9 per cento per le tasse sul reddito e pagamenti contributivi rispettivamente del 9,6 per cento per il lavoratore e del 29,6 per cento per le aziende), mentre la Spagna il prelievo totale scende al 38,9 per cento ripartito al 10,8 per cento per le tasse, al 4,9 per cento per il contributo del lavoratore alla pensione e al 23,2 per cento per quello dell’azienda.
Nel caso della famiglia monoreddito con due figli a carico, il cuneo fiscale dell’Italia (pari al 33,8 per cento, in rialzo di 0,4 punti rispetto al 2006), è il dodicesimo come incidenza fra i paesi Ocse, alle spalle di Ungheria (43,8 per cento), Turchia (42,7 per cento), Grecia (42,6 per cento), Francia (41,9 per cento), Belgio (40,5 per cento), Svezia (39,4 per cento), Austria (37,9 per cento), Finlandia (37,8 per cento), Polonia (37,4 per cento), Olanda (36,6 per cento) e Germania (36,4 per cento). Meglio delle famiglie italiane stanno quelle del Regno Unito (28,3 per cento), del Giappone (23,8 per cento), del Canada (19,9 per cento), degli Stati Uniti (18,1 per cento) e dell’Islanda (11,4 per cento). Per l’Italia un segnale positivo, per quanto modesto, viene dal raffronto storico: dal 2000 al 2006 infatti il cuneo fiscale è sceso dello 0,9 per cento con un miglioramento più sensibile per i lavoratori a basso reddito: nel loro caso, il cuneo fiscale è diminuito dell’1,9 per cento mentre per i più ricchi è sceso dello 0,3 per cento. Da segnalare infine che il reddito lordo per un lavoratore single è aumentato nel 2007 del 2,6 per cento a 23mila 990 euro ma gran parte di questo aumento è stato eroso dall’inflazione (cresciuta del 2 per cento): l’aumento effettivo, al netto delle tasse, è stato così solo dello 0,6 per cento cui tuttavia ha fatto fronte un aumento medio del livello di tassazione dello 0,2 per cento.
Basta con la politica di moderazione salariale e no alla riforma dei contratti: è la risposta da dare all’allarme dell’Ocse sui salari secondo il segretario nazionale della Fiom ed esponente della Rete 28 Aprile, Giorgio Cremaschi. «Lo sprofondare dei salari italiani al limite dell’Ocse che è fatta di 25 paesi dice che dopo più di 20 anni di moderazione salariale il sindacato deve radicalmente cambiare linea e dare via ad un’offensiva salariale, sia a livello nazionale sia a livello aziendale, senza scambi su produttività» dice Cremaschi secondo il quale «con questi dati il documento di Cgil, Cisl e Uil sulla riforma contrattuale, che ripropone sotto altre voci la moderazione salariale, è completamente fuori mercato».
Il rapporto dell`Ocse sul livello dei salari in Italia è «l`ennesima conferma che siamo diventati un paese povero, dove si è allungata drammaticamente in questi anni la forbice sociale tra chi ha un reddito elevato e chi non riesce più ad arrivare alla fine del mese». E` quanto sostiene il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni.
«Ieri i massimi vertici della Cei e oggi l`Ocse - dice Bonanni - hanno lanciato l`allarme sul livello scandalosamente basso dei salari e delle pensioni in Italia. Ora speriamo che tutte le forze politiche rispondano con i fatti a questa emergenza sociale, ripristinando la politica dei redditi e trovando le risorse per ridurre le tasse sui salari e sulle pensioni. E in particolare tagliando le tasse proprio sulla parte di salario legata alla maggiore produttività, in modo da stimolare la crescita e non avere effetti inflattivi».
Pubblicato il: 11.03.08
Modificato il: 11.03.08 alle ore 20.11
fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=73670
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