Inserito da: solleviamoci | Marzo 16, 2008

Si scrive “contrattazione”, si legge “Costituzione”

Riporto integralmente questo post, tratto dal sito di Brigante Rosso: vi invito a leggerlo con attenzione ed a postare i vostri eventuali commenti direttamente da lui, qui:

http://www.ilbriganterosso.info/dblog/articolo.asp?articolo=534#commenti

 

La lettera aperta di Luciano Gallino, Francesco Garibaldo e Massimo Roccella apparsa su queste pagine il 5 marzo scorso ha inteso avviare una discussione sull’ipotesi di riforma della contrattazione al vaglio delle parti sociali. È un tema che, per la sua portata «costituente», meriterebbe senz’altro più attenzione di quanta ne abbia sin qui destata al di fuori dei vertici delle organizzazioni coinvolte in prima persona nel confronto di merito. Si capisce. Siamo in campagna elettorale. I riflettori sono puntati sulle liste dei candidati e sulle polemiche tra i partiti. Per di più, il modello contrattuale sembra materia per addetti ai lavori. E invece faremmo bene tutti quanti a stare molto attenti. Quello che rischia di verificarsi nella sostanziale indifferenza dei più è un mutamento decisivo della costituzione materiale del paese, foriero di gravi contraccolpi sulla tenuta e la qualità della nostra democrazia.

Dal 12 febbraio circola una bozza elaborata dalle tre Confederazioni sindacali. Qualche giorno fa (il manifesto, 27 febbraio) Dino Greco ne ha svolto un esame dettagliato, indispensabile per un’informazione complessiva. Volendo indicarne il fulcro, si può dire che essa ruota intorno alla riformulazione di quel rapporto tra contratto nazionale e contrattazione articolata che ha informato l’esperienza del sindacato italiano a partire dagli anni Sessanta.

Il nesso tra lo sviluppo della contrattazione di secondo livello e la persistente centralità del contratto nazionale è stato la cifra di questa lunga esperienza. Ha costituito la base delle conquiste operaie a monte e a valle del «secondo biennio rosso» (’68-’69). E ha rappresentato un decisivo elemento di resistenza contro lo sfondamento capitalistico dispiegatosi a partire dagli anni Ottanta.

La tesi veltroniana (in linea con le elucubrazioni di Ichino e dei bocconiani), secondo la quale l’iniquità distributiva che dal 1980 ad oggi ha decretato il drenaggio di oltre dieci punti di Pil dal lavoro al capitale sarebbe conseguenza del contratto nazionale, è un mirabile esercizio di impudenza. È vero esattamente il contrario. Quella redistribuzione verso l’alto avrebbe avuto luogo prima e con effetti ben più dirompenti (determinando gravi sperequazioni interne alla classe) se il contratto nazionale non avesse operato come un potente fattore di regolazione in senso universalistico. Il che spiega perché la «riforma» oggi in discussione miri proprio a colpire il contratto nazionale, riducendolo anche formalmente alla semplice difesa del potere d’acquisto dei salari. Una difesa che peraltro, come insegna il quindicennio che ci sta alle spalle, si risolve in una rincorsa tardiva e parziale.

Ne deriverebbero conseguenze assai gravi per le condizioni materiali del lavoro e per la sua stessa soggettività. Incentrare la contrattazione sul secondo livello (aziendale o territoriale) in un quadro compromesso dall’indebolimento del contratto nazionale significherebbe condizionare ogni possibile incremento delle retribuzioni reali all’aumento (peraltro non verificabile) dei profitti della singola impresa o della quantità di lavoro, secondo le aspirazioni storiche del padronato. La strada verso l’individualizzazione del contratto di lavoro sarebbe spianata. Con ciò, si otterrebbe finalmente il risultato di scaricare per intero sul lavoro – trasformato in una variabile totalmente dipendente dal capitale – il rischio d’impresa e le conseguenze dell’arretratezza di gran parte del nostro apparato produttivo.

Mentre si celebrano le stragi operaie invocando l’abrogazione dello Statuto dei lavoratori, le imprese ringraziano. Tanto più che per gli eventuali aumenti salariali ci si ripromette di ricorrere alla fiscalità generale. Innescando cortocircuiti con i livelli della spesa pubblica (quindi ulteriori tagli ai salari reali). E attivando percorsi lesivi dell’autonomia contrattuale del sindacato.

A questo proposito le domande poste da Gallino, Garibaldo e Roccella appaiono difficilmente eludibili. Sia nel merito (che ne sarà dei salari, già intollerabilmente bassi, e dell’autonomia del sindacato? che ne sarà dell’uguaglianza residua nella condizione operaia e di un welfare inteso come sistema pubblico di tutele universalistiche?). Sia nel metodo, posto che su tutto ciò si rischia di decidere senza aver mai consultato i lavoratori, gli iscritti e gli organismi dirigenti delle singole organizzazioni.

Ma le domande non finiscono qui. C’è da chiedersi in che rapporto stia questa «riforma» della contrattazione con quanto bolle nella pentola della politica italiana, scossa da rivolgimenti che puntano a chiudere la transizione alla seconda repubblica. Del buonismo veltroniano si suole cogliere l’aspetto più superficiale, in controtendenza rispetto alla canea bellicosa della destra. Ma esso cela un cuore altrettanto violento, poiché mira a criminalizzare il conflitto sociale e l’idea stessa della trasformazione. Nel progetto «democratico» tutto (le ipotesi di revisione decisionistica e «federalistica» della Costituzione; il rifiuto di distinguere tra destra e sinistra; il bipartitismo; l’interclassismo; la concezione del lavoro come parte integrante dell’impresa capitalistica) rimanda a un’idea della politica come amministrazione dell’esistente nel segno del consolidamento delle logiche e delle gerarchie date. Questa è la realtà. L’unica di cui abbia senso e sia lecito parlare. Anche per questo il sindacato deve cambiare ruolo e natura. Cessando una volta per tutte di concepire il lavoro come un soggetto e di volerne rappresentare in autonomia istanze e progettualità. Di tutto ciò si tratta in questa partita. Forse – finché siamo in tempo – varrebbe la pena di discuterne.

 

 

Riporto anche un appello di economisti ed intellettuali, che ho trovato qui:

http://attacfoggia.wordpress.com/2008/02/25/bassi-salari-cosa-serve-e-cosa-noappello-di-economisti-e-intellettuali/

 

Bassi salari cosa serve e cosa no:Appello di economisti e intellettuali

Contro un approccio solo fiscale al problema e perché le detassazioni in discussione non ricadano sui lavoratori deboli e sul contratto nazionale.

È un bene che la questione salariale sia oggi al centro del dibattito pubblico. A causa dell’inflazione e di retribuzioni del tutto inadeguate (in Europa solo il Portogallo si colloca sotto l’Italia quanto a livello dei salari), la condizione del lavoro dipendente nel nostro Paese è ormai insostenibile. Va detto tuttavia con chiarezza che non si tratta di una novità. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza attribuita ai redditi da lavoro è diminuita di oltre 15 punti di Pil, mentre la quota attribuita ai profitti è balzata dal 2 al 16%. Dopo gli accordi del 1992-93, che abolirono la scala mobile e vararono la concertazione, circa il 3% del Pil (45 miliardi di euro in valori correnti) è passato dal monte-salari ai redditi da capitale. Non stupisce che nel corso di questo periodo il valore reale delle retribuzioni non sia cresciuto e per molte categorie sia addirittura diminuito.

E’ dunque positivo che il tema dei bassi salari e dell’impoverimento delle classi lavoratrici sia al centro del confronto tra governo e parti sociali avviatosi dopo la pausa festiva. Meno positivo appare il modo in cui si intende affrontarlo affidandosi a misure di natura fiscale, quasi che controparte del lavoro non siano più l’impresa e le pubbliche amministrazioni, ma il Tesoro.

Sono state avanzate proposte diverse, che vanno tenute ben distinte tra loro.

Si è parlato di ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente e sulle pensioni attraverso un aumento delle detrazioni a beneficio dei percettori di redditi medio-bassi. Siamo favorevoli a tale ipotesi, fermo restando che la copertura degli oneri che essa comporta non potrà certo gravare sul lavoro e che di analoghe agevolazioni dovrà beneficiare anche la vasta platea dei lavoratori «dipendenti mascherati» (co.co.co., co.co.pro., associati in partecipazione e partite Iva), sinora esclusa da tutte le misure di tutela del lavoro dipendente. Ulteriori tagli alla spesa rischierebbero di tradursi in nuove riduzioni dell’offerta pubblica di beni e servizi, in ulteriori tagli allo Stato sociale, cioè in un’ulteriore diminuzione del salario reale. Per le detrazioni andranno pertanto impiegati i notevoli risultati ottenuti sul fronte della lotta all’evasione e le risorse che deriverebbero da una revisione del profilo ingiustificatamente restrittivo della politica di bilancio. Ma va altresì previsto un aumento del peso fiscale sui redditi da capitale (profitti e rendite, a cominciare dalle plusvalenze, che in Italia godono di un intollerabile regime di privilegio).

Si parla anche di detassare gli aumenti contrattuali a partire dalla contrattazione di secondo livello. Questa proposta – non per caso avanzata in passato da forze del centrodestra – è a nostro parere sbagliata e pericolosa, e tale da comportare seri rischi anche sul terreno dei diritti del lavoro. Essa lascerebbe intatta la condizione lavorativa e retributiva di quanti lavorano in situazioni di apparente autonomia e di quanti vivono di pensione. Inoltre si inscrive nel contesto di una campagna volta a privilegiare la contrattazione di secondo livello (dalla quale resta oggi escluso circa il 70% dei lavoratori), in modo da collegare i salari alla produttività, incentivando attraverso la detassazione proprio la parte variabile e aleatoria del salario o, peggio, quella legata a non controllabili indici di bilancio. Ne deriverebbe la marginalizzazione di quel fondamentale strumento di redistribuzione e di solidarietà per il mondo del lavoro che è il contratto collettivo nazionale. Si realizzerebbe così il sogno del padronato: individualizzare il rapporto di lavoro e scaricare sui lavoratori i rischi d’impresa. Tutto ciò contribuirebbe a mutare anche la natura del sindacato, che – fatti propri gli obiettivi della competizione di mercato – cesserebbe di concepire se stesso quale autonoma rappresentanza del lavoro e quale controparte del capitale.
 
Potremmo aggiungere altre osservazioni critiche. Riteniamo tuttavia che quelle sin qui svolte bastino suggerire la necessità di cercare altre soluzioni. La questione salariale nel nostro Paese discende dalla scelta del padronato italiano di ridurre al minimo costi, diritti e capacità conflittuale del lavoro. Non è la conseguenza delle presunte rigidità del modello contrattuale vigente né della scarsa produttività del nostro apparato produttivo. Che è un problema reale e di prima grandezza. Ma che consegue alla scelta di una parte cospicua delle imprese di destinare i profitti alla speculazione finanziaria piuttosto che agli investimenti in ricerca e innovazione.

Sul governo incombe la responsabilità primaria di tener fede alle promesse (a cominciare dalla restituzione strutturale del fiscal drag e dall’innalzamento delle aliquote fiscali sulla rendita); di varare misure efficaci contro il carovita e la precarietà; di rinnovare in tempi rapidi il contratto dei dipendenti pubblici e di operare affinché vengano chiusi al più presto anche i contratti dei meccanici e del commercio. Occorre invertire la tendenza (che ha ispirato anche il Protocollo sul welfare) a premiare il salario di rischio e a favorire il ricorso agli straordinari. È necessario soprattutto smettere di incoraggiare le imprese nella ricerca di profitti facili, che prendono poi sistematicamente la strada della speculazione finanziaria.

Al sindacato chiediamo di continuare a svolgere la propria funzione di autonomo rappresentante degli interessi di chi lavora e di controparte dei datori di lavoro, dai quali va preteso il rispetto dei diritti dei lavoratori, a cominciare dal diritto costituzionale a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Alla sinistra tutta, infine, compete l’onere di dimostrarsi all’altezza dei propri compiti e obiettivi. È necessario ottenere dal governo il rispetto degli impegni assunti e mettere in campo efficaci iniziative contro la precarietà e per il salario, a cominciare da nuovi meccanismi che garantiscano il recupero del potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Di questo dovrà trattare il confronto con il governo, se non si vorranno nuovamente deludere le aspettative del mondo del lavoro e le stesse necessità del Paese.

Mario Alcaro, Emiliano Brancaccio, Alberto Burgio, Bruno Casati, Paolo Ciofi, Aurelio Crippa, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio Galli, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Claudio Grassi, Dino Greco, Paolo Leon, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Gianni Pagliarini, Felice Roberto Pizzuti, Marilde Provera, Enrico Pugliese, Riccardo Realfonzo, Marco Revelli, Tiziano Rinaldini, Massimo Roccella, Rossana Rossanda, Ersilia Salvato, Massimo Serafini, Bruno Steri, Antonella Stirati, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Katia Zanotti, Stefano Zuccherini
 
 
per adesioni: bassisalari@gmail.com

 

 


Lascia un commento

La tua risposta:

Categorie