I superstiti della Schindler list rivedono Cracovia
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ROMA (16 marzo) – E’ il mistero degli 800 ebrei trovati dai militari dell’Armata Rossa nelle cantine di un ex ospedale ebraico nel centro di Berlino e risparmiati da Adolf Eichmann e da altri esponenti del regime nazista. Forse perché amici di importanti gerarchi del regime. Una vicenda poco chiara a oltre sessant’anni di distanza su cui torna il giornale britannico Sunday Times. Non solo infatti questo gruppo di ebrei sfuggì all’Olocausto, ma lo fece con la piena consapevolezza dei vertici nazisti.
Poco si sa di questi superstiti, perché i documenti che li riguardavano furono bruciati dalla Gestapo pochi giorni prima dell’arrivo dei sovietici. Tuttavia, il Sunday Times scrive che in molti casi si trattava di ebrei in maggioranza sposati con tedeschi non ebrei. Ma non tutti. E poi, come e perché furono scelti? E perché Eichmann rimandò la loro uccisione nelle camere a gas?
La storia è conosciuta solo grazie a Hilde Kahan, segretaria del direttore dell’ospedale che ebbe accesso ai documenti segreti dei sopravvissuti. Walter Lustig, il direttore, scappò dalla struttura e si persero le sue tracce, anche se pare che si stato trovato e ucciso dai russi. In passaggi del suo diario citati dal giornale, Kahan racconta che «in molti casi questi erano amici di importanti personalità del Terzo Reich». Per Aubrey Pomerance, responsabile degli archivi del Museo ebraico di Berlino, molte di queste persone riuscirono a restare in vita pagando gli alti gerarchi nazisti.
Pomerance spiega parlando col Sunday Times che «mazzette pagate da ebrei che avevano contatti con i nazisti furono decisamente parte della storia dell’Ospedale ebraico. È una storia molto, molto strana, e nessuno la conosce pienamente». Quello che è certo è che la sopravvivenza di queste persone avvenne per decisione di Eichmann e di altri alti gradi del regime. L’architetto della «Soluzione Finale», cioè dello sterminio degli ebrei, nel processo in Israele, ricorda il Times, non fu mai interrogato sulla vicenda perché la mostruosità dei suoi crimini rendeva secondaria questa oscura storia della Seconda guerra mondiale.
Gli ebrei di Schindler list rivedono Cracovia. Intanto, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, si sono ritrovati oggi a Cracovia, in Polonia, 11 dei 60 sopravvissuti ebrei della Schindler list, gli operai della fabbrica dell’imprenditore nazista tedesco Oskar Schindler che salvò 1.200 di loro dalle camere a gas. A 87 anni, Ludwig Kutscher ha affrontato il lungo viaggio da Karmiel, nel nord di Israele dove vive, per tornare a Cracovia, la sua città natale. «Presto noi moriremo. Ho paura che la gente dimentichi. Adesso, il mio lavoro è raccontare. Dire quello che è successo», spiega in tedesco, la sua lingua madre. Insieme a altri dieci ebrei sopravvissuti grazie a Schindler – la cui storia è stata raccontata in un film da Steven Spielberg – Kutscher è venuto a Cracovia per commemorare la liquidazione finale del ghetto, il 13 marzo 1943.
Dopo aver occupato la Polonia, i nazisti chiusero gli ebrei delle grandi città nei ghetti. Progressivamente, portavano nei campi di sterminio quelli che sopravvivevano alla fame e alle malattie. Solo il 10% dei tre milioni e mezzo di ebrei polacchi sopravvisse. «Laggiù mi sono sposato», ricorda Kutscher, indicando un piccolo edificio. «Era il 9 novembre 1942, nel ghetto, e il nostro matrimonio è durato 60 anni». È stata sua moglie a salvarlo: lavorava per Schindler, i cui operai avevano il diritto di far venire con loro la famiglia. Secondo Skotnici, nel mondo restano 60 ebrei dei 1.200 salvati dall’industriale tedesco.
Oskar Schindler, tedesco della Cecoslovacchia, membro del Partito nazista, che voleva arricchirsi in fretta con la guerra, fece di tutto per salvare gli ebrei che lavoravano per lui. Verso la fine del conflitto mondiale consumò la fortuna che aveva accumulato facendo affari con le forze armate di Hitler per dare da mangiare ai suoi dipendenti e per sottrarli alla morte corrompendo le SS. Nel 1944 spostò la fabbrica con i suoi operai ebrei a Brunnliltz, (oggi Brnenec, nella Repubblica ceca) dove dopo un anno furono liberati dalle forze alleate. Morto nell’anonimato in Germania nel 1974, a 66 anni, povero e alcolizzato, è stato sottratto all’oblio prima dallo scrittore australiano Thomas Keneally e poi, soprattutto, dal film del 1993 di Spielberg. «Non era forse l’uomo più corretto del mondo. Ma resta il fatto che lui fece quello che ben poche persone fecero: salvare un migliaio di vite», commenta Jan Dresner.
fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=20756&sez=HOME_NELMONDO
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Importante parlare di questi temi senza aspettare ogni anno il giorno della memoria. Bravi
PS: ho sentito telefonicamente Dijana Pavlovic la quale ha personalmente dichiarato che non ha mai affermato nulla del genere ma che ha detto – come provocazione peraltro – che lei personalmente trovandosi in quelle situazioni avrebbe fatto l’elemosina per i suoi figli.
Io vi riporto le sue parole dette a me personalmente al cell pochi minuti fa.
Ciao
Danielee
Da: Daniele Verzetti, Rockpoeta su Marzo 17, 2008
alle 1:11 pm
Grazie Daniele, per i complimenti (ma non esagerare, potremmo davvero pensare di essere bravi..;-)) e la precisazione di Dijana. Anzi, se volesse rilasciarti, prossimamente un’intervista da pubblicare sul tuo blog (peraltro molto bello) faccelo sapere che, sempre che tu sia d’accordo, riproporremo volentieri qui su solleviamoci.
Ciao da mauro ed elena
Da: solleviamoci su Marzo 17, 2008
alle 5:30 pm
Se dovesse succedere ve lo comunicherò
Ciao!
Daniele
Da: Daniele Verzetti, Rockpoeta su Marzo 19, 2008
alle 1:27 am