
14 Marzo 2008
La carta di Limes sulla questione tibetana con un estratto dell’articolo di Beniamino Natale pubblicato in Cindia, la sfida del secolo, che descrive la regione.
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Per capire come stanno le cose è forse utile una descrizione della situazione sul terreno, cioè in Tibet. Partiamo, per questo breve viaggio sul «tetto del mondo», dalla prefettura di Gou Lou (Golok in tibetano), che si trova nella parte meridionale della provincia cinese del Qinghai, a poche decine di chilometri dai confini della Regione autonoma del Tibet. I suoi abitanti sono tibetani al 90%. In tutto sono 140 mila, 110 mila dei quali nomadi. La Gou Lou County – il centro amministrativo della prefettura – è composta da poche case e dal compound del governo, al centro del quale sventola la bandiera rossa. Tutto intorno sorgono le tende dei nomadi o seminomadi. La mattina presto la cittadina ha l’aria di un campeggio più che di un centro urbano. Uomini, donne e ragazzini escono e si lavano i denti con l’acqua che antiquate pompe tirano su da un piccolo ruscello che appare pulitissimo, anche perché nella zona non ci sono industrie. La maggior parte si allontana poi in moto, ma non sono pochi quelli che ancora preferiscono il cavallo.
Grazie all’impegno degli impiegati e dei funzionari tibetani, la prefettura ha prodotto negli anni passati una storia della prefettura di Gou Lou in venti volumi. Sono in tibetano. Forse verranno tradotti in cinese da Ju Kalzag, un apprezzato poeta locale. Alcune delle sue poesie – che parlano della natura, del modo di vivere dei tibetani e delle minacce a cui questo va incontro nel mondo attuale – sono state tradotte in inglese e in francese. Il Qinghai comprende gran parte della regione che i tibetani chiamano Amdo, determinante nella storia del Tibet. Ad Amdo, tra l’altro, è nato il Dalai Lama.
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Zone etnicamente e culturalmente tibetane esistono anche nelle province del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu. Degli oltre sei milioni di tibetani che vivono in Cina, solo 2,6 milioni risiedono nella Regione autonoma. A pochi chilometri dalla capitale del Qinghai, la moderna Xining, sorge uno dei templi più importanti per il buddhismo tibetano, quello di Tàer. Il monastero fu stabilito da Tsong Khapa, che nel XVI secolo fondò la setta buddhista del Ge- lug-pa, alla quale appartengono i Dalai Lama. La guida, una bella studentessa universitaria cinese, ha una conoscenza piuttosto sommaria del buddhismo tibetano ma accompagnando un gruppo di turisti a visitare il tempio si sofferma a lungo su un particolare. Quando si arriva davanti ad un altare alla cui sinistra c’è una statua del primo Panchen Lama e alla cui destra una statua del primo Dalai Lama la ragazza si ferma e dice: «Vedete? Questa è una cosa importante. Il Panchen Lama ed il Dalai Lama sono esattamente sullo stesso livello. Nessuno dei due è più in alto dell’altro. Alcuni dicono che il Dalai Lama è più importante ma questo dimostra che non è vero!».
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Nelle zone tibetane della Cina il Dalai Lama è come un fantasma. Se ne parla (apertamente) malvolentieri ma tutti sanno che c’è. E come ogni fantasma che si rispetti, alle volte si materializza inaspettatamente. Scendendo da Guo Luo verso sud sull’altopiano tibetano si arriva nella Regione autonoma del Tibet. Non lontano dal confine tra le due province sorge un altro dei grandi monasteri del buddhismo tibetano: quello di Garma Lhading, fondato nel 1185 da Dusum Kiempa, il primo reincarnato del lignaggio del Karmapa, un «Buddha vivente» che è anche il leader spirituale della setta del Kagyu-pa. I monaci hanno l’aria da contadini e portano appuntati sulla tonaca distintivi che raffigurano il Dalai Lama o l’attuale Karmapa, il diciassettesimo, che all’inizio del 2000 è fuggito dalla Cina per raggiungere «Sua Santità» nel suo esilio indiano, lasciando i cinesi con un palmo di naso. Non li ostentano ma neanche si preoccupano di nasconderli.
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Le foto del Dalai Lama e del Karmapa sono esposte anche in molte delle cappelle private che le famiglie più ricche hanno nelle loro abitazioni. In questa zona – ora siamo nella regione chiamata Chamdo dai tibetani – vivono i temibili khampa, i selvaggi predatori che ancora oggi amano portare i capelli lunghi fin sulle spalle, indossare lunghe tuniche scure e tenere grossi pugnali appesi alla cintura. Il centro di questa prefettura è la città di Chamdo, la terza per grandezza del Tibet. Chamdo città ha centomila abitanti ed è attraversata da due fiumi, lo An Chu e lo Za Chu. Quest’ultimo, dopo aver attraversato le montagne, entra nel Laos dove assume il mitico nome di Mekong.
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A est del centro abitato, i due fiumi si incontrano, ritagliando una piccola isola che divide in due la città e segna la separazione tra il mondo dei cinesi e quello dei tibetani. La città cinese è nuova, e simile a tutte le altre città cinesi. C’è l’edificio moderno della Agriculture Bank (una delle quattro grandi banche statali cinesi), alto 15 piani, ma che a Chamdo sembra un grattacielo. Dietro alla banca sorgono altre due costruzioni moderne, la scuola elementare e la scuola media: i funzionari cinesi le indicano con orgoglio, sono una prova dello sviluppo che i cinesi hanno portato nel medievale Tibet. Ci sono negozi con grandi vetrine e alberghi nei quali alloggiano i funzionari o gli uomini d’affari in visita alle regioni della «nuova frontiera». Sull’altra sponda stanno ammassate le piccole case dei tibetani. Alcune, lungo l’unica strada sulla quale sono stati aperti negozi gestiti da cinesi con una parvenza di modernità, sono state ristrutturate. Le altre sono visibilmente antiche, alcune cadenti. Una strada stretta e lunga è piena di tavoli da biliardo e la sera si riempie di uomini e donne di tutte le età che ridono e giocano mentre sorseggiano il tè di un vicino ristorante o rosicchiano i kebab cucinati dagli immigrati musulmani dalle province settentrionali del Xinjiang e del Gansu.
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Dall’alto della montagna il monastero di Jambaling, un gioiello dell’architettura tibetana costruito nel XV secolo, domina la scena. Sull’isola non può mancare uno degli orribili monumenti frutto dell’incontro tra realismo socialista e cattivo gusto americaneggiante che deturpano buona parte delle città cinesi: nel caso di Chamdo è un’enorme aquila dorata (simbolo dello sviluppo economico del Tibet, secondo i funzionari cinesi) montata su un arco in pietra sul quale sono scolpite immagini idilliache dell’armonia che regna fra cinesi e tibetani.
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Nella realtà, i due mondi vivono separati: non si vedono cinesi nei ristoranti tibetani né tibetani nei ristoranti cinesi. I matrimoni misti sono una rarità. Nessun cinese parla tibetano e solo i tibetani più istruiti – cioè pochi, dato che secondo i dati ufficiali un terzo della popolazione è analfabeta e solo il 3,4% ha frequentato le scuole medie – parlano un cinese fluente. Molti tibetani parlano della ferrovia in costruzione da Golmund, nel nord del Qinghai, a Lhasa, come di una nuova strada per l’immigrazione cinese (si tratta di una delle grandi opere infrastrutturali che negli ultimi vent’anni hanno occupato un ruolo centrale nello sviluppo economico della Cina e dovrebbe essere completata entro la fine del 2006). Forse è così, però Chamdo è già da tempo collegata a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, da tre voli aerei settimanali.
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E già la presenza cinese è fortissima. Da Chamdo per arrivare a Lhasa, la capitale del Tibet, ci vogliono tre giorni di jeep nonostante la distanza sia di poco più di mille chilometri. Gli stessi funzionari cinesi non esitano a definire «la peggiore strada del paese» quella che collega le due città. Si procede saltando sulle buche, avvicinandosi pericolosamente, di tanto in tanto, ai precipizi in fondo ai quali scorrono impetuosi i fiumi di montagna. Quando, spesso, si incontra uno degli scassati camion guidati da minacciosi khampa, passano delle ore prima che si possa azzardare un sorpasso.
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Se la montagna è ancora dominata dai tibetani, le città sono completamente cinesi. Bayi – una città nuova che dopo un paio di giorni sui monti è una sosta obbligata – prende il nome dalla data di fondazione dell’esercito popolare cinese (vuol dire «primo agosto»; «yi» è «uno» in cinese e «ba» vuol dire «otto», quindi è la città del primo giorno dell’ottavo mese, perché in cinese si va sempre dal più grande al più piccolo e le date si scrivono indicando prima l’anno, poi il mese e infine il giorno). Gli alberghi sono decenti, l’acqua calda è disponibile e nei ristoranti ragazze in minigonna servono cibo del Sichuan. Infine, ecco Lhasa. Intorno al Jokhang, il tempio più importante del buddhismo tibetano, e nel mercatino che circonda il maestoso Potala, la città proibita sogno di tanti avventurieri dei secoli scorsi ha mantenuto il suo fascino. Il resto è Cina.
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La città nuova avanza verso ovest, lungo l’arteria chiamata viale Pechino, che taglia la città da est ad ovest e ormai stringe d’assedio il quartiere vecchio del Jokhang. Il Barkhor, la strada che corre intorno al tempio e viene percorsa da migliaia di pellegrini che si sdraiano per terra, si rialzano e si sdraiano di nuovo fino ad aver completato il percorso, è un misto tra un mercato tradizionale tibetano ed un supermarket di paccottiglia per i turisti dai gusti facili. Difficile dire quanto resisterà. Oggi assomiglia alla Katmandu degli anni Settanta, con i bar con il roof top, i giovani con le biciclette ed i sacchi a pelo, i gruppi di anziani turisti europei e giapponesi. E, soprattutto, turisti cinesi a frotte.
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La municipalità di Lhasa ha poco più di 500 mila abitanti, 238 mila dei quali vivono nell’area urbana. A questi vanno aggiunte quasi centomila persone della cosiddetta popolazione fluttuante. Secondo i dati forniti dalle stesse autorità, circa la metà degli abitanti della città propriamente detta sono cinesi han. In tutta la Regione autonoma, secondo le statistiche ufficiali, è di etnia tibetana il 92% della popolazione. Però solo coloro che stanno per più di nove mesi all’anno sono registrati come «residenti». I cinesi d’inverno chiudono negozi, alberghi e ristoranti e tornano nei loro paesi d’origine. La maggior parte delle imprese è familiare e spesso i membri di una famiglia si alternano nella gestione delle attività in Tibet seguendo i ritmi dettati dagli altri impegni: per esempio, d’estate gli studenti sono liberi e i genitori ne approfittano per metterli al lavoro in modo da poter tornare a casa per qualche mese.
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In estrema sintesi si può affermare che nella Regione autonoma del Tibet c’è una fortissima immigrazione cinese, arrivata alla seconda generazione. L’esercito è presente in modo discreto, ma in forze. L’opposizione dei tibetani non si esprime in forme eclatanti ma è generalizzata. La cultura tibetana, con la relativa liberalizzazione religiosa degli ultimi anni e con una atmosfera generalmente più aperta (molti fatti recenti indicano che l’attuale dirigenza di Pechino sta facendo dei passi indietro) è sopravvissuta e si è rinforzata, anche al di fuori della Regione autonoma. Il buddhismo – come anche il taoismo e, in misura nettamente inferiore ma significativa, il cristianesimo – sta conoscendo una diffusione di massa in tutta la Cina. Per quanto riguarda i tibetani, questo si traduce nella conservazione di una forte identità culturale.
estratto dell’articolo di Beniamino Natale pubblicato nel volume di Limes 4/05 Cindia la sfida del secolo
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17 Marzo 2008
La crisi in Tibet e le ragioni della realpolitik
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di Emanuele Scimia
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I rivoltosi tibetani, come i ragazzi di Tienanmen, combattono per quei diritti che l’Occidente considera inalienabili. Ma dagli Stati Uniti all’India, passando per l’Europa, interessi economici e imperativi strategici rendono improbabile un intervento anticinese.
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Gli eventi che in questi giorni stanno insanguinando il Tibet non rappresentano solo una sfida per il governo cinese, chiamato a disinnescare una rivolta che minaccia l’equilibrio interno del paese a pochi mesi dall’inizio delle olimpiadi di Pechino. Gli scontri, che oppongono monaci buddisti e civili tibetani alle forze di sicurezza cinesi a Lhasa e in altre zone della regione autonoma cinese del Tibet (nonché in aree delle province del Gansu e del Sichuan, abitate da comunità tibetane), hanno confermato anche il chiaro imbarazzo della comunità internazionale nell’affrontare i problemi connessi alla causa tibetana.
Il Tibet, che dal XIII secolo in poi ha alternato periodi di indipendenza ad altri di dominio cinese, è stato occupato militarmente dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1950. Spinto da considerazioni di natura geopolitica (e non certo ideologica), Mao Zedong lo voleva trasformare in un baluardo naturale contro eventuali invasioni da occidente. Le proteste scoppiate in tutta la loro virulenza nei giorni scorsi (le più importanti da quelle del 1989), hanno coinciso con la commemorazione della repressione del 1959, quando l’esercito cinese sedò nel sangue la prima grande rivolta dei tibetani contro il giogo di Pechino.
All’epoca il Dalai Lama – la guida spirituale e politica del buddismo tibetano – fu costretto a fuggire e a stabilirsi a Dharamsala, nell’India settentrionale, dove fu formato anche un governo tibetano in esilio. I tentativi di giungere a un compromesso tra le due parti sono sempre naufragati. Il Dalai Lama rifiuta l’etichetta di ‘leader separatista’ affibbiatagli dai cinesi, affermando di non aspirare all’indipendenza del Tibet, ma a una sua maggiore autonomia all’interno della Cina, a cui spetterebbe, comunque, il controllo della politica estera e di difesa.
Con tutta probabilità – e con buona pace dello spirito olimpico – anche l’odierna sollevazione rischia di essere schiacciata dalle autorità cinesi con la forza. Pechino ha già dichiarato di voler condurre una ‘guerra di popolo contro la cricca separatista del Dalai Lama’. Colonne di mezzi militari cinesi sarebbero in marcia verso il Tibet, mentre autorità del Nepal parlano addirittura di agenti cinesi che opererebbero all’interno del loro territorio per bloccare possibili iniziative di rifugiati tibetani lungo il confine. Pechino non può permettersi cedimenti sul Tibet. La sua integrità territoriale è sempre a rischio, minacciata com’è da pressioni centrifughe interne (ad esempio nello Xinjiang) e da tensioni internazionali come quella sullo status di Taiwan.
I fatti di Lhasa hanno già fornito il destro a Taipei per i primi attacchi. Frank Hsieh, il candidato governativo alle presidenziali taiwanesi del 22 marzo, considera quanto sta accadendo in Tibet un test cinese per saggiare l’applicazione delle legge anti-secessione, che Pechino ha varato nel 2005 per impedire l’indipendenza formale di Taiwan. Pensare che Hsieh (indietro nei sondaggi rispetto al candidato nazionalista Ma Ying-jeou) ha condotto finora la campagna elettorale sconfessando la linea marcatamente indipendentista dell’attuale presidente Chen Shui-bian, suo compagno di partito.
La comunità internazionale ha fatto sentire la propria voce. Come per la crisi nell’ex Birmania dello scorso settembre, ha però assunto un approccio improntato alla massima cautela. Mentre esponenti della società civile chiedono il boicottaggio delle olimpiadi di Pechino (peraltro non condiviso dallo stesso Dalai Lama), gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone e l’Australia chiedono al governo cinese di esercitare moderazione, di liberare i detenuti politici, di rispettare le aspirazioni e tradizioni culturali del popolo tibetano e di aprire un concreto dialogo con i dimostranti e il Dalai Lama.
L’India si è unita al coro internazionale di proteste, ma allo stesso tempo ha bloccato con il pugno di ferro le manifestazioni dei rifugiati tibetani organizzate all’interno dei propri confini. Un limpido esempio di equilibrismo, dettato da esigenze politico-strategiche. Dal 1962, Delhi è impegnata in una disputa di confine con Pechino e negli ultimi anni ha avviato un processo di apertura diplomatica ed economica con il suo potente vicino. L’ospitalità indiana al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio è sempre stata motivo di dissidio tra i due paesi, anche se il governo indiano ha strappato alla guida spirituale tibetana la promessa di non organizzare manifestazioni anticinesi sul proprio suolo.
Gli Stati Uniti sono quelli maggiormente in impaccio, alla luce anche della recente pubblicazione dell’annuale rapporto sul rispetto dei diritti umani del dipartimento di Stato, che non ha considerato la Cina tra i dieci peggiori paesi al mondo come negli ultimi due anni. Nell’attuale congiuntura politico-economica, Washington non può permettersi un nuovo cataclisma geopolitico, perché tale dovrebbe considerarsi un eventuale processo di destabilizzazione del delicato mosaico cinese.
La strategia di Washington, dunque, sembrerebbe più orientata al mantenimento dello status quo in Asia, come dimostrano le prese di posizione su Corea del Nord e Taiwan. Gli Usa fanno grande affidamento sulle riserve valutarie di Pechino (che possiede la quota maggiore del debito estero americano) per finanziare il proprio deficit, nonché sulla capacità della Cina di assorbire le esportazioni mondiali, anche americane. Nelle relazioni con la Cina, pertanto, gli Usa non possono abbandonare il paradigma del responsible stakeholder, specialmente in un momento in cui l’economia statunitense è incalzata dal fantasma della recessione.
Anche i fautori del contenimento della Cina dovrebbero considerare il fatto che Washington non ha le risorse politiche ed economiche per cavalcare un processo di disgregazione della Repubblica Popolare Cinese. Il crollo dell’Unione Sovietica e del suo sistema imperiale è stato gestito grazie all’aiuto degli alleati europei, che si sono sobbarcati parte dei costi di riassorbimento dell’ex blocco comunista nella comunità euro-atlantica. Senza dimenticare che, alla fine degli anni Ottanta, l’Urss era una potenza in declino, al contrario dell’attuale Cina.
L’ipertrofico impegno americano in Medio Oriente esclude un’attenzione a tutto campo di Washington in Asia orientale. Il pacific command ha recentemente lamentato la drammatica penuria di forze (drenata dal Centcom) per poter affrontare anche impegni di ordinaria amministrazione. Sono gli stessi teorici del contenimento cinese ad ammettere che questo potrebbe effettivamente realizzarsi solo cedendo in appalto a vecchi e nuovi amici (Giappone, Australia, Corea del sud e India) gran parte degli sforzi lungo il rimland eurasiatico.
Sarà difficile, dunque, che gli Usa sfruttino la crisi in Tibet e tutti gli attriti geopolitici che covano sotto la cenere dell’autoritarismo cinese, per ostacolare l’ascesa di Pechino. Secondo diversi osservatori, per minimizzare il costo economico e politico di un suo intervento di stabilizzazione in Asia, Washington dovrebbe vestire i panni dell’onesto sensale, impegnato più a comporre le crisi, accrescendo così il proprio prestigio, che a presentarsi come una potenza dedita a difendere il proprio status egemonico.
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fonte: http://limes.espresso.repubblica.it/?p=527&h=1
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LA CRISI VISTA DAL

Simmering Resentments Led to Tibetan Backlash
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BEIJING — Chinese leaders have blamed “splittists” led by the exiled Dalai Lama for spurring violent protests in Tibet and orchestrating a public relations sneak attack on the Communist Party, as they gear up to play host to the Olympics Games this summer.
China Premier Blames Dalai Lama for ‘Appalling’ Violence in Tibet (March 18, 200
Tibetans in India Enraged by Details of Crackdown (March 18, 200
China Tries to Thwart News Reports From Tibet (March 18, 200
Times Topics: Tibet
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Readers’ Comments
“If Americans would simply think about the ideals on which our country was founded, the decision to support the Tibetans would simply arise out of who we are. “
RAH, Boston, MA
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But to many Tibetans and their sympathizers, the weeklong uprising against Chinese rule in Lhasa reflects years of simmering resentment over Beijing’s interference in Buddhist religious rites, its tightened political control and the destruction of the environment across the Himalayan territory the Tibetans consider sacred. If there is a surprise, it may be that Beijing has managed to keep things stable for so long.
Since the last big anti-Chinese riots in Tibet two decades ago, Beijing has sought to smother Tibetan separatism by sparking economic development and by inserting itself into the metaphysics of Tibetan Buddhism. But an influx of Han Chinese to Tibet, and a growing sense among Tibetans that China is irreparably altering their way of life, produced a backlash when Communist Party leaders most needed stability there, analysts say.
“Why did the unrest take off?” asked Liu Junning, a liberal political scientist in Beijing. “I think it has something to do with the long-term policy failure of the central authorities. They failed to earn the respect of the people there.”
Tibetans staged anti-Chinese protests in several parts of China on Monday before a midnight deadline to surrender or face harsh consequences. Even in Beijing, Tibetan students held a sit-in to support demonstrators in Lhasa. Around the world there were sympathy protests outside Chinese diplomatic missions.
The unrest is a blow to President Hu Jintao, who personally directed a crackdown on Tibetan protests in 1989 and who has considered the Tibetan region part of his core political base within the Communist Party since then. It will fall to Mr. Hu to figure out how to restore order in Tibet without undermining the Olympics coming-out party that China has meticulously planned for years.
For now, Beijing’s line on Tibet is likely to harden. Military police officers are pouring in to stifle new protests. Nor are the demonstrations winning much public sympathy in a nation where Tibetans are a tiny minority. The state media has tightly controlled its coverage to focus on Tibetans burning Chinese businesses or attacking and killing Chinese merchants. No mention is made of Tibetan grievances or reports that 80 or more Tibetans have died.
Less than five months before the opening of the Olympics, Beijing is acutely worried about an international reaction and is arguing that its response to the protests has been reasonable. Qiangba Puncog, the taciturn chairman of Tibet’s government, said during a hurriedly convened news conference on Monday that the military police and other officers were not carrying lethal weapons and had not fired a single shot — despite multiple witnesses reporting gunshots.
“What democratic country in the world could tolerate this violent behavior?” Mr. Puncog asked, framing the crisis as a law-and-order issue.
Yet even if the protests are extinguished soon, China’s leaders will be left with a shattered Tibet. One foreigner who witnessed the violence in Lhasa said Tibetans were covering the streets in white toilet paper. Traditionally, Tibetans offer white silk scarves to welcome guests. But the toilet paper was intended to symbolize that the Chinese were no longer welcome — even though there was little possibility they would leave.
Beginning in 2002, China tried to soften its image on Tibet by holding reconciliation talks with emissaries of the Dalai Lama. The Dalai Lama, in turn, has explicitly stated that he is interested only in greater autonomy for Tibet within China, not independence.
But some analysts say Mr. Hu ruled out any compromise that would allow the Dalai Lama to return to Tibet, which he fled after a failed uprising in 1959. Instead, China appeared to want to keep talking until the Dalai Lama, who is 72, died and left Beijing more firmly in control. Beijing has also infuriated many Tibetans by trying to monopolize the most sacred rituals of Tibetan Buddhism.
The Communist Party, atheistic by doctrine, has insisted that it has the sole authority to approve incarnations — the divine process by which a “living Buddha” is chosen in boyhood. Beijing had already selected a boy as its own Panchen Lama, the second ranking figure in Tibetan Buddhism, and reportedly jailed a boy chosen by the Dalai Lama.
Last November, the Dalai Lama countered with his own surprise. He proposed that instead of waiting for senior religious figures to search out his incarnation following his death, he might choose his own reincarnation — a possibility that has enraged Beijing. The Dalai Lama proposed a referendum among Tibetan Buddhists on whether to change the current reincarnation practice, in a way that could allow him influence in picking his own successor.
Meanwhile, Beijing has steadily been taking a tougher line on religious practices and cultural expressions of Tibetan pride. In November 2005, Zhang Qingli was appointed Communist Party secretary of the Tibet Autonomous Region. Mr. Zhang came from the Communist Youth League organization, part of the political stronghold of Mr. Hu. Mr. Zhang has made no attempt to disguise his paternal attitude toward his charges.
“The Communist Party is like the parent to the Tibetan people, and it is always considerate about what the children need,” Mr. Zhang said last year. He later added: “The Central Party Committee is the real Buddha for Tibetans.”
Robert Barnett, a Tibet specialist at Columbia University, said Mr. Zhang had taken a tough line. Tibetan government employees faced periodic requirements to write denunciations of the Dalai Lama. Mr. Zhang reintroduced a policy that forbade Tibetan students and government workers from visiting monasteries or participating in religious ceremonies or festivals.
By 2006, Mr. Zhang had revived an “anti-Dalai” campaign and intensified “patriotic education” at Buddhist monasteries. Monks are now required to attend long sessions listening to recitations of China’s interpretation of Tibetan history and also denounce the Dalai Lama.
“The party must surely know these monks are not going to change their minds” about the Dalai Lama, said Tsering Wangdu Shakya, a Tibet expert at the University of British Columbia. “So the whole point of the meetings is to intimidate the monks.”
Mr. Shakya said Chinese leaders must be stunned by the Lhasa riots because Tibet, under Mr. Zhang’s firm hand, had been thought to be pacified. In 2006, China opened the world’s highest railway, which cost $4.1 billion and traverses the Tibetan plateau to connect isolated Lhasa with the rest of the country. Beijing described the railway as a vital tool in developing the Tibetan economy, the poorest in China.
But many Tibetans regard the railroad as a threat. China has poured money into Tibet in hopes that economic development and higher incomes would win over a younger generation. For many Tibetan families, life has improved. But China has also encouraged huge numbers of Chinese migrants, whose presence has diluted the Tibetan majority.
“That is one of the biggest sources of resentment,” Mr. Shakya said of the Chinese migration. He said Tibetans believed Chinese were given more opportunities for jobs, and Tibetan unemployment is high. Beijing surely noticed that the younger generation it hoped to entice was rampaging on the streets of Lhasa.
Economic development also has brought environmental exploitation. The railway is regarded as a critical spur for China to extract and transport the rich deposits of copper, iron, lead and other minerals in the large unspoiled Tibetan highlands.
Last year, Tibetans in Ganzi Prefecture in Sichuan Province held angry protests to stop a mining company that was shearing off a mountain considered sacred by Buddhists. Eleven days ago, just before the Lhasa riots, about 100 monks and other Tibetans attacked Chinese cars and shops and clashed with the police there.
Several analysts say China cannot win the hearts of Tibetans if it continues to demonize the Dalai Lama. But China’s rhetoric about a sinister “Dalai clique” orchestrating the protests from behind the scenes suggests that its attitude is hardening. Mr. Shakya said restricting the flow of Chinese migrants would be a major concession. But few analysts believe Beijing is in any mood to make concessions.
For now, Lhasa will remain in the grip of the military police and soldiers. And, by one account, covered in white toilet paper.
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fonte: http://www.nytimes.com/2008/03/18/world/asia/18china.html?_r=1&oref=slogin
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