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Secondo Pechino, oltre 600 persone si sarebbero “costituite”. Kouchner, ministro degli esteri francese, contro Sarkozy: “No al boicottaggio”.
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Pechino, 26 marzo 2008 - Morto per il lungo sciopero della fame o morto di fame a causa del blocco dei viveri ai monasteri, imposto dalle autorità cinesi? Non si riesce ancora a capire chiaramente la causa della morte di un monaco buddista nel monastero Romache a Lhasa.
La situazione all’interno delle mura del monastero, scrive il sito online del quotidiano tedesco Bild, sarebbe molto peggiore di quanto finora creduto. Dal 14 marzo scorso il monastero è circondato dai soldati cinesi che impediscono qualsiasi passaggio di persone o cose e che lo colpiscono sempre più spesso con gas lacrimogeni. Quindi forse i monaci sono in sciopero della fame per protesta, ma certo nei monasteri non riescono a entrare viveri.
Secondo il Tibetan centre for Human rights and Democracy (Tchrd) il monaco Thokmey è morto ieri di stenti nel monastero di Ramoche a Lhasa, che è circondato dai militari cinesi sin dal 14 marzo. I soldati, afferma il Tchrd, non permettono il rifornimento di acqua e viveri al monastero, contro il quale hanno frequentamente lanciato gas lacrimogeni.
Diversi monasteri in Tibet si trovano confrontati a scarsità di cibo e acqua e a restrizioni dei movimenti dei monaci, denuncia ancora il Centro, aggiungendo che è sempre più difficile ottenere notizie dal Tibet a causa delle restrizioni imposte dalle autorità cinesi.
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BUFERA DIPLOMATICA CINA-GRAN BRETAGNA
Bufera diplomatica tra Cina e Gran Bretagna dopo la pubblicazione da parte del Sunday Times di un editoria firmato dall’ex-ministro britannico Michael Portillo nel quale le Olimpiadi di Pechino sono state paragonate a quelle di Berlino del 1936, organizzare dalla Germania nazista di Adolf Hitler.
”Un insulto al popolo cinese e un insulto alle nazioni di tutto il mondo”, ha scritto in una nota Qin Gang, portavoce del ministro per gli esteri. “La fiamma olimpica rappresenta le speranze ed i desideri di tutta l’umanità, ma serve anche per illuminare il buio e la spregevole psicologia di certa gente che con il suo operato rivela l’esatta natura degli abitanti di questo pianeta”.
L’editoriale di Portillo, intitolato “Tibet: l’occidente può usare le Olimpiadi come un’arma contro Pechino”, viene invocato l’uso delle Olimpiadi di Berlino “come una vetrina per il nazismo” per ammonire i leader mondiali rei di avere ignorato il curriculum cinese in materia di diritti umani. “I leader del pianeta dovranno chiedersi se da ora grazie all’occasione dei Giochi il regime cinese verrà lodato piuttosto che criticato”, ha scritto Portillo, segretario alla difesa dal 1995 al 1997.
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“BOICOTTO LA CERIMONIA”
Il presidente ceco Vaclav Klaus ha annunciato che diserterà la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino, dopo esser stato accusato di non fare abbastanza per contestare la repressione cinese in Tibet. Lo stesso Klaus, però, ha avvertito che il suo gesto difficilmanete influirà sulle decisioni di Pechino.
“Non sono sicuro che l’assenza di un politico alla cerimonia inaugurale dei Giochi rappresenterà un monito - ha spiegato - questo vale ancora di più per un politico di un Paese che ha 130 volte meno abitanti. Chi negli anni ‘90 assegnò le Olimpiadi alla Cina oggi non si può meravigliare che la Cina sia come è”, ha insistito Klaus in un comunicato sul suo sito personale. Il presidente Klaus è il terzo politico ceco ad annunciare che non andrà ai Giochi dopo il sindaco di Praga, Pavel Bem, e il ministro dello Sport, Ondrej Liska.
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HILLARY CLINTON: POSIZIONE PIU’ FERMA
Hillary Clinton ha chiesto che gli Usa assumano una posizione più ferma con Pechino sulla repressione in Tibet, che ha definito “estremamente preoccupante. Penso che dovremmo parlare in modo molto più energico e manifestare il nostro appoggio al popolo tibetano che tenta di preservare la sua cultura e la sua religione di fronte delle enormi pressioni cinesi”.
Parlando a un comizio in Pennsylvania, l’ex First Lady non ha però preso posizione su un eventuale boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino, limitandosi a sottolineare che Washington deve esprimere il suo punto di vista sul Tibet senza attendere i Giochi.
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KOUCHNER: NO AL BOICOTTAGGIO
“Non siamo più tibetani dei tibetani” è la raccomandazione che il ministro degli affari esteri Bernard Kouchner in un’intervista concessa al quotidiano “Le Parisien-Aujourd’hui en France”.
Criticato nei giorni scorsi per la sua relativa discrezione dopo la repressione del regime comunista in Tibet, il co-fondatore di “Medici senza frontiere” e poi di “Medici del mondo” si dice a favore di una soluzione negoziata nella regione, scartando l’idea di un boicottaggio totale dei giochi olimpici di Pechino.
“Per la cerimonia d’apertura dei Giochi, vedremo (che cosa fare) secondo l’evoluzione della situazione. Ne parleremo venerdì alla riunione della riunione dei ministri degli affari esteri dell’Unione europea” dice l’inquilino del Quai d’Orsay.
“Ma boicottare i Giochi non avrebbe alcuna efficacia, abbiamo ben visto che cosa è successo a Mosca nel 1980: (il boicottaggio) non ha cambiato niente. Inoltre, il Dalai Lama non chiede il boicottaggio. Non siamo più tibetani dei tibetani” esorta Kouchner aggiungendo che sarebbe “formidabile” se l’Ue adottasse una posizione comune sulla faccenda.
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CINA: NESSUN INCONTRO UFFICIALE DEL DALAI LAMA IN FRANCIA
La Cina si oppone a ogni incontro ufficiale tra il Dalai Lama e le autorità francesi. E’ quanto ha risposto oggi Pechino al sottosegretario ai Diritti umani Rama Yade, che ieri si è detta disponibile a incontrare il leader spirituale del Tibet, in occasione della sua visita in Francia in programma dal 15 al 20 agosto.
“Il governo cinese si oppone con fermezza a qualsiasi forma di contatto ufficiale tra il Dalai Lama e qualsiasi paese”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, interpellato sulle dichiarazioni di Yade. Il Dalai Lama sarà in Francia durante le Olimpiadi di Pechino, per tenere una conferenza a Nantes. La visita era stata programmata prima che scoppiasse la crisi tibetana.
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MANIFESTANTI CHIEDONO INCHIESTA INDIPENDENTE
Tibetani in esilio hanno manifestato oggi davanti all’ufficio delle Nazioni Unite di Srinagar, la principale città del Kashmir sotto controllo indiano, per chiedere un’inchiesta indipendente sulla repressione cinese in Tibet.
Circa 60 persone hanno sventolato striscioni con su scritto “Tibet libero” e “Fermate il genocidio culturale in Tibet”, mostrando bandiere e ritratti del Dalai Lama. Il leader tibetano vive da anni in esilio nella città di Dharmsala, nel nord dell’India. L’India ospita anche la più numerosa comunità di tibetani in esilio.
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LA DELEGAZIONE DI GIORNALISTI
Una delegazione di 26 giornalisti di 19 testate di tutto il mondo è partita oggi da Pechino per la regione Autonoma del Tibet, ha annunciato oggi l’agenzia di stampa ufficiale cinese, Xinhua. Il viaggio durerà tre giorni ed è stato organizzato dall’Ufficio Informazione del Consiglio di Stato cinese.
La Xinhua scrive che del viaggio fanno parte giornalisti dell’agenzia stampa americana Associated Press, del quotidiano britannico Financial Times, di quello di Hong Kong China Morning Post e dell’agenzia stampa di Taiwan, Central News Agency. La Bbc riferisce sul suo sito di non essere stata invitata. Dopo i disordini a Lhasa, l’ingresso in Tibet era stato vietato ai giornalisti stranieri.
Non appena atterrati all’aeroporto di Lhasa, i 26 giornalisti stranieri sono stati fatti salire a bordo di un minibus che procedendo molto lentamente li ha portati nella capitale tibetana impiegando ben un’ora e mezza per percorrere 65 chilometri. Inutili le incitazioni dei giornalisti ad aumentare la velocità.
Il veicolo è passato davanti a tre checkpoint, tutti sorvegliati da poliziotti in regolare uniforme. I giornalisti hanno inoltre constatato che sulla via di Lhasa ogni incrocio è guardato a vista dalle forze dell’ordine. Poliziotti in mimetiche armati di mitragliatrici presidiano diverse piazze di Lhasa dove sorgono uffici del governo.
Non è chiaro quanta libertà avranno di girare la città durante questa visita di due giorni. Per il momento agenti del governo seguono il piccolo gruppo di reporter che ha potuto avvicinare dei poliziotti ad uno dei posti di blocco.
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CINA: TUTTO SOTTO CONTROLLO
La Cina ha moltiplicato oggi gli annunci che la situazione è tornata sotto controllo in Tibet, anche se Pechino rimane oggetto di critiche della comunità internazionale a cinque mesi dai giochi olimpici. L’agenzia ufficiale Xinhua ha riferito che oltre 600 persone si sono costituite alle autorità cinesi dopo aver partecipato dal 14 marzo scorso a manifestazioni tibetane contro il regime comunista.
I manifestanti arrestati sono accusati di aver turbato l’ordine pubblico, incendiato edifici pubblici nella regione di Lhasa e di aver aggredito etnie cinesi nella vicina provincia di Sichuan.
La polizia ha inoltre pubblicato una lista di 53 persone attivamente ricercate per aver avuto un legame più o meno diretto con le sommosse, riferisce sempre la Xinhua.
Pechino continua a affermare che 22 civili sono stati uccisi dalla rivolta di Lhasa, mentre il governo tibetano in esilio sostiene che le vittime della repressione sono state 140.
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EDUCAZIONE PATRIOTTICA
Intanto le autorita’ cinesi stanno riaffermato l’intenzione di ”intensificare l’ educazione patriottica” nei monasteri tibetani dopo la rivolta delle due settimane scorse.
”Lo scopo dell’educazione patriottica e’ di contrastare la cricca del Dalai (Lama, il leader tibetano e premio Nobel per la pace che vive in esilio dal 1959) che cerca con tutti i mezzi di bloccare lo sviluppo del Tibet e di sabotare le normali pratiche del buddhismo tibetano”, ha sostenuto oggi in una conferenza Dramdul (un tibetano che usa un solo nome), capo dell’ Istituto per gli Studi Religiosi del Centro Cinese per la Ricerca sul Tibet di Pechino.
La Cina ha accusato il leader tibetano esiliato di aver organizzato la rivolta.
Nel corso della conferenza stampa, una delle numerose iniziative di propaganda del governo cinese, il capo del Centro Lhagpa Phuntshogs ha affermato che i monaci che hanno partecipato alla rivolta ”vogliono restaurare la teocrazia…loro non sono contenti che la teocrazia sia finita in Tibet…e non sono contenti per il fatto che il Tibet non e’ piu’ arretrato”.
La necessita’ di rilanciare l’ ”educazione patriottica”, introdotta nei monasteri nel 1996, e’ stata menzionata nei giorni scorsi dal ministro della pubblica sicurezza cinese Meng Jianzhu.
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fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/03/26/75244-viveri_bloccati_monaco_muore_fame.shtml
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