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Lhasa, alcuni religiosi hanno inscenato una protesta e urlato slogan durante una visita organizzata dal ministero degli Esteri di Pechino
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Hanno detto di essere prigionieri nel tempio di Jokhang dal 10 marzo
La censura cinese ha interrotto una trasmissione della rete televisiva Bbc
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LHASA - “Libertà, libertà”. Gridando queste parole un gruppo di monaci tibetani ha manifestato davanti ai giornalisti stranieri portati dal ministero degli Esteri cinese in visita a Lhasa. Lo hanno riferito alcuni componenti della delegazione dei reporter. In precedenza l’agenzia Nuova Cina aveva scritto che la visita era stata “interrotta da un gruppo di monaci al tempio di Jokhang” ma che era “ripresa” poco dopo.
La censura cinese ha interrotto una trasmissione della rete televisiva Bbc, mentre venivano mostrate alcune immagini di Lhasa girate nella capitale tibetana da un cameraman dell’agenzia Aptn. L’unico giornalista europeo che è stato invitato a partecipare è uno dei corrispondenti da Pechino del quotidiano britannico Financial Times.
I monaci, una trentina, hanno manifestato per una un quarto d’ora circa nelle immediate vicinanze del tempio Jokhang, uno dei più importanti del buddismo tibetano. “Vogliamo che il Dalai Lama ritorni in Tibet, vogliamo essere liberi”, ha detto uno dei manifestanti, avvicinato da un reporter. “Il Tibet non è libero”, ha urlato un altro, che è poi scoppiato a piangere. Accusando il regime di Pechino di mentire, i monaci insistevano nel dire che non si può addossare al Dalai Lama la responsabilità delle proteste.
I religiosi hanno raccontato ai giornalisti di essere prigionieri nel tempio dal 10 marzo, inizio delle nuove manifestazioni da parte dei tibetani. I principali monasteri di Lhasa, dai quali sono partite le proteste, sono stati circondati dalla polizia armata tra il 10 e l’11 marzo. Da allora le autorità cinesi non hanno risposto alle domande sulla situazione nei templi, in particolare quelli di Drepung, Sera e Ganden, dove si sono svolte le manifestazioni più massicce, preferendo concentrarsi sulle violenze del 14 marzo, quando giovani tibetani hanno attaccato immigrati cinesi uccidendone, secondo il governo, diciotto.
Esuli tibetani hanno in seguito affermato più volte che il blocco dei monasteri proseguiva e che si erano verificate difficoltà per i rifornimenti di cibo ai monaci. Alcune fonti hanno affermato che un monaco è addirittura morto di fame nel monastero di Ramoche, a Lhasa.
(27 marzo 2008)
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