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E’ molto più grave perdere se hai una storia alle spalle
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di Vauro Senesi
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Non ho ricette. Non ne avevo prima della scomparsa della sinistra parlamentare. Quindi non ho nemmeno le comode recriminazioni del “l’avevo detto”, “l’avevo capito”, dietro le quali nascondere il mio pezzetto di personale responsabilità. Nel corso di una trasmissione televisiva, alla quale collaboro in qualità di vignettista, ho detto che sono del partito che considera gli italiani “cretini”. Si è immediatamente sollevata l’indignazione degli elettori del centrodestra e dei loro neo e neorieletti rappresentanti, a quanto pare identificatisi spontaneamente come destinatari dell’insulto. Io sono italiano e quindi è ovvio che l’insulto, o constatazione che sia, riguarda pure me e quelli come me che non hanno certo votato Berlusconi e Bossi.
Non vorrei che questo venisse interpretato come una sorta di scuse a chi si è sentito offeso tra gli euforici elettori dello schieramento vittorioso. Anche perché, sentendosi loro gli unici ed esclusivi obiettivi dell’appellativo hanno dimostrato di meritarlo ampiamente. Ma non voglio perdere tempo a parlare della loro cretineria. Preferisco di parlare della mia, della nostra (se questa parola ha ancora un senso), di chi, come me, si è illuso che le idee rappresentino dei valori di per sé, senza che sia necessario praticarle nel concreto, tradurle in comportamenti, in modi di essere più che parlare. E se è il caso, di trovare le parole nell’esperienza reale, non nei corridoi di partito, di palazzo, o di salotto televisivo.
Pensavamo che la nostra storia ci avrebbe comunque portato avanti, o almeno non avrebbe consentito di cancellarci, e intanto perdevamo memoria di quella stessa storia: di come e di chi, per tentativi, errori, orrori e successi, l’aveva costruita. E più la memoria si sbiadiva e più alcuni se ne facevano alibi per sostenere di non esservi mai appartenuti, mentre altri invece se ne litigavano l’eredità rivendicandone i simboli e ignorandone la sostanza. La memoria intanto perdeva sempre più respiro.
Gli ultimi ansiti si vanno spendendo ora nella patetica rissa tra sconfitti, nei regolamenti di conti tra chi solo ieri se ne spacciava come detentore e tra chi ne dichiarava orgogliosamente il moderno superamento. C’è più cretinismo in chi perde avendo delle ragioni, che in chi vince avendone molte di meno.
L’ho detto, non ho ricette, non so come, se e quando potrà rinascere una sinistra italiana. Posso solo frugare nei cassetti della memoria. Ne tiro fuori una poesia, nemmeno tanto ingiallita dal tempo. E’ di Pier Paolo Pasolini, forse nemmeno nelle sue parole si troveranno soluzioni politiche alla crisi che ci sta travolgendo, ma chi vuole, potrà coglierne il senso.
Eccola:
“Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, tu devi realmente esistere, perché lui esista: chi era coperto di croste è coperto di piaghe, il bracciante diventa mendicante, il napoletano calabrese, il calabrese africano, l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”.
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fonte: DNEWS, 22 aprile
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