Il Brasile vuole frenare turismo e Ong, accusate di biopirateria
Gli ambientalisti insorgono: solo una manovra per impedire la nostra vigilanza
di OMERO CIAI
Una veduta aerea dell’Amazzonia
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Numero chiuso in Amazzonia. Per proteggere la più famosa foresta del mondo il governo brasiliano ha deciso di varare una nuova legge che introdurrà uno stretto controllo sugli accessi e le visite. Chiunque vorrà entrare nella foresta - sia esso un turista o una Ong - dovrà chiedere un permesso speciale del ministero della Difesa e potrà ottenerlo solo dopo un complicato iter burocratico. I trasgressori saranno puniti con una multa da 40 mila euro.
Il saccheggio straniero dell’Amazzonia è una ossessione brasiliana come la drammatica finale dei mondiali di calcio persa contro l’Uruguay di Ghiggia e Schiaffino nel 1950: sono gli incubi collettivi e fondativi di una nazione giovane come il Brasile. Così, a scadenze quasi regolari, sulle Ong che lavorano nella foreste cade l’infamante accusa di biopirateria al servizio delle grandi multinazionali farmaceutiche. Quanto ci sia di vero non si sa ma i brasiliani sono molto preoccupati per i mille ricchissimi segreti della biodiversità nel polmone del mondo ed è ormai pronta una nuova legge che il governo Lula spera di far approvare entro due mesi che consentirà di controllare e vigilare tutti gli accessi e le visite in Amazzonia.
Il primo a darne notizia è stato il ministro della Giustizia, Tarso Genro (l’ex sindaco della capitale “rossa” del Brasile: Porto Alegre) quando ha detto al quotidiano O Estado de Sao Paulo che molte organizzazioni non governative che seguono progetti di cooperazione nella foresta sono in realtà una copertura per gruppi di biologi e botanici stranieri che cercano piante con proprietà curative da brevettare e sfruttare sul mercato internazionale dei farmaci naturali.
Alle parole di Genro sono seguite quelle di un alto funzionario del suo ministero che ha aggiunto: “Vogliamo che l’Amazzonia sia effettivamente nostra, non ci opponiamo né al turismo né alle Ong ma vogliamo sapere quando vengono e cosa esattamente fanno”.
Il problema dei brasiliani, come quello di altri paesi, tra cui l’India, nasce dal fatto che l’Organizzazione mondiale del Commercio non ha ancora riconosciuto la proprietà intellettuale sui nuovi medicinali - alcuni ancora sconosciuti - nascosti nella flora amazzonica motivo per cui chiunque può estrarli e brevettarli rubandoli al Brasile. La nuova legge prevede che chi voglia recarsi nella foresta debba prima richiedere un permesso speciale che verrà rilasciato dal Ministero della Difesa ed affrontare un complicato iter-burocratico per ottenerlo: turisti compresi.
Per i trasgressori è prevista una multa fino a 40mila euro.
In parte le nuove regole estendono un’altra legge restrittiva che già esiste ma che riguarda solo i territori dove sono presenti tribù indigeni e resuscitano una politica di controllo sulla foresta che venne già tentata senza grandi successi negli anni dei governi dittatoriali. Oggi l’esecutivo di Brasilia spera che grazie ai nuovi sistemi satellitari sia molto più facile individuare i trasgressori.
I critici però temono che il governo brasiliano voglia in questo modo anche limitare le incursioni delle organizzazioni internazionali (prima di tutte Greenpeace) che vigilano sulla deforestazione e accusano il governo di non fare abbastanza. L’esplosione delle coltivazioni di soia - molto redditizie anche per le esportazioni brasiliane - è stato negli ultimi anni un nuovo fattore di assalto indiscriminato alla più grande foresta pluviale del mondo E, non a torto, Greenpeace e altre Ong ecologiste sostengono che in alcune aree il governo ha chiuso un occhio con lo scopo di aumentare la superficie coltivabile.
Insieme alla biopirateria e al furto dei brevetti medicinali ci sono, dietro alla proposta della nuova legge, almeno altri due aspetti: uno è nazionalistico, l’altro è una preoccupazione di politica interna. Secondo l’esercito ci sono zone, soprattutto quelle di frontiera, dove si registra una presenza incontrollata di stranieri. Alcuni - dicono le Forze Armate - starebbero fomentando gli scontri armati sempre più frequenti fra le tribù indigene e i coloni bianchi.
28 aprile 2008
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L’organizzazione in difesa dell’ambiente ha presentato oggi il rapporto sulla foresta
“La politica del governo non funziona. Deforestazione in crescita nel 2007″
Greenpeace contro il governo Lula
“Sull’Amazzonia è un fallimento”
Legname confiscato frutto della deforestazione illegale dell’Amazzonia
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SAN PAOLO - Dopo tre anni di buone notizie sul calo della deforestazione in Amazzonia, improvvisamente arriva la doccia fredda. Il 2007 ha fatto segnare un nuovo record negativo e l’ambizioso piano d’azione introdotto dal governo Lula nel 2004 per salvaguardare la più grande foresta pluviale del mondo, fa acqua da più parti. Delle 162 attività previste in 32 “direzioni strategiche” il 60 per cento non è stato messo in atto e meno di un terzo di queste “direzioni strategiche” ha visto la luce alla fine dello scorso anno.
Risultato? Nello scorso anno il tasso di deforestazione dell’Amazzonia ha raggiunto un nuovo preoccupante picco. La dura denuncia viene da Greenpeace, che insiste: nel piano del governo brasiliano c’è una “straordinaria mancanza di coordinamento” e la politica per la protezione di uno dei più importanti polmoni verdi del mondo manca clamorosamente di obiettivi concreti.
Il rapporto presentato oggi a San Paolo dal titolo “The lion wakes up” (”Il leone si sveglia”), non fa sconti e sottolinea tutte le falle del piano proposto da Lula come uno dei propri cavalli di battaglia e citato come esempio di successo in più di un’occasione. L’ultima è stata al forum sul clima delle Nazioni Unite che si è tenuto a Bali lo scorso dicembre, dove il governo brasiliano ha vantato come un proprio successo i dati dal 2004 al 2007, anni che hanno visto la deforestazione amazzonica in diminuzione. Ma l’analisi di Greenpeace mette questi dati in relazione più con altri fattori, come la fluttuazione del prezzo della soia e del bestiame: se calano o crescono, parallelamente cala o cresce la domanda di terreni per il pascolo e la coltivazione, ottenibili deforestando. Fluttuazioni di mercato di cui l’Amazzonia è stata lasciata completamente in balìa, denuncia l’autore principale del rapporto, Marcelo Marquesini, “per scarso coordinamento e un serio fallimento dell’attuazione dei punti chiave del piano d’azione”.
Le nuove, pesanti, cifre sull’aumento della deforestazione nel 2007 cozzano quindi con quell’immagine del Brasile proposta anche a Bali come quella di uno dei paesi responsabili, che stanno facendo la loro parte nella lotta contro il riscaldamento globale. La deforestazione, infatti, è una delle fonti principali delle emissioni di gas serra, seconda solo al settore energetico, e vale circa il 20 per cento delle emissioni globali di gas serra. Per questo, denuncia Greenpeace, il Brasile è oggi al quarto posto fra i paesi mondiali per le emissioni di gas serra.
Nel piano d’azione di Lula mancano poi obiettivi precisi. “L’iniziativa governativa ha molte virtù” concede Paulo Adario, coordinatore della campagna di Greenpeace per l’Amazzonia, “ma se gli sforzi devono essere efficaci è necessario mettere in atto misure concrete, chiare e misurabili”. Ad esempio, rendere operativa la regolamentazione che fissa al 20 per cento l’area massima della foresta che può essere resa disponibile per l’allevamento.
Non tutto è da buttare, ammette però Greenpeace. Qualche punto di luce nella politica del governo brasiliano c’è. Fra questi spiccano lo sviluppo di un sistema di rilevamento delle aree deforestate in tempo reale, messo a punto dall’Istituto brasiliano di ricerca spaziale, e la distribuzione di immagini satellitari a varie organizzazioni, fra cui ong, che ha aiutato a mettere a fuoco il panorama, permettendo di identificare e analizzare le cause della deforestazione.
6 marzo 2008
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