UN FASCIO NON SI SMENTISCE. MAI!
…
Polemiche sul commento del presidente della Camera ai fatti del primo maggio
La sinistra radicale: “Parole assolutorie”. Giulietti: “Altro che gruppi isolati”
.
ROMA - Gli scontri e le contestazioni della sinistra radicale contro la Fiera del Libro di Torino “sono molto più gravi” di quanto accaduto a Verona. Lo sostiene Gianfranco Fini, a Porta a porta. L’aggressione dei naziskin veronesi e la violenza dei centri sociali torinesi - afferma il Presidente della Camera- “sono due fenomeni che non possono essere paragonati”. A giudizio di Fini, in sostanza, se dietro l’aggressione di Verona non c’è alcun “riferimento ideologico”, a Torino le frange della sinistra radicale “cercano in qualche modo di giustificare con la politica antisionista”, un autentico antisemitismo, veri e propri “pregiudizi di tipo politico-religioso”.
Meno “minimal” il commento del leghista Roberto Castelli, già ministro della Giustizia: “Provo una profonda tristezza per questo ragazzo morto a causa di una stupida ferocia. Ora i magistrati non si appellino alla necessita’ di nuove leggi per punire esemplarmente i colpevoli. Questo e’ omicidio volontario non certo preterintenzionale”.
La sinistra radicale intanto reagisce e attacca il presidente della Camera. “Nel momento in cui tutti dovrebbero piangere la morte di un ragazzo e chiedere la massima punizione per gli assassini assistiamo, invece, ad una serie di basse speculazioni politiche”, dice Iacopo Venier, della segreteria nazionale del Pdci, secondo il quale “tra queste la piu’ grave è certo quella del presidente della Camera che assolve i picchiatori fascisti e si prepara a scatenare nuove repressioni violente come quelle che egli comando’ a Genova nel 2001″.
Giuseppe Giulietti, Italia dei Valori, si augura che le affermazioni del presidente della Camera sulla vicenda di Verona siano precedenti alla morte di Nicola Tommasoli”. “Trovo sbagliato e pericoloso - continua - stabilire una scala della gravità tra un assassinio e l’intollerabile boicottaggio della Fiera del libro di Torino che dovrà essere fermamente respinto dall’Italia civile. Tomassoli è stato picchiato selvaggiamente da un gruppo di naziskin che, purtroppo non rappresentano affatto un gruppo isolato ma fanno riferimento ad associazioni e movimenti che sono stati a lungo tollerati e troppo spesso liquidati come ‘balordi’ da non prendere sul serio”.
E’ lo stesso Fini, poi, a tornare sulla questione. “Non capisco le polemiche e casomai bisognerebbe preoccuparsi di dichiarazioni come queste”, dice il presidente della Camera ribattendo alle polemiche dei Comunisti italiani. “Quando ho assolto i naziskin? - dice Fini -, quando ho detto che ci accingiamo a repressioni come quelle di Genova? Sono polemiche non so quanto autorevoli, che dimostrano che quando non si hanno argomenti per polemizzare si inventano”.
“I naziskin di Verona sono dei pazzi criminali assassini - aggiunge il leader di An -, la violenza che c’è in alcune frange della società nei confronti dello Stato di Israele è una violenza di tipo politico ideologico, non perchè i naziskin non avessero una distorta ideologia nazista nella testa, ma i due fenomeni non sono paragonabili tra di loro”.
(5 maggio 2008)
fonte:http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/pestaggio-verona/fini-commento/fini-commento.html
…

IL “CHI E’”
Gianfranco Fini
.
UN FASCISTA DOC CHIAMATO A SCRIVERE LA COSTITUZIONE DELL’EUROPA IMPERIALISTA
20 marzo 2002
.
In una intervista pubblicata dal compiacente Corriere della Sera il 5 marzo scorso Gianfranco Fini annunciava che lo slogan del congresso di AN sarebbe stato “Cresce la patria, nasce l’Europa”, la patria e l’Europa “due bandiere, due inni”. Un’Europa, per Fini, “riunificata” il cui tratto distintivo sarà “la laicità delle isituzioni ma da innestare nel solco di una cultura che non possiamo disperdere. E che ha la sua radice nella tradizione religiosa ebraico cristiana”. Una Europa che attraverso la gestione collegiale deve affrontare anzitutto temi quali l’immigrazione e la sicurezza. L’europensiero di Fini è una riedizione del mussoliniano “Dio, patria e famiglia” adattato alla situazione attuale e al suo compito di rappresentante del governo del neoduce Berlusconi nella Convenzione europea che scriverà la Costituzione dell’Europa imperialista.
Gianfranco Fini è un caporione fascista a 24 carati, cresciuto sotto l’egida del fucilatore di partigiani Giorgio Almirante, che nel ‘94 ha definito Mussolini “il più grande statista del secolo”; una dichiarazione recentemente ritenuta non opportuna ma non sconfessata.
Nato a Bologna il 3 gennaio 1952, in una famiglia della media borghesia, Fini ha vestito la camicia nera fin dai primi vagiti. Il padre, Argenio Fini, è stato volontario della “Repubblica sociale italiana” e iscritto all’Associazione nazionale combattenti della RSI. Per onorare la morte di un cugino fascista (Gianfranco Dilani giustiziato dai partigiani durante la guerra di Liberazione) decise di dare il nome Gianfranco al suo primogenito. Il nonno materno, Antonio Marani, è stato un fascista della prima ora e partecipò alla marcia su Roma al fianco di Italo Balbo.
All’età di 17 anni, siamo nel 1969, il giovane Fini aderisce al MSI e inaugura la sua professione di picchiatore e provocatore anticomunista sfidando apertamente la contestazione organizzata dal movimento studentesco di Bologna contro la proiezione del film americano a favore dell’aggressione Usa in Indocina “I berretti verdi”. Si iscrive all’organizzazione studentesca del MSI, la “Giovane Italia”, poi confluita nel Fronte della gioventù (Fdg).
Nell’estate del 1971 la famiglia si trasferisce a Roma e nella capitale il picchiatore Fini si distingue soprattutto nell’organizzare agguati contro i giovani e gli studenti di sinistra. Nel 1973 viene nominato responsabile della scuola del Fdg di Roma e cooptato nella direzione nazionale dell’organizzazione, di cui dal 1977 e per 10 anni sarà segretario nazionale. Nel 1977 è eletto membro del comitato centrale e inizia a lavorare al quotidiano del MSI-DN, il “Secolo d’Italia”.
Dal giornale esce nel 1983, si candida alle politiche e ottiene il seggio alla Camera; era arrivato secondo ma il primo è Almirante che opta per un’altra circoscrizione e gli concede il seggio in parlamento. Dove è rieletto nell’1987 con un numero di preferenze secondo solo ad Almirante; è la definitiva consacrazione di Fini al vertice del partito fascista. L’elezione a segretario avviene al congresso di Sorrento del 1987; Fini annuncia: “la mia segreteria inizia in perfetta continuità ideale con quella di Almirante”.
Lascia la carica a Pino Rauti dopo le sconfitte elettorali dell’88 e dell’89. Pur in seconda fila ribadisce la sua fedeltà al fascismo e dichiara pubblicamente di voler difendere “l’identità tradizionale del partito fondato da Almirante e Romualdi”. Anche Rauti inciampa nelle sconfitte elettorali delle regionali del ‘90 e ‘91 e lascia di nuovo il posto a Fini, intorno al quale si ricompatta tutta la vecchia feccia fascista almirantiano-romualdiana. Di nuovo segretario, Fini si distingue subito per l’appoggio alle picconate del capo dei gladiatori Francesco Cossiga, fervido sostenitore del presidenzialismo di cui i missini vantano la primogenitura.
L’11 dicembre successivo Fini annuncia la fondazione di una grande “Alleanza nazionale, liberlaldemocratica, europea e in perfetta sintonia con i grandi valori della cultura occidentale”. Il nuovo gruppo viene fondato a Roma il 22 gennaio 1994. Fini è eletto per acclamazione coordinatore di AN cui il MSI-DN decide di aderire in blocco, tranne la corrente di Rauti.
Per rendere ancora più credibile la “svolta” e conquistarsi una patente da “democratico” Fini si spinge fino alla provocazione e agli inizi del ‘94 visita le Fosse Ardeatine. Operazione che ripeterà nel 1999 quando si reca in visita al campo di sterminio di Auschwiz.
Il sigillo alla definitiva riabilitazione dei fascisti lo pone il vertice del PCI-PDS che, 11 anni dopo la partecipazione ai funerali di Almirante, manda una propria delegazione al congresso di fondazione di AN e invita per la prima volta il fascista Fini ad una festa nazionale de l’Unità.
Fini nel ‘94 può coronare il suo sogno di portare i fascisti alla guida del Paese insieme al neoduce Berlusconi e al caporione neofascista, razzista e secessionista Bossi.
Nel gennaio del ‘95 a Fiuggi Fini scioglie il MSI-DN e apre il congresso nazionale di fondazione di AN. Nel simbolo di AN rimane fra l’altro, anche se rimpicciolita, la fiamma tricolore del MSI ideata nel 1947. E anche il gruppo dirigente rimane lo stesso, rafforzata con l’ingresso nella segreteria di alcuni “giovani” provenienti da una lunga esperienza di mazzieri contro i movimenti giovanili e studenteschi degli anni ‘70 fra cui spiccano: Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Francesco Storace, e Adolfo Urso.
Nel corso della XIII legislatura Fini si prodiga per l’approvazione delle riforme costituzionali proposte dalla commissione bicamerale golpista presieduta dal rinnegato D’Alema. Si allea con Mariotto Segni alle elezioni europee del ‘99 ma dopo la batosta subita rinsalderà l’asse con Berlusconi e Bossi per volare alla vicepresidenza del Consiglio e successivamente alla Convenzione europea.
.
fonte: http://www.pmli.it/biografiagianfrancofini.htm
.
..CONTINUA
LA LEGGE DI SALÒ E L’INGANNO DI FINI
di Corrado Stajano
.
L’inganno, nel disegno di legge dei senatori di Alleanza Nazionale che reclama il riconoscimento della qualifica di “militari belligeranti” per quanti servirono dopo l’armistizio dell’8 settembre dalla parte di Mussolini, è riscontrabile fin dalle prime righe della relazione n. 2244. Nel sommario del ddl si parla infatti di “quanti prestarono servizio militare dal 1943 al 1945 nell’esercito della Repubblica sociale italiana (Rsi)”. Poi, nel primo articolo della legge scompare la parola esercito e si dice: “I soldati, i sottufficiali e gli ufficiali che prestarono servizio nelle Repubblica sociale italiana sono considerati a tutti gli effetti militari belligeranti (…)” Questo significa che a godere della qualifica di “militare belligerante” potranno essere non soltanto gli uomini delle quattro divisioni - Littorio, Monte Rosa, San Marco, Italia - formate nei lager tedeschi, ma anche gli uomini e le donne delle bande criminali, i torturatori, i briganti neri, tutti quanti seminarono il terrore e si macchiarono di delitti efferati nelle ville tristi delle città, la banda Koch, la legione Muti, la banda Carità, le Brigate nere, la Guardia nazionale repubblicana.
Il governo legittimo era al Sud. Il Parlamento si appresta ad approvare quindi una legge che viola la Costituzione antifascista nata dalla lotta di Liberazione. Rappresenta un segno grave, dare un riconoscimento, anche se più di sessant’anni dopo, a chi prese le armi contro lo Stato che si era ricostituito e al quale restarono fedeli, per esempio, più di mezzo milione di ufficiali e di soldati, internati nei lager nazisti.
La questione è giuridica, non soltanto politica. Troppo facile per Gianfranco Fini dire che il fascismo fu un male assoluto, che le leggi razziali furono un grave errore, visitare compunto le Fosse Ardeatine, andare oltre la svolta di Fiuggi, approdare in Israele dopo una lunga anticamera e poi indulgere a un gesto mistico-nostalgico come questo del ddl sui “militari belligeranti” che offende la memoria di milioni di persone tra passato e presente. Qual è il vero Fini? L’uomo della moderazione, come vuole apparire oggi, o il giovane fascista di un tempo, lo stesso che nel 1988 partecipò al cinema Adriano di Roma a una manifestazione in comunanza con Jean-Marie Le Pen, leader dell’estrema destra razzista francese, e che il primo aprile 1994 dichiarò in un’intervista ché “Mussolini è il più grande statista del secolo“?
L’iniziativa di An sembra una rivalsa di vinti risentiti, una vendetta consumata proprio in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, mentre vengono boicottati e discriminati gli Istituti storici della Resistenza e vengono ridotti i fondi per il loro funzionamento. Un’iniziativa parlamentare ipocrita, questa in cammino, perché nel breve testo che accompagna il disegno di legge è scritto che il riconoscimento della qualifica di “militari belligeranti” “prescinde da qualsiasi considerazione di carattere ideologico” e non comporta “alcuna rivalutazione politica delle ideologie che erano alla base di quell’ordinamento“. Non ci vuol molto a capire che tutto questo non è vero. La presenza dei postfascisti al governo e il clima destroide del regime berlusconiano hanno favorito la benevolenza di non pochi amatori dell’ambiguità che si sono prodigati a offrire attestati di coraggio e di fedeltà ai figli della Repubblica di Salò, rappresentazione del fascismo più cupo al servizio dei nazisti, i quali usavano nei loro confronti un sommo disprezzo.
C’è poco da vantare le gesta delle guardie nere della Repubblica di Salò. Alcuni di loro, cresciuti nel tempo fascista, imbevuti di quella dottrina e di quella propaganda, credettero di riscattare la vergogna di un re fuggiasco arruolandosi nell’esercito di Graziani e nelle bande mussoliniane. Altri pensarono che la Rsi potesse far da scudo alla violenza nazista. Non accadde. Furono subalterni alla SS e alla Wehrmacht, uguali solo nella violenza. Durante i rastrellamenti manifestarono tutto il loro zelo, bruciarono villaggi, impiccarono, fucilarono, stuprarono. Parteciparono alle stragi più efferate, furono presenti a Sant’Anna di Stazzema, con indosso la divisa tedesca. Tralasciando quel che accadde nelle caserme, nei covi, nelle sedi dei corpi speciali, accozzaglie criminali, dove il sadismo fu la regola.
L’esercito della Repubblica di Salò - la documentazione ormai è ricca - nacque come un corpo informe. Aderirono alla Repubblica 300 generali (63 soltanto a Roma). Rimasero, con 65mila ufficiali, disoccupati, senz’armi, senza soldati. Si creò la posizione di “ufficiale in disponibilità”.
Graziani cercava di consolarli: “Camerati, di fronte al conservatorio plutocratico capitalistico delle democrazie e al bolscevismo distruttore di ogni ordine, si erge, purissima e livellatrice, da tre decenni circa, l’Idea fascista con la soluzione del problema sociale che affatica da millenni l’umanità“. (…) “A questa Idea, che dovrà dare alla Patria il suo definitivo assetto sociale e nazionale, noi oggi, camerati dell’esercito repubblicano, giuriamo religiosamente e con purezza di intenti, sicura e diritta coscienza, assoluta fedeltà per la vita e per la morte.“
Le diserzioni cominciarono presto, i giovani di leva salirono in montagna sempre più di frequente. La militarizzazione del partito fascista repubblicano da cui nacquero le Brigate nere, il 21 giugno 1944 - 15mila uomini, non i 50mila previsti - e i 75mila militi della Gnr, con compiti di polizia e di repressione antipartigiana, agli ordini del generale Wolff, comandante delle SS in Italia, non colmarono i vuoti.
La speranza di Mussolini era affidata alle quattro divisioni nate nei campi di addestramento in Germania, 65mila uomini. Erano volontari, giovani di leva, renitenti, partigiani rastrellati e perdonati. Tornarono in Italia, male accolti, nell’estate del 1944. Furono schierati sulla Riviera ligure, qualche reparto in Garfagnana. i tedeschi non si fidavano di quei soldati. Molti avevano aderito alla Repubblica di Salò per tornare a casa, altri, gli entusiasti, furono presi presto dal disincanto. A metà settembre i disertori della divisione San Marco erano 1.400, quelli della Monte Rosa un migliaio. Nel febbraio 1945, i disertori delle quattro divisioni, secondo una stima tedesca, toccavano il 25% degli organici. Il ministro degli Interni Buffarini Guidi dispose allora “le misure di rappresaglia contro i familiari dei disertori“: l’arresto, l’avvio in un campo di concentramento, il sequestro delle merci e il ritiro della licenza per i commercianti, la radiazione dall’albo per i professionisti, il licenziamento in tronco per i salariati.
“Chiamare ‘militari belligeranti’ i militi di Salò è un controsenso storico prima ancora che politico”, ha scritto Gian Enrico Rusconi sulla Stampa del 12 febbraio. E Maurizio Viroli, sulla Stampa dello stesso giorno: “La proposta di legge che riconosce ai miliziani della Repubblica di Salò lo status di militari combattenti e li pone sullo stesso piano dei partigiani offende il più elementare senso di giustizia che impone, a chiunque abbia una coscienza morale, di non premiare chi opera o ha operato contro i più sacri diritti umani. Tali furono i miliziani della Repubblica di Salò, perché combattevano per risuscitare un regime che aveva tolto agli italiani la libertà e si era macchiato dei più ripugnanti crimini in pieno ossequio alla politica del Terzo Reich. Nessun libro revisionista può cancellare questa semplice verità, e dunque la legge in esame al Parlamento offende la coscienza morale di ogni persona che crede nella dignità umana.“
l’Unità, 25 febbraio 2005
Il manifesto si riferisce al fatto che nel 1970 il Segretario del MSI, Giorgio Almirante, querelò l’Unità perchè lo aveva accusato di essere stato un massacratore di partigiani: il tribunale diede ragione al giornale, perchè nel 1944 Almirante, in qualità di funzionario della RSI, firmò un proclama antipartigiano, in cui fra l’altro si ribadiva la pena di morte per i giovani che non avessero risposto alla chiamata alle armi nell’esercito repubblichino
.
__________________________________________________________________________________________________
PREFETTURA DI GROSSETO
UFFICIO DI P. S. IN PAGANICO
COMUNICATO
Si riproduce testo del manifesto lanciato agli sbandati a seguito del decreto del 10 Aprile.
“Alle ore 24 del 25 Maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed appartenenti a bande.
Entro le ore 24 del 25 Maggio gli sbandati che si presenteranno isolatamente consegnando le armi di cui sono eventualmente in possesso non saranno sottoposti a procedimenti penali e nessuna sanzione sarà presa a loro carico secondo quanto è previsto dal decreto del 18 Aprile. I gruppi di sbandati qualunque ne sia il numero dovranno inviare presso i comandi militari di Polizia Italiani e Tedeschi un proprio incaricato per prendere accordi per la presentazione dell’intero gruppo e per la consegna delle armi. Anche gli appartenenti a questi gruppi non saranno sottoposti ad alcun processo penale e sanzioni. Gli sbandati e gli appartenenti alle bande dovranno presentarsi a tutti i posti militari e di Polizia Italiani e Germanici entro le ore 24 del 25 maggio.
Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena.
Vi preghiamo curare immediatamente affinché testo venga affisso in tutti i Comuni vostra Provincia.”
p. il Ministro Mezzasoma - Capo Gabinetto
GIORGIO ALMIRANTE
Dalla Prefettura 17 Maggio 1944 - XXII
__________________________________________________________________________________________________
fonte: http://www.carnialibera1944.it/documenti/finiesal%F2.htm











