Posted by: solleviamoci | Maggio 5, 2008

L’austerity a tavola e la Guerra del riso

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Cambia il modo di alimentarsi degli italiani: in calo pasta e pane, colpa dei rincari record

C’è l’austerity, addio dieta mediterranea

L’indagine della Confederazione degli agricoltori. Petrini di Slow Food: «Non facciamoci prendere dal panico»

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ROMA — Petto di pollo invece della pasta, frittatona al posto della verdura, formaggio anziché frutta. Niente pane, poco vino e tanti saluti alla dieta mediterranea. Sembra la lista della spesa di uno squattrinato studente fuori sede. Purtroppo è l’Sos che arriva dalla trincea del supermercato, quella dove ogni giorno milioni di italiani combattono il caro euro e gli aumenti di tutto ciò che si porta in tavola.

È stata la Cia, la Confederazione italiana agricoltori, a fare un confronto tra il 2007 e il 2006, con l’aggravante che quest’anno la situazione potrebbe peggiorare ancora. Calano gli acquisti di tutti i prodotti simbolo della nostra cucina tradizionale. A picco il pane (-6,2 per cento), e la verdura (-4,2).
In calo la pasta (-2,6 per cento) e la frutta (-2,5), ma anche la carne bovina e di maiale. Quello che si risparmia viene investito in proteine low cost. Il consumo di uova cresce del 4,2 per cento, quello di pollo, superata la psicosi aviaria, del 3,8. Non una moda, nemmeno una scelta. Semplicemente una mossa difensiva. È vero che pane e pasta fanno parte non solo della nostra tavola, ma della nostra cultura. È anche vero, però, che sono i prodotti rincarati di più: 18,6 per cento la pasta, 13,1 il pane. E lo stesso discorso vale per la frutta, aumentata dell’8,3 per cento, e le verdure, +6,8. C’è chi comincia a fare qualche rinuncia, specie i più anziani.

Ma se il portafoglio è sacro, la salute che fine fa? Marcello Ticca — professore di Scienze dell’alimentazione — risponde al telefono mentre sta sbuffando in palestra sulla cyclette: «Sono variazioni che rischiano di peggiorare gli squilibri che già avevamo». Già, perché nel mondo saremo pure i depositari del marchio dieta mediterranea, ma la realtà quotidiana è spesso diversa: «Di frutta e verdura — spiega il professore — già ne mangiamo poca, perché non raggiungiamo i 25/30 grammi di fibra vegetale giornaliera. Mentre dovremmo aumentare i carboidrati complessi, che vengono dai cereali e dai legumi. Ma con la mania delle diete le prime vittime sono proprio pane e pasta. E poi le verdure chi le vuole cucinare più?». Nemmeno raccoglierle, a dirla tutta. Giuseppe Politi — presidente della Confederazione agricoltori — racconta che alcuni prodotti vengono lasciati marcire sui campi: «Il prezzo è basso e i contadini finirebbero per perderci. In questa stagione capita con le fave, con le rape, anche con i radicchi meno pregiati». C’è solo un tipo di ortaggio che non conosce crisi: le insalate lavate e imbustate che troviamo sugli scaffali del supermercato, vero e proprio salvavita per quelli che non hanno mai tempo (o voglia). Le vendite delle cosiddette verdure di IV e V gamma sono cresciute del 4,2 per cento.

Meno frutta, meno pasta, più pollo. Per Carlo Petrini, fondatore di Slow food, è un colpo al cuore: «Non ci facciamo prendere dal panico. Sarebbe terribile gettare alle ortiche la nostra dieta mediterranea solo perché la pasta è un po’ aumentata. E poi, che diamine, l’unico modo per far scendere il prezzo di spaghetti e rigatoni è consumare meno carne… ». Meno carne? «Sì, il prezzo del grano è salito perché è cresciuta la domanda di carne nei Paesi asiatici. Un boom che ha rubato spazio ai terreni agricoli che oggi sono utilizzati al 65% per gli allevamenti. Abbiamo poca terra per i campi di grano e il prezzo schizza su». Petrini ha cominciato a saltare la carne almeno un paio di volte alla settimana. «Meglio un piatto di pasta, magari solo con l’olio. Ieri l’ho chiesta al ristorante, ma sono a San Francisco…». Forse per questo è così arrabbiato: gli hanno portato un piatto di rigatoni con carne, verdure e formaggio.

Lorenzo Salvia
04 maggio 2008

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fonte:http://www.corriere.it/cronache/08_maggio_04/salvia_1b19405c-19be-11dd-ab0f-00144f486ba6.shtml

Guerra del riso, a Giakarta “l’Opec” dell’oro bianco

cibo, la crescita del prezzo del riso, foto Epa

Riso come oro, oro nero, petrolio. Tanto che è nata una specie di “Opec del riso”, sabato a Giakarta in Indonesia. La proposta è venuta dalla Thailandia, uno dei maggiori esportatori mondiali e ha riscosso un primo successo sabato al vertice dei ministri del commercio dell’Asean (Associazione dei paesi dell’Asia del sudest) che hanno concordato di aiutarsi reciprocamente per fare fronte alla crisi mondiale che colpisce i generi alimentari ed in particolare di stabilizzare il prezzo del riso ed accrescerne la produzione. «Garantire la stabilità del prezzo del riso è la priorità», ha dichiarato la ministra del commercio indonesiana Marie Elka Pangestu ad una radio locale.Potrebbe venir battezzata «Orec», o Organizzazione degli statiesportatori di riso, e il ministro del Commercio con l’estero thailandese, Mingkwan Saengsuwan, ha annunciato che punta ad avviare discussioni sul progetto più ufficiale con Laos, Birmania, Cambogia e Vietnam. Un cartello di stati produttori, che sono anche tra i maggiori consumatori e non vogliono più sottostare alle politiche dei prezzi determinate altrove, dazi doganali compresi. E hanno iniziato a paventare una drastica riduzione delle esportazioni. A fine aprile ha iniziato il Brasile, poi la Cambogia, l’India e anche il Vietnam per garantire il sostentamento della popolazione ha ridotto dell’11 percento il prodotto da export. Poi gli Stati Uniti hanno deciso di aumentare le colture di riso e la minaccia è parzialmente rientrata. Ma la preoccupazione sui prezzi, no, se anche Haruiko Kuroda, presidente della Asian development Bank ha detto sabato a un meeting a Madrid: «Il cibo a poco prezzo è acqua passata».

Questo nuovo tipo di carestia non dipende direttamente dai biocombustibili - che riguardano il mais -ma indirettamente anche sì. Visto che i terreni in molti paesi - Italia compresa -coltivati a mais tolgono spazio alle risaie. È che il balzo dei prezzi di tutti i cereali è stato veramente impressionante. Il riso sfama oltre 2,5 miliardi di persone nel mondo. E l’impennata del suo prezzo va avanti dall’inizio del 2008 a ritmi vertiginosi: ha fatto segnare proprio a fine aprile un nuovo record storico a 24,82 dollari per hundredweight (50,8 chili) per le consegne a luglio alla chiusura del Chicago Board of Trade che rappresenta il punto di riferimento del commercio internazionale delle materie prime agricole.Poi con la decisione Usa di aumentare la produzione c’è stato un calo del 3 percento.

L’Onu ha reso noto che i prezzi globali delle derrate alimentari sono cresciuti del 57% a marzo rispetto allo stesso periodo del 2007. In India i rincari hanno già fatto schizzare l’inflazione al 7,7 e il governo sta cercando di calmierarli con interventi fiscali.

Nel frattempo però tutto il settore finanziario dell’agroalimentare sta avendo una pazzesca impennata nel mondo. E le grandi multinazionali agricole fanno incassi a doppia cifra.

Anche in Italia è boom di transazioni e contratti sulla piattaforma telematica della Bmti, la Borsa merci dedicata agli operatori dell’agroalimentare nazionale. Già nel 2007 ha registrato un incremento del fatturato da transazioni a 200 milioni di euro, per una crescita del 150% rispetto al 2006, e un raddoppio dei contratti, oltre quota 3.000. E nei primi tre mesi si veleggia intorno i mille contratti.

Sui prezzi in fibrillazione delle materie agricole, Bettoni osserva come da un lato crescono perchè «effettivamente c’è una certa scarsità di scorte, ma dall’altro assistiamo a un fisiologico recupero dopo anni di immobilità dei listini». Negli ultimi dieci anni, infatti, - spiega Bettoni - le materie prime agricole non hanno pressochè subito variazioni di listino e, anzi, negli anni ‘80-’90 si era avuto un calo notevole dei prezzi».

«Nessuno ha il coraggio di dirlo - conclude Bettoni - ma se i prezzi delle materie prime agricole avessero segnato nell’ultimo decennio la fisiologica crescita di un 2-3% annuo, oggi ci troveremmo con aumenti esplosivi del 30%».

Eppure secondo i produttori la speculazione c’è eccome. Per ripetuto recentemente il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, nel suo intervento al Congresso delle Acli, servirebbe una politica di mercato per fermare le speculazioni internazionali che stanno «giocando» senza regole sui prezzi delle materie prime agricole mettendo a rischio l’alimentazione di milioni di persone.

Speculazione o no, i maggiori produttori dell’agroalimentare italiano stanno intanto indossando sempre più i panni di operatori finanziari. «Il mercato telematico sta entrando nelle abitudini degli operatori dell’agroalimentare - sottolinea Bettoni - e nei prossimi mesi prevediamo un’esplosione anche perchè stiamo dotandoci di un sistema di assicurazione, che verrà presentato il 23 maggio prossimo, per il quale tutte le transazioni verranno assicurate per l’85% del valore prodotto».

Pubblicato il: 04.05.08
Modificato il: 04.05.08 alle ore 20.42

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=75152

Risposte

Onestamente non credo che il mutare delle nostre abitudini alimentari sia conseguenza dei prezzi, perchè non è che un chilo di pollo costi meno di un chilo di pasta o di pane, è semplicemente che ci stiamo americanizzando anche nell’alimentazione…

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