Mancata allerta, Paese nel caos

Per Kyi Minn, consulente dell’Ong cristiana World Vision, uno delle poche organizzazioni umanitarie straniere autorizzate a operare in territorio birmano, il ciclone di sabato scorso potrebbe rivelarsi ancora più disastroso dello tsunami di tre anni e mezzo fa in cui morirono 230mila persone. La città di Bogalay, nel delta dell’Irrawaddy, è distrutta al 95 per cento: diecimila i morti, mentre la maggior parte dei 190mila abitanti. In cinque regioni è stato dichiarato lo stato di disastro naturale. Nella capitale Rangoon, secondo le testimonianze, «la città è in ginocchio. Moltissime case sono state distrutte o danneggiate. Tantissima gente non ha più un tetto e si rifugia nelle strutture disponibili, in particolare le scuole o gli edifici governativi che sono affollatissimi. C`è disperazione e stordimento».
«Dove sono tutte queste persone in uniforme sempre pronte a picchiare i civili? – ha detto un autista di risciò sotto anonimato – dovrebbero venire fuori in forze e aiutarci a ripulire e a ripristinare l’elettricità». Per ora, a spazzare le strade dai resti del ciclone, ci sono solo semplici cittadini, aiutati dai monaci buddisti
Il regime è costretto a difendersi. Secondo il ministro per l’Informazione Kyaw Hsan, la giunta militare sta «facendo del proprio meglio». Ma nonostante la situazione quasi ovunque fuori controllo, restano forti le resistenze agli aiuti stranieri. Contro il rischio di «infiltrazioni di spie», le Ong potranno entrare nel Paese solo a determinate condizioni, e «le squadre di esperti stranieri dovranno trattare con il ministero degli Esteri e le più alte cariche»
Una rigidità che rende la solidarietà tutt’altro che agevole. «Potremmo fare molto di più», ammonisce anche il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, esortando il regime ad accettare le squadre della protezione civile americana e gli aiuti per il ciclone che ha colpito il Paese.
L’appello ad un ammorbidimento del regime di fronte alla calamità è anche arrivato dai birmani in esilio, che chiedono alla giunta militare di consentire alle organizzazioni umanitarie internazionali di operare liberamente nel Paese, per portare assistenza e aiuti. E anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon si è detto disponibile ad «assistere il governo a far fronte alle necessità umanitarie, se richiesto». Ma «per il momento – ha denunciato Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio di Coordinamento dell’Onu per gli Affari Umanitari – abbiamo i cinque membri della nostra squadra di valutazione dell’impatto della catastrofe i quali sono bloccati a Bangkok, in attesa dei rispettivi visti».
E sui generali al potere pende anche un’altra accusa gravissima. Aver consentito l’ecatombe omettendo di avvisare la popolazione dell’imminente pericolo e ritardando il flusso degli aiuti. L’India sostiene di aver avvertito il governo Birmano dell’arrivo del ciclone con due ore di anticipo. E anche le Nazioni Unite accusano il governo di non aver dato l’allerta in tempo, impedendo così alla popolazione di abbandonare le case e mettersi al sicuro.
La giunta militare sembra avere altre priorità. A cominciare dal referendum costituzionale, previsto per sabato 10 maggio e rinviato di alcune settimane solo nelle aree del Paese più colpite dalla furia del tempo. Una consultazione che dovrà approvare la nuova Costituzione, che è stata scritta dai soli militari al potere e che serve soltanto a consolidarne il potere introducendo nuove norme ad personam, come quella che vieta di accedere alla guida del Paese a chi si è sposato con stranieri. Una norma fatta apposta per tagliare fuori la leader dell’opposizione, Aung San Suu Kyi, vedova di uno studioso britannico, e ancora chiusa agli arresti domiciliari.
Pubblicato il: 06.05.08
Modificato il: 06.05.08 alle ore 17.46
fonte:http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=75204
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