Inserito da: solleviamoci | Maggio 13, 2008

Travaglio: “Pentito? No, Anzi…”. Schifani lo querela per calunnia

Il giornalista non si pente, il presidente del Senato lo porta in tribunale. Frattini: “Gravità strepitosa”. Accuse anche dal Pd

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Beppe Grillo e Marco travaglio Roma, 12 maggio 2008 - L’Ufficio Stampa di Palazzo Madama fa sapere che il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha dato mandato ai suoi avvocati per agire giudizialmente nei confronti delle affermazioni calunniose rese nei giorni scorsi nei riguardi della sua persona. Sarà quella la sede in cui, da una puntuale ricostruzione dei fatti, la magistratura potrà stabilire le responsabilità di coloro che hanno dato luogo ad un’azione altamente diffamatoria nei riguardi del Presidente del Senato.

A due giorni di distanza dalle dichiarazioni sul presidente del Senato che hanno innescato critiche durissime sia da parte della maggioranza che dell’opposizione, fatta eccezione per l’Idv, Marco Travaglio non fa marcia indietro: “Pentito? Ma per piacere, non scherziamo. Figuriamoci se sono pentito per quello che ho detto. Anzi, sono stato anche troppo buono”. E aggiunge: “Nessuno dice che quanto ho affermato sia falso”.

Il ministro della Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, attacca il giornalista: “Per quanto mi riguarda ascoltare Travaglio o guardare la Famiglia Addams è la stessa cosa, almeno finchè non sono costretto a pagare io con il canone. Se uno l’assume, però, sa a cosa va incontro e deve farsi carico dei debiti e dei crediti. Bisogna prendersela con chi l’ha assunto”. Ovvero con il direttore generale Claudio Cappon? “In Rai – conclude il ministro leghista – il sistema è fatto in modo che le responsabilità non siano mai di nessuno”.

Critico anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che definisce quanto accaduto sabato sera durante la trasmissione ‘Che tempo che fà “un attacco a freddo che non è uno strascico della campagna elettorale, ma la considero una cosa di una gravità strepitosa e spero che questa vicenda avrà una minima conseguenza”. Anche Gianfranco Rotondi, titolare del dicastero dell’attuazione del programma, stigmatizza le parole di Travaglio, ma allo stesso tempo garantisce che “il centrodestra non farà di questa occasione il pretesto per ribaltoni e repulisti in Rai”.

Marina Sereni, vicecapogruppo del Pd alla Camera, afferma: “Il servizio pubblico è pagato dai cittadini ed è bene che sia un luogo di rispetto per tutti, ma non vorrei che si approfittasse di questo episodio, soprattutto dopo le scuse del conduttore, per fare un repulisti o per cercare una resa dei conti nel servizio pubblico”.

Per il democratico Giorgio Merlo, “la Rai è di fronte ad un bivio: o diventa il megafono di una cultura e di uno stile che non appartengono al servizio pubblico, oppure inverte la rotta spezzando quella catena di insulti, trivialità e spazzatura che da troppo tempo caratterizza parte della programmazione dell’azienda. Il vertice dell’azienda è ora che batta un colpo e non solo per chiedere scusa dopo le ormai solite e collaudate esternazioni”.

Antonio Di Pietro resta l’unico a difendere Travaglio: “Gli attacchi che sta subendo solo per aver raccontato la cronaca di fatti veri e accaduti e che riguardano nientemeno la seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Schifani, dimostrano che, come al solito, quando si tratta di difendere la Casta, i vari esponenti di partito di destra e di sinistra fanno quadrato e diventano un tutt’uno”.

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fonte:http://qn.quotidiano.net/2008/05/12/87779-travaglio_pentito_anzi….shtml

Quando Schifani parlò ai pm della Sicilia brokers

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di Enrico Fierro

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Che conoscesse Nino Mandalà, il presidente del Senato Renato Schifani lo ha ammesso il 18 ottobre 2004 davanti ai giudici della Terza sezione penale del Tribunale di Palermo. In quella sede ha riconosciuto di aver avuto rapporti di affari con il suddetto Mandalà nella società «Sicula brokers». Nino Mandalà è ritenuto il capomafia del mandamento di Villabate, comune dove il presidente Schifani, all’epoca avvocato senza cariche parlamentari, ebbe anche un delicatissimo incarico di consulente per le questioni urbanistiche.

Nino Mandalà e suo figlio Nicola sono i personaggi che hanno favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, organizzando il viaggio del boss in un clinica di Marsiglia per curarsi. Nel processo sulla mafia di Villabate un ruolo centrale è rivestito dalle dichiarazioni di Giuseppe Campanella, ex impiegato di banca, consulente dell’amministrazione comunale e galoppino politico ad ampio raggio. È stato nell’Udeur di Mastella, ha avuto rapporti con Forza Italia e con Totò Cuffaro, fino a stabilire solidi legami con i Mandalà. Ma veniamo alla deposizione del Presidente Schifani. Che ammette di aver avuto un ruolo nella società della quale Mandalà era amministratore delegato. «Io ebbi, facendo parte dello studio La Loggia (Giuseppe, avvocato, padre dell’onorevole di Fi Enrico, ndr)…il vecchio la Loggia mi chiese se volevo far parte simbolicamente di questa struttura, sottoscrissi il 3% e dopo un anno e mezzo lo dismisi. E quindi, se pur formalmente alla costituzione feci parte del consiglio di amministrazione, cedute le quote cessai perché non avevo nessun interesse alla società». Quando il pm domanda al senatore Schifani se conosceva Mandalà la risposta è affermativa. «Nella costituzione venne indicato questo Mandalà che io non conoscevo prima, come amministratore…Poi esco dallo studio, lo perdo di vista completamente…Mandalà poi l’ho rincontrato in occasione della politica». Conoscenza che il pm vuole approfondire, ed a questo punto si passa al discorso sulla consulenza che l’allora avvocato Schifani fornisce al comune di Villabate in materia di urbanistica. Circostanza che Schifani ammette, «Il rapporto è stato nel 1995. Nei primi mesi era una consulenza gratuita e finalmente poi vi è stata la copertura e sono stato retribuito secondo le tariffe previste dalla legge regionale». In quell’epoca, chiede il pm, «lei ebbe modo di rivedere Mandalà?». «Sì, ma l’ho incontrato credo una volta, ma non in Comune, a Villabate ma per caso…». Sui rapporti con Mandalà, successivi alla comune presenza nella «Sicula brokers», è l’avvocato Restivo a porre altre domande: «Le risulta se Mandalà aveva un ruolo all’interno del partito, del movimento Forza Italia?». Schifani, visibilmente contrariato, replica che lui ha «già risposto a domanda specifica del pm». L’avvocato insiste e il senatore, finalmente, offre la sua versione. «A livello istituzionale non vi era nessuna responsabilità, all’interno del partito sì, credo che facesse parte di un organismo provinciale, venuto fuori dalla celebrazione di un congresso. Credo che fosse il coordinamento provinciale, il consiglio provinciale, non ricordo bene l’espressione, comunque era l’organismo consultivo e non decisionale del partito». L’avvocato insiste: «Quindi faceva parte del movimento Forza Italia?». Schifani ammette, ma si spazientisce ancora quando il legale chiede se quella di Mandalà fosse una «partecipazione elettiva sia pure da parte degli iscritti di Forza Italia». «Ho chiarito – dice il senatore – che era stato eletto all’interno di un congresso che si era tenuto a livello provinciale nel nostro partito».

La deposizione finisce qui. In sintesi: l’attuale presidente del Senato ammette di aver fatto parte negli anni 1978-1979 di una società al cui vertice c’era Antonino Mandalà, che solo dopo anni si scoprirà essere un potente boss della mafia di Villabate legato a doppia mandata agli interessi di Bernardo Provenzano. Di quella società facevano parte l’onorevole Enrico La Loggia, Giuseppe Lombardo (che tra le sue molteplici attività rivestiva anche quella di amministratore di alcune società degli esattori Ignazio e Nino Salvo, nel 1987 condannati per mafia), e l’ingegner Benny D’Agostino (condannato due volte per associazione mafiosa e vicinissimo al boss Michele Greco, il Papa). Anche la consulenza sulla delicata materia urbanistica al Comune di Villabate è ammessa dal presidente Schifani («perché il mio ruolo era riconosciutamente scientifico…»). Il pentito Campanella, invece, parla di affari e in una sua deposizione dice che «il prg di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato con La Loggia…Schifani avrebbe cooordinato con il progettista di fiducia tutte le richieste che Mandalà avesse voluto inserire in materia urbanistica». La gola profonda riferisce anche di tangenti, sia l’onorevole La Loggia che il senatore Schifani hanno deciso di querelare Campanella. Pentiti a parte, si tratta di dichiarazioni pubbliche, di documenti facilmente consultabili che ieri sera Radio Radicale ha messo in onda in uno «Speciale giustizia». Insomma, non è Travaglio da Fazio, ma il racconto di una storia fatta di frequentazioni molto imbarazzanti è lo stesso. A dirci tutto, però, questa volta è il diretto protagonista, Renato Schifani, presidente del Senato della Repubblica italiana.

Pubblicato il: 13.05.08
Modificato il: 13.05.08 alle ore 14.25

fonte:http://www.unita.it/view.asp?idContent=75382


Risposte

  1. Solo una cosa: quando gli faceva comodo a quelli del PD, usavano le taglienti critiche dei vari Travaglio, B. Grillo, brother and sister Guzzanti, per cercare di affossare Berlusconi; ora che hanno cambiato tattica, non servono più e quindi, giù anche loro a condannare.
    Scrivere “vergognatevi” è pure superfluo.

    Ciao.

  2. Il ministro della Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, attacca il giornalista: “Per quanto mi riguarda ascoltare Travaglio o guardare la Famiglia Addams è la stessa cosa, almeno finchè non sono costretto a pagare io con il canone.
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    A me fa già ridere Calderoli in sé, poi che sia Ministro della Semplificazione (qualunque cosa volgia dire) mi fa sbellicare. Infine che parli dei soldi del canone Rai come se fosse stato consumato un attacco letale alla dignità del telespettatore, aduso a soubrettes anoressiche in tanga che si prendono per i capelli su un’isola nel Pacifico, è davvero esilarante.

    Per quanto riguarda la denuncia a Travaglio… buon per quest’ultimo: è un po’ che campa alla grande con i soldi di tutti quelli che l’hanno denunciato e hanno perso perché NON E’ DIFFAMAZIONE, TRATTANDOSI DI FATTI ACCERTATI. Ricordo che prudentemente, ma più che altro professionalmente, Travaglio non ha detto che Schifani è un mafioso, ma che ha avuto rapporti (accertati) con boss della mafia. Rapporti che non ha mai voluto chiarire.


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