Arriva il caldo e la munnezza comincia a fare paura

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Eppure il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani di Napoli è solo il sintomo di una malattia ben più grave, che uccide le persone e distrugge l’economia della Regione. Insomma, se la spazzatura resta in strada, non sarà perché le discariche sono piene di rifiuti tossici? L’abbiamo chiesto a Gianfranco Amendola
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Non c’è dubbio. Il vero problema non è quello dei rifiuti urbani quanto il fatto che devono essere inseriti in un contesto già saturo di rifiuti industriali in buona parte pericolosi e messi lì illegalmente. Il vero pericolo, come ben sa la popolazione che protesta, è dovuto al precedente interramento di tutti questi rifiuti, non a quello che sta succedendo adesso. Quindi, oggettivamente, la responsabilità è di tutti coloro che in questi anni hanno permesso che rifiuti pericolosi provenienti in buona parte dal Nord fossero interrati in questi territori. Come è stato possibile? Prima di tutto, più vai verso Sud e meno controlli ci sono. E non si tratta solo di controlli di polizia ma soprattutto di controlli tecnici. Il traffico si basa sulla falsificazione delle bolle di accompagno: i rifiuti industriali vengono declassati da pericolosi a non pericolosi, poi assimilati agli urbani e alla fine addirittura cancellati.
Non basterebbe controllare che la fabbrica abbia sistemi di smaltimento?
La maggior parte degli impianti affida i residui industriali ad altre imprese che dovrebbero prelevarli e portarli in un luogo autorizzato. La verità è che proprio in questo tragitto, dalla fabbrica fino al luogo di smaltimento, questi rifiuti cambiano faccia, cambiano colore e si perdono. Secondo la Commissione parlamentare sull’ecomafia almeno il 30% dei rifiuti industriali prodotti sparisce nel nulla. C’è una responsabilità oggettiva legata alla debolezza delle istituzioni deputate alle analisi, mi riferisco in particolare alle Agenzie regionali per l’ambiente che sono quasi sempre talmente sguarnite di personale e di fondi – a volte non ci sono nemmeno i soldi per comprare i reagenti – che alla fine di analisi ne vengono fatte poche. Allora bisogna fidarsi delle analisi che portano i diretti interessati, e senza nemmeno la possibilità di verificarle.
La rete dei controlli dunque è estremamente debole, cosa che inevitabilmente rimanda alla politica…
Da vent’anni l’Italia si distingue per i tentativi di sottrarre i rifiuti industriali dalla normativa europea sui rifiuti cambiandogli semplicemente nome. Per l’Unione Europea il rifiuto è qualunque sostanza o oggetto di cui il detentore si disfi, abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. L’Italia però ha sempre interpretato questo nel senso che, se un rifiuto può essere in qualche modo riutilizzato, non è un rifiuto. Ed è proprio perseguendo questa strategia che ci siamo guadagnati il primato europeo delle condanne in questo settore.
Vuol dire che si è cercato di risolvere il problema degli scarti di derivazione industriale semplicemente cambiandogli nome?
Esatto. Il governo Ciampi fece passare due decreti legge con i quali, per incentivare l’economia nazionale, ribattezzò come “residui” i rifiuti recuperabili, e stabilì che se erano quotati in borsa – in qualunque borsa – non erano più rifiuti. Con questa mossa buona parte dei rifiuti venne esentata dal rispetto della normativa. Per anni questi rifiuti hanno viaggiato come volevano e senza alcuna possibilità di monitorarne la destinazione, fino alla condanna della Corte di giustizia europea. Nel ’97, con il decreto Ronchi, ci stavamo mettendo in regola ma nel 2000 i Ds hanno proposto il “Ronchi quater” che è stato sottoscritto da tutti i partiti, tranne Rifondazione e i verdi. Il Ronchi quater venne bloccato appena la Corte di Giustizia decretò che gli stati membri non possono modificare la nozione di rifiuto come si proponeva il disegno di legge che si prefiggeva, già nel titolo, di adottare “un’interpretazione autentica della definizione di rifiuto”. L’obiettivo era sempre lo stesso: modificare la definizione in modo che tutta una serie di rifiuti non fossero destinati alle operazioni codificate di smaltimento o di recupero stabilite dalla legge comunitaria. La sentenza della Corte di giustizia bloccò il disegno fino al 2002 quando, con il primo governo Berlusconi, viene riproposto con un decreto che, fra l’altro, metteva nella categoria dei “non-rifiuti” anche i rottami ferrosi.
Per quale motivo?
C’era il problema dei carri ferroviari dell’Est da smaltire nelle acciaierie del Nord-Est italiano, che ovviamente erano rifiuti a tutti gli effetti. Ma se sono rifiuti devono essere smaltiti dalle acciaierie come rifiuti, rispettando cioè, per le emissioni, i valori previsti per gli inceneritori. Nulla vieta di recuperare un rottame ferroso in acciaieria, però a quel punto l’acciaieria non può attenersi ai valori previsti per l’utilizzo della materia prima vergine ma deve rispettare valori più stringenti con una spesa molto maggiore. Il problema, come venne scritto allora, erano i soliti cattivi magistrati che stavano creando un grave problema all’economia italiana perché si ostinavano a considerare rifiuti dei rottami ferrosi, creando oneri eccessivi per la nostra industria. Così Berlusconi riprese il disegno di legge bocciato dalla Corte europea e lo trasformò in legge mettendoci anche i rottami ferrosi e ottenendo così una nuova condanna. Nel 2008 il governo uscente è riuscito a fare approvare un decreto correttivo ma siamo ancora in una situazione di stallo. Vorrei mettere in evidenza l’aspetto paradossale della situazione: negli ultimi anni siamo andati avanti coniando nuove definizioni – “interpretazione autentica”, “materie prime secondarie” o “sottoprodotti” – consentendo che molti rifiuti che per l’Europa sono rifiuti industriali veri e propri, a volte anche pericolosi, viaggiassero per l’Italia senza alcun controllo.
Praticamente sono state costruite delle autostrade normative per facilitare il traffico…
Esatto. Nel nostro paese non sono considerate rifiuti nemmeno le ceneri di ipirite o le terre da scavo, anche contaminate, probabilmente per salvare quelli che hanno fatto l’alta velocità. In pratica sono state escluse dalla disciplina anche alcune tipologie di rifiuti considerate pericolose, cosa che ha comportato nuove condanne della Corte europea. Ma come si fa ad avere una rete di controlli efficiente se ogni giorno cambia la normativa?
Come se ne esce?
Prima di tutto dovremmo rientrare nei parametri europei ma, sia il governo che il Partito democratico, sembrano puntare in tutt’altra direzione. Si sostiene che la gerarchia dei rifiuti proposta a livello europeo non è più valida e che ormai il recupero come materia, ovvero il riciclaggio, è da equiparare al recupero energetico, cioè ai termovalorizzatori. Non è affatto vero. L’8 aprile in Commissione ambiente il Parlamento europeo ha ribadito la sua gerarchia: prima di fare i termovalorizzatori bisogna fare il recupero come materia, cioè il riciclaggio. Invece, grazie anche all’emergenza di Napoli, si continua a impostare la politica sui rifiuti soltanto su discariche e inceneritori saltando i primi due gradini che sono i più importanti cioè la riduzione dei rifiuti alla fonte e il riciclaggio.
Riduzione ovvero blocco degli imballaggi…
Certo, come hanno fatto in Germania. E bloccare subito la vendita dei vuoti a perdere vista l’emergenza. Ma chi ha la forza di proporre una cosa del genere? Da anni buona parte della nostra classe politica si batte trasversalmente per sottrarsi agli obblighi della normativa europea, senza rendersi conto – almeno lo spero – che così facendo hanno consentito che moltissimi rifiuti industriali fossero illecitamente smaltiti come non-rifiuti in varie parti d’Italia. E’ questa la vera emergenza.
Sabina Morandi
Fonte: http://www.liberazione.it/
28.05.08
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fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=10475
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