Archive | giugno 2008

¡À CENA CON L@S ZAPATISTAS!

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Cena messicana a sostegno alla carovana europea in Chiapas, estate 2008

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VENERDÌ 4 LUGLIO ’08, DALLE 20:00

IDEA’L, v.le Piemonte 10, Magenta, [MI]

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Sottoscrizione popolare per le Giunte di Buon governo
Ass Joe Strummer Magenta – Comp@s Rebeldes del Magentino
Cena messicana a sostegno alla carovana europea in Chiapas, estate 2008

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–Menù–

Caffè zapatista
Vino Rebelde

Para empezar:
Peperoni Ribelli -peperoncini ripieni di formaggio fritti- ; Salsa Guacamole con Tacos de Los Altos

Piatto Unico:
Riso Basmati al vapore de La Selva; Tortillas insurgentes con chili di carne e\o frijoles refritos

Postres:
Budino de la Dignidad (Budini di Mais)

Bebidas:
Vino Rebelde (Gutturnio doc) ¼, Agua Para Tod@s (del Sindaco)

€ 15,00

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CAMPAGNA ¡L@s zapatistas no estan sol@s!
* Per sostenere l’autonomia zapatista, i movimenti sociali “in basso a sinistra” in
Messico e nel mondo.
* Per fermare le aggressioni e la guerra del governo messicano contro le comunità
indigene del Chiapas.
* Per diffondere le denuncie di violenze perpetrate contro le comunità zapatiste.
* Per convergere nell’estate 2008 in molt@ da tutta Italia e da tutta Europa in Chiapas in
solidarietà con gli zapatisti

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Stravolgere i codici, riscrivere le leggi. Su misura. È questo il programma di Silvio Berlusconi per l’autunno

Regista sarà Pecorella. Oggi mente giuridica del centrodestra. E ieri era pure Comunista…

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Altro che legittimo sospetto. I propositi della maggioranza berlusconiana sono ben più ampi: a settembre gli avvocati-parlamentari del centrodestra cominceranno a rovesciare sul tavolo una serie di proposte sulla giustizia capaci di cambiare i connotati al codice penale e a quello di procedura penale. Il disegno di legge più ampio (45 articoli) è quello firmato da Giancarlo Pittelli, deputato, avvocato, di Forza Italia, che prevede (tra l’altro) d’informare immediatamente mafiosi e criminali che è stata aperta un’indagine su di loro; e impone all’accusa di dimostrare ogni volta da capo, nei processi di mafia, l’esistenza dell’organizzazione mafiosa, senza utilizzare le sentenze precedenti…

Contro lo stravolgimento del processo penale, i movimenti hanno indetto una manifestazione nazionale a Roma: un girotondo dei girotondi, per sabato 14 settembre. Per quella data, sarà già cominciata alla Camera la battaglia per l’approvazione definitiva della legge che reintroduce nel nostro ordinamento il «legittimo sospetto» come motivo per strappare il processo al suo giudice naturale. Una misura, dicono gli inquilini della Casa delle libertà, utile a impedire che i cittadini siano vessati da «giudici di sinistra» (attenzione: non da giudici non imparziali, di destra o di sinistra che siano, ma da giudici «di sinistra»). Significa allora che chi è di destra avrà il diritto a essere giudicato da un giudice di destra? E chi è di sinistra potrà scegliersi un giudice di sinistra? Sarebbe, evidentemente, la fine della giustizia, dell’accertamento dei fatti (i reati contestati ci sono o non ci sono?), sostituito con il legittimo sospetto che ogni giudizio sia frutto di pregiudizio, anzi di un complotto politico.

Gianobifronte. Primo officiante della celebrazione autunnale del funerale della giustizia italiana sarà Gaetano Pecorella, che dovrà guidare il dibattito sul «legittimo sospetto» in quanto presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati. Pecorella è anche difensore di Silvio Berlusconi, e proprio nel processo di Milano che potrebbe essere subito spostare a Brescia dalla Cassazione (e quindi inghiottito dalla prescrizione) non appena il «legittimo sospetto» diventerà legge dello Stato. Insomma, Pecorella è un Giano Bifronte: avvocato nelle aule di Tribunale e al tempo stesso legislatore che confeziona e spinge in Parlamento le leggi utili a ottenere successi professionali in Tribunale.

L’opposizione ha chiesto che, almeno questa volta, Pecorella si astenga dal presiedere la commissione. «Non solo è l’avvocato dell’Imputato e contemporaneamente è colui che pensa e scrive le leggi utili a risolvere i problemi processuali dell’Imputato stesso, che è anche suo Capo politico», argomenta il senatore Nando dalla Chiesa, «ma questa volta dovrebbe perfino stabilire le procedure di approvazione parlamentare di una di quelle leggi. Dovrà selezionare e stabilire le priorità nell’ordine del giorno, decretare il numero e gli orari delle sedute, decidere a colpi di maggioranza le interpretazioni del regolamento: e questo in una situazione in cui la legge deve passare prima che inizino a Milano le requisitorie finali dell’accusa contro il suo cliente e i suoi coimputati».

Pecorella ha già promesso che (alla Camera) non tollererà manovre ostruzionistiche per rallentare l’approvazione della legge. Proprio lui che (in Tribunale) è ricorso a ogni tipo di ostruzionismo per rallentare il processo. Ma Pecorella è un uomo che viene da lontano. Intelligente, ambizioso, preparatissimo, alla fine degli anni Sessanta diventa assistente universitario di Giandomenico Pisapia, che in futuro sarà il padre del nuovo codice di procedura penale. Accanto a lui sono Ennio Amodio e Oreste Dominioni. Tutti e tre sono destinati a diventare avvocati della famiglia Berlusconi, ma nel Sessantotto, giovani promesse del Foro milanese, sentono il vento della rivolta e si schierano a sinistra. Gaetano è, tra loro, il più deciso, il più impegnato, il più estremista.

Entra a far parte del gruppo dirigente informale del Movimento studentesco dell’università statale, quindici-venti persone tra cui Mario Capanna, Salvatore Toscano, Alfonso Gianni, Popi Saracino… «Non avevamo una sede, di giorno ci trovavamo in università, la sera ci riunivamo a casa di qualcuno di noi», ricorda Luciano Pettinari, oggi dirigente della sinistra Ds. «Il Movimento studentesco aveva un gruppo molto agguerrito di avvocati», racconta Alfonso Gianni, oggi braccio destro di Fausto Bertinotti, «c’erano Giuliano Spazzali, Marco Janni, Francesco Fenghi, Michele Pepe… Ma Pecorella era il più autorevole. E il più impegnato. Il suo apporto non era soltanto tecnico, Gaetano era un vero militante politico».

Dominioni e Amodio, suoi colleghi nello studio Pisapia, ottengono una cattedra universitaria. Pecorella invece non vince il concorso e si deve accontentare di fare il professore incaricato alla facoltà di Scienze politiche. Non gli va bene neppure in politica: per due volte si presenta alle elezioni, nelle liste dei gruppi extraparlamentari (Sinistra unita, Democrazia proletaria), ma è sempre il primo dei non eletti. Resta l’esponente più autorevole del «collettivo avvocati» del Movimento studentesco. Anche il più estremista: teorizza (nei suoi interventi nell’aula magna dell’università, ma anche sulla rivista Qualegiustizia) che la giustizia è di classe e che quella «del sistema è una specie come un’altra di violenza»; Pecorella critica «il giurista mezzo di conservazione» che «rifiuta la violenza di piazza» ma ammette «la violenza esercitata dallo Stato».

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Bruno Tassan Din, l’uomo della P2 al «Corriere della sera»,
con il suo avvocato Gaetano Pecorella

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Da Capanna a Tassan Din. La violenza di piazza la conosce bene: il Movimento studentesco ha costituito «squadre di autodifesa» con il compito dichiarato di difendere i cortei studenteschi dagli attacchi della polizia e dei gruppi fascisti. I «giornali borghesi» chiamano «Katanga» i giovani che ne fanno parte. Armi ammesse: sassi, biglie di ferro, spranghe, chiavi inglesi, bottiglie molotov. Pecorella consiglia come impostare la difesa dei «compagni» arrestati o denunciati per violenze o per porto di «armi improprie». Un piccolo «arsenale» di queste è sempre pronto – nel caso di attacchi della polizia o dei fascisti – nei sotterranei della Statale: nei locali detti dell’Interfacoltà, di cui responsabile è proprio il professor Pecorella.

In due casi il «compagno avvocato» fa qualcosa di più: avverte in anticipo i militanti del Movimento che sono in arrivo guai penali. Il primo caso è quello del Rapporto Mazza, il cosiddetto «Rapportone»: un dossier del questore di Milano, calcando i toni ed esagerando il pericolo, denuncia l’esistenza in città, dentro il Movimento studentesco, di strutture armate. I dirigenti dell’Ms vengono a conoscenza in anticipo del contenuto del rapporto e per qualche tempo i «compagni» i cui nomi sono contenuti nel dossier cambiano aria. Poi l’inchiesta giudiziaria sul caso si chiude senza conseguenze.

Il secondo caso è ancor più clamoroso. Vengono emessi mandati di cattura nei confronti di tre dirigenti del Movimento, Mario Capanna, Fabio Guzzini e Giuseppe Liverani, accusati di aver organizzato una occupazione (peraltro pacifica) del rettorato dell’università statale. Capanna e Guzzini non si fanno trovare a casa e si danno alla latitanza. Liverani è arrestato, ma soltanto perché è bloccato in caserma, dove stava facendo il servizio militare di leva. La spiegazione che gira nell’Ms è che nei due casi sia stato Pecorella, forte di buone entrature a palazzo di Giustizia (qualche «toga rossa»?), a sapere in anticipo del «Rapportone» e dei mandati di cattura e ad avvertire gli interessati.

Legge ancella della politica. La svolta nella vita di Pecorella, avvocato rosso, avviene qualche anno dopo, quando assume la difesa di Bruno Tassan Din, amministratore delegato della Rizzoli-Corriere della sera, che si era di fatto impossessato dell’azienda per conto della P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani.

Pecorella difende gli interessi dell’uomo della P2 nelle aule di Tribunale, ma anche fuori: in visita al viceprefetto di Milano, gli cade dalla tasca un nastro magnetico su cui è registrata una telefonata di Gelli, con il risultato di bloccare la trattativa avviata dal costruttore Giuseppe Cabassi per l’acquisto del Corriere della sera, che sarebbe stato subito strappato dalle mani di Tassan Din. Per questa vicenda, l’Ordine degli avvocati di Milano apre un procedimento disciplinare per stabilire se siano state violate le regole deontologiche, ma il procedimento si conclude con un nulla di fatto. Pecorella, ormai brillante e ricercato professionista, prosegue tranquillo la sua carriera. Fino agli anni Novanta, quando incontra un altro iscritto alla P2, Silvio Berlusconi, di cui diventa prima avvocato, poi parlamentare, e infine presidente della commissione Giustizia della Camera. «Mi hanno offerto un posto, ma resto indipendente, continuo a combattere le mie battaglie», confida, appena eletto deputato, a un amico, stupito di vederlo schierato con Forza Italia. Per qualche mese si permette di fare il battitore libero, di firmare anche leggi proposte dalla sinistra. Ben presto però diventa in tutto allineato e coperto al suo partito.

Nel frattempo ha assunto anche la difesa di Delfo Zorzi, il fascista accusato (e poi condannato in primo grado) di essere l’esecutore materiale della strage di piazza Fontana. Proprio lui che negli anni Settanta, nel primo processo per la strage, era stato uno degli avvocati di parte civile contro i fascisti.

Voltagabbana? Cinico e ambizioso affascinato dal potere e dalla ricchezza? Oppure spirito libero, capace di cambiare idea? Certo Pecorella ha mutato tante cose, nella sua vita, ma una continuità, teorica e di comportamento, gli va riconosciuta: tratta la legge sempre come ancella della politica, strumento da piegare in nome di interessi superiori. Ieri quelli «rivoluzionari», «di classe». Oggi quelli del nuovo potere, incarnato dal suo più importante cliente, che è anche – scherzi del destino – il suo leader politico.

di Gianni Barbacetto

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fonte: http://gigionetworking.wordpress.com/stravolgere-i-codici-riscrivere-le-leggi-su-misura-e-questo-il-programma-di-silvio-berlusconi-per-l%E2%80%99autunno-regista-sara-pecorella-oggi-mente-giuridica-del-centrodestra-e-ieri-era-pure-comunis/

IRAQ: I bambini vittime delle “armi speciali”

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Vi fa orrore? Si? Speriamo sia vero..

I bimbi nati a Fallujah presentano malattie e malformazioni di una gravità senza precedenti

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di Ali al-Fadhily e Dahr Jamail

FALLUJAH, 13 giugno 2008 (IPS)

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I nuovi casi, e il numero di morti tra i bambini, sono aumentati dopo l’utilizzo delle “armi speciali” in due massicci bombardamenti contro Fallujah nel 2004.

Dopo averlo inizialmente negato, nel novembre 2005 il Pentagono ha ammesso che l’anno prima a Fallujah era stato effettivamente utilizzato fosforo bianco, un’arma incendiaria il cui uso è vietato dalla Convenzione di Ginevra.

E sempre a Fallujah è stato fatto anche ampio uso di munizioni all’uranio impoverito (DU), che contengono scorie a basso livello di radioattività. Il Pentagono ha ammesso di aver impiegato 1.200 tonnellate di DU in Iraq fino ad oggi.

Molti medici ritengono che il DU sia la causa di un grave aumento nell’incidenza di cancro in Iraq, e anche tra i veterani Usa che hanno prestato servizio nella guerra del Golfo del 1991 e nella recente occupazione.

”Abbiamo visto tutti i colori dell’arcobaleno sprigionati dall’esplosione delle granate e dei missili americani”, ha raccontato all’IPS Ali Sarhan, un insegnante di 50 anni che ha vissuto entrambi gli assedi Usa del 2004. “Ho visto i corpi diventare ossa e carbonizzarsi all’istante, subito dopo l’esposizione alle bombe che poi abbiamo scoperto essere al fosforo”.

”La cosa più preoccupante è che molte delle nostre donne hanno perso i loro figli appena nati, e molti bambini presentavano malformazioni alla nascita”.

”Avevo due figli con danni al cervello dalla nascita”, ha detto all’IPS Hayfa’ Shukur, 28 anni. “Mio marito è stato preso dagli americani a novembre 2004, e così ho dovuto occuparmi dei figli da sola, portandoli in ospedali e cliniche private. Poi sono morti. Ho speso tutti i nostri risparmi e ho chiesto in prestito notevoli somme di denaro”.

Shuku racconta che secondo i medici è stato l’uso di armi vietate ad aver provocato i danni cerebrali dei suoi e poi la loro morte, “ma nessuno di loro ha avuto il coraggio di metterlo per iscritto”.

”Molti bambini sono nati con malformazioni congenite”, ha spiegato all’IPS un pediatra che ha preferito restare anonimo.”Può trattarsi di difetti al cuore, labbro leporino (cheiloschisi), palato spaccato (palatoschisi), sindrome di down, e difetti agli arti”.

Inoltre, ha aggiunto, “Posso dire che dopo il massacro del novembre 2004 a Fallujah si sono presentati problemi di ogni tipo legati all’inquinamento tossico”.

Molti medici riferiscono
di casi e di esempi analoghi, ma le indicazioni sono incerte, in mancanza di uno studio o di un qualsiasi dato ufficiale disponibile.

L’amministrazione del Policlinico di Fallujah non ha voluto fornire statistiche sui bambini malformi, ma un medico si è offerto di parlare in condizioni di anonimato – per timori di ritorsioni in caso di critiche verso l’amministrazione.

”L’esposizione della madre
a sostanze tossiche o a materiale radioattivo può portare all’aborto spontaneo o all’aborto dopo il quinto mese, e a malformazioni congenite”, ha spiegato il medico all’IPS. Ci sono stati molti di questi casi, e il governo “non fa niente per contenere il danno, o per offrire una qualsiasi assistenza all’ospedale”.

“Questi episodi richiedono un forte impegno internazionale per fornire le più alte e le più recenti tecnologie che noi non potremo avere per i prossimi cento anni”, ha aggiunto.

Il 31 marzo scorso, il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha espresso preoccupazione per la mancanza di attrezzature mediche negli ospedali di Baghdad e Basra.

“Gli ospedali hanno impiegato le loro scorte mediche vitali, ma servono ulteriori forniture per fronteggiare l’afflusso dei feriti. L’accesso all’acqua resta problematico in alcune aree”, si legge in una dichiarazione dell’ICRC.

Lo scorso febbraio,
un funzionario del ministero della salute iracheno avrebbe dichiarato che il settore della sanità è sottoposto a “forti pressioni”, con dozzine di medici uccisi, un esodo del personale medico, scarse infrastrutture, e carenza di medicinali.

“Siamo in una situazione in cui ci manca praticamente di tutto”, ha detto il funzionario; “non abbiamo sufficienti dottori né medicine, e quasi tutte le nostre attrezzature mediche sono obsolete”.

”Abbiamo avuto molti casi di lesioni alla spina dorsale e alla testa, ma non abbiamo potuto fare nulla, perché mancavano gli specialisti e i farmaci”, ha aggiunto. “Il fluido endovenoso, che è una cosa basilare, non è sempre disponibile”. È dal 1986 che non si costruiscono nuovi ospedali, ha segnalato il funzionario.

Il ministro della salute iracheno
Salih al-Hassnawi ha sottolineato la grave carenza di medicine in una conferenza stampa ad Arbil, nella regione del Kurdistan, il 22 febbraio scorso. “Il ministero della sanità iracheno soffre di una grave carenza di medicinali… Abbiamo deciso di importarli immediatamente per rispondere ai bisogni impellenti”.

Secondo Al-Hassnawi,
il budget di quest’anno per la salute prevede che la spesa totale per medicine, attrezzature mediche e ambulanze ammonterebbe in media a 22 dollari per ogni cittadino.

Ma per il numero indefinito di neonati
e di famiglie che hanno già subito le conseguenze della prima devastazione è troppo tardi. Ed è troppo poco per soddisfare i bisogni specifici dei neonati sopravvissuti con malformazioni.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1219

Brunetta – Quando il caldo dà alla testa..

Fantozzi

BRUNETTA REVOLUTION

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di Paola Pilati
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Nullafacenti nei sottoscala. Carceri private negli ex villaggi vacanze. Class action contro i disservizi pubblici. Sono le promesse del ministro. Che sogna stipendi secondo il gradimento degli utenti. Colloquio con Renato Brunetta

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Renato Brunetta
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Premio. Punizione. Stigmatizzazione. Licenziamento. Il bastone e la carota che il ministro Renato Brunetta ha issato come uno stemma araldico sul pennone del ministero della Funzione Pubblica, diventando il ministro più popolare del governo, avrà nella pratica questa progressione. Dove la carota sono soldi e possibilità di carriera per chi produce di più e dà una mano a tagliare i costi della burocrazia (intascando una parte di quei risparmi); il bastone si sostanzia nella prospettiva di provvedimenti disciplinari che il ministro divulga così: “Sei un nullafacente? Ti mando in un sottoscala. Hai imbrogliato l’amministrazione? Ti licenzio. Non hai dato al cittadino un servizio come si deve? Perdi il posto”. Chi zoppica quanto a rendimento, chi fa il furbo e timbra il cartellino ma poi se ne va, chi marca visita e si dà malato con certificato medico falso, ma anche chi non vede e non denuncia, ora sa che Brunetta non farà sconti: nella sua legge delega la parola licenziamento compare implacabile come l’ombra di Banquo per Macbeth.

Non rischia di essere un’arma caricata a salve, ministro? Finora i licenziati della pubblica amministrazione hanno trovato spesso giudici che li hanno rimessi al loro posto…
“Ma io sto facendo una rivoluzione, punto a cambiare una mentalità, a introdurre un mutamento culturale, a innescare un meccanismo di controllo nei cittadini. Finora nel settore pubblico se volevi lavorare, facevi; se no, nessuno ti diceva nulla. Era un optional. C’era una connivenza generalizzata. Non c’era un padrone e non c’era un mercato. Io voglio darglieli”.

Come?
“Consentendo al cittadino che subisce un disservizio di andare da un’associazione dei consumatori e avviare una class action. Che non si risolverà con una sanzione pecuniaria, come nel privato, ma con la rimozione del responsabile. Ho bisogno di una Tac e la tipologia dice che deve essere fatta in una settimana, ma c’è una fila d’attesa di sei mesi? Oggi sei impotente. Con la norma sulla class action vai, denunci e non spendi nulla. E nell’arco di 20 giorni si verificano le responsabilità. Metteremo in piedi un meccanismo straordinario. Se non hai dato la lista d’attesa nei tempi prescritti, perdi il posto. Le sanzioni ci sono, ma nessuno le rispetta: ora basta accettare tutto”.

Per una simile rivoluzione lei si è dato un anno di tempo. Non è poco?
“No. Se non ci riesco me ne vado. Ma anche se questa rivoluzione per ora è solo di comunicazione e c’è chi mi sfotte – ‘Ti credi Napoleone’, ‘Fai la Cuccarini del governo’ – penso di aver toccato un nervo scoperto, trasversale, né di destra né di sinistra. Dico le cose che la gente voleva sentirsi dire, e cioè che è un suo diritto andare in un ospedale senza cicche per terra, e in una scuola che funzioni. Da luglio partirà un monitoraggio di customer satisfaction per campione in tutto il territorio nazionale, fatto dai migliori centri di ascolto, per sentire le opinioni della gente”.

Adesso le fanno la ‘ola’, assaporano il giustizialismo; ma quando sarà il momento dei sacrifici veri, non teme che il corpaccione pubblico le si rivolti contro?
“Il paese ha bisogno di servizi pubblici – sanità, scuola, sicurezza – efficienti. L’assenteismo e gli scandali che emergono nel pubblico non ci sono nel privato. Perché? Perché lì c’è un padrone. Io voglio introdurre le regole del privato nel pubblico”.

Vuol dire anche far entrare soggetti privati nel servizi pubblici?
“Penso che alcuni servizi pubblici possano essere anche forniti dai privati. Per esempio le carceri: abbiamo tanti villaggi turistici dismessi, riconvertiamoli affidandoli a controllori privati”.

Quali altri?
“Tutti, anche la scuola: mettiamo in concorrenza la pubblica e la privata, introduciamo regole di mercato. Oggi, chi manda un figlio alla scuola privata, paga due volte, con le tasse e con la retta. Domani, diamo sgravi fiscali a chi utilizza la scuola privata. Così sarà il mercato a decidere quale delle due deve chiudere”.

Nel suo disegno di legge delega si prevedono incentivi al personale molto selettivi e non più a pioggia, progressione di carriera con corsi e concorsi, premi di produttività. Quale sarà la parte di stipendio legata alla performance? “Si seguirà il criterio che c’è nel privato. Anche se mi piacerebbe che fosse tutta variabile. E che misurasse non solo la produttività, ma anche la soddisfazione del cittadino. Per esempio, un Comune potrebbe pagare meglio un servizio di vigili che funziona e meno per le pompe funebri insoddisfacenti”.

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Come si misurerà quanto la gente produce?

“Niente impianti barocchi. La chiave di volta sono: il capo che verifica, i clienti che giudicano, i colleghi…”.

Incentiva alla delazione?
“No, ma se un collega per colpa tua non incassa il premio, reagirà”.

Tre milioni e 600 mila dipendenti pubblici: troppi?
“No, dipende da quello che gli fai fare. Noi siamo ancora un paese sovietico, dove il peso del pubblico è molto alto; non ho nulla contro la quantità, ma vorrei che ci fosse anche la qualità”.

Come conta allora di fare i 20 miliardi di risparmi promessi in tre anni?
“Lavorando meglio. E facendo felici i cittadini. Se la scuola producesse anche attività extrascolastiche, lei non sarebbe felice anche di pagare più tasse?”.

Non servono tagli?
“Una sperimentazione della Regione Lazio ha dimostrato che, solo incrociando i dati a disposizione, la spesa per farmaci si può ridurre del 20 per cento. Con una spesa sanitaria nazionale di 100 miliardi l’anno, se solo elimini il 10 per cento di sprechi fai 10 miliardi di risparmio: pari a due rinnovi di contratto per tutto il pubblico impiego”.

Ma nella scuola ridurrete il personale.
“Parificando i docenti alla media europea. Chi sostiene che è un taglio, è snob, come dice Tremonti”.

Sarà snob, ma avete bloccato la stabilizzazione dei precari.
“Erano 300 mila polpette avvelenate lasciate dal passato governo. Nella PA si entrerà solo per concorso. E voglio vedere chi dice di no a questo sistema”.

Il sindacato dovrà fare un passo indietro?
“Dovrà fare il sindacato, non il padrone. Cioè fare dei buoni contratti. Ma non potrà più contare sul fatto che i capi del personale dei ministeri siano iscritti alle centrali sindacali. D’ora in poi, vietato: si è mai visto un direttore del personale della Fiat iscritto a rotazione alla Cigl, Cisl e Uil? E cambierà vento anche all’Aran, l’agenzia che fa i contratti pubblici, fino a oggi lottizzata da uomini emanazione del sindacato”.

Lei promette dirigenti-manager: ma oggi la nomina è politica…
“Sì, ma io non amo le nomine politiche. Amo lo spoil system per il gabinetto del ministro, non per i dirigenti. Infatti sto mettendo in piedi un sistema per la formazione di dirigenti ad altissimo livello, che nell’arco di un po’ di anni dia luogo a un drappello di top manager pubblici”.

Come prevede che andrà lo spoil system del suo governo? Sanguinoso?
“I bravi penso saranno tutti confermati, c’è bisogno di continuità. Quelli smaccatamente di origine politica…”.

Ha lanciato una crociata per la trasparenza, pubblicando le retribuzioni dei suoi dirigenti. Poi è andato a caccia delle consulenze. Non teme di cadere nella gogna mediatica?
“Ho scoperto che sulle consulenze il 70 per cento delle amministrazioni tenute a renderle pubbliche non l’ha fatto. Adesso mettiamo in Rete l’elenco degli inadempienti. E la cosa buffa è che i cittadini che non trovano il proprio comune nell’elenco, protestano, si scandalizzano e ci scrivono: si forma un sistema di controllo e di trasparenza straordinario. Da venerdì 27 pubblicheremo i dati dei distacchi sindacali”.

D’accordo anche sulla pubblicazione dei redditi dei cittadini?
“L’iniziativa in sé è positiva, ma non come è stato fatto, senza accordo con il Garante della privacy. I redditi dei cittadini italiani sono nei libroni che pubblicano gli enti locali e che sono a disposizione nelle case comunali, dove si possono consultare”.

Ma lei non si batteva per l’eliminazione della carta?
“Certo, compresa l’eliminazione della pubblicazione dei bandi e degli appalti su giornali e quotidiani, cosa che ha fatto strillare gli editori, che si battono per un privilegio medievale”.

Tutto via Internet, è la sua ricetta. Chi pagherà i grandi investimenti nella banda larga? “La banda larga è un bene pubblico: non si fa con il mercato. Se ne occuperà Scajola. Soldi pubblici, ma anche privati”.

Prelude a uno scorporo della rete Telecom?
“Nessuno scorporo, non serve. Basta la gestione separata per stabilire i costi di terminazione e perché tutti quelli che vogliono l’accesso non vengano frenati e paghino per l’utilizzo. Poi voglio dare il via alle ‘reti amiche'”.

Cioè?
“Postazioni Internet ‘pay-per-use’ nelle tabaccherie, le farmacie, i carabinieri, le ferrovie… Per consentire al cittadino di dialogare con la pubblica amministrazione per pagare il bollo auto, fare il versamento per la colf”.

Non teme che l’apparato reagisca come il personaggio dello scrivano di Melville, Bartleby, cioè rispondendo alle sue innovazioni “Preferirei di no”?
“Io preferisco il contabile di Moby Dick, che ripartisce le quote di prodotto della pesca e la prima va alle vedove, ma poi dà una quota alta al fiocinatore Queequeg, di colore, animista, ma bravo. Io voglio pagare bene i fiocinatori”.

27 giugno 2008

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fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2030906

Cassazione, se i nomadi sono ladri è legittima la discriminazione

Le motivazioni della sentenza con cui nel dicembre scorso la Suprema corte ha annullato la condanna al leghista Tosi

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Cassazione, se i nomadi sono ladri è legittima la discriminazione ROMA – “La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso”. Questa la motivazione con cui lo scorso dicembre la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per “propaganda di idee discriminatorie” all’attuale sindaco di Verona, il leghista Fabio Tosi. All’epoca dei fatti contestatigli – una petizione e manifesti del 2001 contro i campi nomadi abusivi – Tosi era capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale veneto e durante una riunione aveva detto tra l’altro che “gli zingari dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c’erano furti”. Anche su questo elemento si basava l’accusa del pm veronese Guido Papalia.

In sostanza la Suprema corte sostiene che quando si tratta di temi caldi come quello della sicurezza dei cittadini bisogna fare attenzione a non accusare i politici di commettere incitamento all’odio razziale quando intendono prendere iniziative discriminatorie non in nome della diversità razziale ma a fronte dei “comportamenti criminali” di determinati gruppi.

“La discriminazione - secondo la Cassazione – si deve fondare sulla qualità del soggetto (nero, zingaro, ebreo ecc) e non sui comportamenti. La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità”.

“In definitiva - conclude Piazza Cavour condividendo la linea difensiva di Tosi – un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso”.

29 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-10/cassazione-tosi/cassazione-tosi.html

Gladio, il principale segreto della Repubblica. Una regia unica nelle stragi di stato?

di Solange Manfredi

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E’ Gladio il segreto della Repubblica, lo troviamo dietro tutte le c.d. “stragi di Stato” e i principali misteri della Repubblica.

Questo articolo sarà necessariamente lungo, ma ciò si rende necessario per la particolare importanza del problema, probabilmente, la risposta ai mille perché delle stragi di stato italiane.

Nella storia della nostra Repubblica quando troviamo stragi, omicidi eccellenti e traffici di armi troviamo sempre anche Gladio…e mai dalla parte giusta. Vedremo il perché. Ma soprattutto oggi esiste ancora? E se si cosa fa e come si chiama? Forse Falange armata?

1. Nascita di Gladio. 2. L’omicidio Mattei 3. Il piano Solo. 4. L’omicidio Calabresi. 5. Strage della questura di Milano. 6. Argo 16. 7. Il sequestro Sossi. 8. Omicidio Occorsio. 9. L’omicidio Amato. 10. Il caso Moro. 11. L’Omicidio Toni e De Palo. 12. L’omicidio Rostagno. 13. L’omicidio Li Causi. 14. Cambia il nome? 15. La Falange Armata. 16. Conclusioni.

1. Nascita Gladio.

Era il 1952 quando, grazie ad un patto segreto stipulato tra la CIA e il capo del Servizio informazioni forze armate (Sifar), nasceva l’organizzazione “Stay Behind” (“Gladio”).

La struttura, alle dipendenze dell’Ufficio R del Sifar, era articolata in 40 nuclei, dei quali sei informativi, dieci di sabotaggio, sei di propaganda, sei di evasione e fuga, dodici di guerriglia. Inoltre erano state costituite cinque unità di guerriglia di pronto impiego in regione di particolare interesse.

Una prima domanda sorge spontanea: dove e come venivano reclutati i gladiatori?

Dirà il magistrato Libero Mancuso: «Il capo della “Gladio” statunitense Mike Sednaoui, vice capo della Cia a Roma, reclutava nella P2: se non si era della P2, difficilmente si dava quella garanzia di affidabilità richiesta.[1]».

Infatti dell’esistenza di questa struttura, proprio perché nata da un accordo segreto (ovvero in una situazione di assoluta illegittimità costituzionale) e non, come invece avrebbe dovuto essere, da un accordo internazionale del Governo e del Parlamento, ne erano a conoscenza solo poche persone. Ovvero: alcuni politici, alcuni ufficiali dei servizi segreti e la massoneria deviata (in logge massoniche collegate con la P2, troviamo anche uomini del calibro di Stefano Boutade, Michele Greco e Pino Mandatari, commercialista di Riina) Solo loro erano a conoscenza della struttura e solo loro, probabilmente, potevano attivarla. Questo per più di 30 anni.

Solo nel 1990, infatti, grazie ad un indagine del giudice Casson (che stava indagando sui depistaggi operati dai carabinieri e dai servizi segreti nell’inchiesta sulla strage di Peteano) si scoprirà dell’esistenza di Gladio.

Scoppia il caso. Andreotti, chiamato a riferire in Parlamento, ammetterà l’esistenza di Gladio affermando che la struttura, formata da 622 unità, aveva lo scopo di difendere l’Italia da una possibile invasione sovietica. Non essendoci mai stata un’occupazione sovietica, la struttura non fu mai attivata e, soprattutto, non avrebbe mai interferito con la vita democratica del Paese.

Il materiale documentale raccolto nel corso delle indagini dal G.I. di Venezia Casson e dai sostituti procuratori militari di Padova, Sergio Dini e Benedetto Roberti, però attesterebbe, in realtà, come fin dalla sua nascita Gladio si sia vista attribuire compiti di interesse nella vita politica interna del paese.

Dal materiale raccolto si evince:

1. come i gladiatori venissero addestrati a tutta una serie di attività terroristiche:

- con finalità intimidatorie (lancio di bombe contro sedi di partito);
– di provocazione, ovvero pestaggi e azioni che facessero degenerare delle manifestazioni pacifiche in scontri con la polizia (ricordate il G8?);
– atti di terrorismo da addossare ad altri.

2. Come la strutturata fosse organizzata su più livelli al fine di poter rendere opportunamente divulgabile alcuni settori in caso di necessità (ovvero di scoperta). Mentre, in posizione occulta e da tenere nascosta ad ogni costo, una struttura più profonda, formata da soggetti i cui nomi dovevano rimanere ignoti (e che tutt’ora in effetti lo sono). La struttura più profonda avrebbe avuto funzioni di turbativa della vita politica nazionale.

Purtroppo le indagini non sono state portate a compimento sia perché come si evince dalla sentenza e dalla perizie del processo Gladio:

Alla direzione del Sismi si è tentato di cancellare le tracce della plurima attività di “Gladio” provvedendo a distruggere o manipolare i documenti d’archivio. Il magistrato veneziano Felice Casson ha scritto: “Gli archivi dei servizi segreti sono stati debitamente epurati, se non addirittura saccheggiati[2]. Giuseppe De Lutiis, nella perizia effettuata sui documenti del Sismi sottoposti a sequestro, ha scritto: “..È inoltre da rilevare che nei registri di protocollo si riscontrano una abnorme mole di documenti distrutti col fuoco nei giorni intercorrenti tra il 29 luglio e l’8 agosto 1990, e cioè in concomitanza con l’accesso del giudice Casson al Servizio per la consultazione di documenti (27 luglio 1990) e con le dichiarazioni del presidente del Consiglio Andreotti dinanzi al Parlamento (il 2 agosto alla Camera, e il 3 alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi)” [3].

E sia perché, ai magistrati militari Sergio Dini e Benedetto Roberti: “l’inchiesta è stata loro sottratta quando hanno scoperto che l’organizzazione “Gladio” era articolata in più livelli: la parte dei 622 era “il coperchio legittimo, formato essenzialmente da gente in buona fede che ritenevano di operare solo in funzione antinvasione”, ma vi erano livelli più segreti fino al “nocciolo chiave”, “alle azioni “sporche” dei servizi“, un nocciolo attivato “al di là dei compiti istituzionali” [4].

Secondo quanto accertato nelle indagini della Procura militare di Padova, inoltre, intorno a metà degli anni ’80 la struttura Gladio sarebbe stata in un certo modo “riarticolata”, così da poter semiufficializzare parte della struttura (Gladio???), e, contemporaneamente, coprire ulteriormente il livello più occulto (Falange Armata????).

Insomma, come dice il giudice Imposimato:

Gladio è il segreto della Repubblica. E’ materiale da maneggiare con cura…… una struttura occulta assolutamente incostituzionale avente mani libere per qualunque tipo di azione preventiva[5].

La domanda da porsi, dunque, è: a quali azioni, preventive e non, ha preso parte Gladio? Ufficialmente a nessuna, non è mai stata attivata. Il problema però è che Gladio compare nelle pagine più buie della storia della nostra Repubblica. Vediamo quali:

2. Omicidio Enrico Mattei


E’ l’8 gennaio 1962. Enrico Mattei, presidente dell’Eni è atteso in Marocco per l’inaugurazione di una raffineria.

Il pilota del suo aereo personale prima della partenza si accorge di una lievissima sfumatura sonora proveniente da uno dei reattori. Cerca la causa dell’anomalia e si accorge di un giravite fissato con del nastro adesivo ad una delle pareti interne del motore: L’episodio, classificato come banale dimenticanza dei tecnici, poteva con ottima probabilità provocare la seguente dinamica: il calore del reattore avrebbe sciolto il nastro, il cacciavite sarebbe finito nel reattore stesso, che sarebbe esploso senza lasciar traccia dell’oggetto, potendo il tutto poi apparire come un normale incidente[6].

Questa, più che una dimenticanza dei tecnici, sembra proprio un lavoro da esperti in sabotaggio, proprio una delle tecniche cui erano esperti i gladiatori.

Quello che è certo è che Gladio era vicinissima al Presidente Mattei. Infatti proprio il capo scorta personale di Mattei, Giulio Paver, apparteneva al nucleo laziale di “Gladio“.

Dello stesso nucleo laziale di Gladio facevano parte anche Armando Degni (che verrà poi inquisito per il tentato golpe borghese), Lucio Grillo e Camillo Grillo. Proprio il sedicente ufficiale dei Carabinieri che di nome, guarda caso, fa proprio Grillo, si presenta, il 27 ottobre 1962, con altre due persone all’aeroporto di Catania per ispezionare l’aereo di Mattei, poco prima del decollo[7]. Sarà l’Ultimo. Poche ore dopo il bireattore esplode in volo. Con Mattei perdono la vita Irnerio Bertuzzi, e il giornalista di “Time Life” William McHale.

Pochi mesi dopo il capo scorta Giulio Paver, appartenente a Gladio, lascia il suo incarico all’Eni. Probabilmente perché il suo compito è terminato.

3. Piano Solo

E’ il 1964. Il Generale massone De Lorenzo, capo del Sifar e, praticamente, fondatore di Gladio, ha predisposto un piano per attuare un vero e proprio colpo di Stato militare nel caso in cui il Governo di centro sinistra (presieduto da Aldo Moro) non ridimensioni le sue istanze riformiste -vedi articolo su questo blog del 06 gennaio 2008-.

Il Piano Solo prevede l’occupazione di obiettivi strategici nelle principali città italiane nonché l’arresto di 731 dirigenti comunisti e socialisti, sindacalisti, intellettuali di sinistra e esponenti della sinistra Dc da deportare poi in Sardegna nella base di Capo Marrangiu, ovvero nella base di Gladio.
Sulla vicenda il governo pone il segreto di Stato

4. L’omicidio del Commissario Luigi Calabresi.

Il commissario Luigi Calabresi viene ucciso il 17 maggio del 1972.
Da anni il commissario Calabresi è vittima di una vergognosa campagna stampa diffamatoria che lo vuole responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, volato giù dalla finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969.

E’ il 1988 quando, dopo 17 giorni passati, all’insaputa della magistratura, con un colonnello dei Carabinieri, un rapinatore, ex di Lotta continua, Leonardo Marino confessa di aver ucciso, insieme ad Ovidio Bompressi, il Commissario Calabresi per ordine di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.
Le motivazioni del gesto sarebbero state quelle di una vendetta proprio per la morte dell’anarchico Pinelli.
I processi che ne seguiranno non solo saranno indiziari ma alcuni corpi di reato risulteranno scomparsi o distrutti (????)

Eppure in pochi hanno sottolineato che:
– quando il Commissario Calabresi fu ucciso stava portando avanti una delicata inchiesta su un traffico di armi di grosse dimensioni tra la svizzera e il veneto;
– dei rapporti del Commissario sulle indagini inerenti il traffico d’armi non si è trovata traccia;
– i principali indiziati del traffico d’armi erano estremisti di destra della cellula veneta (strage di Piazza Fontana);
– una delle prime persone ad essere sospettate dell’omicidio del commissario Calabresi è stato Gianni Nardi, estremista di destra più volte arrestato per detenzione e traffico di armi;
Gianni Nardi è presente nelle liste Gladio con la sigla 0565;

Ma a chiudere l’indagine circa il coinvolgimento di Nardi nell’omicidio del commissario Calabresi ed il traffico d’armi interverrà la sua presunta morte in un incidente d’auto avvenuto a Palma di Majorca 10 settembre 1976 (Numerose sono le indagini che vedono coinvolte persone legate a Gladio e si concludono con la “morte” dell’indagato)

5. Strage della questura di Milano

E’ il 17 maggio 1973. Gianfranco Bertoli lancia una bomba a mano nel cortile della questura di via Fatebenefratelli a Milano durante l’inaugurazione di una lapide in memoria del commissario Luigi Calabresi. Sono presenti varie autorità tra cui il Ministro dell’Interno Mariano Rumor, obiettivo dell’attentato. Il Ministro Rumor rimane illeso ma la bomba causa 4 morti e 45 feriti.

Immediatamente arrestato Bertoli si dichiara anarchico e afferma che, con il suo gesto, voleva punire il Ministro Rumor per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (ancora!!!!)

Peccato però che Bertoli risulti in contatto con Freda (strage di Piazza Fontana), stipendiato dal Sifar fin dai primi anni ‘60 e legato a Gladio con la sigla 0375.

6. Argo 16

E’ il 30 ottobre 1973. Due arabi, Al Tayeb Ali Fergani (alias Atif Busaysu) e Ghassan Ahmed, arrestati per atti di terrorismo ad Ostia, ottengono, su cauzione, la libertà provvisoria e vengono ospitati in un appartamento a disposizione del Sid a Roma (avete letto bene: ospitati in un appartamento del SID).

Il 31 ottobre 1973 i terroristi vengono accompagnati a Ciampino e, sottratti alla giustizia italiana, imbarcati e trasportati segretamente in Libia sull’aereo militare Argo 16, in uso alla struttura segreta Gladio.

Ad accompagnare a casa i terroristi quattro ufficiali del Sid: il colonnello Giovan Battista Minerva, il capitano Antonio Labruna, il colonnello Stefano Giovannone, il tenente colonnello Enrico Dilani. Enrico Milani appartiene all’organizzazione segreta Gladio. Probabilmente né fa parte anche Giovannone.

Sulla vicenda il Governo pone il segreto di Stato.

7. Sequestro Sossi

Il giudice Sossi viene rapito dalle Br il 18 aprile 1974 dalle brigate rosse.
Due i brigatisti che afferrano materialmente Sossi. Uno è Bonavita, l’altro è l’infiltrato nelle Br dell’Ufficio Affari Riservati, Marra detto”Rocco”.

“…Rocco” è un paracadutista, addestratosi in Toscana e in Sardegna all’uso delle armi e degli esplosivi (proprio come gli appartenenti a “Gladio“) che, prima di infiltrarsi nelle Br, si era specializzato nella pratica della “gambizzazione”, un’arte per la quale farà da istruttore ai brigatisti… A differenza di Pisetta, dopo il sequestro Sossi, “Rocco” non venne bruciato…Proseguì alacremente la sua attività nelle Br per conto dell’Ufficio affari riservati; contribuì, per esempio, a preparare l’azione del commando brigatista che il 18 febbraio 1975 riuscì a liberare Renato Curcio detenuto nel carcere di Casale Monferrato[8]

8. Omicidio Vittorio Occorsio

Il giudice Occorsio, che negli anni aveva indagato sul Golpe Borghese, sul Piano Solo, sullo scandalo Sifar, sulla strage di Piazza Fontana (insomma su tutte le vicende che hanno visto pesantentemente coinvolti i servizi segreti), aveva capito che, probabilmente, dietro a quella lunga scia di sangue vi era un unico comun denominatore e cercava di provarlo.

Nel 1975 Vittorio Occorsio disse al collega Ferdinando Imposimato:

Molti sequestri avvengono per finanziare attentati o disegni eversivi…. Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine, dando la colpa di tutto ai rossi…Tu devi cercare i mandanti di coloro che muovono gli autori di decine e decine di sequestri. I cui soldi servono anche a finanziare azioni eversive. I sequestratori spesso non sono che esecutori di disegni che sono invisibili ma concreti. Ricordati che loro agiscono sempre per conto di altri[9].

Il 09 luglio 1976, Occorsio viene assassinato. L’autore materiale del suo assassinio è un neofascista, Pierluigi Concutelli, la cui scheda, con l’indicazione della tessera n. 11.070, verrà ritrovata anni dopo da Giovanni Falcone a Palermo, nella sede della Loggia massonica Camea, retta da Michele Barresi e frequentata anche da uomini di Cosa nostra[10].

Il 26 dicembre del 1976 l’ingegner Francesco Siniscalchi (affiliato alla Massoneria dal 1951) invia un esposto-denuncia ai magistrati titolari dell’istruttoria per l’omicidio Occorsio: Siniscalchi fornisce alla magistratura notizie e documenti sulla Loggia P2 e sulla sua attività eversiva, e rivela l’oscuro ruolo di Licio Gelli e le “deviazioni” all’interno di Palazzo Giustiniani; per queste sue denunce, Siniscalchi verrà espulso dalla Massoneria[11]. Gelli avrà la strada spianata.

9. Omicidio Mario Amato

I fascicoli del giudice Vittorio Occorsio vengono ereditati dal collega Mario Amato. Come Occorsio anche Amato capisce che, probabilmente, dietro tutte le sigle terroristiche c’è un’unica regia.

Davanti al CSM il giudice Amato, il 13 giugno 1980, afferma: “sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi“.

Dieci giorni dopo, il 23 giugno 1980, poche settimane prima della strage di Bologna, il giudice Mario Amato viene ucciso a Roma.

10. Il caso Moro

Come abbiamo visto in articoli precedenti la presenza di Gladio nel caso Moro è imponente. Ricordiamola:

- L’azione militare di via Fani viene definita un “gioiello di perfezione” attuabile solo da uomini super addestrati;

– Le perizie hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale provenienti da forniture date solo a forze statali militari non convenzionali. Quando, anni dopo, verrano scoperti i depositi “Nasco” della struttura segreta “Gladio” si riscontreranno le stesse caratteristiche nelle munizioni di quei depositi;

- La mattina del 16 marzo alle ore 9 in via Stresa, a circa duecento metri da dove avviene la strage c’è il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, istruttore presso la base di “Gladio” di Capo Marrargiu, dove aveva insegnato ai “gladiatori” le tecniche dell’imboscata;

Ad agevolare la fuga del commando un improvviso black-out interrompe le comunicazioni telefoniche della zona. Circa la vicenda della Sip si legge (Unità dell’11 luglio 1991) in uno scritto di Vladimiro Settimelli :”Una Gladio della Sip allertata il giorno prima del sequestro Moro“;

- La stampatrice modello Ab Dick 360 T (matricola n° 938508) utilizzata dalle Br durante il sequestro Moro per stampare comunicati e altro materiale proveniva dall’Ufficio Rus (Raggruppamento Unità Speciali), ovvero l’ufficio più compartimentato del servizio segreto militare che provvedeva all’addestramento di “Gladio“;

- Da documento della X Divisione Stay Behind (Gladio) del 02 marzo 1978, si evincerebbe come questa fosse a conoscenza del rapimento di Moro ben 14 giorni che questo avvenga;

- l’argomento più spinoso che Moro affronta con i suoi carcerieri - e che non a caso verrà tenuto nascosto ancora per dodici anni dopo la sua morte – riguarda il nervo scoperto (tuttora nodo irrisolto) di Gladio[12] Eppure le Br che avevano detto “Tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario“, non riveleranno nulla degli interrogatori del Presidente della Dc e mentendo spudoratamente sosterranno che dagli stessi non era emerso nulla di importante;

- “Il 24 aprile 1978 (quindi15 giorni prima dell’assassinio di Moro n.d.r.) Infelisi emette alcuni ordini di cattura contro Morucci, Faranda, Gallinari. Gli ordini di cattura verranno bloccatil’ipotesi è che ci sia stato un indebito intervento del ministro Cossiga per bloccar gli ordini di cattura, tramite il procuratore generale. Dirà Infelisi, quasi trent’anni dopo. “Cossiga è stato il solo sottosegretario alla difesa ammesso a conoscere Stay Behind, cioè Gladio” [13];

- Il 16 marzo 1978 Cossiga decide di istituire dei comitati per gestire la crisi che pullulavano di iscritti alla loggia P2. “Oggi è possibile affermare che le strutture volute da Cossiga non solo non assunsero alcuna iniziativa diretta a salvare la vita di Moro, ma ostacolarono le indagini condotte dalla procura di Roma, bruciando le numerose occasioni che si presentarono agli inquirenti per liberare il leader DC e impedendo persino che l’inchiesta giudiziaria sul sequestro del presidente democristiano venisse formalizzata, ossia arrivasse nelle mani dei giudici naturali e logici destinatari[14].

- “Con il passare degli anni e l’accertamento della verità nel processo sulle stragi e nei vari processi Moro, emerse che il Comitato crisi era un centro di potere di cui facevano parte i vertici di Gladio[15].

- Per confutare la perizia sulla mitraglietta Skorpion utilizzata per uccidere Moro, Valerio Morucci e Adriana Faranda si sono avvalsi di un perito di parte legato al servizio segreto militare: tale Marco Morin, estremista di destra, appartenente a “Gladio[16]. La perizia di Morin ha sostenuto che la Skorpion trovata in possesso di Morucci e Faranda non era l’arma che aveva ucciso Moro. Ma quella “perizia di parte” è stata smentita, rimanendo semplice testimonianza di una stranissima “convergenza“.[17]

11. Omicidio Toni De Palo

Il 2 settembre 1980, Graziella De Palo (giornalista di Paese Sera e de L’Astrolabio) e Italo Toni (redattore dell’Agenzia Notizie) vengono rapiti ed uccisi in Libano.

I due giornalisti stavano svolgendo un’inchiesta su:

- il traffico internazionale di armi tra l’OLP e l’Italia (vi sono varie note su società italiane e straniere);

- 5 campi di addestramento palestinesi situati nel sud del Libano nella zona di Tiro e Sidone.

Sulla loro morte l’opera di depistaggio operata dal Generale Giuseppe Santovito, massone iscritto alla loggia P2, direttore del Sismi, e dal Colonnello Giovannone capocentro del SISMI a Beirut dal 1972 al 1981, entrambi legati a Gladio, sarà vergognosa.

I due agenti del Sismi moriranno improvvisamente prima del processo a loro carico.

Il governo, poi, apporrà il segreto di Stato.

12. Omicidio Mauro Rostagno

E’ il 26 settembre del 1988 quando Mauro Rostagno viene ucciso a colpi di fucile.

Dentro la borsa teneva sempre delle registrazioni che non verranno mai più ritrovate.

Sono in molti a ritenere che sui nastri scomparsi vi siano le immagini, filmate di nascosto tra il giugno ed il settembre del 1988, di un traffico di armi che si svolgeva all’aeroporto abbandonato di Kinisia, che è a qualche decina di chilometri da Trapani proprio nelle stessa circoscritta zona in cui operava il centro Scorpione, un centro di Gladio rimasto in gran parte sconosciuto e dotato di un aereo super leggero in grado di volare al di sotto delle apparecchiature radar.

13. Omicidio Li Causi

Vincenzo Li Causi, uomo del Sismi (servizio segreto militare italiano), per un certo tempo attivo presso la struttura di Gladio operante a Trapani (il centro Scorpione) fu ucciso a Balad, in Somalia il 12 novembre 1993, pochi giorni prima di deporre davanti al Pm proprio sul Centro Scorpione.
Richieste di indagini da parte della Procura romana sono state bloccate da due ministri della Giustizia.

Da più persone il maresciallo Li causi viene indicato come l’informatore di Ilaria Alpi la giornalista che, insieme al suo operatore Miran Hrovatin, pochi mesi DOPO (20 marzo 1994) verrà uccisa sempre in Somalia.

14. Cambia il nome?


Dal breve excursus ora fatto si evince come appartenenti alle liste gladio compaiano a 360° nelle vicende più buie della storia italiana, vicende che influenzano grandemente la politica del paese.

Li troviamo “presenti” in:
– tentati colpi di stato;
– sequestri;
– stragi (sia di destra che di sinistra)
– omicidi;
– traffico di armi, ecc…

Li troviamo sempre presenti, ma la loro presenza è sempre dalla parte sbagliata: tirano bombe, fanno i periti di parte di assassini, depistano, mentono, ecc..

Inoltre, nelle vicende in cui troviamo coinvolti gladiatori vi sono anche sempre una serie di costanti: i testimoni muoiono, i magistrati muoiono, le inchieste vengono bloccate, atti e documenti vengono sottratti o distrutti, viene posto il segreto di stato, ecc…

Come abbiamo sottolineato in un precedente articolo di questo blog -dell’11 gennaio 2008- con modalità che troviamo costante, quando i servizi segreti vengono travolti da scandali che neanche l’apposizione del segreto di Stato riesce più ad arginare, il Governo li riforma, ovvero cambia il nome alla struttura ma, nella sostanza, uomini, mezzi e fini restano gli stessi.

Ciò che è lecito domandarsi oggi è se è possibile che per Gladio sia successa la stessa cosa. Ovvero: una volta scoperta la struttura Gladio è possibile che uomini e mezzi siano semplicemente stati “rinominati”? E se si oggi come si chiama la nuova Gladio? Forse Falange armata?


15. La Falange Armata.

Come già sottolineato in un articolo di questo blog -19 gennaio 2008- pochi mesi dopo la scoperta della struttura segreta Gladio sulla scena italiana compare un’altra sigla “strana”: Falange armata. La troviamo:

1991

Il 4 gennaio, a Bologna nel quartiere del Pilastro, vengono uccisi tre carabinieri.

La strage è rivendicata dalla Falange Armata.

Per compiere la strage viene usato un mitra Beretta SC 70 in dotazione soltanto a forze speciali di pronto intervento

Il 3 maggio in una armeria di Bologna vengono uccise tre persone.

La strage è rivendicata dalla Falange Armata.

1992

Febbraio. Craxi, a seguito dei tanti avvisi di garanzia, si dimette da segretario del PSI.

La Falange armata inizia le minacce contro mani pulite.

Il 23 maggio Giovanni Falcone viene ucciso insieme alla moglie ed alla scorta a Capaci.

La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.

Sulla collina di Capaci viene trovato un biglietto con il numero di cellulare di un funzionario del Sisde.

Il 19 luglio Paolo Borsellino viene ucciso con alcuni agenti della sua scorta in via d’Amelio a Palermo.

La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.

Alle spalle di Via D’Amelio, situato sul Monte Pellegrino, c’è Castel Utveggio.

E’ il punto di osservazione migliore perchè si domina perfettamente la vista dell’ingresso dell’abitazione di via D’Amelio.A Castel Utveggio ha sede un ente regionale il C.E.R.I.S.D.I., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del SISDE.

1993

Marzo. Rogatoria di Di Pietro a Hong Kong sui conti di Craxi e contemporaneo messaggio della Falange armata: “A Di Pietro uccideremo il figlio“.

14 maggio esplode una autobomba in via Fauro a Roma. 15 feriti.

La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.

27 maggio in Via Dei Georgofili a Firenze esplode una autobomba. 5 morti e 48 feriti.

La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.

02 giugno a Roma, in via dei Sabini, a 100 metri da Palazzo Chigi viene scoperta una autobomba.

L’attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

16 settembre La Procura della Repubblica di Roma apre una inchiesta ed individua in 16 ufficiali del SISMI i telefonisti che hanno rivendicato le azioni della Falange Armata.

21 ottobre Attentato a Padova durante la notte contro il palazzo di Giustizia che viene in parte distrutto.

L’attentato viene rivendicato dalla Falange armata.

1994

15 marzo, Di Pietro stringe per la rogatoria a Hong Kong sul bottino di Craxi: la prova che Bettino gestiva il proprio, tramite Giancarlo Troielli, qualche decina di miliardi. Riecco puntuale la Falange armata: “Ammazzeremo Di Pietro“.

Giugno. Di Pietro s’imbatte nelle mazzette degli industriali alla Guardia di Finanza. C’è anche la Fininvest. Nuove minacce a Di Pietro dalla Falange armata

Il 17 settembre, nuovo messaggio della Falange armata: “La vita politica e umana di Di Pietro sarà breve e verrà fermata”.

1 ottobre. Ancora la Falange Armata: “Di Pietro è cotto a puntino“.

Novembre”Di Pietro ha i giorni contati“, annuncia la Falange armata.

Il 27 novembre la Falange armata comunica: “Di Pietro è un uomo morto

Proprio come Gladio, la sigla falange armata la troviamo, negli anni ‘90, impegnata a 360°.

Rivendica di tutto: omicidi, stragi, attentati, ecc…Pare non abbia una particolare “predilezione” né per un obiettivo, né una strategia politica. Compare qua e là…proprio come Gladio.

Visti gli obiettivi, nonché i tempi di esecuzione delle stragi e degli attentati, pare quasi che sia preposta più che altro a condizionare (sarebbe meglio dire destabilizzare) la vita politica del paese.

Ma le analogie con Gladio non finiscono qui.

Infatti, secondo quanto scritto da un ex parà della Folgore: Fabio Piselli (http://fabiopiselli.blogspot.com/2008/05/due-parole-sulla-operazione-falange.html)

La Falange armata non sarebbe una sigla terroristica , ma una:

“..operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata…la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo…Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d’ufficio, peculato, attentanto alla democrazia ed altro ancora è ciò che l’operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre…”.

Non si sa se quanto scritto da Fabio Piselli sia vero, sarà compito della magistratura accertarlo (sempre che nel frattempo, come già successo, non vengano distrutti i documenti).

Quello che è certo è che le analogie tra Gladio e la Falange Armata sono veramente tante….troppe

Ma forse qualche magistrato ha già capito e forse non è un caso che nel 1996, il procuratore capo della repubblica di Firenze Vigna, abbia affermato, con riferimento specifico alle bombe dell’estate del 1993: “Per diversi collaboratori di giustizia, Totò Riina si sarebbe incontrato con persone più importanti di lui. C’era una strategia che doveva portare a dei colpi all’assetto politico dell’epoca. Ci ha particolarmente colpito la singolarità degli obiettivi che non sono propri di cosa nostra, come le chiese ed i musei. Questo fattore ci ha stimolato ad investigare se al di fuori di Cosa nostra ci fossero stati degli input, tenendo presente che Cosa nostra è un tassello di un più ampio mosaico criminale dove possono concorrere imprenditoria criminale, politici con la “P” maiuscola, logge massoniche deviate[18]“.

Chi ha orecchie per intendere…..

16. Conclusioni.

Probabilmente è, quindi, Gladio (la Gladio militare ???) che sta dietro alla maggioranza dei fatti di sangue irrisolti della nostra Repubblica

Una struttura articolata in 40 nuclei, e strutturata a gradi, o comparti, di cui i più elevati erano sconosciuti anche alla totalità delle istituzioni, compreso – solo per fare un esempio lo stesso Capo Dello Stato.

Struttura non alle dipendenze, quindi, delle nostre istituzioni, ma direttamente della CIA, e dei vertici della P2.

Come dire: i vertici della P2 al di sopra dello stato, del governo e del parlamento, con una propria struttura militare.

E’ questo che molti chiamano l'”antistato”.

Ed è per essersi avvicinati a questa verità, consapevolmente o inconsapevolmente, che hanno perso la vita magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni; è grazie a questa istituzione che hanno perso le vita centinaia di comuni cittadini, vittime di un disegno sconosciuto anche alla maggioranza dei politici, mentre quei pochi che sanno la verità continuano a parlare di “terrorismo rosso”, “terrorismo nero”… ben sapendo che la realtà è un’altra.

..

[1] Sergio Flamigni, Trame atlantiche, storia della loggia massonica P2, Edizioni Kaos
[2] Sergio Flamini, Convergenze parallele, Edizioni Kaos: Sentenza istruttoria del 10 ottobre 1991, pag. 5.

[3] Giuseppe De Lutiis, Perizia nei procedimenti penali del Tribunale di Bologna n° 219/A/86. Rggi e n° 1329/A/84 Rggi, consegnata il 1° luglio 1994, pag. 3.

[4] Sergio Flamini, Convergenze parallele, Edizioni Kaos: Cs, inchiesta sulle vicende connesse alla “operazione Gladio”, stenografico dell’audizione di Sergio Dini e Benedetto Roberti, pagg. 14-18. Ha dichiarato Roberti: “I 622 erano elementi che all’apparenza non potevano far sorgere dubbi sia per la loro moralità sia per la loro attività e finalità. In realtà l’organizzazione, come è stato appurato, si avvaleva dell’opera anche di elementi ad altri livelli. È soprattutto molto interessante far notare che alcuni manualetti recanti i resoconti di esercitazioni realmente svolte dall’organizzazione “Gladio” rendono chiaro che tale organizzazione, avente certe finalità istituzionali, in realtà perseguiva anche altre finalità di controllo interno del Paese, come chiaramente detto in vari documenti – basta leggerli – affinché certe forze di sinistra non raggiungessero il potere, neanche in via legale, cioè tramite libere elezioni“.

[5] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere, Pg. 139
[6] wikipedia
[7] Sergio Flamini, op cit.
[8] Sergio Flamini, Convergenze parallele, Edizioni Kaos. Interrogato solo nel 1997 Marra ha negato di aver mai fatto parte delle br,
[9] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere , Pg.36
[10] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere, Pg. 37
[11] Sergio Flamigni, Trame atlantiche, storia della loggia massonica P2, Edizioni Kaos
[12] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere, Pg. 137
[13] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere, Pg. 140
[14] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere, Pg. 72
[15] Imposimato e Provvisionato, Doveva Morire, Edizioni Chiarelettere, Pg. 140
[16] Sergio Flamini, Convergenze parallele, Edizioni Kaos: Morin è stato autore della perizia sull’esplosivo usato nella strage di Peteano nel 1972 (che uccise tre carabinieri), perizia tendente a dimostrare che quell’esplosivo proveniva da un deposito delle Br, poi clamorosamente smentita dal reo confesso Vincenzo Vinciguerra.

[17] Sergio Flamini, Convergenze parallele, Edizioni Kaos.
[18] Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, pg. 347

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fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com/

Parigi, parla il terrorista Carlos “Il Sismi tentò di salvare Moro”

La verità dello “sciacallo” anche sulla strage di Bologna: “Nè rossi, né neri ma americani”

Il terrorista venezuelano intervistato dall’Ansa nel carcere di Poissy
Nonostante il divieto del governo, il Sismi avrebbe offerto lo scambio con brigatisti

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Parigi, parla il terrorista Carlos

Un foto d’archivio del terrorista venezuelano Carlos

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ROMA – Moro poteva essere salvato. Il terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, nome di battaglia Carlos, svela che i servizi segreti militari italiani tentarono in extremis di salvare la vita allo statista democristiano consegnando a gruppi vicino alla resistenza palestinese alcuni brigatisti rinchiusi in carcere. Il piano però saltò il giorno prima della morte di Moro.

Trattativa nonostante il divieto del governo.
Rispondendo alle domande che l’agenzia di stampa ANSA gli ha fatto arrivare nel carcere parigino di Poissy dove è rinchiuso, Carlos svela a trent’anni dal sequestro Moro, che il Sismi avrebbe condotto una trattativa segreta con i brigatisti nonostante il governo di allora avesse deciso di vietare qualsiasi mediazione con il gruppo eversivo.

SCHEDA SU CARLOS

Un colonnello sull’aereo del Sismi. Finora la tesi del contatto tra le istituzioni e i gruppi eversivi era stata solo accennata dal terrorista. Questa volta Carlos ha fatto nomi, cognomi e date che dovranno certamente essere verificate ma che hanno più di un elemento di verosimiglianza. Attraverso il suo legale, lo “sciacallo”, ha spiegato che nella sera tra l’8 e il 9 maggio 1978, la sera precedente l’omicidio del politico, una executive dei servizi segreti militari italiani attese invaso sulla pista dell’aeroporto di Beirut il contatto per organizzare la consegna in un paese arabo di alcuni brigatisti allora in carcere. Sul jet c’erano il colonnello Stefano Giavannone, uomo del Sismi legato a Moro, e alcuni esponenti del Fronte di liberazione della Palestina.

Ma il piano saltò. Secondo Carlos, a mettere in allarme a Roma la fazione filo Nato dei servizi sull’operazione, fu probabilmente un’indiscrezione fatta a Beirut da un membro dell’ufficio politico dell’Olp, Bassam Abu Sharif. Il giorno successivo, il 9 maggio 1978, il corpo di Aldo Moro fu rinvenuto nel bagagliaio di una R4 parcheggiata in via Fani e qualche mese dopo, i responsabili del Sismi all’origine dell’operazione furono allontanati o costretti alle dimissioni.

Nel mirino dell Br anche Gianni Agnelli. Nella lunga intervista rilasciata all’agenzia di stampa, Carlos svela che in quegli anni le Br stavano studiano anche la cattura di Gianni Agnelli e di un giudice della Corte suprema. Per ben due volte il terrorista precisa che ad essere rapito doveva essere Gianni Agnelli e non Leopoldo Pirelli come poi si è detto e scritto finora. Nulla invece dice il terrorista dell’identità dell’alto magistrato che doveva essere anch’egli rapito.

“La strage di Bologna opera degli americani”. Parla anche della strage di Bologna “lo sciacallo”. Non furono né i fascisti né i comunisti dice il terrorista, ma i servizi americani e israeliani per tendere una trappola ai palestinesi. “E’ opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio”, ha detto Carlos. L’ipotesi, che aggiunge nuovi elementi ad un’intricata vicenda di cui a 28 anni di distanza ancora non conosce i mandanti, allude all’ipotesi che siano stati agenti occidentali a far saltare, con un piccolo ordigno, un più rilevante carico di esplosivo trasportato da palestinesi o uomini legati all’Fplp e destinato alla sua rete terroristica. L’intento sarebbe stato quello di far ricadere la responsabilità della strage sui palestinese.

28 giugno 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/carlos-moro-sismi/carlos-moro-sismi/carlos-moro-sismi.html

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