Inserito da: solleviamoci | Luglio 5, 2008

LAVORO – Laureato? Non ti voglio

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di Luca Piana
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Nell’industria solo cinque dipendenti su cento hanno fatto l’università. Un record negativo in Europa che penalizza lo sviluppo. E una ricerca rivela che spesso a evitare i ‘dottori’ sono proprio gli imprenditori

Emma Marcegaglia
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Alle Maglierie Cage di Veronella il primo laureato l’hanno preso ora, dopo 26 anni di attività. Al proprietario, Giuliano Giusti, non è bastato aprire uno stabilimento in Romania, dove contava 200 dipendenti: la decisione di alcuni clienti storici, come l’americana Champion, di rifornirsi in Cina, l’ha costretto a ridimensionare la produzione a Timisoara e partire con la cassa integrazione in Veneto. Per uscire dalle secche del lavoro in conto terzi, pensa ora al lancio di un proprio marchio. E il neo-arrivato responsabile commerciale sta mettendo in piedi una rete di vendita che prima non era mai servita.

A meno di due ore d’auto da Veronella, Remo Donelli, veterano delle piastrelle del distretto di Sassuolo, racconta che lui di laureati non ne ha mai avuto bisogno: “Nel nostro settore hanno provato ad assumerli in molti, soprattutto i colossi, ma alla fine si sono ricreduti: non ci capivano nulla. Le piastrelle sono un mestiere difficile: chi ci lavora spesso ha iniziato come muratore”. Donelli è uno dei fondatori della Sadon, leader mondiale nella produzione di battiscopa in ceramica: ne fa 200 chilometri al giorno. A 15 anni è partito come elettricista, le piastrelle ha imparato a farle la notte. Nelle sue aziende lavorano 270 persone; i laureati si contano sulle dita di una mano: “Ancora oggi controllo tutto: a settant’anni ho il cervello di un quarantenne”, racconta.

La Cage e la Sadon fanno parte di un campione di 4 mila imprese che un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma ha utilizzato per analizzare la malattia che sta consumando l’industria italiana. Il lavoro verrà presentato il 2 luglio assieme a un’altra ricerca, condotta dal Politecnico di Milano. In questi anni il dibattito sulla scarsa crescita dell’economia italiana, fanalino di coda in Europa per ritmo di sviluppo, produttività e aumento del reddito individuale dei cittadini, si è soffermato su numerose cause: un fisco che punisce gli onesti (e premia i furbi), gli sprechi di denaro pubblico, i veti dei sindacati. A fattori conosciuti come questi, le due ricerche ne aggiungono un altro che finora è rimasto nell’ombra ma che, in realtà, pesa come un macigno sul futuro del made in Italy: le industrie italiane assumono pochi, a volte pochissimi laureati. Li evitano non solo perché ritengono di poterne fare a meno. Ma perché fino a oggi, per varie ragioni, hanno mostrato estrema diffidenza nel prendere persone che si sono formate nelle aule universitarie.

Per rendersi conto del baratro che separa l’Italia dall’Europa è necessario partire da alcuni numeri. I ricercatori del Politecnico di Milano si sono interrogati su quanti ingegneri vengono assorbiti ogni anno dal sistema produttivo italiano. Il loro ruolo è cruciale fin da quando l’industria muoveva i primi passi nelle città e nelle valli prealpine: “Già nelle famiglie della buona borghesia di una volta, il primo figlio studiava ingegneria per mandare avanti la fabbrica, il secondo faceva l’avvocato per difenderne gli interessi”, dice Sergio Mariotti, il coordinatore dello studio. Se avere ingegneri al comando è garanzia di competenza e innovazione, la situazione attuale dovrebbe far scattare l’allarme. In Italia ogni anno ne vengono assunti pochi più di 14 mila, rispetto agli oltre 33 mila della Francia e ai 56 mila della Germania. Numeri che non migliorano se si considerano quelli assunti in rapporto ai lavoratori già alle dipendenze: in Italia uno su mille, meno della metà di francesi e tedeschi.

La situazione non cambia se si considerano tutte le specializzazioni. Secondo i dati raccolti dall’Università di Parma, possono vantare una laurea solo cinque addetti su cento dell’industria manifatturiera, il fulcro di quella fabbrica diffusa che è l’Italia del nord. In Spagna e in Gran Bretagna si supera il 20, in Francia e Germania il 15. A pesare sulla media nazionale sono, come è facile intuire, soprattutto le industrie più piccole, a gestione familiare, diffuse in Italia più che altrove: “I fattori che in passato hanno garantito il loro successo oggi non bastano. Quando devi vendere i tuoi prodotti sui mercati internazionali, più instabili e difficili, stare al passo dell’innovazione e programmare la produzione richiede una formazione avanzata”, spiega Alessandro Arrighetti, che ha coordinato il lavoro di Parma.

Le statistiche spesso non fanno giustizia. Tra le aziende a zero laureati o quasi del campione utilizzato da Arrighetti e colleghi ci sono casi, come quello delle Fonderie Pietro Pilenga di Bergamo, 220 addetti, dove i rapporti sul lavoro – stando ai sindacati – sembrano venire da un’altra epoca. A gennaio un operaio ha presentato un esposto per essere stato preso a pugni da Pietro Pilenga in persona, il fondatore di 81 anni, che l’avrebbe aggredito così: “Sei un lazzarone, non fai niente, sei un ladro che ruba il lavoro agli altri” (l’azienda sostiene che l’operaio si è fatto male sbattendo in maniera fortuita).

Allo stesso tempo, però, nel campione non manca chi sta superando il momento difficile. Sembra il caso, ad esempio, della Candiani, storico stabilimento alle porte di Milano. Nell’impianto viene filato e intessuto il denim che, in enormi rotoli, finisce poi ai grandi marchi dei jeans di moda, da Armani a Calvin Klein. “Per reggere la concorrenza abbiamo dovuto reinventarci: dal denim tradizionale ai 60 nuovi tessuti che, due volte l’anno, presentiamo ai clienti”, racconta Gianluigi Candiani, terza generazione della famiglia di proprietari. L’azienda ha un giro d’affari in crescita a 180 milioni, 675 dipendenti, i laureati sono meno di dieci: per questo genere di innovazione, dove non s’inventa nulla di rivoluzionario, “i periti tessili che formiamo hanno le competenze adeguate”, dice Candiani.

Parlare di impresa familiare, in Italia, vuol dire in effetti abbracciare realtà diversissime fra loro. A Torino c’è la Fiat e ci sono le decine di fabbriche dell’indotto dove, come ha rilevato una recente indagine del Gruppo dirigenti Fiat, sono laureati meno di sei addetti su cento e il master Mba, ritenuto necessario per sfondare a Londra o Parigi, è un oggetto sconosciuto. Per questo motivo le due ricerche del Politecnico di Milano e dell’Università di Parma mettono paletti precisi: le aziende più grandi investono in laureati quanto le straniere, così come quelle che si battono in mercati dove la tecnologia conta di più, dall’informatica alla chimica. Il problema, però, è che le industrie più piccole, concentrate in settori tradizionali, in Italia fanno la parte del leone. E nel tempo le meno dinamiche si sono limitate a vivacchiare, grazie anche alla protezione politica su lavoro nero ed evasione fiscale. Così molte hanno faticato a rinnovarsi, altre si sono incagliate nel passaggio di potere dai padri ai figli. Che a volte si ritrovano a fare i padroni senza volerlo e, soprattutto, senza meritarlo.

Proprio sulla questione della proprietà, le due ricerche giungono alle conclusioni che colpiscono di più. Tutte le giustificazioni di rito, dalle piccole dimensioni al fatto di lavorare in settori tradizionali, non spiegano del tutto il fenomeno delle scarse assunzioni. E anche il fatto che le aziende non trovino laureati con le competenze che cercano, o agli stipendi che sono disposte a pagare, è tutto da verificare. Lo studio del Politecnico, invece, sostiene che il distacco da Francia e Germania si spiega in misura maggioritaria con un “deficit attitudinale”. Non è solo il vecchio cliché dell’imprenditore che non si fida di nessuno, se non dei ragazzi di bottega cresciuti con lui. Nel “deficit attitudinale” conta anche la proprietà familiare: “Avere manager qualificati può mettere in discussione la successione: rischia di creare una frattura tra i dirigenti che difendono gli interessi dell’azienda e la famiglia del proprietario, che magari è attenta alla rendita”, spiega Mariotti.

Paradossalmente, quella che in tanti casi appare la soluzione del problema successione – l’affidarsi a manager competenti – altre volte si trasforma in un problema. E la ricerca dell’Università di Parma conferma che dal punto di vista statistico, a parità di altre condizioni, la presenza di figli e parenti con funzioni da dirigente incide negativamente sull’assunzione di laureati. Anche per molti imprenditori, dunque, in Italia sembra valere il motto ‘tengo famiglia’. A dispetto del profluvio di dichiarazioni sul bisogno di meritocrazia. E, soprattutto, del legame fortissimo che esiste tra efficienza, capitale umano e livello di istruzione dei dipendenti, come spiega Arrighetti.

Anche le imprese, dunque, hanno le loro colpe nella fuga di cervelli che da anni affligge l’Italia. Alberto Meomartini, responsabile Università nella Confindustria di Emma Marcegaglia, respinge però l’idea che sia l’industria l’anello debole del sistema che dovrebbe portare gli studenti dalle aule alla carriera. Una parte della responsabilità sarebbe invece da attribuire alla formazione vecchio stile, che vedeva i laureati uscire dall’università a 27-28 anni, privi di contatti con il lavoro reale. Un problema che a suo giudizio sarà superato con gli stage e la diffusione le lauree brevi: “Più che competenze specifiche, a molte imprese interessano alcune qualità: capacità di lavorare in gruppo e risolvere problemi, disponibilità ad assumersi responsabilità, voglia di continuare a imparare”. Meomartini, poi, ritiene che questi anni difficili abbiano contribuito a imprimere una trasformazione che, se fatica a emergere nelle statistiche, avrebbe già contagiato gli imprenditori più giovani, ormai attenti alle promesse della cultura scientifica.

Una speranza che, nel campione censito dall’Università di Parma, trova già qualche riflesso. L’esempio è la bresciana Streparava, nome storico nei componenti per camion e autobus. Fino a pochi anni fa dichiarava 300 dipendenti, zero laureati. Oggi ha un centro ricerche con 15 ingegneri, ha aperto stabilimenti in Spagna e Brasile. Dice Pierluigi Streparava, 66 anni, figlio del fondatore: “Una volta realizzavamo i prodotti così come ce li chiedevano i clienti, oggi siamo in grado di svilupparli e proporli da soli”. A volte, forse, il pezzo di carta a qualcosa può servire davvero

02 luglio 2008
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Risposte

  1. Posti un pezzo da me molto apprezzato su l’Espresso, il problema é complesso ma il nepotismo, le raccomandazioni ed il disprezzo per tutto ciò che é intelligenza in Italia la fanno da padroni…

  2. Per forza quando il concetto vincente è che il mondo è fatto per i furbi e i…ladri, l’intelligenza non può essere che disprezzata.


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