In attesa della versione integrale del discorso conclusivo di Oliviero Diliberto – segretario uscente e riconfermato – ieri a Salsomaggiore, pubblico quanto riportato da Rinascita.
Diliberto, «è questa la strada per battere le destre e costruire una grande sinistra di classe e di massa che faccia pesare i lavoratori e tutti gli oppressi»
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«Centomila persone hanno seguito il Congresso: un dato straordinario che mi sorprende positivamente e su cui ciascuno di noi deve interrogarsi», così Oliviero Diliberto inizia le proprie conclusioni al Congresso del Pdci.
«Abbiamo una responsabilità grande. E non sono certo che ciascuno di noi ne abbia consapevolezza fino in fondo. Abbiamo compiuto un miracolo. Dopo il risultato disastroso abbiamo avuto una tenuta del Partito che non era affatto scontato. Non abbiamo avuto particolari lacerazioni, le due mozioni si sono confrontate serenamente. Tanti i giovani intervenuti che hanno dimostrato maturità, e che per questo sono un investimento per il futuro».
Ciò nonostante, il segretario insiste sul fatto che «resta il disastro che in tanti interventi sembra esser stato rimosso» ed invita a non «scambiare la solidità del Partito con il fatto che non sia successo nulla. Non contano retorica e demagogia ma il lavoro di ognuno di noi nei territori per riconquistare consensi». Il nuovo, quel qualcosa di nuovo di cui ci sarebbe bisogno secondo Fava, è stato già sperimentato, è stato l’Arcobaleno. «Prima c’era una grande sinistra confederata, che andava dal Pds alle forze di sinistra, ora non c’è più il Pds, c’è il Pd. Oggi l’unità della sinistra è dei comunisti, e devono farla il Pdci, il Prc e tutti i comunisti che sono nella società. Al Pd siamo strategicamente alternativi. Il Pd è dentro la struttura del mercato, accetta le compatibilità del mercato, è sempre più simile ai suoi nemici. Noi abbiamo un obiettivo diverso, alternativo, il superamento del sistema capitalistico. Ma se vogliamo fare politica, dobbiamo porci il problema dei rapporti con il Pd, la più grande forza di centrosinistra. Fare politica significa fare politica delle alleanze, che non si fa più a prescindere».
Diliberto parla di due rischi. «Il primo l’abbiamo scongiurato, cioè lo scioglimento del partito in un’altra cosa indistinta, noi rimaniamo comunisti. La seconda è la deriva minoritaria, identitaria del noi siamo più comunisti e bastiamo a noi stessi. La proposta a Rifondazione parte dalla nostra inadeguatezza, parzialità, dal numero ridotto di voti presi». E poi dà appuntamento in autunno «per una grande manifestazione sulle questioni salariali, urgenti, di fronte ad una crisi mondiale energetica ed alimentare che un governo impopolare ed inadeguato come questo non è in grado di affrontare. Penso ad una mobilitazione di sinistra, di tutti quelli che ci stanno. Per ora ci si è mobilitati solo sulla giustizia».
Diliberto ricorda poi che ci saranno le europee, «un test fondamentale per noi, l’opinione pubblica vorrà sapere se ci siamo ancora. Come pensa Vendola di andare con due liste comuniste? Sarebbe una sciagura, ci faremmo la guerra fra di noi quando invece c’è il nemico di classe al Governo del Paese. Ripeterò queste cose anche al Congresso di Rifondazione, perché penso che la base e l’elettorato del Prc non percepisce più la differenza fra i nostri due partiti. E allora troviamoci insieme, a partire dalle lotte, a partire dal referendum di abrogazione della legge 30».
Per Diliberto è fondamentale recuperare il rapporto «con la nostra gente, se in 2 anni abbiamo perso così tanti voti è perché il nostro evidentemente è un voto di opinione. La nostra proposta politica si rivolge ad un segmento di popolazione acculturato e politicizzato, al ceto medio più che al ceto operaio. Per questo dobbiamo costruire insediamenti del Partito nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche. Bisognerà lavorare sui territori per creare insediamento sociale e reclutare militanti, su questo vigilerà l’ufficio di segreteria».
Compito del Pdci è recuperare una cifra di diversità, «altrimenti rischiamo che alle europee gli elettori disgustati votino Di Pietro e Grillo. Non me la sento di consegnare la bandiera della lotta contro i privilegi della politica a un signore coi panfili. Dobbiamo noi essere interpreti di un sentimento popolare diffuso, contro sprechi, privilegi, ruberie ma anche contro un’amministrazione scellerata del denaro pubblico».
Per quanto riguarda la discussa questione del centralismo democratico Diliberto sottolinea: «Abbiamo approvato delle regole e finché sarò segretario, se mi rieleggerete, le farò rispettare. Senza non potremmo andare all’incontro con Rifondazione dove non c’è il centralismo democratico ma un’organizzazione per correnti. Nel momento che in cui si accetta un percorso faticosissimo questo non può passare attraverso continui strappi alla nostra comunità. Spero che i compagni del secondo documento condividano con noi in fraternità questo percorso, abbiamo bisogno di questa dialettica ma senza strappi e senza la cristallizzazione delle correnti».
«Le regole valgono per tutti e io ne sarò garante, non ho nulla da perdere. Essere comunisti è la scelta di un percorso esistenziale, prima che politico. Significa stare dalla parte degli oppressi».
Fonte: laRinascita

















