Inserito da: solleviamoci | Agosto 17, 2008

IL LIBRO – Morti Bianche: “Veleni dal cielo”

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

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Le lacrime amare di Porto Marghera

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Riporto una testimonianza dal libro “Morti Bianche” di Samanta Di Persio disponibile sul blog a prezzo libero.

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“Quando ho perso il mio papà avevo 20 anni, mio fratello più piccolo 17 e il maggiore 23. Non si è mai pronti alla scomparsa di un genitore, specie quando si è giovani e soprattutto quando la persona cara viene a mancare in modo violento. Domenico Bonan, mio padre, è morto dopo nove mesi dalla scoperta di un tumore ai polmoni. A ottobre del 1999, a seguito di una tosse che gli toglieva il respiro, siamo andati da un medico pensando fosse una banale bronchite, ma scoprimmo la tragica notizia del cancro. Gli furono diagnosticati tre mesi di vita, ma se avesse accettato di fare la chemioterapia il dolore sarebbe stato meno acuto e avrebbe vissuto un po’ più a lungo. La posizione del cancro fra i due polmoni non permetteva un intervento chirurgico. Riuscirono a tenerlo in vita altri sei mesi. A luglio del 2000 ci lasciò, all’età di 56 anni. Dalla scoperta del cancro fulminante al decesso, tra i miei genitori e noi figli non ci sono stati particolari confronti su ciò che si stava vivendo. Bastavano gli sguardi. Questo era frutto anche del nostro carattere alquanto schivo e riservato, ma soprattutto per non aggravare lo stato di “serenità” familiare. Eravamo consapevoli di quanto ci stava succedendo e altresì che stavamo facendo tutto quello che si potesse fare. Non nascondo, eravamo speranzosi che si trattasse solo di un incubo.

Mio padre ha lavorato quasi trent’anni presso la Tricom, nel reparto di cromatura. Prima di lui sono deceduti altri colleghi, una ventina. Avevano cominciato tutti allo stesso modo, un po’ di tosse, sangue dal naso. Ma mio padre pensava di salvarsi in tempo. Non faceva altro che ripetere: “Non vedo l’ora di andare in pensione!”. Era convinto che andando via da quel posto sarebbe stato salvo. Però le cose sono andate diversamente. Mio padre amava il lavoro, trovava sempre qualcosa da fare. Se potessi rimproverargli qualcosa vorrei dirgli che avrebbe dovuto trascorrere più tempo con noi figli.

Dal giorno in cui è morto, ho preso la decisione di capire cosa c’era dentro quella fabbrica. C’erano troppi segnali che inducevano a pensare “Qualcosa non va”. Anche per il paese in cui vivo, la morte di mio padre per cancro era scontata: lavorava alla Tricom! Ho iniziato a raccogliere testimonianze di colleghi operai, a chiedere analisi ed è iniziata una causa dove la mia famiglia si è costituita parte civile. Ho fatto diversi sopralluoghi. Mi sono reso conto che i reparti non erano separati fra loro: un unico stanzone dove c’era il reparto di imballaggio, di cromatura, di verniciatura, di pulitura ecc. Chiunque poteva ammalarsi, nessuno utilizzava guanti, mascherine, non c’erano sistemi di protezione. I dirigenti non fornivano niente di tutto ciò, così come non fu mai detto a quali rischi effettivi si poteva andare in contro. Perfino l’impianto di depurazione non era funzionante, o meglio lo era solo in caso di controlli. Sì, perché nell’impianto era impiegato il sindaco che ha governato per 25 anni, a qualche giorno dai controlli si cercava di nascondere la polvere sotto il tappeto. Dalle testimonianze trovate, è emerso che in prossimità dalle ispezioni, agli operai venivano fornite delle mascherine per proteggesi dalle polveri (ma non idonee a ridurre l’esposizione a sostanze chimiche), si riduceva la temperatura delle vasche affinché non uscissero i fumi, si azionavano i pochi aspiratori presenti e si spalancavano tutti i portoni per creare flusso d’aria. Ma oggi anche il sindaco è indagato per i reati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose gravi, omissioni di difese e cautele contro disastri ambientali e infortuni sul lavoro. Dalle analisi chimiche, oltre al cromo esavalente e al nichel sono stati trovati ben sette tipi di cianuro, piombo, soda e composti, acido solforico, ecc.

Quando vidi le condizioni in cui lavoravano degli uomini per poter far mangiare loro famiglia, rimasi attonito. Dalle vasche, dove avveniva la cromatura, saliva su una nebbia persistente, alla quale gli operai erano sottoposti per tutta la durata della loro mansione. Alcuni accusavano: bruciori agli occhi con lacrimazione, bruciori allo stomaco, alla gola. I pannelli che erano posti sopra le vasche per essere azionati imponevano di sporgersi sul bordo delle vasche, vasche corrose, che si sgretolavano al tatto, ribadisco senza nessun tipo di protezione che potesse evitare schizzi o fuoriuscite di liquido. Alcuni testimoni hanno raccontato che quando un oggetto rimaneva dentro la vasca, gli operai dovevano salire sopra il bordo e con delle pinze prelevavano l’oggetto. Questa operazione doveva essere compiuta tempestivamente per non bloccare il ciclo produttivo. Ci sono stati lavoratori che sono addirittura caduti nella vasca, ricordo che mio padre mi raccontò di quando successe a lui, dovette tornare a casa a lavarsi e cambiarsi.

L’intera area lavorativa era un bagno di cromo esavalente, l’operaio camminava in una fanghiglia, il pavimento in cemento era stato corroso ed i veleni sono filtrati nel terreno inquinando perfino le falde acquifere. Tutti i familiari degli ex operai ricordano i forti odori nauseanti con i quali tornavano a casa.
Altro elemento inquietante emerso, riguarda lo smaltimento del liquido verdastro prodotto. Invece di essere sottoposto a regolare depurazione, in gran parte veniva disseminato attraverso autobotti nei terreni del comprensorio. Operazioni condotte probabilmente di notte, visto che alcuni operai hanno raccontato di vasche piene di sera e vuote al mattino. Si era pensato ad uno scarico in una roggia adiacente all’industria, risultata altamente inquinata, ma in realtà le uniche tubazioni a portare liquidi in quella roggia, erano quelle dell’acqua piovana: la pioggia che scivolava dal tetto si impregnava, vista l’assenza di aspiratori, di tutte le sostanze. Purtroppo queste cose sono emerse solo dopo la morte di un numero consistente di operai e di un inquinamento alle falde acquifere da cromo esavalente.

Risultavano esserci state delle ispezioni da parte della USL, ogni volta nei verbali segnalavano carenze, ma la copertura politica ha permesso di ovviare. Tutti sapevano ma nessuno parlava. Basta pensare che l’agibilità alla ditta è stata notificata solo nel 1983, mentre era attiva già a partire dal 1975. Ricordi di paese parlano di bambini che andavano a giocare nei campi e tornavano a casa con le gambe macchiate di verde. Un infermiere che tentò di denunciare questa cosa ricevette intimidazioni per non parlare.

Oggi la mia famiglia, insieme a poche altre, porta avanti questa battaglia per veder riconosciuto il danno fatto ai nostri cari. Purtroppo non riceviamo molta solidarietà, né dall’opinione pubblica, né dai giudici che vogliono archiviare il caso. Se tutte le famiglie coinvolte facessero la loro parte, penso non ci sarebbero problemi a chiedere un’imputazione per strage; ma credo non se la sentono per due fattori. Il primo perché c’è sfiducia nelle istituzioni ed il secondo perché c’è troppa indifferenza condita di paura. Ed intanto chi dovrebbe essere altrove a pagare per i danni cagionati a vittime innocenti, cammina indisturbato a testa alta.”

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Samanta Di Persio, dal libro “Morti Bianche“.

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Clicca l’immagine

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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/08/morti_bianche_v.html

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Gremita la sala dell’assemblea che ha chiesto di non archiviare l’inchiesta sulle presunte patologie da cromo

«In quella fabbrica il triplo di morti per tumore»

Rispetto alla media del Veneto: lo sostiene il medico Merler, che ha operato per lo Spisal. Era gremitissima la sala per la riunione organizzata dal “Comitato per la difesa del diritto alla salute nei luoghi di lavoro e nel territorio” e che per tema aveva “No all’archiviazione dell’inchiesta Tricom-Pm Galvanica”.

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29 gennaio 2008 - Pio Brotto
Fonte: Il Gazzettino di Vincenza

- Tezze sul Brenta – “Domani al tribunale di Bassano - anticipa Emanuele Bonin responsabile del comitato – si terrà l’udienza, probabilmente a porte chiuse, in cui il giudice deciderà se archiviare il caso cromo, oppure dare atto alle motivazioni delle opposizioni presentate da tre nuclei familiari i cui capifamiglia hanno lavorato alla galvanica, quelle di Domenico Bonan e di Ugo Conte deceduti, e la terza di Dino Brotto ancora vivente ma malato.

Noi del comitato saremo in piazza davanti al tribunale non solo per dimostrare solidarietà alle famiglie, ma anche per far capire alla gente che vogliamo chiarezza, che non vogliamo che succeda come per i passati procedimenti quando tutto si è risolto nel nulla. Se la questione fosse stata affrontata in modo corretto e chiaro a suo tempo, forse ora non saremmo qui a parlare di morti e di ammalati di cromo 6, probabilmente non per un numero così alto e poi non sarebbero da spendere tutti quei soldi di euro per la bonifica, siamo nell’ordine di 20 milioni, oltre a quelli già spesi. Quindi invito tutta la gente che può, coloro che in qualche modo sono inetressati, gente comune, persone sensibili al problema a essere in piazza davanti al tribunale, mercoledì alle 10″.

All’assemblea di venerdì c’erano relatori di tutto riguardo. Hanno parlato il chimico Curzio Bettio del Soccorso Popolare, il medico Enzo Merler del Registro Mesoteliomi del Veneto, il dottor Paolo Sarto dello Spisal e il Correr del Coordinamento Comitati Ambientalisti della Lombardia. Bettio ha presentato la pericolosità del cromo sul fisico delle persone.

“Il cromo esavalente – ha precisato – ha il potere di ‘bucare’ la membrana cellulare, soprattutto se inalato a causa dei vapori emanati per esempio da vasche di cromatura. Le particelle emesse ricadono nelle ‘nanopatologie’, cioè hanno il potere di andare in giro per il corpo umano e fermarsi nei vari organi in 60 secondi. Una volta perforata la cellula si formano granulomi, che possono diventare tumori”.

Bettio ha ricordato come le concentrazioni alla galvanica di via Tre case fossero elevatissime rispetto alle soglie stabilite per legge, anche se quest’ultime hanno valore relativo in quanto l’assunzione di cromo esavalente, inesistente in natura, non deve avvenire, soprattutto tramite aerosol. Merler, che ha fatto delle indagini per lo Spisal sugli operai della Tricom, ha ricordato che gli accertamenti sono stati fatti analizzando sangue e urine degli operai prima e dopo il lavoro.Dal confronto riguardante un determinato periodo tra la mortalità per tumore tra gli operai della Tricom e la mortalità dello stesso tipo nel Veneto (che ha già mortalità molto alta), ha evidenziato sempre Merler, la Tricom è risultata avere una mortalità tripla. E non si può puntare il dito solo sulla causa fumo da sigaretta per un tale aumento.

È intervenuto anche Paolo Sarto dello Spisal che ha ricordato le difficoltà nell’eseguire determinati controlli negli anni ‘80.Gabriella Milani, dopo aver ricordato la sua storia di bevitrice di acqua al cromo esavalente con una concentrazione pari a 170mcg/litro (50mcg/l sono quelli consentiti) ha lamentato come l’indagine epidemiologica abbia interessato solo alcuni operai della Tricom Pm Galvanica e non tutta la gente comune come la sua famiglia e quanti del Cittadellese e del Fontanivese sono stati toccati dall’inquinamento.

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fonte: http://www.peacelink.it/ecologia/a/24973.html

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