LE OPERAZIONI SPORCHE – PERCHE’ SI RICORDANO SOLO ADESSO DELLA SUA PENSIONE DA MORTO DI FAME?
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PROPAGANDA DI STATO
La Domenica del Corriere del 4-11 novembre 1917.
Dopo la disfatta di Caporetto, iniziata il 27 ottobre, i morti sono soltanto austriaci e i bersaglieri sono al contrattacco
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Delfino Borroni è l’ultimo Cavaliere di Vittorio Veneto ancora in vita. Il suo caso sollevato da Riccardo Mazzoni, deputato Pdl: “Lo scandaloso vitalizio che percepisce è un’offesa: intervenga La Russa”
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Roma, 20 agosto 2008 – L’ultimo eroe di Caporetto compirà 110 anni sabato 23 agosto e percepisce una pensione scandalosa: 40 euro al mese. Si chiama Delfino Borroni, è pavese d’origine e oggi vive in una casa di riposo milanese. Il suo caso è stato sollevato da Riccardo Mazzoni, deputato del Popolo della Libertà.
”Il ministro La Russa – conclude Mazzoni - che a settembre e’ stato invitato a festeggiare i 110 anni dell’ultimo eroe di Caporetto,avrebbe il dovere di presentarsi con un solo regalo: un sostanzioso aumento della pensione di Borroni, da deliberare magari nel consiglio dei ministri di fine agosto. Sarebbe un gesto riparatore altamente simbolico”.
La storia di Delfino Borroni è raccontata dal sito www.cimeetrincee.it.Il bersagliere più anziano d’Italia, Delfino Borroni, è nato il 23 agosto 1898 a Turago Bordone (PV) e vive in una casa di riposo nella provincia di Milano: ha combattuto nella Grande Guerra e ha ancora tanta voglia di raccontare le sue avventure di soldato, che può ricostruire grazie ai suoi lucidi ricordi. Faceva il meccanico quando veniva chiamato alla visita militare nel gennaio 1917, destinato al 6° Bersaglieri a Bologna; la chiamata alle armi sopraggiungeva a marzo e a maggio partiva per il fronte.
Raggiunto in treno Castelfranco Veneto, Bassano e Marostica, alla fine dello stesso mese arrivava “zaino in spalla” sull’Altopiano di Asiago dove rimaneva solo alcuni giorni, poi all’inizio di giugno veniva trasferito sul Pasubio, dove incontrava la vera guerra. Sul Monte Maio, Delfino ricorda che: “Gli austriaci stavano su una cima undici metri più alta della nostra” e lì i bersaglieri respingevano diversi attacchi nemici, in una guerra di posizione tra sassi e rocce in cui: “Non si andava né avanti né indietro”; a settembre arrivava in Valsugana, a Cismon, da dove come racconta: “Un giorno ci caricarono in treno e ci spedirono a Caporetto”.
Il 22 ottobre Delfino e gli altri bersaglieri giungevano a Cividale del Friuli, facendo rifornimento di munizioni e viveri. Iniziava così la marcia verso i monti in direzione di Caporetto: la mattina del 23 “pioveva ed era molto freddo, ma l’ordine era di andare avanti” e quindi di raggiungere il fronte minacciato dall’imminente attacco nemico.
Delfino era nel 14° reggimento della IV Brigata Bersaglieri, in una compagnia agli ordini del sergente Mosconi. Nella notte tra il 23 e il 24 i bersaglieri giungevano sulla posizione da difendere, la sella di Luico, che dall’alto domina l’Isonzo: “in basso vedevamo il paese di Caporetto, mentre di fronte si ergeva il Monte Nero”. All’improvviso un grido ad alta voce: “Innestate le baionette, avanti ragazzi!”. Al buio i bersaglieri andavano all’assalto, riuscendo a fare molti prigionieri tra cui, ricorda Delfino: “Un ragazzino di soli diciassette anni, classe 1900, che si arrese a me”, e precisa che: “A Caporetto gli austriaci combattevano con due classi in più di noi italiani”, in quanto proprio la sua classe, la 1898, era stata l’ultima chiamata.
La storia racconta che alle ore 2 del 24 ottobre 1917, mentre su tutta la zona gravava un fitta nebbia, l’artiglieria nemica apriva il fuoco su tutto il settore fra il Rombon e l’alta Bainsizza, più violento tra Plezzo e Tolmino, anche con l’impiego di gas asfissianti, precedendo di poche ore l’attacco delle fanterie austro-tedesche. La mattina del 24 i bersaglieri venivano mandati a fare resistenza nella valle che portava giù a Caporetto; verso mezzogiorno il sergente Mosconi ordinava a Delfino, che era il più giovane, di andare fuori dalle trincee per vedere la situazione, mentre lui gli rispondeva: “Mosconi, mandi a morire proprio me?! Almeno gli altri anno vissuto vent’anni in più!”. Comunque, il bersagliere usciva di pattuglia ritrovandosi in mezzo al tiro incrociato delle mitragliatrici nemiche, che lo costringevano a cercare riparo dove capitava, anche dietro a due soldati tedeschi caduti. Intorno le truppe nemiche in movimento erano ovunque e Delfino non riusciva ad avvertire i compagni, poi ad un certo punto tentando la fuga veniva colpito da una pallottola al tallone: dopo essersi finto morto, iniziava a strisciare e rotolare a terra, fino a raggiungere il reparto dove ormai lo credevano caduto. Il maresciallo vedendolo gli disse: “Nessuno sarebbe riuscito a salvarsi, ho ragione quando dico che sei tutto sale e pepe, proprio come uno scoiattolo!”.
I ricordi di Delfino scorrono limpidi e continuando racconta che: “Non avevamo più munizioni nè rinforzi, da dietro non ci arrivava più nulla. In compenso, un intero battaglione di tedeschi era scatenato all’attacco e minacciava di accerchiarci. Avevamo centinaia di prigionieri con noi, catturati il giorno prima. Il pomeriggio del 25 ottobre siamo dovuti fuggire a gambe levate da Caporetto…”. I bersaglieri erano così costretti a ritirarsi facendosi strada in qualche modo, nel caos più totale, fino a Cividale, fermandosi di tanto in tanto ad opporre resistenza; non lontano da lì venivano presi, dopo che il capitano e l’attendente erano stati colpiti durante un combattimento.
Gli austriaci li guardavano cattivi e dicevano: “Ma bravi, prima ci sparate poi ci dite Gut Kamerad?”. Iniziava così per Delfino la prigionia, prima a Cividale, poi in Austria e alla mente gli torna il ricordo della fame patita e che affliggeva gli stessi austriaci; in seguito veniva rimandato in Veneto per scavare trincee lungo il Piave. Negli ultimi giorni di guerra Delfino tentava più volte la fuga, prima da Vittorio Veneto poi da Conegliano, subito dietro le linee nemiche, riuscendo a raggiungere il Friuli; Delfino si ricorda in particolare di una donna a Spilimbergo che gli aveva dato un bel pezzo di polenta e alla quale disse: “Giuro che con questa ci campo quindici giorni!”. L’avventura del bersagliere finalmente giungeva alla fine con l’arrivo delle truppe italiane che vittoriose entravano a Trieste.
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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/08/20/112520-eroe_caporetto_compie_anni.shtml
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Caporetto, gli Imperi Centrali travolgono il fronte italiano
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All’alba del 24 ottobre 1917 un’armata austrotedesca attacca gli italiani fra Plezzo e Tolmino, alla congiunzione fra la prima e la seconda armata. Usando la tecnica dell’infiltrazione, i reparti scelti, fra i quali quello dell’allora tenente Erwin Rommel, rompono il fronte, allargano la breccia, minacciano di aggiramento la terza armata. E’ il caos. In pochi giorni una fiumana di sbandati che gli alti comandi non sono in grado di riorganizzare, si ritira verso il Piave, Le cifre: 11.000 morti, 29.000 feriti, quasi 300.000 prigionieri, altrettanti sbandati e oltre 300.000 profughi, l’intero Friuli occupato. “La mancata resistenza di reparti della seconda armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico … “. Le parole con cui il 28 ottobre 1917 Cadorna motiva il disastro di Caporetto, pesano ancora oggi.
Caporetto è l’evento chiave della guerra italiana. Coinvolge il fronte interno riattizzando contrasti e polemiche fra neutralisti e interventisti. Costringe a ripensare la strategia offensiva a oltranza e a riorganizzare l’economia di guerra su basi più solide. Una sconfitta, che ha conseguenze militari (la sostituzione di Cadorna, imposta dagli alleati) e politiche (la formazione di un nuovo governo).
Come Adua nel 1896, la sconfitta diventa cartina tornasole dello stesso Stato unitario, dei suoi limiti e dei suoi peccati d’origine.

Caporetto non è il fenomeno di viltà descritto dal comando supremo, né una “pugnalata alla schiena” dei disfattisti, ma non è nemmeno esempio di cosciente ammutinamento. E’ il crollo di un esercito stanco e demoralizzato, portato in guerra, sulla base di una disciplina ferrea e di un rigido regolamento. Un esercito al quale sì è chiesta solo una passiva obbedienza (e che pure fino ad allora ha dimostrato una combattività e un’efficienza non inferiore ad altri). Gli oltre 200.000 fra morti e feriti delle ultime due spallate di Cadorna hanno fatto il resto. Ma i soldati non sparano sugli ufficiali, non si rifiutano di obbedire: semplicemente non ascoltano, sfogano la stanchezza morale e fisica (dei singoli e collettiva) muovendo verso la pianura. E arrivati al Piave si lasciano riorganizzare e vanno all’attacco per fermare gli austriaci.
Impostata con l’obiettivo chiaro di difendere il paese, dopo il 1917 la guerra sarà diversa. Le fucilazioni ci saranno, e continuerà il rigore anche con Diaz. Ma ci sarà anche maggiore attenzione per la propaganda di guerra – al fronte e dietro le linee – e per il morale e le condizioni di vita dei soldati.

tratto da : http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/grandeguerra/caporetto.html
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