Una primavera a Praga
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21 agosto 1968 Cronaca di un’invasione
Tullia Fabiani
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È mercoledì 21 agosto il giorno in cui la storia del comunismo europeo volta pagina, in modo tragico. E inappellabile. Le truppe sovietiche invadono la “vicina” Cecoslovacchia. Una risposta totalitaria alla politica che oggi si direbbe “riformista” dell’allora leader del Partito comunista Alexander Dubcek. Tutto ha inizio nel gennaio del 1968, quando Dubcek, principale esponente dell’ala innovatrice, diventa Segretario del Partito. E dà avvio a una serie di provvedimenti destinati a rinnovare profondamente, attraverso piccole ma significative riforme democratiche, il sistema politico ed economico del paese: ad aprile viene avviato “il programma d’azione” attraverso il quale, a fronte del modello sovietico pianificato, si apre uno spiraglio al pluralismo economico e a quello politico. Dopo decenni infatti viene introdotta la libertà di stampa e di opinione e viene consentita la nascita di nuovi partiti. Comincia quella che alla storia passerà come “la primavera di Praga”, e che avrà durata breve.
Qualche mese infatti e i sovietici, fino a quel momento attenti controllori dell’apparato politico cecoslovacco, decidono che il limite è stato superato: la politica del rinnovamento è una sponda pericolosa per il regime, soprattutto se il principio libertario rischia di propagarsi a tutti i paesi del Patto di Varsavia. Alcuni esponenti comunisti cominciano a organizzarsi e a ordire un complotto. Fra il 4 e il 6 luglio Mosca, Varsavia, Berlino est, Budapest e Sofia scrivono a Praga, si dicono allarmate per l’offensiva della destra antisocialista e invitano i dirigenti cecoslovacchi a una riunione comune. Il 3 agosto 1968 a Bratislava viene segretamente consegnata a Brežnev una lettera con la quale i dirigenti “ortodossi” chiedono aiuto, anche militare, per fermare la “controrivoluzione”. La riunione a Varsavia dei capi dei cinque paesi e in particolare la missiva che indirizzano ai cecoslovacchi per chiedere in sostanza la fine del “nuovo corso”, confermano i timori di Dubcek e degli altri riformatori: si sentono sotto processo. Ma respingono l’ultimatum e insistono per incontri bilaterali.
Dal 27 luglio al primo agosto, a Cierna sulla Tisa, alla frontiera tra Cecoslovacchia e Urss, si incontrano, le presidenze comuniste di Praga e di Mosca. E concordano un incontro a sei nella capitale slovacca il 3 agosto, che si conclude con l’approvazione di un documento comune.
Apparentemente i protagonisti si dicono soddisfatti del documento sottoscritto. I cecoslovacchi sono riusciti a far inserire un passaggio nel quale si parla di rispetto dei principi di eguaglianza, sovranità, indipendenza nazionale, intangibilità territoriale. Però c’è un passaggio che ribadisce il dovere dei paesi socialisti a sostenere, difendere e rafforzare le conquiste, marxiste, di questi stessi paesi. Conquiste che vengono prese a pretesto per giustificare l’aggressione nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968. E l’ingresso dei carri armati a Praga.
Es sind Soviets. Die Russen rollen (Sono i sovietici. I russi stanno marciando). Il primo allarme viene lanciato alle 23,30 del 20 agosto 1968 dalla stazione dello spionaggio tedesco occidentale di Pullach, vicino Monaco.
Qualche ora prima dell’inizio dell’operazione, viene informato anche il governo americano, affinché l’invasione non fosse considerata un’aggressione all’Europa, ma un “regolamento di conti interno”. E la giustificazione ufficiale dinanzi ai governi europei, diffusa poi dall’agenzia TASS, sarebbe stata la richiesta di aiuto da parte delle autorità cecoslovacche.
All’aeroporto di Praga-Ruzyne i primi aerei Antonov scaricano carri armati, paracadutisti, fanteria. In poche ore l’ esercito dilaga oltre i confini cecoslovacchi da nord, est e sud. Lo comanda il generale sovietico Kiril Mazurov. Ne fanno parte armate tedesco orientali, polacche, sovietiche, bulgare e ungheresi. È formato da circa 600 aerei da combattimento e da trasporto, 4.600 carri armati, 2.000 pezzi d’artiglieria e un gran numero di divisioni, di fanteria e di paracadutisti.
La notizia dell’aggressione arriva alla Presidenza del partito cecoslovacco poco prima della mezzanotte del 20 agosto: alcuni dirigenti “ortodossi” tentano di far approvare un documento che di fatto legalizza l’aggressione, trasformandola in “aiuto fraterno”. Come avevano concordato con Brežnev, sperando di inaugurare a un «governo rivoluzionario di operai e contadini».
Invece al termine di un duro confronto, con 7 voti contro 4 viene approvato un documento che denuncia l’accaduto come un tradimento, e invita tutti i rappresentanti del paese a restare ai loro posti. E viene chiesto che nessuno opponga resistenza armata. Il comunicato fa il giro del mondo.
All’alba, Dubcek e altri cinque riformatori vengono arrestati e trasferiti prima a Legnica, in Polonia, e successivamente a Mosca. E la Cecoslovacchia si trova ancora una volta nella storia sola: tradita dagli alleati (socialisti, questa volta) e impotente a fronteggiare l’aggressore.
Tra la popolazione, soprattutto quella giovanile, protagonista della stagione di rinnovamento, si diffonde un’ondata di smarrimento e delusione. Un ragazzo, lo studente universitario Jan Palach, il 16 gennaio 1969 si dà fuoco ai piedi della statua di Venceslao, nella piazza omonima al centro di Praga. Quel suicidio solleva una profonda emozione in tutto il mondo. Nel corso dei mesi successivi si susseguono manifestazioni di protesta: durante una di queste vengono colpite e frantumate le vetrine dell’agenzia delle linee aeree sovietiche nella capitale. Mosca protesta, generali ed esponenti politici si precipitano a Praga e svolgono una frenetica attività di intimidazioni e pressioni, che si conclude il 19 aprile: Dubcek è costretto alle dimissioni e viene sostituito da Husák alla testa del partito.
Ha inizio il ventennio della “normalizzazione” contrassegnato dalla revoca o dallo svuotamento delle riforme attuate. Un terzo degli iscritti al partito, circa 500.000, non rinnova la tessera o viene espulso. A decine e decine di migliaia scienziati, ufficiali superiori e inferiori, scrittori, giornalisti, direttori e quadri d’azienda, insegnanti, operai perdono il posto e il diritto al lavoro. Poco tempo dopo ricominciano i processi politici che si concludono con dure condanne.
Il 20 agosto, ad un anno dall’occupazione sovietica, a Praga la popolazione si riversa nelle strade al grido di “via i russi”. La polizia risponde lanciando bombe lacrimogene mentre le autoblindo percorrono le vie della capitale schiacciando le barricate erette dai praghesi. Nei giorni successivi i tumulti si estendono anche alle città di Brno e di Bratislava.
Gli ultimi sprazzi di “Primavera” si spengono con la “normalizzazione” dei sindacati nel 1970. Da quel momento la voce dei dissidenti diventa udibile solo attraverso opere pubblicate all’estero, e nelle attività intellettuali e sociali alternative ed estranee a quelle delle organizzazioni ufficialmente riconosciute.
Dall’agosto 1968 al dicembre 1969 persero la vita 94 cecoslovacchi, più dei due terzi dei quali nelle prime due settimane. Centinaia di persone rimasero ferite. Una lacerazione profonda nella storia del Paese, mai dimenticata.
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QUELLA PRIMAVERA FINITA TROPPO PRESTO
Luciano Antonetti
Gli anni Sessanta in Cecoslovacchia: dalla stagnazione economica ai radicali cambiamenti politici e sociali. È l’inizio del nuovo corso, a opera del riformatore Alexander Dubcek. Tracce di una Primavera stroncata..
UNA STORIA APERTA, DA LEGGERE E DA RILEGGERE
intervista a Adriano Guerra

Praga sulle pagine de l’Unità
Tullia Fabiani
Praga dopo Budapest: il Pci e la crisi del sistema sovietico
m.fr.
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fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78207
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Primavera di Praga – Francesco Guccini
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Jan Palach 1969
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Una lacerazione profonda non solo nella storia di quel paese…
Da: Franca su Agosto 21, 2008
alle 7:27 pm