Inserito da: solleviamoci | Settembre 27, 2008

2008, fuga dalla Campania. Ma lo Stato fa finta di nulla / Quando gli albanesi eravamo noi

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La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati “che rubano il lavoro”

Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 “i pendolari della fame”

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dall’inviato di Repubblica GIAMPAOLO VISETTI

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CASERTA – I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell’autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l’indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.

Venti euro al giorno, in nero.
Meno degli immigrati africani, o dell’Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c’è lavoro, niente. “Salire” però è un lusso. Chi “va via”, chi “lavora su”, acquista il diritto di credere in un imprevisto. “Il sottoproletariato marginale – dice Giovanni Laino, dell’Associazione Quartieri spagnoli di Napoli – è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni”. Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.

Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l’unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant’anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall’alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.

Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il “rinascimento campano” è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all’estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. “Più dei rifiuti – dice il sociologo Giovanni Sgritta – più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati”.

Chi resta non ha alternative.
Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all’usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. “Era un amico – dice – per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant’anni”.

È in questo deserto che lo Stato
consegna la Campania al “Sistema”. La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare “pali”, in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. “Ormai – dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana – solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell’abisso del razzismo”.

Non è, purtroppo, un’emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. “I poveri sono anonimi e faticosi – dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia – e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell’opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l’Africa dell’Europa: con più violenza e meno dignità”.

I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l’affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all’anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.

Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. “L’agghiacciante verità taciuta – dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d’Italia – è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità”. Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla “questione meridionale”, nessun aiuto concreto. L’Italia, con la Grecia, è l’unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L’unica ad aver cancellato ogni sostegno.

Finiti i soldi anche per l’assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l’esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l’ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. “Questa volta – dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio – i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti”.

Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. “La Campania – dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità – non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d’opera clandestina e ammorbidire l’islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell’Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l’affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la “somalizzazione” del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all’esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere”.

Dopo trent’anni di rifiuti tossici
che hanno distrutto l’agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. “L’immagine-simbolo – dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di “Gomorra” – è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all’evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l’emergenza cronica in povertà”.

Eppure l’Italia in recessione,
che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L’abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant’Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d’affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. “Per cibo, bollette, medicine e vestiti – dice – mi restano 4 euro al giorno”. Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.

“Il Paese – dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta – alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all’istruzione, finge che l’occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L’accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L’unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra”.

La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. “Anche la solidarietà – dice la sociologa Enrica Morlicchio – è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste”.

Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: “l’assalto ai forni”, la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. “Il governo – dice Antonio Mattone della comunità di Sant’Egidio – non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest’anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l’Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia”.

Come Marina. Da trent’anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un’encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L’altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l’hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. “Se l’assisto – dice – non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno”.

Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. “La scure che sta tagliando il Paese – dice Marco Rossi Doria, maestro di strada – è la fine dell’interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell’italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l’economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l’arma dell’istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità”.

Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un “allarme nazionale sui poveri”. “Ogni settimana – dice il sociologo Enrico Rebeggiani – se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto”.

Per questo, affrontare il cambiamento con l’emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. “Il Paese – dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus – deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l’Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell’arretratezza armata”. In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel “basso” hanno aperto un’officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/2008-fuga-campania/2008-fuga-campania/2008-fuga-campania.html?rss

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Per non dimenticare “quando gli albanesi eravamo noi”

http://digilander.libero.it/obiettivomafia/immigrati.jpgImmigrati italiani

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20 feb 2003

Gian Antonio Stella

L’orda

Ed. Rizzoli, € 17,00

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Circa sessanta milioni di italiani e di discendenti di italiani vivono sparsi nel mondo, in ogni continente. Il nostro è uno dei paesi con più emigranti, eppure l’arrivo di immigrati da paesi poveri dell’Est europeo e dall’Africa settentrionale ha provocato reazioni anche gravi di rifiuto, di razzismo, di intolleranza.

Gian Antonio Stella ha studiato attentamente il fenomeno dell’emigrazione italiana, dall’accoglienza che gli italiani incontravano nei paesi stranieri negli anni in cui – come recita il sottotitolo del suo saggio – «gli albanesi eravamo noi». «Oggi ricordiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano diversi dai curdi e dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste». In realtà, attraverso testimonianze, letture di libri, giornali e documenti di associazioni razziste dell’epoca, emerge una fortissima ostilità verso gli immigrati italiani.

http://oltrelamonezza.blog.kataweb.it/files/weblog/images/2007/07/11/immigrati_italiani.jpg

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Clandestini, criminali, analfabeti, dediti all’alcool e alle risse, disposti a vendere i propri figli per pochi soldi, dovremmo «ricordare sempre come l’arrivo dei nostri emigranti coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola [...]: l’orda».

Molte delle cose che sono state dette e scritte, che sono rimaste negli stereotipi anche dopo molti anni dalla grande emigrazione, sono invenzioni o esagerazioni, tuttavia qualche cosa di vero c’è: è innegabile che la mafia sia stata esportata dagli italiani e che nelle mani di italiani ci fossero molte imprese criminali. E’ anche vero che eravamo una delle popolazioni con il più alto tasso di analfabetismo, difficoltà d’inserimento e di apprendimento della lingua locale, disposti a far lavorare i figli ancora bambini in attività pericolose per la salute e per la vita come le miniere e le vetrerie, affetti da una religiosità che cadeva molto spesso nella superstizione e in rumorosi e alcolici festeggiamenti.

Gli italiani erano un popolo povero, spesso con nulla da perdere e che in maggioranza era composto di persone oneste, coraggiose, disposte ad affrontare viaggi lunghi e rischiosi per cercare un benessere e un futuro che in patria erano impensabili. Ma trovarono ostilità, chiusura, insulti e spesso anche brutalità fisiche fino alla morte.

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Oggi di tutto questo non si vuole parlare, si tenta di dimenticare un passato di difficoltà ma, dimenticandolo, si producono verso gli immigrati gli stessi atteggiamenti razzisti e spesso ingiusti di cui siamo stati vittime. Infatti, «se andiamo a ricostruire l’altra metà della nostra storia, si vedrà che l’unica e sostanziale differenza tra “noi” allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto».

Il saggio di Stella offre una panoramica vasta su temi oggi di grande attualità e su atteggiamenti che stanno creando nuove ingiustizie, «alla larga dal buonismo [...] ma alla larga anche da razzismo [...] che monta, monta, monta in una società che ha rimosso una parte del suo passato».

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Il libro si conclude con una raccolta di punti di vista tratti da libri e giornali pubblicati, in quegli anni, nei paesi d’emigrazione e con un interessante elenco di nomignoli con i quali gli italiani erano definiti, le varie versioni dell’attuale “vu cumpra”. Non possiamo dimenticare: lo siamo stati anche noi, prima di loro, dei “vu cumpra”.

Gabriella Bona

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fonte: http://www.lagazzettaweb.it/Pages/rub_lib/2003/curiosando/r_cur_03-05.html



Risposte

  1. Inimmaginabile…

  2. Devo complimentarmi con voi.
    Non è un argomento tanto semplice oggi.
    La “questione meridionale” è una delle cose che come Fondazione di Cultura Gramsci affrontateremo , tra altri temi, in corsi che partiranno tra breve.

    Ora due cose:
    a)La cosa più importante delle rimembranze sarebbe quella di pensare alla sicurezza in maniera decisamente meno naif e ipocrita di quello che pensano questi bricconcelli lestofanti.

    Propongo: si che siano liberate le strade di quei cenciosi di clandestini,viados, puttane più o meno consenzienti,ladri volenti o nolenti,veri criminili,feccia cinese,povere braccia sfruttate ecc. ecc e rimandati al loro Paese magari insieme ad una bomba destinata ai loro governanti che sono vili a tal punto da sfruttare la disperazione,però occore anche ,anzi soprattutto che:
    I”Caporali” calabresi,siciliani e bergamaschi che “assoldono” per 2 euro al giorno questa feccia:in galera!
    I”Venditori” a costo notevolmente maggiorato dei propri negozi e delle proprie case alla “feccia cinese” che poi fa le “Chinatown”con tanto di infiltrazioni triadiche:in galera!
    Gli”Sfruttatori” di badanti dell’Est o di chissà dove perchè un’italica badamte non la puoi condire via con due cocomeri e un peperone:in galera.
    I”Proprietari” dei cantieri edili che “fan laurà in scarp de tenis” gli extracee e quando si fanno male ,morti o feriti,o” s’inventano il momento” o li buttano vicino ai fossati e nei campi o sul ciglio della strada :in galera!
    I”Merdosi Speculatori” che affittano a prezzi inimmaginabili case a studenti(anche italianissimi),mercanti del sesso,o semplici immigrati clandestini e non :in galera!
    Altro che militari nelle strade solo fino a dove finisce il centro o i centri di accoglienza che sembrano mandarea catafasciola nostra economia ……con soldi pagati dalla UE!
    Ci dicono piuttosto dove finisce quella valanga di contributi elargiti dall’UE al nostro Paese, per i più svariati motivi, e non solo quelli dati “ai terroni” (scusate non è mia intenzione offendere)magari incominciando a chiedersi se a Cassano Magnago o nell’altro paesello più sù i “padani”ne sanno
    qualcosa del contributo in prima tranche(che non ricordo come quantificare)elargito da UE per EXPO 2015!
    Ecco …questo e altro :)

  3. La seconda cosa non è inerente al tema e poi devo aspettare materiale da Guccio.
    Comunque è legata al taglio per la ricerca universitaria fatta circa a fine giugno da questo governo(oltre 1 miliardo di euro?Non saprei) e poi capire quanto è scritto ,emerso o vattalapesca sulla ricerca nel Trattato(o quel che è stato) di Trondheim.
    Comunque zitti zitti ,maestro unico, grembiulino ecc,ecc……


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