Facce della Crisi (da La Stampa). Clicca qui per vedere altre foto
__________________________________________________________________________________________________
Berlusconi fa il broker. Veltroni: basta
.

Cosa succede a Wall Street?. Nonostante le rassicurazioni, nonostante i piani di salvataggio, nonostante le promesse, i vertici, le telefonate tra i capi di Stato dei paesi più potenti del mondo, il Dow Jones e il Nasdaq continuano a franare.
All’inizio delle contrattazioni a New York, venerdì, l’indice finanziario più famoso del mondo registra una flessione del 7,9%, scendendo sotto la soglia psicologica degli 8000 punti. Non solo gli assicurativi e i bancari, crollano anche i settori oil, tlc e utilities e automobilistici. Anche il Nasdaq inizialmente si presenta con il segno meno, dopo che oltre Altlantico la situazione si era mostrata difficile.Poi, ad un’ora dal via, Wall Street torna in pareggio. Ma non è una situazione stabile. E chiuderà in perdita anche se recuperando in finale.
Mentre nel frattempo in Europa vengono bruciati altri 400 miliardi circa di capitalizzazione. Madrid, la peggiore del venerdì, chiude a tuffo:-9,14%. Indici meno famosi del Dow Jones come il Cac40 di Parigi chiude a -7,73%, il Dax di Francoforte a -7,01%, il nostro Mibtel a -6,54. Un’altra débacle.
Il principale malato negli Stati Uniti si chiama Morgan Stanley. Un tempo una delle banche d’affari più importanti del mondo poi trasformatasi in banca commerciale, è ora travolta da un’ondata di sfiducia. In una sola giornata a Wall Street, venerdì appunto, ha dilapidato più del 36% del suo valore. Pare che il Tesoro Usa ora voglia andare oltre il piano Paulson e garantire tutti i debiti e tutti i depositi delle banche in crisi. Ma non è chiaro se attese di una nuova pioggia di dollari pubblici non abbiano come effetto indesiderato il moltiplicarsi degli interventi speculativi, secondo quanto ipotizzano alcuni analisti Usa.
Altri commentatori, in Germania ad esempio, fanno notare che c’è un problema di autorità: nessuno al momento d’oggi appare investito di autorevolezza sufficiente a tracciare un reale percorso per uscire dalla crisi.
Si parla ormai di «panic selling», ovvero di smobilizzi provocati dal panico degli investitori, che sordi a qualsiasi iniziativa arrivi dai governi per contrastare la crisi del credito in atto, continuano a vendere per cercare una qualche forma di realizzo.
E lo spettro che gira per l’Europa, ma soprattutto in America è quello di un nuovo Ventinove.
La crisi del ‘29. Ottant’anni fa. Quasi un secolo. Allora la più vasta crisi che il capitalismo abbia mai subito iniziò proprio con un crollo della Borsa di New York, il 24 ottobre del 1929, il famoso «giovedì nero» che spesso da allora è stato rievocato come titolo. Ci fu una corsa al ribasso dei titoli delle obbligazioni senza precedenti che ebbe il suo apice cinque giorni dopo, il «martedì nero», quando furono vendute 16 milioni e mezzo di azioni. In una sola seduta furono bruciati 14 miliardi di dollari e Wall Street andò giù del 13%. Sembrava un crollo inarrestabile. In sei giorni l’indice Dow Jones perse 96 punti, pari al 30% del suo valore.
Il tracollo di Wall Street, che andò avanti per settimane, generò un’ondata di panico tra grandi e piccoli investitori, alcuni si suicidarono travolti dalle perdite, la maggior parte fini per ritirare il denaro dalle banche. La crisi di liquidità, il fallimento di grandi banche e di importanti industrie innescò una crisi dell’economia reale. La crisi era legata a più fattori, frutto di un decennio di scelte politiche deboli ed errate. Una forte sovrapproduzione non corrisposta da un adeguata crescita dei redditi. Un sistema finanziario senza controllo, un eccesso di prestiti legato a un sistema bancario senza limitazioni e un sistema economico internazionale considerato chiuso.
Giovedì Wall Street ha avuto una giornata di panico per quanto riguarda i titoli di General Motors, Morgan Stanley e delle grandi compagnie assicurative. Si sono verificate perciò le perdite più ingenti dal 1987; alimentato da speculazioni su un imminente piano di ricapitalizzazione del sistema bancario da parte del governo Usa. Naturalmente non siamo affatto al ‘29: iil Dow Jones giovedì ha perso un pesante ma ancora digeribile 7,3 per cento. Ma preoccupa adesso la situazione della Morgan Stanley, ultima grande compagnia statunitense investita dalla crisi subprime che ha perso in un unica giornata il 26 percento e ora spera nel soccorso della Fed.
Dal lunedì nero dell’87 alla crisi della new economy e poi al ciclone asiatico, fino all’11 settembre, dicono gli ottimisti in America, tracolli ce ne sono sempre stati e questo è uno dei tanti, solo più pesante. Il Wall Street Journal afferma che il governo di Washington sta valutando la possibilità di decidere due interventi straordinari a favore del sistema bancario come garantire debiti per miliardi di dollari e assicurare tutti i depositi. Analoghe misure sono al vaglio dei governi europei e di quello del nuovo premier giapponese Taro Aso.
I Grandi Sette a consulto. In serata venerdì i ministri delle Finanze e i dirigenti delle banche centrali del G7 (Germania, Canada, Stati uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia, Giappone) si riuniscono a Washington. Il vertice, senza la Russia che partecipa invece al G8, dovrà discutere la proposta britannica per favorire la liquidità.
Il ministro italiano Giulio Tremonti, “mago” della finanza creativa anni Novanta, ha annunciato al Financial Times che utilizzerà la presidenza del G7, a partire da gennaio, per promuovere una nuova “Bretton Woods” che riformi gli accordi del 1944. Cosa voglia dire, visto che Bretton Woods stabiliva un sistema monetario di cambi fissi, non è chiaro.
Forse qualcosa di più chiaro potrebbe dirlo il direttore di Bankitalia Mario Draghi che presiede il Forum per la stabilità finanziaria, di cui rimbomba il sonoro silenzio in questa fase in un paese come il nostro già in aperta fase di recessione, prima degli altri.
Nel frattempo il premier Silvio Berlusconi, da imprenditore qual è, si mette a giocare in borsa, consigliando di acquistare titolipubblici come Eni e Enel. Oppure si mette a ipotizzare una serrata di tutte le borse mondiali.
.
Pubblicato il: 10.10.08
Modificato il: 10.10.08 alle ore 19.50
fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79817
…
















