Inserito da: solleviamoci | Novembre 16, 2008

Sapienza, studenti da tutta Italia per riformare l’università dal basso / La Facoltà è affare di famiglia

Migliaia di delegati da tutti gli atenei in assemblea plenaria
Una piattaforma su diritto allo studio, welfare, didattica e ricerca

All’ordine del giorno anche proposte e date per le future mobilitazioni dell’Onda

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di GIOVANNI GAGLIARDI e MARIO REGGIO

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Sapienza, studenti da tutta Italia per riformare l'università dal bassoL’assemblea plenaria dell’Onda alla Sapienza

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ROMA – Una bozza di autoriforma dal basso per iniziare il dibattito verso la costruzione dell’”Altra università”, quella scritta dai protagonisti. Questa mattina a La Sapienza, sul prato alle spalle del rettorato, 2000 delegati arrivati da tutti gli atenei italiani, si sono riuniti in assemblea plenaria. Approvate con una standing ovation le basi della piattaforma programmatica su diritto allo studio, welfare, didattica e ricerca.

All’ordine del giorno anche proposte e date per le future mobilitazioni dell’Onda, prima fra tutte la giornata del 28 novembre nella quale saranno chiamate a raccolta tutte le città italiane, per cortei e iniziative contro i decreti Gelmini su scuola e università. E ancora, prima dell’appuntamento nazionale del 12 dicembre, in occasione dello sciopero generale della Cgil, gli studenti pensano ad un’intera settimana di mobilitazione per rivendicare la gratuità di mense, trasporti e cultura.

Dalla mobilitazione alle proposte,
nel corso dell’assemblea gli studenti hanno fatto il punto sulle proposte emerse fino ad ora. Sul fronte della didattica l’Onda ha bocciato la formula del 3+2 e del sistema dei crediti, proponendo un conseguente accorpamento degli esami. E ancora un’equa retribuzione di stage e tirocini, l’abolizione del numero chiuso e della frequenza obbligatoria, nonché una revisione totale dei piani di studio.

Gli studenti hanno anche stabilito con fermezza il principio dell’indipendenza e dell’autonomia della ricerca “che non deve essere subordinata a logiche di mercato” si legge nel report, e che non può “non essere disgiunta dalla realizzazione di un nuovo concetto di valutazione”. Al centro del dibattito la questione del reddito con il conseguente riconoscimento di stipendi per ricercatori precari e dottorandi.

Tra le proposte relative al sistema del dottorato di ricerca anche la soppressione dei titoli “senza borsa”, l’istituzione di uno statuto nazionale ed una volta concluso il ciclo di ricerca, un contratto unico di lavoro subordinato della durata non inferiore ai 2 anni. Nella lista dei “no” anche quello relativo alle tasse d’iscrizione e al blocco del turn over, mentre in quella delle proposte, la richiesta di un censimento nazionale sul lavoro precario nelle università, la convocazione di una riunione europea del movimento ed un dibattito sulla questione di genere all’interno del mondo universitario.

Inoltre è stata chiesta: l’abolizione di tutti i contratti atipici, garanzie di stabilità di reddito tra un contratto e l’altro, finanziamenti diretti ai gruppi di ricerca senza passare per i docenti. Proposta anche l’abolizione delle due fasce di docenza attuale (associati e ordinari) e la creazione di una fascia unica per mettere un freno ai “concorsi pilotati”.

Nel corso dell’assemblea ha preso la parola anche una rappresentante di “Non rubateci il futuro”, il coordinamento genitori-insegnanti di Roma e Provincia. Paola Di Meo della scuola elementare romana, Iqbal Masih ha annunciato una nuova manifestazione romana indetta per la mattina del 29 novembre: “Ci sarà tutto l’universo della scuola pubblica – ha spiegato l’insegnante – materne, elementari e medie. Saremo in piazza per ribadire le nostre proposte e con noi porteremo ancora una volta i bambini”.

Al termine dell’assemblea plenaria, si è svolta nell’aula 11 di Geologia, occupata, un incontro-dibattito tra gli studenti e un gruppo di insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori sul decreto Gelmini.

16 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-7/bozza-autoriforma/bozza-autoriforma.html

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La Facoltà è affare di famiglia

http://www.mymovies.it/filmclub/2001/12/038/locandinapg1.jpg

16 novembre 2008| Marco Menduni

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GENOVA

C’è Lorenzo Moretta, c’è il fratello Alessandro, c’è la moglie Cristina Mingari, la cognata Cristina Bottino. Tutti e quattro ordinari a Medicina, tutti e quattro nel dipartimento di medicina sperimentale, il Dimes. Va da sé che il merito non è in discussione, se persino la prestigiosa rivista Nature colloca i due fratelli-studiosi genovesi tra i venti scienziati più citati nel mondo. Però, professor Lorenzo, in un periodo in cui si parla delle “dinastie” negli Atenei, non pensa che un poker di questo genere possa lasciar perplesso chi lo osserva? Moretta sorride: «Vuol dire che sarei un barone, proprio io che invece sono sempre stato un cane sciolto? Adesso le racconto un po’ di cose che non si sanno».

Il professor Lorenzo Moretta si sfoga: «Scusatemi, ma a questo gioco non ci sto. E lo dice uno che le baronìe le ha vissute davvero, ma dall’altra parte. Io ho perso due concorsi che avrei dovuto vincere in carrozza. Una volta i colleghi sono venuti a dirmi che si vergognavano di aver vinto al mio posto. Solo perché sono sempre stato un cane sciolto, non legato ad alcun gruppo di potere». Quindi lei sa quanto il problema esiste veramente. Ma in questo caso? «Io e mio fratello siamo scienziati conosciuti in tutto il mondo, veniamo chiamati ai convegni in maniera indipendente l’uno dall’altro, oltre a tutto ci occupiamo di argomenti diversi, pur essendo nello stesso dipartimento. E mia figlia è andata a studiare fuori, proprio per non alimentare alcun genere di sospetto e di malalingua». Così il professor Moretta insiste: «Noi dedichiamo tutto il nostro tempo al lavoro. Sposiamo delle colleghe? Credo sia quasi naturale. Ma il discorso vero, che tutti dovrebbero fare, è un altro: queste persone meritano davvero il posto che occupano? Sono delle ottime professioniste o meno? Ecco, questi sono gli interrogativi corretti. Il discorso sulle parentele rischia davvero di essere fuorviante».

Scorrendo gli elenchi dei prof, tra Giurisprudenza ed Economia, la ricorrenza di cognomi identici, e ben conosciuti, sfiora l’affollamento. L’accoppiamento padre-figlio è ricorrente. Ma, volendo accogliere il suggerimento del professor Moretta e non discutendo del merito, una domanda va comunque posta. È così importante, nell’ambiente accademico, essere “figlio di”? Dà davvero una marcia in più? Vittorno Afferni, ordinario di di diritto commerciale a Giurisprudenza, risponde così: «Certo che se io avessi aiutato mio figlio Giorgio, sarei davvero una maglia nera. Lui è stato allievo del professor Vincenzo Roppo, oggi ha un incarico a Scienze della Formazione, dove insegna Diritto privato europeo e l’unica cosa che so di lui è che lavora moltissimo per l’Università. Non ha mai fatto la professione e sarebbe anche l’ora che iniziasse a dedicarsi, visto che è quella che può dare qualche remunerazione, e non l’Università in questa forma».

Il Secolo XIX ha poi sentito Lorenzo Acquarone, avvocato, docente emerito, parlamentare prima della Dc e poi del Ppi, uno dei costituenti della Margherita. «Vuole un aneddoto? Un giorno, ad un esame, il professore chiese a mio figlio Giovanni se era mio parente. Lui rispose: no, è solo uno spiacevole caso di omonimia. Il collega si arrabbiò pure e mi telefonò risentito. Ma questa è la dimostrazione che mio figlio ha sempre voluto fare tutto da solo. D’altronde, all’epoca dei suoi concorsi, mi sono interessato ben poco della sua carriera, perché ero impegnato come senatore. Lui è stato a Genova, poi a Lecce, poi di nuovo a Genova, poi a Bologna. E oggi mi dice: papà, se qualcuno afferma che non me lo sono meritato, gli faccio arrivare un camioncino sotto casa con tutte le mie pubblicazioni». Ma essere “figlio di” è comunque un vantaggio? «Io so che l’unica telefonata, l’unica che ho ricevuto da un collega nella mia vita, era di questo tenore: i titoli di Giovanni sono più che sufficienti, ma visto che è tuo figlio, dovrà fare una pubblicazione in più. Questo per dire: a volte è persino un danno, o almeno un aggravio di lavoro per fugare ogni sospetto e far tacere ogni malalingua. Ma quel che taglia la testa al toro è la stima che i decenti hanno in Facoltà e tra gli studenti, al di là della parentela».

S’infervora un altro professore-avvocato, Andrea D’Angelo. La sua è una risposta appassionata: «E mi scuso – dice – se posso apparire emozionato. Ma un’eventuale accusa di favoritismo verso mio figlio mi fa davvero indignare. Sa quanto guadagna Antonino per lavorare quasi a tempo pieno in Ateneo? Praticamente nulla, è un contratto retribuito in maniera simbolica, cinquanta euro l’anno. E io credo che mio figlio in questo momento stia quasi maledicendo la sua grandissima passione per l’Università, l’ha portato anche a trascurare la professione, che potrebbe dargli ben altre soddisfazioni dal punto di vista economico. Ma chi ama l’insegnamento è fatto così, non bada al mero tornaconto». Anche perché alle spalle ha magari una famiglia solida… «Certo, lo ammetto. Ancora oggi c’è chi non può permettersi certe scelte. Ed è un’ingiustizia che va colmata».

Giuseppe Pericu, ex sindaco di Genova, non dribbla la domanda, tutt’altro. «Io non voglio negare quel che è impossibile negare. Dico che non c’è dubbio, all’inizio un vantaggio esiste. Io e mio figlio Andrea abbiamo fatto due strade diverse e siamo anche in due Facoltà diverse. Ma come si fa a negare che l’ambiente, in qualche modo, aiuta?».

Pericu spiega meglio il suo pensiero: «Aiuta nel senso che sicuramente aumenta le opportunità. Già da piccoli si “respira” una certa aria in famiglia, si conoscono meglio i meccanismi accademici, si conoscono già delle persone. Ma il merito è tutt’altra cosa, quello si misura sul campo e non c’è alcuna raccomandazione che possa trasformare una persona impreparata in un genio».

Essere “figlio di” è quindi un privilegio. «Diciamo che nel sistema che funziona non è un elemento fondamentale, diciamo che concede solo un po’ di vantaggio. Ma per un altro studente preparato, che non abbia alle spalle parentele autorevoli, questo non dovrebbe rappresentare un handicap insuperabile. Certo, parlo di sistema che funziona e qui a Genova penso funzioni. Non così, evidentemente, da qualche altra parte». Ma la sua personale esperienza… «Io so che vengo chiamato spesso per partecipare alle commissioni di concorso. E le potrei giurare che mai, nella mia valutazione, ha pesato la parentela del candidato che avevo davanti».

C’è chi la pensa diversamente. È Giorgio Schiano di Pepe, docente di diritto commerciale a Giurisprudenza. Il suo nome è nel pool degli avvocati dello studio di Vittorio Afferni, così come quello del figlio Lorenzo, ricercatore universitario a Giurisprudenza. «Per me – spiega Giorgio Schiano di pepe – è addirittura un handicap. Io non ho mai fatto assolutamente nulla per mio figlio. Però dico sempre una cosa: nell’Università le omonimie non sono mai casuali. nel senso che è ovvio che i figli, molte volte, vogliano seguire le orme dei padri. Se c’è un vantaggio, lo ammetto, può essere ambientale. Conosci le persone, alcuni ti danno del tu invece che del lei. ma il merito lo si conquista solo sul campo. E nessuno, neanche un genitore, potrà cambiare il destino di un ciuco. Se è un ciuco, rimane tale».

La conclusione? «La mia conclusione è un appello. Cerchiamo di discutere dei problemi veri dell’Università. Il discorso delle parentele può veramente farci incamminare su una brutta china. L’unico vero discrimine è quello del merito. Ci sono dei casi sospetti, anomali, irregolari? Bene, analizziamo e cerchiamo di scoprire quelli. Ma non fissiamoci con le parentele, perché rischiamo di colpire docenti validissimi che, come unica colpa, hanno quella di aver voluto seguire l’esempio dei genitori. Chiediamoci se sono buoni docenti o meno, e non chi siano i loro parenti».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/11/16/1101887526011-facolta-affare-famiglia.shtml


Risposte

  1. Scrive l’ex Sindaco Pericu: “Ma per un altro studente preparato, che non abbia alle spalle parentele autorevoli, questo non dovrebbe rappresentare un handicap insuperabile.”

    Come no, non “dovrebbe”.
    Infatti solitamente uno studente (e poi laureato) ben preparato, prima o poi un lavoro lo trova.
    Gli avanzi, ovviamente dei “figli di, parenti di, amanti di”.
    Ma chi se ne importa, a Genova si dice “prie cun prie, maghè cun maghè”

    Per fortuna che alla Rai3 ha presentato domanda la figlia dell’ex Sindaco Pericu, architetto e ora lettrice del TG regionale.
    Come avrebbero fatto, altrimenti, a trovare qualcun altro giornalista altrettanto preparato e qualificato?

    Un po’ di pudore, per piacere.
    Genova è una piccola città e, soprattutto in alcune professioni, i posti chiave sono già prenotati alla nascita.
    E lo studente “ben preparato”, come lo definisce Pericu, magari si deve accontentare di un impiego part-time, sentendosi pure dare del “fannullone” o facendo al massimo il segretario in quella stessa università dove i raccomandati si ritrovano in cattedra a 25 anni, gratis, poverini ma per ben poco tempo.
    Chiediamoci, anzi lo faccia chi di dovere, non solo chi sono i loro parenti, ma anche in che modo si ottengono titoli e pubblicazioni, dottorati, assegni di ricerca.
    Tutti geni, ma si sa, anche la furbizia ha qualche gene ereditario.


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