
238 medici hanno sottoscritto un patto, un’aggiunta al giuramento di Ippocrate. Niente «omaggi» dalle case farmaceutiche. Niente congressi in alberghi a cinque stelle ospiti di Big Pharma. La formazione medica deve essere pubblica e indipendente
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di Manuela Cartosio
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Se gli dai da mangiare, vengono. Secondo un’indagine condotta alla Mayo Clinic di Rochester, basta uno spuntino gratis e la presenza dei medici ai corsi d’aggiornamento s’impenna del 38%. Ciò nonostante, l’81% dei partecipanti esclude che la casa farmaceutica che paga il pranzo influenzi la lezione e il loro comportamento professionale.
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Non sono così ingenui, e così presuntuosi, i medici di New York che hanno fondato No free lunch, niente pasti gratis. Ricalcando il modello newyorkese sono nate analoghe associazioni in Francia, Spagna, Olanda, Australia. L’equivalente nostrano si chiama No grazie, pago io! Esiste dal 2004 e conta la bellezza di 238 aderenti. Una goccia nel mare, a fronte dei 350 mila medici italiani. Un’ultra minoranza virtuosa che dice e pratica cose molto sensate. Ma piuttosto onerose. Chi diventa un No grazie non si limita a rinunciare ai gadget – biro, agende, libri, piccoli attrezzi medici – regalati dalle case farmaceutiche. Non partecipa a convegni «spesati» (spesso in località turistiche, sempre in alberghi a 5 stelle), non accetta compensi dalle ditte per relazionare a congressi o per produrre materiale informativo destinato ai colleghi o ai pazienti, rifiuta la sponsorizzazione delle aziende farmaceutiche e biomedicali per realizzare eventi formativi. «Il nostro non è un invito. Sottoscriviamo un codice di autoregolamentazione, una sorta d’aggiunta al giuramento d’Ippocrate», dice la pediatra modenese Luisella Grandori, che con due colleghi ha fondato i No grazie.
Non sono così ingenui, e così presuntuosi, i medici di New York che hanno fondato No free lunch, niente pasti gratis. Ricalcando il modello newyorkese sono nate analoghe associazioni in Francia, Spagna, Olanda, Australia. L’equivalente nostrano si chiama No grazie, pago io! Esiste dal 2004 e conta la bellezza di 238 aderenti. Una goccia nel mare, a fronte dei 350 mila medici italiani. Un’ultra minoranza virtuosa che dice e pratica cose molto sensate. Ma piuttosto onerose. Chi diventa un No grazie non si limita a rinunciare ai gadget – biro, agende, libri, piccoli attrezzi medici – regalati dalle case farmaceutiche. Non partecipa a convegni «spesati» (spesso in località turistiche, sempre in alberghi a 5 stelle), non accetta compensi dalle ditte per relazionare a congressi o per produrre materiale informativo destinato ai colleghi o ai pazienti, rifiuta la sponsorizzazione delle aziende farmaceutiche e biomedicali per realizzare eventi formativi. «Il nostro non è un invito. Sottoscriviamo un codice di autoregolamentazione, una sorta d’aggiunta al giuramento d’Ippocrate», dice la pediatra modenese Luisella Grandori, che con due colleghi ha fondato i No grazie.
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Lei i «regali» non li accettava neppure prima. Persona affabile ed educata, i rappresentanti delle ditte farmaceutiche – che solo in Italia si chiamano «informatori scientifici» – non li ha mai messi alla porta. «Sono loro che hanno smesso di venire», quando si sono accorti che con lei non alzavano un chiodo. Reazione dei colleghi? «Ti fanno sentire una mosca bianca, un tipo un po’ strano», risponde il No grazie Guido Giustetto, medico di base a Pino Torinese, «però quando ho aperto lo studio con altri cinque colleghi ero l’unico a non ricevere i rappresentanti, adesso siamo in tre. Discutere, confrontarsi, serve». Un confronto comunque difficile, secondo la dottoressa Grandori, perché «gli altri» considerano i No grazie «dei fondamentalisti, dei talebani, degli integralisti. Ci accusano di vedere malafede ovunque». E invece, tiene a precisare, «noi non pensiamo che i medici siano disonesti se accettano regali». Sono esseri umani che con umiltà dovrebbero ammettere (con se stessi) d’essere «vulnerabili e fragili», come tutti. Centinaia di ricerche psicologiche e una vasta letteratura evidenziano che il «regalo» crea nel medico una vischiosa disponibilità alla gratitudine e alla benevolenza verso Big Pharma. Dunque, meglio stare alla larga, non abbassare le difese.
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Negli Stati Uniti le multinazionali del farmaco dichiarano di spendere nel marketing mirato ai medici 7 mila dollari l’anno per ogni camice bianco. La cifra reale è sicuramente più alta. A maggior ragione dovrebbe esserlo in Europa dove, essendo vietata la pubblicità diretta dei farmaci da prescrizione, Big Pharma punta tutte le sue risorse su chi firma le ricette. Il target d’elezione sono la base, i 46 mila medici di famiglia, e il vertice della piramide medica, i «luminari», i primari, gli opinion leader. «Quelli famosi e autorevoli che fanno scattare il meccanismo se l’ha detto lui…», spiega Massimo Cozza, segretario nazionale della Cgil medici. Sono gli «esperti» interpellati dai media, i baroni che presiedono le società scientifiche delle varie specializzazioni mediche. Le società scientifiche sono uno snodo fondamentale del marketing farmaceutico. Formalmente sono loro a organizzare convegni, congressi, seminari. Di fatto, a pagare viaggi, soggiorni, materiale sono le aziende che sponsorizzano l’evento. Guadagnandoci assai più del diritto a imprimere il loro marchio sulla cartelletta del convegno.
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La sponsorizzazione dilaga anche nell’Ecm (Educazione continua in medicina), l’aggiornamento professionale per medici e operatori sanitari, obbligatorio da alcuni anni. La permette una legge del 2003 che concede sgravi fiscali, oltre all’ovvio «ritorno» pubblicitario, alle aziende sponsorizzatrici. I docenti che tengono le lezioni sono tenuti a sottoscrivere una generica autocertificazione d’assenza di conflitto d’interessi. Nessuno controlla, comunque a costituire conflitto è solo il possesso di azioni dell’azienda sponsor, non l’aver avuto da essa consulenze, borse di studio, finanziamenti per la ricerca, omaggi di vario tipo. Il ministero della salute raccomanda alle Asl di destinare l’1% dei loro bilanci alla formazione continua del personale sanitario. Raccomandazione caduta nel vuoto: almeno il 90% dei costi dell’educazione continua è coperto dalle case farmaceutiche. «Questo è il primo nodo da tagliare», dice Cozza, «la sanità pubblica deve avere un sistema d’aggiornamento professionale pubblico».
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Andare controcorrente si può. Il No grazie Alfredo Pisacane, direttore dell’Ecm all’università Federico II di Napoli, riesce a organizzare i corsi d’aggiornamento senza girare il conto alle case farmaceutiche. La sua «ricetta» – sette indicazioni per fare da soli – ha avuto l’onore d’essere pubblicata di recente sul British Medical Journal. Niente mega eventi, lavorare in piccoli gruppi e sullo scambio delle reciproche esperienze, ampio ricorso alle nuove tecnologie (web ed e-learning), chiedere ai partecipanti un piccolo contributo economico. Se le case farmaceutiche proprio muoiono dalla voglia di finanziare i corsi, conclude con una punta di provocazione il professore, mettano i loro soldi in un blind trust. Così non saranno loro a scegliere quali attività finanziare e i riceventi non sapranno chi è il donatore.
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Batte sui piccoli gruppi anche la dottoressa Grandori che ha fatto molta attività di formazione con l’Asl di Modena e la Regione Emilia Romagna. Un’aula scolastica, una sala di quartiere sono luoghi sicuramente più consoni all’apprendimento del bordo piscina, il posto più affollato nei convegni a cinque stelle. Il dottor Giustetto tiene corsi per neolaureati organizzati della Regione Piemonte. «Nel mio piccolo», dice, «insegno ai medici in erba come smontare i trucchi delle case farmaceutiche che, pur di vendere, inventano nuove malattie, cerco d’instillare un po’ di sano scetticismo, di spirito critico». Mette in guardia i neocolleghi dal falso mito dell’informazione «tempestiva», del farmaco «ultimo grido». Gli ultimi antibiotici veramente innovativi risalgono a sette-otto anni fa; la prima statina anticolesterolo è in produzione da quindici anni e continua ad andare bene. Come dire: il resto è fuffa.
Batte sui piccoli gruppi anche la dottoressa Grandori che ha fatto molta attività di formazione con l’Asl di Modena e la Regione Emilia Romagna. Un’aula scolastica, una sala di quartiere sono luoghi sicuramente più consoni all’apprendimento del bordo piscina, il posto più affollato nei convegni a cinque stelle. Il dottor Giustetto tiene corsi per neolaureati organizzati della Regione Piemonte. «Nel mio piccolo», dice, «insegno ai medici in erba come smontare i trucchi delle case farmaceutiche che, pur di vendere, inventano nuove malattie, cerco d’instillare un po’ di sano scetticismo, di spirito critico». Mette in guardia i neocolleghi dal falso mito dell’informazione «tempestiva», del farmaco «ultimo grido». Gli ultimi antibiotici veramente innovativi risalgono a sette-otto anni fa; la prima statina anticolesterolo è in produzione da quindici anni e continua ad andare bene. Come dire: il resto è fuffa.
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Nel tempo libero il dottor Giustetto traduce a spron battuto il meglio pubblicato dalle riviste specializzate sui farmaci e sui rapporti tra medici e aziende. Le traduzioni finiscono sul sito www.nograziepagoio.it che offre numerosi link con i gruppi-fratelli sparsi per il mondo e con i bollettini indipendenti sui farmaci italiani («ne abbiamo di ottimi», dice la dottoressa Grandori) e stranieri.
Nel tempo libero il dottor Giustetto traduce a spron battuto il meglio pubblicato dalle riviste specializzate sui farmaci e sui rapporti tra medici e aziende. Le traduzioni finiscono sul sito www.nograziepagoio.it che offre numerosi link con i gruppi-fratelli sparsi per il mondo e con i bollettini indipendenti sui farmaci italiani («ne abbiamo di ottimi», dice la dottoressa Grandori) e stranieri.
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Sul sito resta traccia delle prese di posizione dei No grazie su vicende che non hanno bucato il perimetro degli addetti ai lavori. Lo scorso agosto hanno protestato contro il «misterioso» siluramento di Nello Martini, direttore dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Nel ruolo che fu di Poggiolini (do you remember?), Martini aveva dato molto fastidio a Big Pharma. Il suo licenziamento, finito su Nature e sul British Medical Journal, sulla stampa italiana non si è guadagnato più di un trafiletto. Primo effetto del cambio della guardia all’Aifa, la sospensione (anticamera della chiusura?) di Ecce, il progetto di educazione continua a distanza, pubblico e indipendente, a cui erano iscritti 143 mila tra medici, infermieri, farmacisti. La chiusura di Ecce renderà ancor più rigoglioso il mercato della formazione medica, in mano ad agenzie di dubbia qualità, quasi sempre ammanicate con l’industria del farmaco.
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Regali anche ai medici dei paesi emergenti
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«Chi prescrive mille confezioni di un farmaco riceve un cellulare, 5 mila danno diritto a un condizionatore, 10 mila a uno scooter». Lo racconta un medico indiano citato dal rapporto “Farmaci, medici e cene” di Consumers International. Per Big Pharma si aprono nuovi pascoli nei paesi emergenti e, di conseguenza, il marketing si sta allargando ai medici che fino a ieri non valevano neppure la spesa di una biro.
«Chi prescrive mille confezioni di un farmaco riceve un cellulare, 5 mila danno diritto a un condizionatore, 10 mila a uno scooter». Lo racconta un medico indiano citato dal rapporto “Farmaci, medici e cene” di Consumers International. Per Big Pharma si aprono nuovi pascoli nei paesi emergenti e, di conseguenza, il marketing si sta allargando ai medici che fino a ieri non valevano neppure la spesa di una biro.
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Il cambio di rotta è spiegato dalle previsioni dell’agenzia di consulenza Ims . Nel 2017 il mercato dei farmaci in 7 paesi emergenti (Cina, Brasile, India, Sud Corea, Messico, Turchia e Russia) varrà 300 miliardi di dollari. Nel 2009 verrà da questi 7 paesi il 34% della crescita globale del mercato del farmaco. Nel 2000 il loro contributo alla crescita era stato solo del 7%. Cifre rovesciate per gli Usa: nel 2000 avevano costituito il 42% dell’incremento, nel 2009 scenderanno al 9%. Finora metà dei profitti di Big Pharma sono venuti dagli Usa.
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Nei paesi ricchi l’industria del farmaco sembra aver toccato il tetto. Si attrezza quindi a buttarsi nei paesi dove il reddito medio è in crescita. Quando sfiora i 3 mila dollari, la cosa diventa interessante e profittevole per Big Pharma (per la vendita di automobili l’asticella sale a 5 mila dollari). La presidenza Obama, inoltre, potrebbe incentivare le multinazionale del farmaco a spingersi fuori dall’orto di casa. Persino la più blanda delle riforme sanitarie non potrà non contemplare prezzi dei farmaci più bassi. m.ca
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