Colpiti 240 obiettivi militari di rilievo. Ma il movimento oltranzista non demorde. Oggi impiegati per la prima volta i più potenti Grad oltre ai Qassam. E dal Libano Nasrallah chiede alle milizie Hezbollah di prepararsi a un attacco israeliano
Abu Mazen e Mubarak chiedono ad Hamas il ripristino della tregua
Appello del Papa: “Imploro la fine di questa violenza”. Manifestazioni in tutta Europa
GAZA – Difficile contare i morti, nel secondo giorno dei massicci raid aerei lanciati da Israele contro Gaza, in risposta ai razzi lanciati da Hamas nei giorni precedenti. Fonti mediche parlano di 292 morti e di centinaia di feriti. Il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, accusa Israele di Olocausto e parla di “400 morti e oltre mille feriti da ieri, calcolando anche la gente sotto le macerie”. In serata -accusa Hamas- gli aerei israeliani hanno lanciato bombe anche sull’Università: sarebbe il primo obiettivo civile. Nessuna conferma da Tel Aviv.
Nel corso dell’operazione lanciata ieri, denominata ‘Piombo fuso’, gli aerei israeliani hanno colpito 240 obiettivi tra i quali caserme, depositi di munizioni, zone di lancio di razzi e decine di tunnel al confine con l’Egitto utilizzati per introdurre nella Striscia di Gaza armi, ma anche generi di consumo per la popolazione.
Non è chiaro se ai raid aerei seguirà anche un attacco da terra. Il governo israeliano ha autorizzato il richiamo di 6.500 riservisti delle forze combattenti e della difesa civile e ha mostrato alle telecamere delle reti Tv di tutto il mondo i movimenti di carri armati a ridosso del confine con Gaza.
Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha avvertito che “le forze armate andranno avanti e a fondo quanto sarà necessario”. “Siamo pronti a tutto” ha aggiunto, secondo quanto riferito dal suo portavoce, “se necessario anche a dispiegare truppe di terra per difendere i nostri cittadini”. Aprendo una riunione e del suo governo, il premier Ehud Olmert ha detto: “L’operazione militare lanciata ieri ha lo scopo di restituire una vita normale agli abitanti del sud di Israele che da anni subiscono gli attacchi incessanti da parte di terroristi armati di mortai e razzi”.
In effetti Hamas, colpita duramente, non ha certo invocato la tregua. Non si sono neanche ancora arrestati i lanci di razzi da Gaza: nel complesso oggi se ne sono contati 150. Oltre ai Qassam sono stati impiegati i più potenti Grad dotati di una gittata di oltre 40 chilometri che hanno colpito, senza causare vittime, la periferia di Ashdod, il secondo porto israeliano a 30 chilometri da Gaza. Anche Beer Sheva (la principale città del Neghev, 200 mila abitanti) si trova adesso alla portata dei razzi palestinesi. Per ragioni cautelative, nelle località israeliane che si trovano a meno di 20 chilometri da Gaza le scuole resteranno chiuse a oltranza.
Il portavoce di Hamas, Barhoum, ha annunciato con un comunicato letto in tv “operazioni decisive e forti nella profondità israeliana per colpire anche con le operazioni di martirio”. E ha attaccato anche l’Egitto e il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen: il paese confinante è accusato da Hamas quasi di connivenza, dal momento che poche ore prima che venisse sferrato l’attacco su Gaza il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni è andata in Egitto per un colloquio con il presidente Mubarak.
Nelle ultime ore l’Egitto ha inviato circa 3000 soldati e poliziotti al valico di Rafah, unico punto di comunicazione con la Striscia di Gaza, per impedire che i palestinesi sfondino le frontiere, come successe il 23 gennaio scorso, quando 750.000 abitanti di Gaza, esasperati dal prolungarsi del blocco israeliano, sfondarono le barriere, anche con le ruspe. Rimasero in Egitto per circa tre giorni per procurarsi merci di qualsiasi genere, dagli alimenti agli elettrodomestici, ai mobili a capi di abbigliamento.
L’Egitto permette invece il passaggio dal valico di Rafah solo per le persone che hanno bisogno di essere curate negli ospedali. Ma la tensione è alta: un poliziotto egiziano è stato ucciso da colpi sparati da miliziani di Hamas.
Il presidente palestinese, Abu Mazen, e il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit sono molto risentiti dall’ostilità mostrata nei loro confronti da Hamas, ma cercano ancora qualche strada per convincere i dirigenti del movimento integralista a recedere dal loro oltranzismo e ad accettare un accordo per continuare la tregua interrotta, a loro dire senza ragione, il 19 dicembre e fermare così lo spargimento di sangue nella Striscia di Gaza. “Abbiamo parlato con Hamas – ha detto Abu Mazen, che si trova al Cairo – e li abbiamo supplicati di non porre fine al cessate il fuoco, di lasciare il vigore la tregua, così da evitare quello che invece è successo”.
Il conflitto potrebbe al contrario estendersi anche in Libano. Il leader delle milizie sciite di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha chiesto alle sue truppe di prepararsi a un possibile attacco israeliano. Nasrallah ha accusato Israele di aver posizionato gli otto razzi trovati giovedì nel sud del Paese e puntati proprio sullo Stato ebraico, per “giustificare un attacco”. “Ho chiesto ai miliziani, in particolare a Sud, di essere pronti e vigili perché abbiamo di fronte un nemico infido”, ha concluso Nasrallah, che ha convocato per domani un “imponente raduno nella periferia meridionale di Beirut in segno di “solidarietà con Gaza e in segno di lutto per i martiri” palestinesi.
Un accorato appello perché si ponga fine alle violenze e venga ripristinata la tregua è arrivato oggi dal Papa: “Imploro la fine di quella violenza, che è da condannare in ogni sua manifestazione e il ripristino della tregua nella Striscia di Gaza; chiedo un sussulto di umanità e di saggezza in tutti quelli che hanno responsabilità nella situazione, domando alla comunità internazionale di non lasciare nulla di intentato per aiutare israeliani e palestinesi ad uscire da questo vicolo cieco e a non rassegnarsi…alla logica perversa dello scontro e della violenza”. La cessazione delle operazioni militari nella Strisca di Gaza è stata chiesta anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
In tutta Europa si sono tenute manifestazioni di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. A Londra, Parigi, Madrid, Roma, Copenaghen, Istanbul, ci sono stati sit-in di protesta ai quali hanno partecipato centinaia di persone. A Parigi ce n’erano quasi 1500: tra i cartelli si leggeva la scritta “Shoah a Gaza”. Anche a Londra i manifestanti parlavano di “Olocausto”.
.
28 dicembre 2008
____________________________________________________________
Cadaveri e feriti insieme in corsia
l’inferno degli ospedali al collasso
Fra le vittime donne e bambini, al pronto soccorso manca il plasma
In crisi anche gli obitori che non sanno come raccogliere il gran numero di morti
.
dall’inviato di Repubblica MARCO ANSALDO
GERUSALEMME – L’immagine che più colpisce, del massacro di Gaza, è quella di un’anziana donna palestinese, forse una madre, che si aggira con le scarpe inzuppate di sangue sul selciato dove giacciono scomposti decine di uomini morti. Rivolta con pazienza ogni corpo, fino a trovare quello del figlio.
All’ospedale di Al Shifa non c’è tempo per lo stupore. Mucchi di gente dilaniata, chi ancora sanguinante chi di certo senza più vita, sono lasciati nell’androne in attesa di sistemazione: i feriti in coda in sala operatoria, i cadaveri verso il fondo.
Ma l’obitorio è già pieno, e le barelle sfornano di continuo nuovi arrivi: prima 50, poi 90, e si sale ancora, 120, 150, alla fine più di 200 morti. Il problema, dopo solo un’ora, è dove metterli tutti quanti.
Al pronto soccorso, invece, manca il plasma. I chirurghi non sanno come operare. Le vittime non sono solo poliziotti, comunque la gran parte dei colpiti nell’attacco portato alle strutture di sicurezza di Hamas, mentre era in corso una cerimonia per la consegna dei diplomi alle reclute. Ma anche donne giovani. E bambini. Una piccola sui dieci anni, colpita all’addome, giace su una barella con gli occhi semichiusi: è morta. “Non la conosciamo”, dice un dottore allargando le braccia.
Dagli schermi di un televisore si vedono i militanti della Jihad islamica ordinare “a tutti i combattenti di rispondere al massacro israeliano”. E dal canale di Al Jazeera si odono i leader di Hamas sostenere di essere, ora, ancora più forti: “Daremo al nemico una lezione che non dimenticherà mai”, dicono con i pugni alzati.
Radio Gaza grida vendetta. Tutto intorno, però, l’aria è sconvolta dall’urlo delle sirene. Una dietro l’altra, le ambulanze riversano la mattanza continua nel corridoio: morti e feriti, spesso insieme. A volte sono semplici vetture a trasportare altre vittime che, fra pianti e imprecazioni, vengono sistemate alla meno peggio sulle barelle. Una stuoia che funge da barella di fortuna, intrisa di sangue, è stata liberata dal suo fardello, pronta ad accorrere verso un’altra macchina che arriva frenando davanti alla porta.
Alla morgue sistemata in fondo alla corsia c’è chi non riesce a dare un nome ai cadaveri. I brandelli di corpi rimasti non permettono qualche volta un’identificazione veloce. Medici e assistenti, la tuta verde indosso, la mascherina sterilizzata davanti alla bocca, un altoparlante in mano, chiedono ai parenti assiepati sull’androne di procedere al riconoscimento dei loro cari, e di portarseli via.
Mezzogiorno. L’ora della risposta palestinese. Un razzo sparato dalla Striscia di Gaza uccide una donna nel villaggio israeliano di Netivot. La notizia coglie Gaza indifferente. Nessuno festeggia, e tantomeno fa proclami. Una signora commenta: “Un morto loro, contro duecento nostri”. E fa una smorfia, come a dire: non si lamenteranno mica in Israele, dopo il massacro che hanno fatto qui.
Fuori, i vetri delle case sono tutti in frantumi. Una costruzione alta, che ospita un organismo di sostegno ai prigionieri di Hamas, appare sventrata. A fatica i caterpillar alzano le pietre dai cumuli di macerie. Sotto, i soccorritori trovano i corpi di altre cinque persone.
Una telefonata arriva dalla vicina Khan Younis. L’aviazione israeliana ha colpito anche qui, nel campo profughi: ci sono due morti, e soprattutto una trentina di feriti. “Ci dispiace, qui non c’è più posto”.
Sono ancora tante le immagini di questa giornata tremenda. Uomini che come zombie, il volto nero di fuliggine, camminano quasi in trance verso le ambulanze. Una donna giovane, bella, ferita al volto, trasportata del tutto incosciente dentro l’ospedale. Un poliziotto ferito e riverso sulla strada in mezzo a una decina di cadaveri, che agita la mano all’indirizzo dei soccorritori recitando una preghiera.
All’ospedale Al Shifa accorrono i responsabili sanitari di Hamas. Si lamentano: “I nostri mezzi sono troppo modesti per far fronte a questo massacro”. Una donna sembra impazzita: “Mi hanno detto che i miei due figli sono morti – grida – ma nessuno è in grado di confermarlo”. Un giovane uomo rompe in lacrime: “Mio fratello era ancora vivo mentre lo portavano qui, e mi parlava, ma nessuno ha potuto occuparsene ed è morto”.
Nel pomeriggio si tengono già i primi funerali delle vittime. Il problema, ora, è dove seppellirli, così tanti. Alla tv, gli Stati Uniti, Mosca, l’Egitto, le Nazioni Unite, l’Europa, uno dopo l’altro chiedono la fine dell’attacco. Ma poco prima del tramonto, il rombo dei jet squassa nuovamente l’aria, mentre nuovi incendi scoppiano qua e là appena gli aerei lasciano dietro di sé il tonfo sordo delle esplosioni.
Al buio, i minareti delle moschee di tutta la Striscia sfidano l’aria spessa di Gaza diffondendo in segno di lutto i versetti del Corano. Donne in lacrime continuano ad affollare, all’Al Shifa, le camere della sala operatoria. L’odore penetrante del cloroformio sembra oltrepassare gli schermi delle tv, entrando nelle case di tutta la Palestina. Stasera, anche il canto del muezzin, di solito lieve, sembra un lacerante lamento funebre.
28 dicembre 2008
fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/medio-oriente-43/scarpe-sangue/scarpe-sangue.html
____________________________________________________________
La strage in diretta sui blog
“In ospedale serve sangue”
Dal cuore di Gaza l’accusa via web: “Hanno colpito anche obiettivi civili”
.
di MARCO PASQUA
“Ero nella mia casa, vicino al porto di Gaza, e stavo facendo colazione con pane e marmellata, quando i razzi hanno iniziato a colpire, intorno alle 11. Sei o sette potenti esplosioni, non lontano dal mio palazzo, che ha vibrato. Fumo e polvere ovunque. I razzi sono caduti mentre i bambini tornavano da scuola. Quando sono uscita da casa, una bambina di 5 anni, terrorizzata, si è lanciata tra le mie braccia”.
Inizia così il racconto dell’australiana Sharon Lock, che documenta quello che sta accadendo nella striscia di Gaza. “Tales to tell” (Storie da raccontare) è il blog della volontaria del movimento pacifista “Free Gaza”, che dallo scorso mese di agosto si trova in questa striscia di territorio, per contestare, tra le altre cose, il blocco imposto dagli israeliani ai pescatori palestinesi nelle acque antistanti Gaza.
“Durante gli attacchi -scrive la Lock- Eva, un’altra volontaria, ha visto un razzo colpire la strada, a 150 metri di distanza da dove una folla si era radunata cercando di estrarre i cadaveri. La strada era coperta di macerie, rendendo difficoltosi i soccorsi”.
L’ospedale Al-Shifa è saturo di persone ferite, spaventate, ma è anche un centro di raccolta di “pezzi di quello che una volta erano essere umani”. “I razzi hanno colpito molte stazioni di polizia, dove era in corso la formazione delle reclute. Ma tra i morti ci sono anche civili e bambini”. Nel post è stata inserita una foto che documenta la distruzione della stazione di polizia Omar Mukthar, e mostra cinque persone intente a trascinare via un uomo, che è rimasto colpito durante l’attacco. Ma c’è anche uno scatto dell’ingresso di un ospedale, con la folla accalcata e le ambulanze che a malapena riescono a guadagnarsi un passaggio.
Il pezzo si conclude con un appello alla mobilitazione: “Chiamate le radio, i media, informate i vostri parlamentari: questi razzi stanno uccidendo dei civili. Non colpiscono solo Hamas. I poliziotti feriti o uccisi sono dipendenti del governo, che si occupano di problemi di viabilità e piccoli crimini. Donne e bambini sono morti. Una stazione di polizia che è stata colpita era attaccata ad una scuola”.
Sul sito di riferimento del movimento Free Gaza vengono riportate le testimonianze di altri volontari. Sono, ancora una volta, racconti di guerra. “L’obitorio dell’ospedale Al Shifa non ha più spazio per altri cadaveri – racconta il professor Haidar Eid, dell’università Al Aqsa di Gaza – Per questo i cadaveri vengono ammassati in vari punti del nosocomio”. La volontaria canadese Eva Bartlett riferisce che gli ospedali hanno dovuto far uscire i pazienti meno gravi, per dare spazio a quelli più seri: “C’è una grande carenza di sangue”, racconta.
“La mia casa è stata pesantemente danneggiata – racconta la libanese Natalie Abu Eid, dell’International Solidarity Movement – Un bambino, che si trovava in casa con noi al momento degli attacchi, è svenuto. Un altro è rimasto sdraiato in terra per un’ora, a tremare. Di fronte alla nostra abitazione abbiamo trovato i corpi di due bambine, sotto un’auto: erano completamente bruciate. Stavano tornando da scuola”.
“I missili hanno colpito un’area giochi per bambini e un mercato, a Diere Balah – dice, citata da Free Gaza Movement, la polacca Ewa Jasiewicz – Abbiamo visto la gente ferita, e i morti. Gli ospedali non hanno più medicine per curare i feriti”.
Aggiornamenti continui anche sul blog “Una finestra sulla Palestina”, che racconta di come centinaia di palestinesi si siano riversati per le strade, in seguito alle esplosioni: “Fonti mediche palestinesi hanno descritto i pezzi di corpi che venivano portati in ospedale – scrive il sito – Tutte le persone con ferite lievi sono state rimandate a casa, e non hanno potuto ricevere alcuna cura”.
Laila El-Haddad è una giornalista palestinese, che si divide tra la striscia di Gaza e la Carolina del Nord, dove si trova adesso, ed è l’autrice del blog “Una madre da Gaza”. I suoi genitori vivono tutt’ora a Gaza, e Laila racconta come abbia vissuto le ore in cui il mondo è stato informato degli attacchi. “Ricevo una telefonata da altri miei parenti in Libano – scrive sul blog – Loro non possono telefonare a Gaza, e mi chiedono di fare da tramite. Riesco a parlare con mio padre, al cellulare. E’ appena tornato dall’ospedale, dove ha donato del sangue. Mio padre è un chirurgo in pensione, e si è offerto di dare una mano al personale dell’ospedale. Mi ha raccontato che quando i razzi hanno colpito Gaza, loro si trovavano al mercato. Lui ha pregato, mentre la terra vibrava e il fumo li investiva”. Secondo quanto riferito da Laila, gli israeliani hanno colpito “50 diversi obiettivi, con 60 aerei diversi, colpendo 200 persone. Come in un gioco”. Il titolo del suo ultimo post, pubblicato oggi, è “Le piogge di morte su Gaza”.
E nella Striscia palestinese c’è un italiano: è Vittorio Arrigoni, anche lui volontario del Free Gaza Movement, arrestato dai militari israeliani, lo scorso mese di novembre, con l’accusa di non aver rispettato i limiti di navigazione imposti da Israele nelle acque di Gaza. Anche il suo ultimo post racconta gli attacchi odierni: “Siamo sotto le bombe a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia. E amici miei, ci sono rimasti sotto. Una strage senza precedenti. Terroristi? Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia e raso al suolo le centrali di polizia”.
Parlando delle vittime dei bombardamenti: “Li ho conosciuti, questi ragazzi, li ho salutati tutti i giorni recandomi al porto per pescare coi pescatori palestinesi, o la sera per recarmi nei caffè del centro. Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia. Sono giovani, diciotto ventanni, per lo più che se ne fottono di Fatah e Hamas, che si sono arruolati nella polizia per poter aver assicurato un lavoro in una Gaza che sotto assedio ha l’80 per cento di popolazione disoccupata. Queste divise ammazzate oggi (senza contare le decine di civili che si trovavano a passare per caso, molti bambini stavano tornando a casa da scuola), sono i nostri poliziotti di quartiere. Se ne stavano tutti i giorni dell’anno a presidiare la stessa piazza, la stessa strada, li ho presi in giro solo ieri notte per come erano imbaccuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia. Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, né mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione. Si occupano della sicurezza interna, e qui al porto siamo ben distanti dai confini israeliani. Ho una videocamera con me ma sono un pessimo cameraman, perché non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non ce la faccio. Non riesco perché sto piangendo anche io. Ambulanze e sirene in ogni dove, in cielo continuano a sfrecciare i caccia israeliani con il loro carico di terrore e morte. Devo correre, all’ospedale Al Shifa necessitano di sangue”.
.
27 dicembre 2008
fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/medio-oriente-43/blog/blog.html
…



















