Inserito da: solleviamoci | Gennaio 2, 2009

Il massacro di Gaza infiamma la West Bank / Continuano gli abusi israeliani sui prigionieri palestinesi

RAMALLAH, West Bank, 30 dicembre 2008 (IPS) – Rabbia, shock e repulsione di fronte alla massiccia carneficina che ha colpito Gaza hanno innescato disordini e manifestazioni spontanee nella West Bank e in Israele, sollevando il timore di una possibile terza rivolta palestinese, o Intifada.

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di Mel Frykberg

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Più di 300 palestinesi sono rimasti uccisi e almeno 900 feriti nel massiccio bombardamento aereo israeliano sulla striscia di Gaza lo scorso week-end.

Il raid è seguito al fuoco di fila di missili lanciati nelle ultime settimane dai combattenti palestinesi contro città e insediamenti israeliani al confine con la striscia, che avevano provocato danni ma nessuna vittima.

Il leader di Hamas in esilio a Damasco, Khaled Meshaal, ha esortato i palestinesi a ribellarsi contro Israele. L’autorità palestinese (AP) nella West Bank ha convocato uno sciopero di tre giorni in segno di solidarietà per la situazione disperata di Gaza.

Subito dopo il raid aereo di Israele, sabato pomeriggio, un israeliano è stato ucciso e diversi feriti da alcuni missili lanciati da Gaza per rappresaglia. È stata la prima vittima israeliana in diversi mesi.

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La prima Intifada palestinese scoppiò nel dicembre 1987, con lo scontro tra i profughi palestinesi di un accampamento a nord di Gaza e alcuni soldati israeliani, dopo la morte di diversi palestinesi provocata dall’impatto con l’automobile di un colono israeliano che era andata a schiantarsi contro il loro veicolo.

Secondo i palestinesi, le vittime erano state uccise intenzionalmente, mentre per gli israeliani si era trattato di un semplice incidente.

Lo scontro iniziale diede il via a proteste e disordini spontanei in tutta Gaza e nella West Bank, generando una rivolta popolare durata diversi anni. E questo dopo anni di risentimento e di amarezza dei palestinesi nei confronti della brutale occupazione israeliana.

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Sabato scorso, gli arabi israeliani discendenti dei palestinesi si sono scontrati con la polizia israeliana in tutto il territorio di Israele.

Nel villaggio beduino di Rahat nel deserto del Negev, circa 400 residenti hanno contestato gli attacchi, mentre le moschee di tutto il paese diffondevano preghiere di cordoglio. Diversi beduini, discendenti di una tribù nomade, si sono uniti all’esercito d’Israele, dove sono apprezzati per le loro capacità di inseguimento. Gli altri gruppi palestinesi li considerano traditori.

Diverse centinaia di israeliani di sinistra hanno marciato per le strade di Tel Aviv verso il ministero della difesa israeliano, cantando lo slogan: “No alla guerra, sì alla pace”. I manifestanti portavano cartelli con scritto: “Il governo di Israele commette crimini di guerra”, “i negoziati non il massacro”, e “togliete l’assedio da Gaza”.

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Diversi dimostranti israeliani sono stati arrestati. Matan Kaminer, uno studente israeliano che ha preso parte al corteo, ha commentato al quotidiano israeliano Haaretz “non ci vengano a dire che massacrare i cittadini di Gaza serve a proteggere i cittadini di Sderot e Ashkelon (due città israeliane al confine con la striscia di Gaza)”.

Un agente di polizia israeliano è stato investito di proposito da un palestinese a Gerusalemme Est, mentre in tutta la città gruppi di giovani palestinesi si scontravano con la polizia, lanciando pietre e dando fuoco ai cassonetti dei rifiuti.

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Dimostranti palestinesi dai campi profughi e dalle città della West Bank si sono messi in marcia verso i checkpoint e gli insediamenti israeliani. Molti sono rimasti feriti dai proiettili di gomma – pallini di metallo ricoperti da mezzo millimetro di gomma – e dai gas lacrimogeni sparati dagli agenti delle Forze di difesa israeliane (IDF).

A Ramallah, centinaia di manifestanti appartenenti a diverse fazioni palestinesi hanno agitato striscioni e bandiere, deplorando il massacro di Gaza. Hanno invocato l’unità, e chiesto che il leader di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh e il leader dell’autorità palestinese della West Bank Mahmoud Abbas mettano da parte le loro differenze, considerando la causa palestinese al di sopra delle loro politiche personali.

Diverse persone nella folla sventolavano le bandiere di Fatah, insieme a quelle di Abbas e dell’AP, esprimendo una chiara solidarietà con i loro compagni nonostante le divisioni politiche tra i due territori palestinesi.

L’IPS si è unita al corteo giunto a Ramallah. Tra la folla, persone di ogni settore della società palestinese – si vedevano eleganti signore di mezza età della minoranza cristiana di Ramallah marciare al fianco di giovani duri provenienti dai vicini campi profughi.

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Nonne, giornalisti, leader di diverse fazioni e madri con i loro piccoli camminavano a braccetto con i simpatizzanti stranieri che risiedono nella capitale cosmopolita della West Bank. Molti paesi hanno i loro uffici di rappresentanza presso l’AP a Ramallah.

È stata una delle più imponenti manifestazioni che si siano mai viste a Ramallah negli ultimi anni di conflitto.

”Non potevo restarmene seduto a casa. Ero infuriato per la situazione a Gaza e avevo bisogno di manifestare la mia solidarietà”, ha raccontato all’IPS Munther, un giovane programmatore informatico del Consiglio legislativo palestinese che ha votato per Abbas alle ultime elezioni.

Mentre il corteo raggiungeva il centro della città, la polizia palestinese lo guardava sfilare con tranquillità, tenendosi a distanza. Ma quando i manifestanti hanno marciato verso il palazzo della Muqata, sede del governo dell’AP e dove in quel momento si trovava Abbas, l’umore delle forze di sicurezza palestinesi è cambiato.

All’ingresso della Muqata, la folla è stata fermata da alcuni soldati palestinesi che avevano preso posizione e imbracciato le armi. Ma gli shebab, i giovani in arabo, hanno deciso di dirigersi verso il vicino checkpoint militare israeliano di Beit El.

Mentre i più cauti rimanevano indietro, i giovani si sono diretti verso i carri e le jeep militari israeliane cominciando a lanciare pietre contro di loro e ad incendiare le gomme per bloccare la strada.

Gli israeliani hanno risposto sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni, e ferendo alcuni giovani poi trasportati di corsa nei vicini ospedali dalle ambulanze palestinesi.

Il corrispondente dell’IPS ha aiutato due giovani feriti dai proiettili di gomma a raggiungere l’ospedale. Gli avevano sparato contro mentre lanciavano pietre sui soldati.

Mentre una dozzina di agenti antisommossa palestinesi arrivava sulla scena per disperdere i dimostranti, uno di questi ha fatto notare che l’arrivo della polizia era stato coordinato con i colleghi israeliani dall’altro lato del checkpoint.

”Sono solo collaborazionisti e milizie degli israeliani. Centinaia di palestinesi sono stati uccisi a Gaza, e contro chi puntano le loro armi? Non contro gli israeliani ma contro di noi, i loro fratelli che protestano contro la carneficina”, ha detto uno dei giovani.

”Domani ci saranno altre proteste e io sarò di nuovo qui”, ha aggiunto, scendendo dal taxi e zoppicando verso il pronto soccorso.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1361

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Continuano gli abusi israeliani sui prigionieri palestinesi

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RAMALLAH, West Bank, 18 dicembre 2008 (IPS) – Lunedì scorso, Israele ha liberato dalle sue prigioni più di 200 palestinesi, in un “gesto di buona volontà”. Lo ha fatto subito dopo la festa musulmana di Eid Al-Adha, con l’intento di rilanciare la popolarità in declino del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

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di Mel Frykberg

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Diversi prigionieri hanno raccontato ai media locali e internazionali del loro periodo di detenzione. Hanno accusato gli israeliani di maltrattamenti e di abusi fisici nei confronti dei detenuti, nonostante le affermazioni di Israele di aver dichiarato illegali gli abusi sui prigionieri e di avere perciò messo fine a questa pratica.

La maggior parte dei detenuti erano membri di Fatah, il movimento legato ad Abbas e all’Autorità palestinese (AP) al governo nella West Bank.

Alcuni appartengono a gruppi della resistenza palestinese minoritari, come il Fronte democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP).

Mentre il “gesto di buona volontà” è stato propagandato a gran voce dai media israeliani, quasi tutti i prigionieri erano per la maggior parte detenuti politici di poca importanza, che sarebbero stati comunque rilasciati in breve tempo, avendo già scontato quasi tutta la pena.

Molti erano adolescenti al momento dell’arresto, e nessuno era accusato di aver ferito o ucciso cittadini israeliani.

Mentre erano in corso i negoziati per il rilascio dei 227 prigionieri, centinaia di altri palestinesi sono stati arrestati dalle forze di sicurezza israeliane.

Questa mossa è stata vista come uno sforzo per rilanciare l’AP di Abbas in difficoltà, e attualmente impegnata in uno scontro politico con il movimento antagonista di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza.

L’ostilità tra le due principali fazioni politiche palestinesi si sta intensificando con l’avvicinarsi dello scadere del mandato di Abbas, previsto per il 9 gennaio.

Abbas ha dichiarato che non tornerà indietro, mentre Hamas dice che non riconoscerà più la sua autorità alla scadenza del mandato.

I detenuti rilasciati sono stati accolti dai loro familiari in lacrime, dagli amici e da centinaia di sostenitori stipati nella sede presidenziale di Ramallah, West Bank centrale.

Scene di giubilo sono esplose tra un mare di bandiere palestinesi e di Fatah, mentre una musica patriottica risuonava nell’aria invernale.

Muhammed Abdul Razik, 22 anni, proveniente da Qabatia, West Bank, aveva già scontato due anni della pena prevista, di quattro anni e mezzo.

Era stato accusato da un tribunale israeliano di possesso di armi e di essere membro delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, braccio armato di Fatah.

”Sono stato picchiato brutalmente al momento dell’arresto dai soldati delle Forze di difesa israeliane (IDF). Mi hanno tenuto per quattro ore nel retro di una jeep, al freddo e al gelo”, ha raccontato Razik all’IPS.

“Durante l’arresto, mi hanno coperto la testa con un sacco sporco e maleodorante, e poi sono stato ammanettato ad una sedia con le mani legate dietro la schiena in una posizione estenuante”.

”Sistematicamente, tra pugni e schiaffi, gli inquirenti mi strattonavano bruscamente in avanti, provocandomi un forte dolore ai polsi e alla schiena”, ha proseguito.

Razik ha spiegato che durante la prigionia, le botte, i medicinali insufficienti, la scarsa alimentazione e il divieto di ricevere visite dai familiari erano la normalità.

La Commissione Landau sulla tortura istituita da Israele, autorizzò nel 1987 l’utilizzo, da parte dell’agenzia di intelligence nazionale, lo Shabak, o Shin Bet, di “pressioni fisiche e psicologiche leggere durante gli interrogatori dei detenuti”.

Nel suo rapporto, la commissione non definiva con precisione cosa intendesse per pressioni fisiche, né specificava le circostanze in cui potevano essere utilizzate. I dettagli rimasero confidenziali, e il rapporto completo non è mai stato pubblicato.

Dopo diverse petizioni presentate dalle organizzazioni per i diritti umani contro l’impiego diffuso della tortura nel paese, la Corte Suprema d’Israele, con una sentenza emanata nel 1999, ha proibito l’uso di alcune forme di tortura.

Ha però autorizzato l’uso di “mezzi fisici” contro i detenuti, compreso “pressioni e mezzi di umiliazione”.

Lo scorso anno, i gruppi per la difesa dei diritti B’Tselem e Hamoked hanno pubblicato il rapporto “Divieto assoluto: la tortura e il maltrattamento dei detenuti palestinesi”, in cui si accusava la Corte di “legittimare atti gravi, contrari al diritto internazionale, che non ammette nessuna eccezione al divieto della tortura e dei maltrattamenti”.

L’organizzazione ha aggiunto che le botte, l’uso delle manette, la negazione dei diritti fondamentali sembrano essere designate ad “ammorbidire i detenuti” prima dell’interrogatorio.

La portavoce di B’Tselem Sarit Michaeli ha spiegato all’IPS che “c’è stato qualche miglioramento, ma continuano a verificarsi diversi episodi di maltrattamenti”.

B’Tselem e Hamoked hanno intervistato 73 ex detenuti per il loro rapporto, scoprendo che circa due terzi dei prigionieri hanno subito una qualche forma di maltrattamento.

Rabie Al-Latifah, del gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq, ha usato termini più duri, dichiarando all’IPS che “maltrattamenti e torture dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono pratiche diffuse e sistematiche”.

“La Coalizione Unita contro la Tortura, di cui Al-Haq è membro, ha osservato e registrato prove di atti, omissioni, e complicità da parte di agenti dello Stato a tutti i livelli, compresi esercito, intelligence, polizia, magistratura e altri rami di governo”, ha aggiunto.

Secondo l’Associazione Addameer per il sostegno ai detenuti e per i diritti umani, più di 800 palestinesi sono attualmente agli arresti amministrativi.

I prigionieri vengono trattenuti per periodi di sei mesi senza processo, sulla base di “prove segrete”.

Il periodo di sei mesi può essere rinnovato di volta in volta, e alcuni detenuti “amministrativi” restano in carcere fino a sei anni senza essere stati accusati di nessun crimine. È il ”materiale confidenziale”, cui l’avvocato del prigioniero non ha accesso, a determinare il periodo di detenzione.

Dal 2001, il ministero degli Interni israeliano ha ricevuto più di 500 reclami per maltrattamenti subiti negli interrogatori da parte degli inquirenti dello Shin Bet, ma non è stata avviata neanche una indagine penale.

Le decisioni di non procedere sono state prese in base agli esiti di indagini condotte da un ispettore che era lui stesso membro dello Shin Bet.

Anche nei casi in cui era stata dimostrata la responsabilità degli inquirenti negli abusi contro i detenuti, l’ufficio del Procuratore di Stato ha chiuso il caso sulla base del fatto che gli abusi erano stati compiuti per “legittima difesa”.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1358



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