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Uscito da meno di una settimana in Francia, “Il Divo” riscuote un successo notevole, grazie anche al premio della Giuria ottenuto quest’anno a Cannes: in cinque giorni sono già 40.000 gli spettatori accorsi a vedere il film di Paolo Sorrentino. Il 31 dicembre, giorno della sua uscita, era il terzo film più visto a Parigi. I francesi amano il cinema italiano, soprattutto quello impegnato – a partire dai film di Nanni Moretti. E per la pellicola di Sorrentino, l’entusiasmo del pubblico va di pari passo con quello della critica.
La rassegna stampa è un florilegio quasi solo di complimenti. «Come si può filmare la politica oggi, in un’epoca in cui le inchieste alla Elio Petri e i dossier alla Francesco Rosi si moltiplicano in televisione ?» si chiede l’influente settimanale Telerama, secondo il quale «nel «Caimano» due anni fa Nanni Moretti aveva risposto con brio, ma mostrando, appunto, la difficoltà che sussiste ormai a girare un film politico in una società spaventata o indifferente. Sorrentino sceglie invece una strada più classica, «se non addirittura piu’ facile: la farsa, l’esagerazione» dice Telerama. «Con il rischio di stufare, perché dopo un po’, forse perché filma tutto con lo stesso ritmo impazzito, i legami tra lo Stato, la mafia, il Vaticano, la massoneria, tra Andreotti e quella gente, sono scoraggianti più che rivoltanti. Eppure Sorrentino ha tutto quello che gli altri non hanno: la freschezza, l’impertinenza e l’originalità». E mentre La Croix sostiene che «Sorrentino conferma di essere un regista visualmente creativo e dotato di una grande libertà di tono, che usa effetti dirompenti e un ritmo mozzafiato», Libération parla di «un film a porte chiuse mozzafiato sui velluti e sugli ori dei palazzi romani», e loda «la straordinaria interpretazione di Toni Servillo, che riesce a calarsi nei gesti e nella mimica di un personaggio che tutti gli italiani conoscono per averlo visto e rivisto fino alla nausea».
Per il quotidiano della «gauche», “Il Divo” appare come «un lungo fumetto, che oscilla tra derisione e terrore», «una requisitoria che affonda nelle quinte del potere». «Pur non avendo la forza delle opere di Francesco Rosi, di Gillo Pontecorvo o di Elio Petri degli anni Settanta, “Il Divo” e “Gomorra”, di Matteo Garrone, dimostrano che sta cominciando il ritorno del cina politico in un ambito cinematografico italiano non completamente berlusconizzato» conclude Liberation. «Il film di Paolo Sorrentino è uno dei più assassini che siano mai stati girati su un personaggio politico ancora vivo», commenta Le Monde, secondo il quale il Giulio Andreotti «è interpretato a meraviglia da Toni Servillo e impreziosito in modo caustico da un Sorrentino sovraeccitato».
«Benché critichi la politica di palazzo, non occorre essere specialisti di questi intrallazzi per apprezzare “Il Divo”», prosegue il quotidiano: «ogni scena stimola l’immaginazione formale del regista. Opera rock o barocca, scenetta musicale o burlesca, cocktail ben agitato di suoni e immagini, nel solco di un Fellini, di un Bunuel o di un Ken Russell.» Il film di Sorrentino merita quindi di figurare (insieme a «Gomorra», di Matteo Garrone), tra i cinque film preferiti del 2008 del caporedattore culturale del settimanale L’Express. Dopo avergli assegnato un «Bravo» come giudizio definitivo, Eric Libiot definisce infatti «Il Divo» come «una specie di commedia dell’arte nera e acida, che racconta più il modo in cui la politica si esprime e si immagina in un paese portato da un culto onnipresente della personalità e divorato dalla mafia, che i retroscena delle vicende di Stato».
Sul sito d’informazione Rue89 invece «Il Divo» non ha suscitato lo stesso entusiasmo: il film «sembra aver sedotto soprattutto i nostri lettori che conoscono perfettamente l’Italia e i meandri della sua politica interna dagli anni Settanta, gli anni di piombo, della strategia della tensione e poi di Mani pulite che tanto pulite non erano. Per gli altri, al di la di un genere cinematografico innovativo e interessante, i misteri della politica italiana rimangono tali e quali». Tuttavia, riconosce Pierre Haski, caporedattore di Rue89, «“Il Divo” porta a interrogarsi sullo stato del cinema politico francese, o meglio, sulla sua assenza».
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6 gennaio 2009
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[...] Per approfondire consulta articolo originale: Francia, tutti pazzi per il film su Andreotti [...]
Da: Francia, tutti pazzi per il film su Andreotti su Gennaio 7, 2009
alle 10:33 pm