La caduta di Pinelli. Il ruolo del commissario Calabresi. Nel suo nuovo libro, Sofri parte dagli atti giudiziari per ricostruire la morte dell’anarchico
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di Wlodek Goldkorn
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È la notte più lunga della storia repubblicana d’Italia, quella del 15 dicembre 1969. È la notte in cui alla Questura di Milano morì Pino Pinelli, una generazione di giovani perse l’innocenza e dichiarò lo Stato un nemico. L’emblema e il simbolo di quello Stato da combattere divenne un giovane commissario della Polizia, Luigi Calabresi, che finirà assassinato il 17 maggio 1972, sempre a Milano.
Ora, Adriano Sofri, dedica a quella notte un libro, intitolato appunto ‘La notte che Pinelli’, in uscita il 15 gennaio per i tipi di Sellerio. In 283 pagine, di cui 36 di minuziose note, Sofri ricostruisce la storia del fermo, degli interrogatori e di quello che succede dopo che Pinelli è precipitato dalla finestra dell’ufficio di Luigi Calabresi. Lo fa come se fosse una messa in scena teatrale, tanto che il testo è preceduto, come nei drammi, dall’elenco delle persone con i ruoli che ricoprono. Talvolta, Sofri ricorre alla tecnica del giallo, altre volte a quella di un montaggio cinematografico, flashback compresi. Il tutto sotto la forma di un monologo in cui l’autore risponde alle domande di una ragazza ventenne che di quella storia sa niente o poco (dal 1969 ci separa lo spazio di due generazioni).
Non è un libro facile. Prima di tutto, occorre dirlo, per via dell’autore. Sofri, come è noto a tutti, è stato condannato in quanto mandante dell’assassinio del commissario Calabresi, ha trascorso nove anni in carcere e ora è detenuto a domicilio per ragioni di salute. E allora, qualcuno potrebbe contestare la legittimità del punto di vista e chiedersi: non è questo un tentativo di rendere Calabresi responsabile della morte di Pinelli, per giustificare il resto, la campagna dell’odio nei suoi confronti e l’omicidio? La risposta a questa domanda sta nel libro, nella sua costruzione, nelle conclusioni e nel giudizio che l’autore dà delle proprie gesta. Di testi sulla vicenda ne sono usciti tanti, l’ultimo in ordine cronologico il bel libro di Mario Calabresi ‘Spingendo la notte più in là’ (Mondadori) in cui il corrispondente de ‘la Repubblica’ da New York e figlio del commissario ucciso racconta il suo percorso di ricostruzione della memoria del padre. Licia Rognini, la vedova di Pinelli, ha raccontato la sua memoria in una recente intervista a Francesco Barilli pubblicata nel volume ‘La piuma e la montagna’ (Manifestolibri). La novità di Sofri è questa: ‘La notte che Pinelli’ è il primo tentativo di ricostruire dalle innumerevoli carte legali – gli atti dei tanti procedimenti giudiziari – le giornate in cui Pinelli era detenuto nei locali della Questura di Milano. Ma procediamo con ordine.
Sofri parte dal pomeriggio del venerdì 12 dicembre 1969, dalla strage di Piazza Fontana. Il questore di Milano è Marcello Guida, nel 1942 direttore del confino politico cui venivano condannati gli antifascisti a Ventotene; il capo dell’ufficio politico (così si chiamava allora) è Antonino Allegra, anch’egli figura controversa. Luigi Calabresi è invece un funzionario giovane, moderno. Subito dopo gli attentati si procede agli arresti degli anarchici: una pista rivelatasi alla fine falsa. Tra loro ci sono Pinelli e Pietro Valpreda (che rimarrà a lungo in carcere). Ma perché gli anarchici?
Sofri rifugge da ogni teoria di complotto. Spiega che Guida e Allegra volevano compiacere le proprie predilezioni e i superiori a Roma: ma non è questo il punto. Il punto è che lo stesso Calabresi era convinto che la pista anarchica fosse quella giusta. La convinzione emerge dagli stessi interrogatori: sia di Pinelli che di un altro anarchico, Ardau, a cui Calabresi dice: “Non venirmi a raccontare (…) che sono stati i fascisti; la matrice è anarchica, fa parte della tradizione vostra”. E poi c’è la figura di Pietro Valpreda, un anarchico parolaio, che si paragona a Ravachol, il bombarolo parigino dell’800, e che Calabresi considera capace di ogni nefandezza. Il guaio è che anche Pinelli diffida di Valpreda e lo considera pericoloso. E qui si apre il capitolo dell’amicizia che avrebbe legato Pinelli a Calabresi, tanto che in Questura Pinelli arriva con il proprio motorino, seguendo l’automobile del commissario. No, non c’è stata amicizia, dice convinto Sofri. Pinelli era intercettato, pedinato, da tempo sospettato. Alla Questura viene privato del sonno. Si voleva incastrarlo anche in relazione a due attentati, l’uno il 25 aprile alla Fiera di Milano, l’altro la notte dell’8 agosto a un convoglio ferroviario. Gran parte dell’interrogatorio di Calabresi verte proprio su questo.
Ma poi: come è morto Pinelli? Sofri ricostruisce le varie versioni della caduta dalla finestra. Colpisce il fatto che l’orario della tragedia viene cambiato nel corso degli anni e delle inchieste. All’inizio si parla di mezzanotte, dopo una presunta frase trabocchetto di Calabresi (”Valpreda ha parlato”). Ma questa versione, che confermerebbe la presenza di Calabresi nella stanza mentre Pinelli cadeva, viene, suggerisce Sofri, cambiata: fino ad arrivare alle 19,30. Un gioco privo di ogni senso, perché la ricostruzione di Sofri fa capire che Calabresi, in quel momento, in quella stanza non c’era. Le conclusioni del libro: lo Stato in quegli anni cavalca l’illegalità (ci sono anche parole di polemica con il giudice Gerardo D’Ambrosio, titolare di una delle inchieste); il commissario fa parte di quel sistema. Infine Sofri confessa di non sapere come è morto l’anarchico.
Rimane la questione della campagna contro Calabresi. Sofri ripubblica l’appello firmato da centinaia di intellettuali e uscito su questo settimanale per dire che non era una condanna a morte ma un atto di ribellione contro uno Stato che insabbiava le inchieste e i processi. Quanto a sé, ribadisce la sua innocenza, ma dice: “Di nessun atto terroristico degli anni ‘70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, ‘Calabresi sarai suicidato’”
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La vicenda giudiziaria
Adriano Sofri è stato condannato nel 1997 con sentenza definitiva a 22 anni come mandante dell’omicidio di Luigi Calabresi. Ecco le tappe principali della vicenda:
12 dicembre 1969 A Milano esplode una bomba a Piazza Fontana causando 17 morti e 88 feriti.
15 dicembre 1969 Pino Pinelli precipita da una finestra della Questura a Milano. …
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8 gennaio 2009
fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/La-versione-di-Adriano/2055958&ref=hpsp
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28 dicembre 1969 – I punti oscuri nella morte di Giuseppe Pinelli

Quella sera in questura
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MILANO – C’è un morto nella strage di piazza Fontana di cui tutti sembrano essersi dimenticati: Giuseppe Pinelli, per l’anagrafe ferroviere, per la polizia anarchico individualista. Un morto diverso dagli altri, certo, perché a ucciderlo non è stata la bomba esplosa alla banca il pomeriggio del 12 dicembre ma il salto volontariamente fatto, pochi minuti prima della mezzanotte fra il 15 e il 16, da una finestra dell’ufficio politico della questura, al quarto piano. Ma anche un morto che adesso non si sa più dove collocare, che nessuno vuole caricarsi sulla coscienza, che per il momento non interessa né ai magistrati né ai poliziotti. Un morto di cui perfino i giornali parlano sempre meno, presi come sono a inseguire notizie, indiscrezioni e supposizioni, nel tentativo di trovare un filo conduttore, una logica nella disordinata cronaca di questi giorni. Succede così che le contraddizioni, le lacune, i misteri dell’inchiesta finiscono col raggrupparsi tutti, o prima o poi, proprio attorno a questo morto, divenuto presto, oltre che inutile, scomodo.
La storia comincia poche ore dopo lo scoppio di piazza Fontana, la sera stessa di venerdì 12. Un avvio consueto, eguale a quello di tutte le altre volte in cui la polizia aveva fermato Giuseppe Pinelli, per accertamenti. Perché il Pinelli, responsabile di due circoli anarchici, lavora alla luce del sole, firmando bollettini, manifesti, ciclostilati: la polizia lo ha schedato da un pezzo e ogni qualvolta in città capita qualcosa deve interrogarlo, domandargli dov’era alla tale ora e con chi, controllare l’alibi; e alla fine rilasciarlo. Erano diventati quasi amici, lui e i funzionari della squadra politica. O meglio, si era stabilito fra loro una specie di rapporto di correttezza sportiva, nel reciproco rispetto delle opposte funzioni, in una tacita tolleranza dei diversi impegni. E sotto sotto, anche a sentirli parlare ora, si capisce che i poliziotti avevano stima per la coerenza morale dell’anarchico, non ne disprezzavano il rigore, ne riconoscevano la lealtà.
Bisogna tuttavia andare estremamente cauti: a dirla così può sembrare la cavalleresca sfida tra lo sceriffo e il bandito, alla maniera dei western superficiali e retorici. La sfida doveva essere, nella realtà, molto più complessa e più dura. Tant’è che, a mettere insieme le mezze frasi, le confidenze, le ammissioni scappate o calcolate, si capisce che la squadra politica della questura aveva questa volta l’impressione di aver trovato indizi diversi: era certa cioè di poter incastrare in qualche modo il Pinelli su responsabilità precise.
Tante cose del resto vanno ridimensionate. A cominciare dall’avvio stesso delle indagini. C’era stato all’inizio l’infortunio del dottor Calabresi, che aveva confidato a un cronista i propri sospetti su alcuni gruppi dell’estrema sinistra.
L’opinione personale del funzionario era stata subito smentita dai superiori; e confidenzialmente era stato precisato che fin dal mattino successivo agli attentati gli uomini della squadra politica si erano mossi in direzione di gruppi anarchici, anzi “para-narchici”, con allusione scoperta alle frange più irrequiete e incoerenti del neo-anarchismo giovanile. I fermi dei giorni successivi, conosciuti a dispetto del segreto istruttorio, avevano conservato l’indirizzo, avvalorandone la sagacia. Vennero così fuori le storie di Leonardo Claps e del suo introvabile amico Aniello D’Errico (scappato per non parlare con la polizia o nascosto dai poliziotti per la paura delle molte cose già confidate?); fu sgominato il gruppo dei giovani che si radunavano nell’abbaino di via Giusti.
Ma poi, la mattina del 20, Il Giorno, cogliendo di sorpresa gli altri quotidiani, pubblicava, con abbondanza di particolari, la storia di Giorgio Delle Rose, un fattorino somalo di ventidue anni, che appunto la mattina del 13 settembre, all’indomani degli attentati, s’era presentato alla polizia a riferire gli strani incontri capitatigli nell’abbaino di via Giusti dove era stato portato da una ragazza e dove aveva trovato un gruppo di fanatici allucinati che parlava di bombe da mettere nelle banche per far saltare gli sporchi borghesi. Cosa che, se vera, sminuirebbe alquanto il vantato intuito dei poliziotti e rivelerebbe d’altronde le loro affrettate conclusioni, visto che già la sera del 19, mentre il giornale preparava la rivelazione, il magistrato rilasciava il Claps con gli altri ragazzi dell’abbaino, per inconsistenza degli indizi.
Ma torniamo a Giuseppe Pinelli. Dalla sera di venerdì 12 alla mattina di lunedì 15, il ferroviere anarchico resta nelle mani della polizia, che lo interroga a lungo. Su che cosa non si sa: segreto istruttorio. La mattina del 15 arriva in questura la madre del Pinelli, mandata dalla moglie. Porta biancheria di ricambio, scambia un breve, generico saluto. Poi il ferroviere torna nelle mani dei poliziotti, che riprendono a interrogarlo. Il segreto istruttorio continua a ricoprire ogni cosa. Fin quando, dieci minuti prima della mezzanotte, un cronista che sta attraversando il cortile della questura per andare in sala stampa vede un’ombra e ode un tonfo: Giuseppe Pinelli gli piomba quasi addosso, dalla finestra al quarto piano della stanza in cui lo stavano interrogando. Raccolto in un’aiuola e trasportato all’ospedale Fatebenefratelli, morirà dopo neppure due ore, senza parlare.
Dalla sala stampa intanto, avvertiti dal collega, i cronisti si precipitano in cortile, danno la caccia ai funzionari della squadra politica, al questore. Vogliono sapere che cosa è successo, come può accadere che un uomo voli dal quarto piano. Vogliono sapere anche chi è quell’uomo, e che cosa faceva nella stanza dalla cui finestra è precipitato; perché il segreto istruttorio aveva fino allora nascosto tutto.
Subito dopo, il questore Marcello Guida affronta i giornalisti: «I suoi alibi erano tutti caduti ed era fortemente indiziato», spiega dopo aver confermato la identità dell’uomo. E aggiunge: «Nell’ultimo interrogatorio il funzionario dottor Calabresi gli aveva rivolto contestazioni piuttosto precise e lui era sbiancato in viso. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire al capo dell’ufficio, dottor Allegra. Col Pinelli erano rimasti nella stanza tre sottufficiali di polizia e un ufficiale dei carabinieri che assistevano all’interrogatorio. Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto. Il gesto potrebbe equivalere a una confessione».
La questione dei verbali
Che cosa intendeva dire il questore? Come va collocato il suo discorso sotto l’aspetto del segreto istruttorio? Inutile chiederlo al dottor Guida, che non riceve più giornalisti, che non concede più conferenze stampa né singole interviste. I suoi collaboratori hanno tuttavia fatto sapere che egli è sereno il discorso che ha fatto quella drammatica notte lo ha fatto di fronte a decine di persone, responsabilmente; non può impedire che ogni giornalista lo interpreti e lo rigiri a proprio modo, né può perdere il tempo a fare rettifiche o smentite.
Smentite categoriche a certe versioni dei fatti, e richieste pressanti di rettifiche, sono state invece fatte mercoledì 17, dagli avvocati milanesi di quel Comitato di difesa e di lotta contro la repressione, costituitosi per patrocinare i cittadini dei gruppi e dei movimenti di sinistra imputati di reati politici. In un lungo documento, dopo aver denunciato tutta una serie di violazioni procedurali, gli avvocati del comitato milanese testualmente affermano a proposito della morte di Giuseppe Pinelli: «Subito dopo il decesso di Giuseppe Pinelli il questore dichiarava che egli era fortemente indiziato e indicava, a sostegno della sua affermazione, il fatto che l’alibi fornito dal Pinelli era stato smentito. Oggi sappiamo che l’alibi è stato confermato da più di un testimone e allora bisogna pur dire che indizi non ve ne erano e se vi sono, dopo l’infamante pubblicità che è stata data alla figura di Pinelli, l’autorità giudiziaria deve darne pubblica notizia; che se anche Pinelli non avesse saputo indicare un alibi convincente il questore non avrebbe egualmente avuto il diritto di considerare questo fatto un indizio a carico: è la magistratura che deve fornire le prove di colpevolezza; nessuno di noi può essere tenuto a dimostrare che cosa fa o dove si trova in un dato momento della sua giornata».
Sono affermazioni gravi. Ma non è tutto.
Un successivo quinto punto del documento chiama personalmente in causa il questore, il dottor Allegra, il dottor Calabresi e l’ufficiale dei carabinieri presente al suicidio per aver dichiarato «all’onorevole avvocato Alberto Malagugini che degli interrogatori cui il Pinelli era stato sottoposto non era stata fatta alcuna verbalizzazione»; mentre poco dopo è saltato fuori che di verbali ce n’erano ben tre, redatti rispettivamente il 13, il 14 e il 15 dicembre e tutti già in mano del magistrato. Il segreto istruttorio, tante volte squarciato su particolari accusatori dei fermati e degli arrestati, torna qui a farsi impenetrabile: nessuno sa o comunque può dire che cosa ci sia in quei tre verbali e neppure perché, in un primo tempo e tanto autorevolmente, ne fosse stata negata la stessa esistenza.
Ma sotto il segreto ufficiale, spuntano chiarimenti e spiegazioni che dovrebbero innanzitutto sdrammatizzare l’atmosfera, lasciando intendere che anche i poliziotti sono uomini di carne e ossa e nervi come tutti gli altri, che è ingeneroso e più ancora stupido attaccarsi a un gesto, a una frase, per dedurne cose sproporzionate. La faccenda dei verbali è chiara e semplice, assicurano le voci ufficiose della questura: dicendo che non esistevano verbalizzazioni, ci si riferiva a verbalizzazioni di interrogatori che riguardassero una parte ben definita delle domande fatte al Pinelli: quella sulla sua presunta implicazione nella storia degli attentati. I verbali esistenti riguardavano invece i suoi contatti con altri presunti responsabili; e poiché di quel tema non si era parlato col legale non metteva conto di riferirsi a quelle verbalizzazioni. Un banale, insignificante equivoco insomma. Il fatto è che la storia del fermo di Giuseppe Pinelli, cominciata in modo monotonamente eguale a quella dei suoi innumerevoli fermi precedenti e finita poi in modo così inconsueto e tragico, sembra intessuta di troppi fili oscuri.
C’è stato anche uno scontro spiacevole tra alcuni avvocati del comitato e un loro collega fiduciario della vedova del Pinelli sul modo insieme umano e politico di regolarsi di fronte a quel suicidio. È una faccenda un po’ confusa per via, questa volta, dello scrupolo che guida gli avvocati quando c’è in ballo una divergenza fra colleghi. Ma la sostanza del dissidio è apparsa chiara: i legali del comitato volevano che la vedova si costituisse parte civile, presentando denuncia per omicidio contro ignoti; e questo principalmente per avere maggiori occasioni tecniche di controllo sull’istruttoria. L’altro legale, che sembra essere stato designato dallo stesso Pinelli qualche ora o qualche giorno prima del suicidio, ha fatto prevalere invece la propria tesi più moderata, riservandosi se mai una successiva denuncia non per omicidio ma per calunnia.
A ingarbugliare ancora più le cose è arrivato poi il trasferimento dell’istruttoria a Roma.
La tesi tecnica è inoppugnabile: una volta ravvisata la continuità del reato, la competenza tocca al tribunale nel cui territorio è avvenuto l’ultimo fatto della catena, indipendentemente dalla maggiore o minore gravità dei fatti considerati. Tutti d’accordo su questo. Ma, appena più a monte, pochi erano d’accordo sulla possibilità di ravvisare con sicurezza la continuazione del reato, ossia un evidente stretto legame tra gli attentati di Milano e quelli di Roma. E fuor di dubbio è che la decisione a favore della competenza di Roma è stata presa dopo lunga discussione dai magistrati romani senza che quelli milanesi potessero esprimersi.
Due cani al polpaccio
Il problema diventa, a questo punto, intricatissimo. C’è chi suppone che i magistrati milanesi, o almeno alcuni di essi, preferiscano passare la mano ai loro colleghi di Roma. C’è chi preannuncia al contrario un duro, storico scontro fra i due tribunali, con un duello di raffinata specializzazione da giocare alla corte suprema. E c’è il fatto che a Milano polizia, carabinieri e magistrati, dopo la scarcerazione degli ultimi fermati, avvenuta la sera di venerdì 19, sembrano attingere da Roma le notizie (per quanto monche e contraddittorie) sul complicato caso giudiziario. Ma anche qui bisogna da capo ritornare cauti. «Il dottor Allegra e io», ha detto una volta il questore Guida, «abbiamo una caratteristica eguale: siamo due cani che non mollano il polpaccio dell’avversario fin quando l’avversario non si arrende o il polpaccio non si stacca. Occorra una settimana, un mese, un anno, non ci stanchiamo, non ci deludiamo. A costo di farci trascinare per tutto il tempo, così attaccati alla presa come stiamo».
La questura di Milano tende ora a modellarsi così, tutte quanta, sotto il grande impenetrabile ombrello del segreto istruttorio. Le indagini sono a Roma, ripetono i funzionari. E subito dopo ti fan capire che, a Milano, non si dorme. Soprattutto all’ufficio politico. Il dottor Allegra, si sa, è un funzionario di nuovo stile. Il suo giovane collaboratore Calabresi non sembra neppure un poliziotto. Il questore, che è in carica da poco ma che in questo breve tempo ne ha passate più di molti suoi predecessori messi insieme, conta molto su loro. «È troppo tempo che i nemici dell’ordine ricevono dure batoste, qui a Milano», disse pochi giorni fa, prima di sospendere i colloqui coi giornalisti; «non mi meraviglierei, che certe rabbiose esplosioni di criminalità fossero proprio la conseguenza dei tanti colpi ricevuti». Anche questa è un’ipotesi da verificare, appena il segreto istruttorio lo consentirà; non fosse che per abbandonare tutti quei rimedi che si rivelassero davvero peggiori dei mali. .
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fonte: http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1969/12/29/quella-sera-in-questura/?h=0
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