Inserito da: solleviamoci | Gennaio 12, 2009

Iris, chiude un gioiello italiano strangolato dalla crisi globale

Fallisce l’azienda simbolo della “piastrella valley” di Sassuolo
Si dissolve un’impresa modello. Senza posto 780 lavoratori

La recessione non ha sfumature e minaccia di spazzare via tutti, buoni e cattivi

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di EDMONDO BERSELLI

Iris, chiude un gioiello italiano strangolato dalla crisi globale
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QUESTA è la storia di come ti entra in casa la globalizzazione, e dopo la globalizzazione la crisi, e dopo la crisi chissà. A Sassuolo, quarantamila abitanti, una delle capitali mondiali della ceramica, la faccia cattiva della recessione si è affacciata senza bussare.
Erano anni che il settore della piastrella, quello descritto negli anni Sessanta dal giovane Prodi come il “modello di sviluppo di un settore in rapida crescita”, lentamente scendeva nelle quote di mercato, limava il fatturato, perdeva addetti, ristrutturava, recuperava a fatica con la qualità e il prezzo ciò che perdeva in quantità. All’improvviso è arrivato lo schianto.

Il 5 gennaio l’assemblea sociale del gruppo Iris, fondato da Romano Minozzi, ha deciso l’autoscioglimento, la messa in liquidazione dei suoi tre stabilimenti, e la collocazione in mobilità, cioè sulla strada, dei 780 dipendenti. Un’impresa gioiello, leader sul piano internazionale, semplicemente si dissolve. Fatte le proporzioni, è all’incirca come se in provincia di Torino evaporasse da un giorno all’altro la Fiat, o nella Grande Milano fossero licenziati in un colpo solo 80 mila lavoratori.

Si chiude. Senza preavvisi, senza trattative. Mentre tutt’intorno la crisi genera incubi anche negli altri comparti industriali. Con il sindaco di Sassuolo, Graziano Pattuzzi (Pd), che sbarra gli occhi, le forze politiche che si appellano alla “responsabilità sociale” delle imprese, i sindacati sbigottiti che implorano negoziati e minacciano la mobilitazione dell’intero distretto ceramico, con le sue duecento imprese, quattro miliardi e mezzo di fatturato, 22 mila addetti distribuiti fra le province di Modena e Reggio Emilia (di cui adesso 8 mila in cassa integrazione ordinaria, praticamente una strage).

Il distretto di Sassuolo ha rappresentato nel tempo uno dei più classici miracoli italiani. Una produzione tradizionale che risale alle “majoliche” del Sei-Settecento ha visto il miracolo dentro il miracolo, quando le fornaci sono venute su da un giorno all’altro. Il boom rappresentò una produzione strepitosa di ricchezza nel cuore dell’Emilia rossa e migliorista, fra sindaci pragmatici e imprenditori disinibiti. Fu lo stesso Minozzi a sintetizzare gli anni d’oro: “Allora si diceva che, a Sassuolo, tra il fare un partita a briscola e fondare una ceramica non c’era differenza. Ma non era vero: si facevano molte più ceramiche che partite a briscola”.

Il resto è storia. Invenzioni tecnologiche continue, una serie di crisi superate con ristrutturazioni sanguinose e con ripartenze brucianti. “Riducete i costi e investite, investite tutto”, ammonivano i grandi vecchi della piastrella. Sono sempre stati presi sul serio. Infatti, se uno entra ora in una ceramica resta stupefatto dall’apparente assenza di addetti, mentre le fornaci a monocottura sfornano piastrelle a getto continuo e carrelli robotizzati si spostano mossi da comandi invisibili.

Sono aziende ad alta intensità di capitale, che richiedono investimenti pesanti, hanno tempi di ammortamento lunghi e una redditività moderata. Finora sono riuscite a restare competitive grazie a una impressionante flessibilità produttiva, che consente forniture praticamente personalizzate: “Un appartamento no, ma un condominio a Parigi riusciamo a servirlo”. Alle aziende edili della capitale francese costa meno che una fornitura da Lione. Vent’anni fa un’azienda produceva fra i 30 e i 40 articoli, con le vendite che si concentravano su un segmento di tre o quattro prodotti. Oggi la stessa azienda realizza tremila tipologie. Tutto ciò grazie al contenuto tecnologico degli impianti, che incorporano design d’eccezione e spuntano altissimi coefficienti di qualità.

Ebbene, sotto il profilo teorico la decisione di un imprenditore storico come Minozzi di uscire dal settore, e di concentrare le risorse residue in comparti diversi, è un caso da manuale di “efficienza allocativa”: si spostano gli investimenti dove le chance di profitto sono migliori. Fuori dal fumus oeconomicus, la scelta ha l’aspetto del rompete le righe. Perché è vero che negli ultimi tempi il gruppo Iris aveva conosciuto un vistoso calo del fatturato, oltre il 40 per cento nell’ultimo biennio. Ma sospendere l’attività non ha per nulla l’aspetto di una scelta aziendale; assomiglia piuttosto a una dichiarazione di resa. Come a dire: il distretto di Sassuolo è finito. Usciamo adesso e salviamo il salvabile, perché nel giro di due anni potrebbe non esserci più nulla: a recessione terminata, allorché l’economia mondiale riprenderà il suo ciclo, nel territorio fra Sassuolo, Maranello, Fiorano, Casalgrande, Scandiano potrebbero esserci soltanto relitti industriali. Un pezzo del miracolo emiliano trasformato in un cratere lunare.

“È cominciata l’era glaciale”, ha scritto Minozzi nella relazione societaria. Colpa dell’iperproduzione e del dumping cinese. Colpa dell’euro troppo alto sul dollaro che schiaccia le esportazioni negli Stati Uniti. Colpa dei nuovi e vecchi produttori, dalla Spagna alla Turchia, dal Messico al Brasile, con la loro concorrenza senza quartiere. Colpa del Wto e dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro. Colpa del mondo nuovo, insomma. Di un’economia senza barriere e senza limiti, che favorirà anche la “distruzione creatrice” di Schumpeter, ma per il momento, qui e ora, distrugge e basta.

E allora l’obiettivo inevitabilmente si allarga, l’inquadratura si amplia, da Sassuolo all’Emilia, dall’Emilia all’Italia produttiva della piccola e media impresa. A cerchi concentrici investe tutta l’Europa. E non solo. Perché se il distretto ceramico è davvero il possibile paradigma degli effetti della crisi, il problema non è soltanto economico. Diventa filosofico, si fa addirittura morale. Gli economisti che hanno dettato il dogma liberista negli ultimi trent’anni, e che hanno dileggiato il modello “renano” dell’economia sociale di mercato, proveranno a spiegare che gli shock di settore a cui assisteremo saranno semplicemente malattie adattative, a cui il mercato risponderà con le terapie migliori, cioè allocando in altri settori gli investimenti. “Nel lungo periodo” si ristabilirà l’equilibrio, riprenderà l’accumulazione di ricchezza, l’occupazione crescerà di nuovo. La “grande trasformazione” dell’Ottocento, descritta da Karl Polanyi come la nascita dell’economia moderna, conoscerà un nuovo capitolo.

Troppo facile rispondere, con il bignami keynesiano, che nel lungo periodo siamo tutti sottoterra. Ma c’è un elemento fattuale che andrebbe precisato: vale a dire che la crisi non conosce sfumature. Non si limita a ripulire le inefficienze. Non è l’igiene dell’economia. Perché minaccia di spazzare via tutti: i cattivi e i buoni, gli inefficienti e gli efficienti, i non competitivi e i competitivi.

Rischia insomma di annichilire tutte le qualità insite nel lavoro e nell’impresa. L’Emilia dei distretti industriali e l’Italia delle mille specializzazioni produttive intravedono un orizzonte spettrale, in cui la metamorfosi economica mondiale assume fattezze catastrofiche. E allora anche le domande si fanno incerte, perché toccano la sostanza stessa di un assetto sociale. Quale senso ha infatti un sistema economico che non contiene un principio di giustizia, che non distingue, che fa a pezzi sia gli acrobati della finanza illusionistica come il grande truffatore Bernard Madoff sia i protagonisti dell’intelligenza applicata alle tecniche di produzione e ai prodotti? Quale giustificazione razionale ha un sistema che si dimostra nei fatti privo di una moralità intrinseca?

Qui è consigliabile fermarsi, perché fra Sassuolo e la metafisica c’è solo un passo. Ma se uno guarda alla infinita megalopoli industriale nella pianura padana, se mette a fuoco i prodigi tecnologici di cui è disseminata, la qualità del lavoro che si è espressa nella manifattura italiana, non può fare a meno di pensare che non sappiamo che cosa potrà sopravvivere di tutto questo, della virtù tecnica delle centinaia di aziende intorno alla Ferrari di Maranello, nelle piccole cattedrali della meccanica e della meccatronica, nelle aziendine dell’ultratecnologia, nella produttività furibonda del Nordest.

Nel frattempo, guarda caso, sono praticamente ammutoliti i fautori della “mano invisibile”. In attesa che si rifacciano vivi, non sarebbe il caso di ricominciare a discutere il mercato, la crescita, i fallimenti della capacità autoregolatrice del mercato? Magari anche soltanto per spiegare, a quel piccolo epicentro che è Sassuolo, cioè alla capitale di un cortocircuito autenticamente glocal, a una comunità che senza volerlo si ritrova in un punto cruciale di questa selvaggia “New Era”, dove crisi mondiale e dramma locale si incrociano, che un giorno potrà andare orgogliosa di avere fatto da cavia alla nuova “grande trasformazione”.

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12 gennaio 2009

Risposte

  1. Lettera Aperta al Presidente della ceramica Iris, Dott. Romano Minozzi.

    Illustrissimo Dottore Romano Minozzi,

    Facciamo appello al Suo senso di responsabilità e stima per evitare che l’ Iris arrivi alla liquidazione.

    E’ con estremo disappunto e con una punta di protesta, ma anche con tanto desiderio di ricevere una spiegazione piu’ plausibile, che ci rivolgiano a Lei.

    L’Iris è uno dei più importanti gruppi ceramici al mondo grazie anche al lavoro ed alla capacità di tante persone: operai,impiegati,tecnici e dirigenti.

    L’azione di protesta che hanno deciso di mettere in atto i lavoratori e noi siamo solidali con loro è in qualche modo estrema e l’hanno intrapresa, senza sopravvalutarne il peso, senza pensare che possa essere determinante ma solo perché forse ritengono che in simili casi sia un dovere civile offrire il proprio contributo personale ad una giusta causa di “sopravvivenza”.

    Noi ci crediamo ancora nel distretto ceramico perché crediamo nell’etica del lavoro, nella positività della fatica, nei risultati che nascono non dal caso ma dalla volontà. Noi ci crediamo perché cerchiamo di non arrenderci anche quando tutto sembra girare storto.

    Noi crediamo che gli imprenditori di Sassuolo (in particolar modo Lei) siano migliori di quel che credono, e anche di quel che vogliono far credere.

    La situazione è grave però altre aziende hanno fatto scelte diverse,non liquidano l’azienda ed i dipendenti,come Lei ha fatto-ipotizato improvvisamente .

    Lei stesso mantiene in attività Graniti Fiandre ed Ariostea quindi non è probabilmente vera l’affermazione “non c’è più niente da fare, ci resta solo la scelta di chiudere l’azienda”.

    Ci sono interventi che possono fare il governo(consistente diminuzione del prezzo del gas metano),gli enti locali ed anche Lei per tutelare l’attività delle ceramiche del nostro distretto senza scaricare i costi della crisi solo sui dipendenti senza alcuna considerazione per il contributo che hanno dato alle aziende ed alla società.

    Bisogna allora attivarsi immediatamente affinche’ si apprestino, con la massima urgenza, tutte le misure possibili per fronteggiare una crisi che mette in ginocchio centinaia di famiglie e un’intera area,il distretto ceramico di Sassuolo, gia’ interessata da gravi “criticita’ occupazionali” negli ultimi periodi.

    Voi imprenditori del distretto ceramico, da anni, non investite piu’ come una volta nelle vostre aziende in Italia e siete sempre piu’ proiettati ad investire all’estero. Allora corriamo ai ripari e valutiamo di sviluppare una zona franca di confine dove operare sgravi e agevolazioni fiscali per invogliarVi di nuovo ad investire.

    La concorrenza è l’anima del mercato e questo è indubbio allora perché non applicare una politica diversa per una zona come quella del distretto ceramico soffocata dalla mancanza di sbocchi e sfiducia? Basterebbe abbassare l’Iva: così facendo si attirerebbero capitali e di conseguenza investimenti.

    L’Iva al 20% non solo rende tante volte inaccessibile l’acquisto dei prodotti ceramici da parte dei consumatori privati, ma và anche forse a danneggiare gli stessi produttori (i prezzi finali sono decisamente alti e rendono la produzione italiana meno competitiva rispetto a quella straniera). Di conseguenza, uniformare l’Iva di tutti i prodotti ceramici al 4% elimina le discriminazioni e rende più vasta la vendita dei prodotti ceramici italiani attraverso i canali legali (vendite supportate da scontrini o ricevute fiscali).

    Siamo certi che anche Lei,Dottore , come noi, sia gravemente preoccupato per le conseguenze drammatiche che l’occupazione nel nostro Paese rischia di subire e pensiamo che converrà che la politica dei tagli del personale sia miope e delittuosa, perché alla fine ucciderà il distretto ceramico.

    Abbiamo cercato tra di noi di trovare delle spiegazioni, ma non siamo arrivati ad una conclusione, quindi non sappiamo se si tratti di intricati motivi stranamente personali o amministrativi o politici o di una decisione presa da qualcuno forse con troppa fretta e forse senza rendersi conto degli sviluppi della cosa., o se semplicemente Lei, ci permetta rispettosamente, in questo caso non abbia forse adempito al significato e all’importanza della sua riconosciuta stima qui e all’estero. Ed è allora a Lei che ci rivolgiamo direttamente, nella speranza di ricevere una spiegazione che ci faccia capire perchè molti lavoratori non avranno piu’ un posto di lavoro nel gruppo IRIS.

    La preghiamo, Dottore, faccia in modo che questa liquidazione sia smentita nei fatti, che la “ceramica”, che è probabilmente un bene di tutti, non sia destinata a fare una simile fine .

    Dottore, ci aiuti ad evitare un simile scempio, talmente grave da lasciare certamente traccia nella futura memoria storica.

    Rimaniamo pertanto a Sua completa disposizione per ulteriori chiarimenti e per un eventuale incontro con tutti gli interessati.

    Fiduciosi rispettosamente per un riscontro positivo , sentitamente ringraziamo anticipatamente per la cortese attenzione .

    Le porgiamo sincere espressioni di stima e La ringraziamo ancora per la collaborazione che vorra’ prestarci , con l’occasione Le porgiamo i ns. migliori saluti e auguri di buon lavoro.

    Piccinini Dott. Ivano
    (Presidente del Gruppo Civico “ Conto anch’io a Sassuolo”)

    - Gruppo civico Conto Anch’io a Sassuolo -

    E-Mail: comitato.sassuolo@libero.it Tel. 346-7310852

    http://www.comitatocontoanchiosassuolo.com

    http://comitato-sassuolo.blog.kataweb.it


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