Pavia: spaccata la vetrina della sede del PdCI

Riportiamo un’anteprima – che probabilmente apparirà nella cronaca pavese domattina – tratta dal sito del Circolo Pasolini:
“Adesso passiamo anche ai partiti politici: ho appena avuto notizia che questa notte, in via Ferrini, é stata spaccata, grazie al lancio di un sanpietrino, una delle vetrine della sede del PdCI. Quindi, nell’ordine: extracomunitari, zingari, partiti politici, “Juden”. Chi manca? Sono delle ragazzate, delle monellerie, o sono cominciate le prove per una “Kristallnacht” in piena regola?”

Solidarietà al PdCI è già stata espressa dagli Amici di Beppe Grillo pavesi, che ringraziamo a nome di tutta la sezione.
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Purtroppo Pavia non è nuova ad imprese xenofobe e liberticide:
La cronaca locale ci racconta di un tranquillo vietnamita, che da vent’anni vive e lavora a Pavia, dove gestisce una pizzeria; la notte fra domenica e lunedì si vede tagliate le quattro gomme dell’auto e imbrattata la carrozzeria con svastiche e scritte razziste: non aveva mai ricevuto minacce, ma ora ha paura.
Nei giorni scorsi è il turno del barbiere Khaled: ha avuto l’insegna del negozio distrutta e la saracinesca marchiata con una svastica e il digramma delle SS. Era molto amareggiato: “Sono qui da anni e ho sempre lavorato. Non do fastidio a nessuno”. Anche lui, ora ha paura.
Poi, una serie di scritte sui muti della città.
In via Ferrini 8/a, invece, c’è la sede dei Comunisti Italiani: della Federazione provinciale e della sezione di Pavia “Tullio Scotti”. Martedì notte i teppisti hanno mandato in frantumi la vetrina principale del PdCI causando, fortunatamente, solo danni alle cose.
Il Segretario provinciale dei Comunisti Italiani ha dichiarato di essere sconcertato ma non certo impaurito: “Tornano gli spettri del recente passato, perché l’impoverimento del ceto medio europeo può avere come esito il fascismo sotto altre forme. Combatteremo con fermezza e decisione, e con ogni mezzo democratico a nostra disposizione, questo nuovo fascismo, il razzismo e la xenofobia; come nostra consuetudine, lo faremo senza “se” e senza “ma”. Una cosa è certa – ha aggiunto – non ci arrenderemo mai ai servi del potere né ai guardiani dei padroni quali sono i fascisti, vecchi e nuovi. La parola d’ordine che non ci deve mai abbandonare è: ‘Resistenza‘.”
La festa del papà gay e della mamma lesbica

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GENOVA
«Le famiglie sono tutte diverse, le festeggiamo tutte quante». Sotto questo slogan vagamente anti-tolstojano, Genova ospita una iniziativa che probabilmente farà discutere.
Giovedì 19 marzo alle ore 11.30, ricorrenza tradizionale della Festa del Papà il Genova Pride 2009 lancia la “Festa delle Famiglie” insieme all’associazione Famiglie Arcobaleno (Associazione Genitori Omosessuali).
«Non tutti i bambini e le bambine hanno il papà o ne hanno uno solo – dichiara Lilia Mulas, portavoce del Genova Pride – c’è chi il papà non ce l’ha, chi ha un papà e una sorella, chi ha due mamme, chi ha una mamma e un papà, chi ha due papà, chi un papà e una sorella, chi vive con la mamma e il compagno della mamma, chi vive con i nonni… Ogni bambino ha diritto ad avere la propria famiglia che lo ama e lo protegge e tutte sono degne di venire celebrate, nessuna esclusa».
Sempre di più oggi in Italia la famiglia è “non tradizionale” e questa iniziativa si rivolge non solo alle famiglie con madri lesbiche e padri gay ma vuole anche affermare i diritti, primo tra tutti il diritto alla dignità, di tutte le altre famiglie che non corrispondono al modello tradizionale e che si trovano spesso stigmatizzate e sotto attacco da alcuni settori della politica italiana, dalle famiglie di chi ha divorziato, alle famiglie ricomposte, alle famiglie allargate.
«Deve essere compito della politica, in un momento di crisi economica, promuovere e sostenere le famiglie che sono il primo e principale luogo di solidarietà, per questo è un atteggiamento dannoso e miope quello che vorrebbe fare una “classifica” delle famiglie italiane. Serie A e serie B ci piacciono solo quando si parla di calcio – dichiara Alberto Villa portavoce Genovapride – quando invece parliamo di famiglie non dobbiamo vincere un campionato ma giocare tutti nella stessa squadra e cercare di dare più diritti per tutti».
Le volontarie e i volontari del Genova Pride distribuiranno delle cartoline ai genovesi che invitano a festeggiare le proprie famiglie da domani in via XX Settembre.
La Festa delle Famiglie parte da Genova per la festa del Papà come primo evento di una campagna nazionale che sarà allargata a tutto il territorio grazie a Famiglie Arcobaleno per la festa della Mamma. Sabato 21 a Genova saranno esposti nella sala espositiva della Regione Liguria per tutta la giornata disegni dei bambini e foto delle famiglie della fotografa Eleonora Calvelli. Nella stessa sede alle ore 17 sarà ospite Giuseppina La Delfa, Presidente di Famiglie Arcobaleno, per festeggiare e presentare l’associazione.
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18 marzo 2009
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STRETTO DI MESSINA – Ponte? ‘sta minchia!

CALZONA: “Un ponte irrealizzabile”
scritto da Alberto Ziparo
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NOTE DAL VOLUME DI REMO CALZONA – LA RICERCA NON HA FINE. IL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA Dei, Roma,2008-10-01
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- Il rispetto delle reali condizioni sismologiche dell’area: il progetto vigente, infatti, ha totalmente e colpevolmente trascurato la presenza di faglie attive che interesserebbero pesantemente i siti di torri e contrafforti/ancoraggi, specie dalla parte calabrese. “Misteriosamente in questa rappresentazione (……) sono scomparse le faglie sotto le pile, portando a pensare che queste potessero cadere in zone non interessate da faglie. La realtà delle sezioni, fatta nell’ambito degli studi per il progetto di massima, contraddice questa tesi e pone una nuova argomentazione ostativa alla realizzazione del ponte a campata unica proposta dalla Società SdM nel 2002″ (pag.150).
- La mancata assunzione della reale situazione geomorfologica dell’area:il progetto ha ignorato i numerosi studi effettuati anche da consulenti/esperti del Ministero delle Infrastrutture, tra cui il professor Alessandro Guerricchio, che illustrano l’estrema fragilità dell’assetto e i processi dinamici delle due zone interessate dalla costruzione del ponte: nello specifico, oltre ai problemi di allontanamento delle sponde, lo “scivolamento” delle formazioni idrogeologiche superficiali e profonde della Costa Viola verso lo Stretto.
- I problemi di impatto ambientale che, secondo Calzona, sono esasperati dalla configurazione e dal posizionamento, oltre che dalle caratteristiche, del progetto del manufatto.
- I problemi di impatto socio-territoriale: il progetto vigente non ha tenuto conto dei più recenti insediamenti a Ganzirri-Faro e, soprattutto, a Villa S.Giovanni (ignorata la presenza di circa 3000 abitanti di Porticello).
Bisogna riconoscere l’onestà intellettuale del gruppo di lavoro di Calzona – fonte tanto autorevole e interna al progetto ponte da suscitare clamore – nell’ammettere che, al di là delle approvazioni istituzionali più o meno forzate, la questione è totalmente da riconsiderare. Non esistono solo i nodi legati alla costruibilità. Ma anche per questo l’operazione è evidentemente da abbandonare
Ragazze, a scuola meglio sole: senza maschi studiano di più
I risultati di uno studio condotto in Gran Bretagna su studentesse dagli 11 ai 18 anni
Voti migliori e maggiori progressi se la classe, o tutto l’istituto, è solo femminile
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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI
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Ragazzi a scuola
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LONDRA – Le ragazze vanno meglio a scuola se la classe, e magari anche tutta la scuola, è femminile. Separate dai maschi, ottengono voti migliori, fanno maggiori progressi, hanno un rendimento scolastico più soddisfacente. Lo afferma un vasto studio condotto in Gran Bretagna sulle studentesse dagli 11 ai 18 anni, ovvero dalla scuola elementare alla fine di quella secondaria superiore. L’analisi sui voti ottenuti da 700 mila alunne, tutte nel settore della scuola statale, indica consistentemente che quelle che studiano in scuole femminili vanno meglio di quelle che studiano in scuole miste. In particolare, la ricerca, effettuata dalla Good Schools Guide, una guida all’istruzione scolastica, e pubblicata oggi con ampio rilievo dal quotidiano Guardian di Londra in prima pagina, rivela che le ragazze che entrano alle superiori con voti bassi fanno un considerevole progresso se continuano a studiare in scuole femminili, mentre continuano a ricevere voti bassi se vanno in scuole miste.
Il numero delle scuole femminili è costantemente diminuito in Gran Bretagna a partire dagli anni Settanta nell’ambito dell’istruzione statale, mentre resta assai diffuso nelle scuole private, che in questo paese sono quelle accademicamente migliori, che preparano meglio per l’accesso alle migliori università, ma che costano molto care, fino a 15 o 20 mila euro l’anno. Nella scuola statale, e con minore enfasi anche in quella privata, negli ultimi trent’anni si è registrata una crescente domanda da parte dei genitori per avere più scuole miste. Oggi, soltanto 221 mila ragazze e 160 mila ragazzi studiano in scuole solo femminili o solo maschili nel Regno Unito a livello secondario superiore, su una popolazione studentesca totale, in quella categoria di età, di 3 milioni e mezzo.
Commenta Janette Wallis, direttrice della Good Schools Guide: “Molti genitori danno importanza ai benefici delle scuole miste, come il fatto che ragazzi e ragazze vengono istruiti gli uni accanto agli altri e vengono così preparati per la vita sociale che li aspetta quando termineranno gli studi. Ma non dare valore ai risultati della nostra ricerca sarebbe un errore. Non ci saremmo aspettati di notare una simile differenza di rendimento tra scuole femminili e scuole miste”. La ragione principale, secondo lei, è che le ragazze studiano meglio senza la “distrazione” dei maschi nella stessa classe, una distrazione che non si sente solo sul piano della socializzazione, delle amicizie o dei flirt, ma anche a livello psicologico.
Spiega in proposito Sue Dunford, preside della Southfield Schools for Girls di Kettering: “E’ una questione di fiducia in se stesse. In una scuola femminile, le ragazze non sono intimidite all’idea di impegnarsi e andare bene in matematica, scienza, fisica, materie che qualcuno considera più prevalentemente maschili. E le ragazze che sono più chiuse, che non sono sempre pronte a prendere la parola, a partecipare, riescono a farlo meglio in una classe femminile che in una classe mista. Non c’è la distrazione e non c’è la competizione dei maschi, cosìcché le ragazze possono dare il meglio che hanno”.
Conferma Alice Sullivan, ricercatrice all’Institute of Education della University of London, una specialista nel campo dell’istruzione scolastica separata per i due sessi: “E’ uno studio molto interessante. Rafforza prove già esistenti da tempo del fatto che le ragazze ottengono risultati accademici migliori in scuoile femminili”.
Ma non tutti sono d’accordo. Dice Alan Smithers, diurettore del dipartimento istruzione alla Buckingham University: “Le classi separate a seconda dei sessi hanno scarsa influenza sul rendimento scolastico. Non sono l’elemento cruciale che fa la differenza. Le varianti che contribuiscono al successo o all’insuccesso di uno studente o studentessa sono molte, dalle caratteristiche individuali, al background sociale, alla qualità degli insegnanti. Se la classe femminile ha un effetto, è perché spesso riflette le aspirazioni di genitori che si impegnano di più per il successo accademico dei figli, e che perciò li sostengono e li sospingono in questa direzione. Non ha un valore determinante di per sé”. Il dibattito è aperto.
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18 marzo 2009
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Rivolta nel Pdl contro il decreto sicurezza
In cento scrivono a Berlusconi: «Norme inaccettabili»
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Rivolta dei deputati del Pdl contro il decreto sicurezza. In cento hanno firmato una lettera per chiedere a Silvio Berlusconi di non porre la fiducia sul decreto sicurezza perché l’introduzione del reato di clandestinità le norme riguardanti la denuncia dei clandestini da parte dei medici (ma, secondo i firmatari anche da parte degli insegnanti) sono «inaccettabili».
«Ti chiediamo – si legge nella lettera inviata al premier – di non porre la fiducia» perché in quel decreto «sono contenute norme a nostro giudizio inaccettabili e che necessitano di indispensabili correzioni». I parlamentari firmatari (tra loro non c’è nessuno della Lega Nord) aggiungono d’esser certi che il premier si renderà conto «di come questo dettato legislativo vada contro i più elementari diritti umani e in particolare dell’infanzia e della maternità».
Nella lettera si respinge l’interpretazione secondo cui il provvedimento non obblighi i medici alla denuncia dei clandestini che si presentano in ospedale o nei centri di vaccinazione: «Non è così. Anzi, l’obbligo di denuncia potrà riguardare anche gli insegnanti e chiunque eserciti incarichi pubblici». E ciò proprio a causa dell’introduzione in sede penale del reato di clandestinità: in caso di mancata denuncia, infatti, medici e insegnanti violerebbero gli art. 361 e 362 c.p., cioè «il reato di omessa denuncia da parte del pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio».
Sarebbe, sottolineano i firmatari della lettera, «una vera e propria trappola per bambini, da attirare con l’obbligo dell’istruzione, così da individuarli e colpirli proprio con la mano del medico o dell’educatore». E il risultato sarebbe escludere bambini e donne in gravidanza dai livelli educativi e sanitari, con rischi per tutti e un «regresso spaventoso in fatto di civiltà».
Solo se non sarà posta la fiducia, concludono, sarà possibile porre rimedio a quello che altrimenti sarebbe un «errore imperdonabile». A firmare, oltre alla Mussolini che è stata la promotrice, sono tra gli altri Souad Sbai, Valentina Aprea, Mario Landolfi, Beatrice Lorenzin, Fiamma Nirenstein e Enrico Costa.
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18 marzo 2009
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Torna l’Onda in tutta Italia. A Roma cariche della polizia
Gli studenti hanno aderito allo sciopero contro i tagli indetto dalla Cgil
Il corteo cerca di uscire dall’Ateneo e si scontra con le forze dell’ordine

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ROMA – Migliaia in piazza in tutta Italia per protestare contro il piano dei tagli all’istruzione varato dal governo Berlusconi. All’agitazione indetta dalla Cgil hanno aderito anche i ragazzi dell’Onda che torna così a far sentire la sua voce. Forte tensione alla Sapienza di Roma con due cariche della polizia contro gli studenti che volevano uscire dall’Ateneo.
Tensione alla Sapienza. Momenti di tensione all’Università di Roma La Sapienza quando gli studenti che avevano dato vita al corteo interno hanno tentato di uscire fuori dalla città universitaria cercando di forzare il cordone di poliziotti e carabinieri. Le forze dell’ordine li hanno caricati respingendoli all’interno dell’ateneo, i ragazzi hanno risposto lanciando alcune scarpe (“Ce le eravamo portate per lanciarle davanti al ministero dell’Economia come hanno fatto in Francia”). Più tardi, circa 200 studenti hanno cercato di violare il blocco attraverso le uscite che danno su viale Regina Elena: alcuni ragazzi hanno lanciato sassi contro le forze dell’ordine, ma sono stati subito bloccati. In via De Lollis gli agenti della Guardia di finanza hanno effettuato una nuova carica di alleggerimento.
Ferrero: “Cariche inaccettabili”. Protesta il segratario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. Che in una nota definisce le cariche “inaccettabili e ingiuste”, “primo frutto avvelenato del protocollo sui cortei voluto dal sindaco di Roma”, e conclude: “Non è in questo modo illiberale e repressivo che si può gestire l’ordine pubblico nella capitale d’Italia”.
Roma. Tanti palloncini colorati e striscioni con slogan – da “La scuola non è un’azienda” a “Per uscire dalla crisi, investire sulla conoscenza” e “Contro Berlusconi, legittima difesa” – hanno fatto da cornice alla manifestazione che si è svolta stamattina a piazza Santi Apostoli.
Milano. I manifestanti si sono diretti verso piazza Duomo sventolando bandiere e urlando cori contro i ministri Gelmini, Tremonti e Brunetta. Precari e portavoce della Cgil hanno preso la parola dall’alto di un palco allestito su un lato della piazza. Gli studenti si sono invece sistemati di fronte al Duomo con il loro camion, da cui a loro volta hanno tenuto discorsi contro i tagli alla scuola.
Torino. “Per uscire investendo nella conoscenza”. E’ lo slogan della manifestazione regionale intitolata “Tutti insieme. Sciopero della conoscenza”. Il corteo partito da piazza Arbarello si è diretto verso piazza Castello dove sono previsti interventi di rappresentanti sindacali.
Palermo. “Sono troppe le cose che non vanno nella scuola, a partire dalla riduzione degli spazi formativi, meno tempo per stare in aula, la riduzione delle risorse e il grande problema dei precari”. Guglielmo Epifani da Palermo rilancia l’emergenza. Chiede al governo di affrontarla “diversamente” e spiega così le ragioni dello sciopero: “E’ contro le scelte del governo e per rivendicare una scuola di qualità”.
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18 marzo 2009

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Riparte la protesta dell’Onda
Cariche della polizia alla Sapienza
Scarpe e sassi contro gli agenti. Gli studenti: ci sono feriti
Maroni avverte: agiremo contro le violenze

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ROMA (18 marzo) - Tensione, cariche e scontri all’Università di Roma La Sapienza. Gli studenti - che in mattinata avevano dato vita a un corteo interno per protestare contro i tagli varati dal governo – hanno tentato di uscire fuori dalla città universitaria cercando di forzare il cordone di poliziotti e carabinieri. A quel punto sono stati caricati per tre volte dalle forze dell’ordine e sono stati respinti all’interno dell’ateneo. Alle cariche i dimostranti hanno risposto con un lancio di scarpe, bottiglie e sanpietrini.
Il corteo è stato impedito in applicazione delle nuove norme sulle manifestazioni nella capitale. Secondo quanto si è appreso il corteo non era autorizzato e avrebbe dovuto ricoprire un percorso non previsto tra i sei itinerari codificati dalle nuove regole sottoscritte poche settimane fa in prefettura dai sindacati e dai maggiori partiti.
«Volevamo uscire in corteo per andare a lanciare pantofole contro la sede del ministero dell’Economia, come hanno fatto gli studenti francesi una settimana fa: si sta creando un legame europeo tra i vari movimenti studenteschi», ha spiegato uno studente del movimento dell’Onda, Stefano Zarlenga, dicendo che oggi è «l’inizio della rivolta delle scarpe». Il lancio di scarpe ricorda anche quello del giornalista iracheno che nel corso di una conferenza stampa lanciò le sue calzature contro l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush. «Quella di oggi – ha aggiunto Stefano – doveva essere una nuova forma di protesta contro le autorità ma è stata usata solo la violenza nei nostri confronti».
«Sono state cariche violente – ha detto Giorgio Sestili dei Collettivi universitari – dopo un corteo interno nella cittadella universitaria volevamo raggiungere pacificamente il ministero dell’Economia da piazzale Aldo Moro. La polizia ci ha però impedito di avanzare caricandoci duramente, molti di noi hanno ferite alle spalle e alle braccia». «Ci hanno caricati dicendoci chiaramente che oggi non sarebbe stato permesso nessun corteo – ha continuato lo studente – questo avviene pochi giorni dopo la firma del protocollo d’intesa che limita il diritto a manifestare».
Secondo i manifestanti nel corso della cariche alcuni dimostranti sono rimasti feriti. Durante l’intervento della polizia gli studenti hanno risposto con un lancio di oggetti tra cui scarpe. «Ce le eravamo portate per lanciarle davanti al ministero dell’Economia come hanno fatto in Francia», ha detto Sestili.
Uno studente: picchiato da 4 agenti. «A piazzale della Minerva abbiamo alzato le braccia pacificamente e ci siamo accostati al cordone di polizia e carabinieri ma improvvisamente siamo stati caricati. Io sono caduto a terra e gli agenti mi hanno picchiato in quattro», ha raccontato Emanuele, studente della facoltà di Scienze Politiche, che definisce le cariche della polizia «un attacco violento a studenti inermi». Emanuele ha anche mostrato a giornalisti e fotografi segni, lividi alle spalle e qualche ferita sanguinante alle gambe e alle braccia, «dovuti alla carica degli agenti».
Circa un centinaio di studenti della Sapienza hanno poi tentato di entrare nell’edificio del rettorato cercando di forzare i cancelli subito chiusi e sprangati dall’interno dal personale dell’ateneo romano. I manifestanti hanno cercato comunque di sfondare l’entrata con calci e pugni. Poi si sono riuniti sulla scalinata del rettorato, davanti alla statua della Minerva, per un’assemblea.
Maroni. «La libertà di espressione, di manifestazione, di partecipare alle elezioni è un diritto costituzionale dei cittadini che noi intendiamo garantire contro ogni forma di violenza». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, nel corso del question time alla Camera, in relazione agli scontri di qualche giorno fa all’Università Statale di Milano. «In particolare – ha aggiunto – le forze di polizia seguiranno con attenzione ogni evento che possa incidere negativamente sulla libertà di espressione di tutte le componenti politiche e che di riflesso pregiudichi anche il mantenimento dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini».
Corteo non autorizzato. «La Sapienza non era il luogo di partenza di nessun corteo. I cortei devono essere autorizzati dal prefetto, e quello non lo era», ha detto il rettore della Sapienza Luigi Frati. «Ci sono delle regole che vanno rispettate – ha aggiunto Frati – È come se qualcuno volesse passare per forza con il rosso anche se non si può fare».
«Faccio un invito alla calma e a disarmare qualsiasi tendenza alla violenza politica che sta creando problemi nelle nostre università». Questo l’appello lanciato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno. «In più – ha continuato Alemanno – è stato appena firmato un protocollo in Prefettura per evitare la proliferazione delle manifestazioni. Non possiamo ricominciare con cortei di 2-3-400 persone che si muovono per la città». «Rispettiamo il diritto a manifestare ma dentro le regole», ha aggiunto il sindaco.
«Sciopero in Onda, libertà in movimento». Dietro questo striscione circa 300 studenti avevano sfilato stamani in corteo all’interno dell’università romana. Poi sono entrati negli edifici delle facoltà e hanno interrotto le lezioni. Gli studenti dell’Onda hanno così aderito allo sciopero indetto dalla Flc-Cgil «contro i tagli all’istruzione operati dal Governo». Tra gli slogan, «fuori i fascisti dall’università», «contro la fine dell’istruzione pubblica» e «l’Onda è tornata ed è ancora più arrabbiata».
«L’onda è qui ed è ripartita. Oggi riparte. Da oggi si riparte, oggi è primavera», ha annunciato una delle voci dell’Onda, il movimento degli studenti universitari, Francesco Raparelli, parlando agli studenti riuniti nell’aula magna di lettere.
«Esprimiamo una totale condanna dei metodi violenti che stanno adottando le forze dell’ordine contro gli studenti presenti all’Università della sapienza di Roma che chiedono solo di poter manifestare ed esprimere il loro pensiero». Lo dichiara in una nota l’Unione degli Studenti. «Chiediamo che al più presto sia ripristinata una situazione pacifica e di normale agibilità democratica della città».
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Gli scontri fra studenti e polizia alla Sapienza (foto Toiati)
fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=51063&sez=HOME_SCUOLA
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Scuola: boicottiamo i libri del PdC!
Il taglio al personale della scuola pubblica previsto nei prossimi tre anni dalla Gelmini è il più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica italiana

Dato che per “loro” siamo solo un problema economico ricambiamo con la stessa moneta: non adottiamo più libri di case editrici scolastiche appartenenti al presidente del Consiglio!
Informazioni necessarie
Chi sono gli azionisti della Mondadori?
Fininvest 50,1%
Da chi è composto il Consiglio di Amministrazione della Mondadori?
Il Consiglio di Amministrazione della Mondadori è presieduto da Marina Berlusconi. Il Vice Presidente e Amministratore Delegato è Maurizio Costa. I Consiglieri attualmente in carica sono: Pier Silvio Berlusconi, Pasquale Cannatelli, Bruno Ermolli, Martina Mondadori, Roberto Poli, Mario Resca, Marco Spadacini, Umberto Veronesi, Carlo Maria Vismara
Quali sono le case editrici e i marchi della Divisione Libri del Gruppo Mondadori?
Nell’editoria di varia il Gruppo Mondadori è presente, oltre naturalmente che con le Edizioni Mondadori, con la Giulio Einaudi Editore, la Sperling & Kupfer, la Frassinelli, le Edizioni Piemme ed Edizioni EL per i libri per ragazzi.
Nell’ambito dell’editoria d’arte il Gruppo opera con i marchi Electa, Mondadori Illustrati e Geo Mondadori. Nel settore dell’editoria scolastica l’attività è svolta con i marchi Arnoldo Mondadori Scuola, Einaudi scuola, e Mondadori Education.
Qual è l’elenco dei testi e delle case editrici scolastiche del Gruppo?
Si possono trovare a: http://www.pianetascuola.it/home
Qual è il rapporto fra “editori misti” e “scolastici puri”?
Oltre al gruppo che fa capo a Berlusconi, esistono altri tre colossi editoriali “misti” (Pearson, Rizzoli, Corriere della Sera, De Agostini), A FRONTE DEL 49,5% DEGLI EDITORI SCOLASTICI “PURI”, CHE PRODUCONO ESCLUSIVAMENTE LIBRI SCOLASTICI.
N: B: Il mercato è attualmente di 31.000 titoli (prezzo medio 15 euro), con un fatturato annuo di 650 milioni di euro.
Il commento di elena:
Le informazioni sopra riportate sono tratte da questa pagina del sito Gruppo Mondadori (quindi se sono imprecise…). A questi dati mi preme aggiungerne un altro (stessa fonte):
Quante persone lavorano alla Mondadori?
I dipendenti del Gruppo Mondadori, al 31.12.2007, sono 5.586 di cui 4365 dirigenti, giornalisti, impiegati e quadri e 1221 operai.
Lo inserisco perché l’obiezione più ovvia e scontata alla proposta di boicottare il Gruppo è sicuramente “ma non pensate a quelle migliaia di famiglie che verrebbero gettate sul lastrico se il Gruppo – causa calo del fatturato – si mettesse a cassintegrare e/o licenziare?”
Sì, io ci penso. Ma, come mi sembra doveroso pensare anche a tutti quegli insegnanti che già ora da precari si trovano direttamente a spasso, nonché alla “cultura” che con questi metodi viene insegnata a mia figlia ed a tutti gli
studenti, mi sembra anche giusto sottolineare che allora, se l’unico obiettivo che ci poniamo è la difesa del posto di lavoro, è assurdo pensare di poter cambiare il mondo. Nel bresciano (ma non solo, credo) ci sono fabbriche che producono armi. Fucili o bombe o mine. Che facciamo, per tutelare chi ci lavora avalliamo questa produzione? Mi sembra un pochino contraddittorio per quanti si professano contro le guerre… e magari anche contro la caccia. E’ evidente che, portando il ragionamento alle sue logiche conseguenze, i problemi da affrontare sono molto più complessi. Ma siamo e vogliamo essere rivoluzionari, o siamo pantofolai che difendono lo status quo?
Capisco che per aiutare i lavoratori della FIAT lo stato stanzi dei soldi (anche se, a mio avviso, la stessa FIAT è già stata foraggiata oltre misura, senza peraltro rendere MAI quanto generosamente elargitole). Quello che non capisco è perché chiediamo in cambio solo la difesa dei posti di lavoro. Questo può bastare a questo governo ed a questa opposizione parlamentare (già Confindustria secondo me storce un po’ il naso), o a qualche sindacato da sempre edulcorato – quantomeno nei suoi vertici.

Ma noi, che siamo comunisti, dobbiamo con forza chiedere sì la tutela dei lavoratori, ma anche (sic!) che la FIAT tiri finalmente fuori dalle cassaforti tutti i progetti ed i brevetti alternativi alle auto inquinanti. Ero giovane io e si parlava (l’han detto i TG, mica un pincopalla verde qualsiasi) di auto ad idrogeno, ad immondizia, ad elettricità… scommessa che quando non ci sarà più petrolio questi progetti diventeranno di colpo fattibili in breve? E allora che la smettessero di fare i parassiti e si dessero da fare SUBITO – che già è tardi. Perché la difesa dei lavoratori è giusta e sacrosanta, ma non è che per questo dobbiamo avvelenare il pianeta e distruggerci a vicenda, magari solo continuando a produre plastiche…
Ministri a braccetto con neonazi. Il Pd: “Berlusconi chiarisca”
Dura presa di posizione dei Democratici e di Di Pietro su Ronchi e La Russa a braccetto con esponenti di estrema destra
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Il ministro Ronchi con il fondatore di “Cuore nero”
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ROMA – I ministri Andrea Ronchi e Ignazio La Russa in posa con i neonazisti, come scritto da Paolo Berizzi nel suo libro “Bande nere” e riportato su Repubblica, hanno aperto un altro fronte polemico fra governo ed opposizione. Il Pd ha inviato una lettera a Berlusconi per chiedere spiegazioni, mentre Antonio Di Pietro vuole che il premier riferisca in Parlamento. Mentre il ministro La Russa replica: “La foto pubblicata non mi ritrae con un neofascista ma con un carabiniere”.
Le prese di posizione sono durissime. I deputati Emanuele Fiano ed Antonio Misiani, insieme ai vicepresidenti del gruppo del Pd alla Camera, Marina Sereni e Gianclaudio Bressa, chiedono chiarimenti dopo, come scrivono, aver visto “con stupore e sconcerto in un articolo comparso su Repubblica fotografie dei ministri La Russa e Ronchi con esponenti del mondo dell’estremismo neofascista e neonazista italiano, oltre che con un presunto appartenente al mondo dello spaccio di droga collegato alla n’drangheta”. “Vorremmo sapere – si legge nella lettera – se quegli abbracci siano stati casuali o frutto invece di una frequentazione e di un’amicizia più consolidata”.
“Perché – continua la lettera - in quest’ultimo caso, ci si troverebbe di fronte a inaccettabili amicizie di autorevoli esponenti dell’attuale governo con rappresentanti politici di un mondo dell’estrema destra extraparlamentare le cui inclinazioni neofasciste, razziste e violente sono state più volte oggetto della cronaca di questi ultimi anni”.
“Sarebbe impossibile – dicono gli esponenti del Pd – accettare che un ministro della Repubblica si faccia fotografare sorridente accanto al leader di un circolo di destra estrema la cui rivista su internet riportava solo un anno fa una vergognosa copertina in cui si irrideva alla tragedia della Shoah e del campo di sterminio di Auschwitz”. “Dunque, per questi motivi – concludono gli esponenti Democratici – ci aspettiamo smentite dai diretti interessati e dallo stesso presidente del Consiglio Berlusconi sul persistere di vecchi e intollerabili legami che pensavamo consegnati definitivamente al passato”.
Da parte sua anche Antonio Di Pietro calca la mano. “Come volevasi dimostrare: fascisti erano e fascisti sono rimasti. C’è un fascismo di ritorno, i cui rappresentanti, ora è la prova provata, siedono anche nelle istituzioni e anelano alla riapparizione di quei periodi bui della nostra storia”, dice il leader dell’Idv. “E’ incredibile – spiega – quanto sta accadendo nel nostro Paese: si cancellano la memoria, i valori democratici per riabilitare il fascismo e quei gruppi che propugnano l’apartheid e istigano all’odio razziale. Nel libro di Berizzi si fanno nomi e cognomi dei compari, degli sponsor di questi pericolosi personaggi che occupano ruoli istituzionali in tutta la penisola. E’ bene che questi signori escano allo scoperto, dicano ai cittadini se lavorano per affermare i valori tracciati dai nostri padri costituenti o per far risorgere un nuovo fascismo. Sono molti a spalleggiare i protagonisti di questo movimento antidemocratico: ministri, parlamentari, sindaci, assessori”.
“E sono gli stessi – conclude Di Pietro – che si nutrono dell’apporto di questa onda nera, formata da pseudopartiti, i cui simboli sono croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del terzo Reich. Noi dell’Italia dei Valori chiediamo al Presidente del Consiglio di venire in Parlamento a spiegare cosa succede e chiediamo che venga fatta piena luce su questa torbida vicenda che coinvolge rappresentanti istituzionali e di governo”.
Il ministro la Russa però replica: “C’è un colpo di scena, la persona con cui sono stato ritratto e che è stata pubblicata stamane da Repubblica non è di Crisafulli ma di un carabiniere che si chiama Nicola Giuliano. Ora mi aspetto le scuse”.
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17 marzo 2009
fonte: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/neofascisti/lettera-pd/lettera-pd.html?rss
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Bologna e i fascicoli spariti: Saltano 2.321 processi
Dimenticati in un armadio. La scoperta degli 007 di Alfano
Riguardano udienze a citazione diretta con pena fino a 4 anni: furti, truffe, lesioni colpose, infortuni sul lavoro
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dall’inviato del Corriere Marco Imarisio
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BOLOGNA – Chiamatelo pure l’armadietto della vergogna. Un normale mobile da ufficio a due ante, addossato ad un muro nella cancelleria della Procura di Bologna. Anonimo, probabilmente grigio. A stupire è il contenuto, 2.321 fascicoli di indagine per i quali il Tribunale aveva fissato la data d’inizio del processo. Ma invece di procedere con le citazioni a giudizio, ovvero le notifiche alle parti interessate, quei procedimenti sono stati messi sotto chiave. Ad ingiallire fino al sopraggiungere, nella maggioranza dei casi, della morte naturale, ovvero la prescrizione. Senza che nessun pubblico ministero sentisse la necessità di chiedere dove fosse andata a finire la sua inchiesta. La somiglianza con l’originale si limita al contenitore. Il vero armadio della vergogna, quello che per quarant’anni nascose i fascicoli sulle stragi naziste in Italia, rivelò una storia di connivenze e volontà politica. Ma nel suo piccolo, anche l’omologo bolognese rappresenta qualcosa. La difficoltà della magistratura a fronteggiare carichi di lavoro crescenti. Oppure, una certa incuria da parte dei titolari di quei procedimenti e dei loro superiori che non può essere spiegata soltanto con le carenze di personale amministrativo e di mezzi. Dipende da come la si guarda. Come al solito, quando si tratta di giustizia.
Quel che colpisce è l’entità dello spreco nascosto dietro a quella cifra. Prendere i 2.321 fascicoli, che riguardano processi a citazione diretta, che prevedono pene fino a quattro anni. C’è di tutto, furti, truffe, ricettazione, appropriazioni indebite, lesioni colpose, infortuni sul lavoro. La gran massa di quello che negli uffici giudiziari viene definito «ordinario », anche se le definizione non è lusinghiera per chi li ha dovuti subire, quei reati. In termini di «fatturato», è più di un decimo delle notizie di reato che si accumulano in un anno. Ogni dieci procedimenti, ne è andato perso uno. Adesso, moltiplicare 2.321 per il lavoro degli investigatori, i soldi spesi per perizie e intercettazioni. Tutto evaporato, tutto inutile, perché nessuno ha sentito il bisogno di prendere in mano quei fascicoli pronti per il processo. La scoperta avviene alla fine del 2008, nel mezzo di una ispezione ordinaria disposta dal ministero della Giustizia che si è conclusa soltanto a febbraio. La visita è dovuta all’eterno conflitto tra la magistratura inquirente bolognese e quella giudicante. La Procura accusa il Tribunale di lavorare a rilento, addirittura ignorando le richieste sempre più pressanti di fissazione dei processi. Addirittura quantifica il numero dei procedimenti per i quali ha chiuso le indagini e predisposto al citazione a giudizio, senza che venisse mai fissata l’udienza.
Il Tribunale risponde con una parziale ammissione di colpa. Tutto vero, dice. Ma a noi risultano «solo» 8-9000 fascicoli, antecedenti all’anno in corso. Comunque tanti. Degli altri, quelli che mancano per arrivare a quota 11.000, non ne sappiamo nulla. Il mistero dura poco, anche se sul suo scioglimento le versioni divergono. Quella più romanzata prevede la scoperta dell’armadietto da parte degli ispettori ministeriali. In Procura sostengono invece di che si tratti del risultato di una indagine interna, avviata dal procuratore Silverio Piro, reggente dell’ufficio in attesa che il Csm trovi un successore a Enrico De Nicola, andato in pensione nel luglio del 2008. Comunque sia, 2.321 fascicoli per i quali i processi sono stati fissati, ma nessuno che in Procura abbia messo la firma per farli partire. L’incombenza spetta all’ufficio notifiche, ovvero alla cancelleria. La spiegazione della responsabile è disarmante. Non ce la facciamo, dice, a tenere questi ritmi di lavoro. E quindi ci siamo tenuti i fascicoli nell’armadio.
Il danno, e naturalmente pure la beffa. Perché la scelta di «nascondere» alla vista gli incartamenti nasce dal ritorno sulla retta via del tribunale, che dopo tanti solleciti della procura, e un nuovo presidente, dall’inizio del 2008 ha cominciato a dedicarsi maggiormente al processo penale, cercando di «smaltire» il più possibile l’arretrato. Il nuovo e più virtuoso corso avrebbe però prodotto un curioso effetto collaterale, il crollo dell’ufficio udienze. Dopo la scoperta, la responsabilità delle notifiche è tornata di competenza dei pubblici ministeri. «A causa della delicatezza della questione», Piro sceglie di non commentare, limitandosi a sottolineare come con il tribunale «vi sia un clima di ritrovata armonia ». Le scuse ci sarebbero anche, i tagli alla giustizia, eccetera. E queste cose succedono anche altrove. Mai però con questi numeri, che lasciano lo spazio a parecchie domande. Per quale ragione si è scelto di delegare la gestione delle notifiche dei procedimenti «ordinari» alla cancelleria? Possibile che nessun magistrato abbia mai chiesto conto della sorte dei suoi fascicoli? E infine, perché da parte dei vertici della procura non è stato fatto alcun controllo? Gli ispettori del ministero hanno sentito il bisogno di un supplemento di indagine, sottolineando come il caso bolognese sia «abnorme». Vergogna forse no, ma le belle figure sono decisamente un’altra cosa.
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18 marzo 2009
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Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan
La mattina del 19 marzo ’94, quindici anni fa, Giuseppe Diana fu ammazzato dai killer a Casal di Principe
Aveva preso posizione esplicita contro lo strapotere della famiglia
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Le cosche tentarono di diffamarlo spargendo veleni dopo la morte. Rifondò la missione pastorale: denuncia e testimonianza contro le violenze e le sopraffazioni
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di ROBERTO SAVIANO
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LA mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono.
Chi è Don Peppino?
Sono io…
Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un’altra scelta.
Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo.
Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell’esecuzione. Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne.
Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume. Don Peppino fu difeso da pochi cronisti coraggiosi, da Raffaele Sardo a Conchita Sannino, da Rosaria Capacchione, Gigi Di Fiore, Enzo Palmesano e pochi altri. Ricordarlo oggi – a 15 anni dalla morte – significa quindi aver sconfitto una coltre di persone e gruppi che pretendevano di avere il monopolio sulle informazioni di camorra, in modo da poterle controllare. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso da come è successo per lungo tempo. Come dice Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e amico di don Peppe, “è sempre complicato accettare l’eroismo di chi ci sta vicino, perché questo sottolineerebbe la nostra ignavia”. Don Peppino fu ucciso nel momento in cui Francesco Schiavone Sandokan era latitante, mentre i grandi gruppi dei Casalesi erano in guerra e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi. Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo “fatevi coraggio” alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto assieme ad altri sacerdoti: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Distribuì quel documento il giorno di Natale del 1991. Bisognava riformare le anime della terra in cui gli era toccato nascere, cercare di aprire una strada trasversale ai poteri, l’unica in grado di mettere in crisi l’autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.
“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra. – scriveva – La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario, traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti… “.
La cosa incredibile è che quel prete ucciso, malgrado tutto, continuò a far paura anche da morto. Le fazioni in lotta di Sandokan e di Nunzio di Falco cominciarono a rinfacciarsi reciprocamente la colpa del suo sangue, proponendo di testimoniare la loro estraneità a modo loro: impegnandosi a fare a pezzi i presunti esecutori della banda avversaria. Oltre a cercare di diffamare Don Peppino, dovevano cercare di lanciarsi dei messaggi scritti con la carne, per togliersi di dosso il peso dell’uccisione di quell’uomo. Così come era stato difficile trovare i killer disposti a farlo fuori. Uno si ritirò dicendo che a Casale lo conoscevano in troppi, un altro accettò ma a condizione partecipasse pure un suo amico, come un bambino che non ha il coraggio di fare da solo una bravata. Nel corso della notte prima dell’agguato, uno dei killer tormentati riuscì a convincere un altro a rimpiazzarlo, ma il sostituto, l’unico che non sembrava volersi tirare indietro, era l’esecutore meno adatto. Soffriva di epilessia e dopo aver sparato rischiava cadere a terra in convulsioni, crisi, bava alla bocca. Con questi uomini, con questi mezzi, con queste armi fu ucciso Don Peppino, un uomo che aveva lottato solo con la sua parola e che rivoluzionò il metodo della missione pastorale. Girava per il paese in jeans, non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi né andava confortando donne tradite. Aveva compreso che non poteva che interessarsi delle dinamiche di potere. Non voleva solo confortare gli afflitti, ma soprattutto affliggere i confortati. Voleva fare chiarezza sulle parole, sui significati, sui perimetri dei valori.
Scrisse: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime (…) Non permettere che la funzione di “padrino”, nei sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l’onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale…”.
Questo è il lascito di Don Peppino Diana, un lascito che ancora oggi resta difficile accogliere e onorare. La speranza è nelle nuove generazioni di figli di immigrati, e nuovi figli di questo meridione, persone che torneranno dalla diaspora dell’emigrazione, emorragia inarrestabile. Il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere. E io a Don Peppino vorrei dedicare quasi una preghiera, una preghiera laica rivolta a qualunque cosa aiuti me e altri a trovare la forza per andare avanti, per non tradire il suo esempio, offrendogli le parole di un rap napoletano. “Dio, non so bene se tu ci sei, né se mai mi aiuterai, so da quale parte stai”.
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18 marzo 2009
fonte: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/camorra-8/camorra-8/camorra-8.html?rss
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