Agenzia Onu: “Lavoro, discriminazioni verso gli immigrati”. L’ira di Frattini “Tutto falso, siamo indignati”
Il documento dell’Ilo punta il dito contro “le discriminazioni degli immigrati”
Sacconi: “Gli ispiratori vanno cercati in Italia”. Damiano: “Non sottovalutare”
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Franco Frattini
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ROMA – “Il Rapporto è falso e contiene cose da respingere al mittente”. E’ dura la reazione del ministro degli Esteri, Franco Frattini, dopo la pubblicazione del documento del Comitato di esperti dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia Onu, che accusa l’Italia di discriminazioni verso gli immigrati.
Per Frattini espressioni come “intolleranza” o “discriminazione” nei confronti degli immigrati sono utilizzate “in modo gravemente inaccettabile nei confronti dell’Italia e delle autorità italiane”. Per questo l’Italia “ha già espresso” la propria “indignazione”. “Ci auguriamo che si tratti di una sfortunata pagina dell’attività di un’istituzione, l’Ilo, che l’Italia rispetta e con la quale intende continuare a collaborare” prosegue la nota.
Due i punti critici sottolineati dal ministro. Gli autori del documento, secondo il governo, “non considerano che nell’anno 2008 e nei primi mesi del 2009 le autorità italiane sono intervenute per salvare da morte probabile migliaia e migliaia di immigrati clandestini, soccorrendoli ed accogliendoli con rispetto ed umanità”. Inoltre, sempre secondo Frattini, il rapporto ignorerebbe “completamente la situazione di diffusa illegalità in cui si trovano in Italia molte decine di migliaia di immigrati la cui doverosa espulsione resta tuttavia soggetta a leggi che garantiscono la piena tutela davanti alle autorità giudiziarie competenti”. E, ancora, gli autori trascurerebbero “l’impatto negativo che la presenza di immigrati clandestini che spesso sono autori di reati o in maggioranza dediti ad attività lavorative irregolari rappresenta presso la popolazione italiana e non italiana residente e rispettosa delle leggi”.
Seccata anche la reazione del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi che punta a sminuire il peso del rapporto: “Non è un atto ufficiale ma solo il recepimento da parte degli esperti, che verificano l’attuazione delle Convenzioni Internazionali, di ipotesi tutte da dimostrare”. Ed è a questo punto che Sacconi, senza fare nomi, punta il dito contro dei presunti ispiratori nel nostro Paese: “Come al solito è molto probabile che queste sollecitazioni siano pervenute dall’Italia”.
Chi invece considera “grave” il documento e invita Sacconi a non “sottovalutarlo” è Cesare Damiano, capogruppo del Pd in commissione lavoro alla Camera. “La distinzione tutta formale tra atti ufficiali e documenti interni e l’elevato livello della critica – aggiunge il democratico – dovrebbe portare il governo ad esaminare tempestivamente e in modo approfondito il profilo della sua azione su questi temi”.
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19 marzo 2009
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Muratore, elettricista, programmatore: ecco i mestieri che garantiscono il lavoro

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ROMA (19 marzo) - Mentre un milione e mezzo di persone non trovano un posto di lavoro, decine di migliaia di posti di lavoro non trovano le persone. Le imprese cercano muratori, parrucchieri, sarti. Cercano progettisti elettronici, progettisti meccanici, programmatori di software, e non li trovano. Sono competenze che in Italia mancano, e su cui forse il nostro paese dovrebbe investire più risorse. Magari risorse pubbliche, per avviare una grande stagione di formazione e diffondere fra i lavoratori quelle conoscenze di cui ci sarebbe più bisogno.
Gli introvabili. Secondo un rapporto dell’ufficio studi della Confartigianato, in Italia oltre la metà delle aziende artigiane dichiara di incontrare difficoltà nell’assumere un nuovo dipendente. Mediamente ci mettono 4 mesi prima di trovare una persona. Ma per alcune figure professionali la ricerca è quasi inutile: stando ai calcoli della Confartigianato (basati su dati Excelsior), nel 2008 ci sono stati 54.760 posti di lavoro che le imprese artigiane non sono riusciti a occupare. «Introvabili» li definisce la ricerca. Il settore in cui si segnala il maggiore squilibrio fra posti offerti e manodopera disponibile è quello dell’edilizia: su 16 mila assunzioni previste, quasi 5 mila sono rimaste vacanti. Ma si cercano anche 4 mila parrucchieri ed estetisti, 3.600 elettricisti, 3.200 idraulici, 1.800 falegnami, 800 sarti.
Manpower. Anche all’agenzia privata per il lavoro Manpower raccontano storie molto simili. Dice Stefano Scabbio, presidente e amministratore delegato: «Ogni mese attraverso di noi vengono assunte a tempo indeterminato circa 800 persone, e ogni mese ci sono 600 richieste di persone che non riescono a trovare una risposta sul mercato». Ma che tipo di persone? «Soprattutto venditori con conoscenze di tipo tecnico e in grado di parlare almeno una o due lingue». In concreto si tratta di progettisti meccanici, tecnici commerciali, programmatori di software aziendale, manutentori meccanici, progettisti elettronici. Anche nel settore del turismo si fa qualche fatica a trovare barman professionali e maitre d’albergo.
Dove non si sente la crisi. Secondo il numero uno di Manpower in Italia, queste richieste di lavoro non subiscono gli effetti della crisi. «Anche a gennaio e febbraio abbiamo avuto le nostre 800 assunzioni mensili, e 600 richieste rimaste vacanti» assicura Scabbio. Le imprese che assumono sono soprattutto quelle piccole e medie, con meno di trenta dipendenti. «Sono le più veloci nel riorganizzarsi, nel trovare nuovi mercati di riferimento». Cercano gente disposta ad andare all’estero per vendere i loro prodotti nei paesi delle economie emergenti, soprattutto all’Est. Cosa che, sostiene Scabbio, gli italiani sono poco propensi a fare.
I titoli di studio. Per fare questi lavori ovviamente bisogna conoscere le lingue, e questo è certamente un punto debole del nostro paese, anche fra le nuove generazioni. Ma c’è un male ancora più profondo nella formazione dei nostri giovani. Gli italiani hanno studiato le materie sbagliate, hanno imparato i mestieri sbagliati. Sul mercato del lavoro la maturità o la laurea breve servono a poco, le imprese cercano periti industriali, al massimo diplomati in ragioneria. È la rivincita degli istituti tecnici. E non si pensi che gli stipendi siano bassi: «Stiamo parlando avverte il manager di Manpower di redditi medi da 4-5 mila euro al mese».
Il caso dei macellai. Fra gli esempi di mestieri che garantiscono un posto sicuro e uno stipendio invidiabile viene talvolta menzionato quello del macellaio: pare che nella grande distribuzione siano richiestissimi e pagatissimi. I macellai smentiscono. Il signor Luigi Olcese, che qualche anno fa ha chiuso il suo negozio di macelleria a Roma, ha scritto a “Il Messaggero”: «Ho fatto domanda presso “la grande distribuzione”. La risposta è stata la seguente: contratto trimestrale e salario di circa mille euro al mese».
Chi ha ragione? In realtà entrambe le cose possono essere vere. La figura professionale veramente ricercata sul mercato non è quella del macellaio da banco nei supermercati, bensì quella del macellatore. Colui che, come si dice in gergo, “smonta” la bestia nei grandi centri di macellazione. È un lavoro pesante e che richiede una grande arte: il taglio iniziale della carne è un’operazione delicatissima, da cui dipende la resa economica e la qualità della bistecca finale. «Questi macellai professionisti sono rari spiegano alla Manpower e guadagnano anche 6 mila euro al mese».
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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=51245&sez=HOME_ECONOMIA
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Indagine-choc sui seggiolini per auto: “Non servono a proteggere i bambini”
Lo evidenziano i test condotti dall’Aci e da altri Automobile club europei: sono difficili da montare, poco protettivi caso di impatto laterale, con rifiniture e accessori a volte pericolosi
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Roma, 19 marzo 2009 – Difficili da montare, scomodi, poco protettivi in caso di impatto laterale, con rifiniture e accessori a volte pericolosi. I seggiolini per auto rappresentano ancora un punto debole del sistema di protezione complessivamente offerto dalle vetture. Lo evidenziano i risultati dei test condotti da Aci e da altri Automobile Club europei sui sistemi di ritenuta dei bambini. Dei 53 modelli esaminati, ben 7 sono stati valutati ‘scarsi’, 1 ‘appena sufficiente’, 15 ‘soddisfacenti’, 28 ‘buoni’ e solo 2 ‘ottimi’.
Sebbene tutti i dispositivi provati soddisfino i requisiti di omologazione, molti offrono una protezione inadeguata negli impatti laterali, frequenti sulle strade urbane. «Troppi automobilisti dimostrano una scarsa cultura della sicurezza anche a scapito dei propri figli», ha dichiarato il presidente dell’Automobile Club d’Italia (Aci), Enrico Gelpi, che ha aggiunto: «i test evidenziano che istruzioni poco chiare non facilitano il montaggio e l’uso corretto dei seggiolini, compromettendone l’efficacia. Bisogna inoltre innalzare gli standard di protezione, rendendo obbligatoria la prova di impatto laterale per l’omologazione». Per viaggiare sicuri i bambini devono essere allacciati a un seggiolino conforme al loro peso, dotato di schienale e protezioni laterali, installato correttamente secondo le istruzioni di montaggio.
Non si può prescindere dall’uso del seggiolino: cinture di sicurezza e airbag, pensati e progettati per gli adulti, non soltanto non offrono una protezione efficace ai bambini, ma risultano addirittura pericolosi in caso di incidente.
Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte in Europa per i ragazzi fra i 5 e i 13 anni: ogni anno perdono la vita sulle strade 12 mila minorenni, 5 mila dei quali bambini. Una recente indagine internazionale ha evidenziato che il 40 per cento dei bimbi europei viaggia senza seggiolino, e più del 50 per cento in modo inadeguato (dispositivo non omologato, di dimensioni non idonee o montato in maniera scorretta).
Un genitore su 4 giustifica il mancato uso del seggiolino con la scarsa propensione del bambino a stare seduto, il 22,7 per cento lo ritiene superfluo e il 18 per cento non lo giudica necessario perchè lo spostamento è di breve durata. Ciò dimostra l’assoluta urgenza di una incisiva campagna di sensibilizzazione sulla necessità di assicurare sempre il bambino al seggiolino. A questo proposito l’Aci ha avviato su tutto il territorio nazionale corsi di formazione ai futuri genitori affinchè siano consapevoli dell’utilità di questi sistemi di sicurezza, insegnando i criteri di scelta del seggiolino più idoneo e le procedure per il corretto utilizzo.
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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/03/19/159323-indagine_choc_seggiolini_auto.shtml
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Under35 precari ed emarginati. Mentre la classe dirigente invecchia
Primo rapporto del Forum nazionale dei Giovani, Cnel e Unicredit intitolato
“Urg! Urge ricambio generazionale. Quanto e come il Paese si rinnova”
Un viaggio nel mondo delle professioni. Un collaboratore su due ha meno di 35 anni
Per chi ha meno di 40 anni stipendi più bassi. Molti sono disoccupati, e non cercano più
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di ROSARIA AMATO
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ROMA – L’età giusta per un ingresso adeguato nel mondo del lavoro? Trentacinque-quarant’anni. E per una stabile affermazione professionale? Dai 50 ai 60. Non si tratta di una boutade, ma dei risultati del rapporto del Forum Nazionale dei Giovani e del Cnel, in collaborazione con Unicredit Group, dal titolo “Urg! Urge ricambio generazionale – Primo rapporto su quanto e come il nostro Paese si rinnova”.
Già i titoli dei vari capitoli del rapporto la dicono lunga sulle conclusioni dei ricercatori: “Non è un Paese per giovani: l’emarginazione politica di una generazione”. Oppure “In paziente attesa del proprio turno. Diventare medico in Italia”. O ancora: “L’odissea dei giovani avvocati tra la libera professione e la trappola del precariato”. I vari percorsi professionali analizzati nel corso dell’indagine differiscono tra loro per le caratteristiche, ma non per le enormi difficoltà incontrate in misura sempre maggiore dai giovani, soprattutto negli ultimi anni.
“Il quadro che emerge non è incoraggiante - osservano gli autori del rapporto – e lo spaccato della gioventù italiana è permeato da una forte sicurezza individuale e sociale: i giovani italiani, seppur capaci e meritevoli, a fatica riescono ad affermarsi professionalmente e ad emanciparsi dalla propria famiglia prima dei quarant’anni. Non a caso si è andata affermando una nuova categoria sociale: quella dei giovani-adulti. Né tanto meno i giovani italiani sono nelle condizioni di poter incidere sulle scelte politiche, economiche e sociali della nazione, essendo esclusi da tutti i cosiddetti “circuiti” del potere”.
Under-35: precario uno su due. Prima ancora che dalla politica, tuttavia, l’emarginazione dei giovani italiani nasce nel mondo del lavoro. “Incertezza, disoccupazione, bassi salari sono tre dei principali fattori di disagio con cui i giovani guardano al problema del lavoro”, dice il presidente del Cnel Antonio Marzano. I dati: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni. Ma non si tratta di contratti d’ingresso: secondo l’Istat, il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con un contratto di collaborazione, a distanza di un anno erano ancora nella stessa posizione. Naturalmente chi lavora per 10 anni a progetto, come collaboratore, o a tempo determinato “ogni volta è costretto a ricominciare dalla base della piramide, rimanendo di fatto escluso dalle posizioni di vertice”.
Per i giovani retribuzioni più basse. Lavori meno importanti, retribuzioni più basse. “Se nel 2003 il guadagno medio lordo di un giovane d’età compresa tra i 24 e i 30 anni – si legge nel rapporto – era di 20.252 euro, rispetto ai 25.032 euro percepiti dagli over50, nel 2007 il divario si è significativamente ampliato: a fronte dei 22.121 euro corrisposti agli under30, i 51-60enni hanno percepito una retribuzione media lorda di 29.976 euro”.
E i disoccupati sono in forte aumento. Ma tra gli under-35 non ci sono solo i precari malpagati, ci sono anche i disoccupati, e ce ne sono molti di più che nelle altre fasce di età. “Tra il 2006 e il 2007 crescono di circa 200.000 i giovani inattivi, cioè ragazzi che non lavorano e non cercano lavoro. Questi giovani hanno avuto un brusco cambiamento di status: nel 2006 erano formalmente inseriti nelle forze di lavoro (come occupati o persone in cerca), mentre nel 2007 hanno deciso di non provare nemmeno a cercare un lavoro”. A questi si aggiungono 430.000 giovani che nel 2006 erano in cerca di prima occupazione, e l’anno successivo sono risultati inattivi.
Classi dirigenti sempre più vecchie. Visto che i giovani sono tenuti fuori dal mondo del lavoro, o al più lavorano in posizione marginali, guadagnando poco, le classi dirigenti negli ultimi anni sono invecchiate inesorabilmente. Da un’analisi condotta sulla banca dati del Who’s who (il database dei top manager pubblici e privati) risulta “un sensibile aumento dell’età delle classi dirigenti italiane: si è passata da una media di 56,8 anni a una di quasi 61 (60,8 anni). Un sistema di potere che invecchia di anno in anno, quello italiano, in tutti gli ambiti: anche i neoparlamentari hanno un’età media di 51 anni. Dal 1992 a oggi i deputati under35 non hanno mai raggiunto la soglia del 10% degli eletti alla Camera, fatta eccezione per la XII Legislatura (nella quale costituivano il 12,4%). Infatti negli anni ’90 sembrava essersi instaurata, almeno nel Parlamento, una dinamica favorevole ai giovani, ma nell’attuale decennio si è decisamente interrotta. E quindi i giovani dai 25 ai 25 anni, che costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, hanno una rappresentanza pari solo a un terzo dell’incidenza effettiva sugli elettori.
La Lega Nord il partito più “giovane”. La rappresentanza giovanile è scarsa in tutti i partiti, con l’unica eccezione della Lega Nord, che presenta nell’ultima legislatura un 20,1% di eletti tra gli over35 contro l’11,4% tra i 25-35enni; per gli altri partiti la percentuale di eletti in età matura è quasi il triplo (47,4%). Anche nelle amministrazioni comunali, sostengono gli autori del rapporto, “nell’ultimo decennio gli under35 hanno perso terreno: finanche a livello locale le oligarchie di partito tendono ad estromettere le nuove generazioni dal governo del territorio”.
L’Università: nessun ricambio generazionale. Il rapporto analizza poi alcune professioni in particolare. Si comincia dal mondo accademico, sclerotizzato in misura inimmaginabile: tra i professori ordinari l’età media è di 59 anni. “Nel dettaglio, la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 (7,6%) hanno compiuto i 70 anni”. Non va meglio per le fasce più basse: l’età media dei professori associati è di 52 anni, e quella dei ricercatori è di 45. Solo il 3,4% di chi ottiene un dottorato di ricerca, infine, ha meno di 28 anni.
Ma va male anche nelle libere professioni. Non va meglio nelle libere professioni. Il giornalismo, la medicina, l’avvocatura e il notariato hanno tempi di accesso lunghissimi: “Per i più stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione di susseguono senza soluzione di continuità fino a oltre 40 anni. Qualche esempio: l’età media dei praticanti giornalisti è di 36 anni. I medici con non più di 35 anni sono poco meno del 12%, mentre i 35-39enni, rispetto a 11 anni fa, sono diminuiti del 13,8%. Mentre gli avvocati, pur iscritti all’albo, sono costretti per anni e anni a un ruolo umiliante di garzoni di bottega, e tra i notai due su dieci sono figli d’arte.
I padri tolgono in pubblico e restituiscono in privato. In questo scenario desolante il ruolo delle famiglie è ambiguo. Infatti in Italia ci sarebbero tutte le condizioni perché esploda un feroce conflitto generazionale tra i padri che mantengono il potere fino alla tomba e i figli esclusi, ma non esplode un bel niente perché, rilevano gli autori dell’indagine, “i genitori italiani sono tra i più generosi d’Europa quando è necessario dare un aiuto ai propri figli”, mentre “nel momento in cui sono chiamati a pensare ai giovani in quanto tali (e quindi ai figli degli altri) diventano molto egoisti”. In pratica, conclude il rapporto, “ci troviamo di fronte a una vera e propria legge del contrappasso: ciò che i genitori tolgono ai propri figli nella vita pubblica, è restituito (e con interessi molto alti) all’interno dei nuclei familiari”. Ma le conseguenze non sono positive: “Il rischio è che i giovani, rassegnati a questo immobilismo sociale, continuino ad accettare la propria condizione di emarginati in una società organizzata per caste e al cui vertice si trova una gerontocrazia inamovibile”.
Brunetta: “Gli studenti dell’Onda vanno trattati come guerriglieri”
Il ministro della Funzione pubblica usa parole dure in conferenza stampa
Con lui la Gelmini: “Pensiamo a un tetto di immigrati in classe del 30%”
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ROMA – Gli studenti dell’Onda sono dei “guerriglieri, e verranno trattati come guerriglieri”. Usa parole forti per parlare del movimento della protesta studentesca il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. All’indomani dello sciopero della scuola indetto dalla Cgil, con i cortei in tutti Italia che, in alcuni casi – come all’università La Sapienza di Roma – sono sfociati in momenti di tensione fra manifestanti e polizia, il ministro parla così durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi alla quale ha partecipato anche il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Che ha annunciato, tra l’altro, un tetto del 30% nella presenza di immigrati nelle scuole.
A chi gli ha fatto notare che, nella scuola, la protesta e il malcontento non si arrestano, Brunetta ha replicato: “Non vedo molta protesta, vedo ogni tanto delle azioni di guerriglia da parte dell’associazione Onda. Ma vedo che nelle votazioni degli organi di rappresentanza degli studenti, l’Onda non esiste. Sono un democratico – ha aggiunto – e quindi credo molto più al voto che alle azioni azioni di guerriglia.
E poi ha parlato la Gelmini. “Stiamo pensando – ha detto – all’introduzione di un tetto intorno al 30%” della presenza di alunni stranieri a scuola. Non credo che ciò sia possibile a partire dal prossimo anno ma dal successivo. Comunque sto chiedendo ai dirigenti uno sforzo per risolvere già dal prossimo anno i casi limite”, ha detto Gelmini che ha citato il caso della scuola “Pisacane” di Roma.
Il ministro dell’Istruzione ha poi il difeso la decisione di rendere il voto in condotta decisivo, nel passaggio alla classe successiva: “Un fatto necessario – ha sostenuto – si tratta di un provvedimento equilibrato perchè non lascia al singolo docente la valutazione che è frutto di una decisione collegiale. La Gelmini ha poi ammesso di aver preso anche lei un cinque in condotta, nel suo percorso scolastico.
Quanto ai precari, il ministro ha dichiarato che sono 18 mila in tutto i supplenti che quest’anno non saranno confermati. “Si tratta di un dato pesante – ha sottolineato – ma non così pesante come i 42mila previsti dalla Finanziaria”. Tra le misure allo studio per favorire chi quest’anno ha avuto supplenze annuali, o il dar loro la priorità sulle supplenze temporanee di almeno un paio di mesi, con l’erogazione di una indennità di disoccupazione per coprire i periodi senza lavoro; oppure favorire la mobilità, offrendo loro la possibilità di fare più richieste in più scuole.
All’università, invece, i precari sono circa 10 mila. E i corsi, il prossimo anno, saranno ridotti di circa il 20%.
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19 marzo 2009
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Sciopero generale, la Francia si ferma per 24 ore

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Parigi | 19 marzo 2009
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Sciopero generale in Francia contro la politica del governo di Nicolas Sarkozy giudicata inefficace di fronte alla crisi, che sta colpendo duramente, giorno dopo giorno, il Paese: imprese che continuano a licenziare e a chiudere, conflitti aziendali sempre piu’ duri, radicali anche nelle forme e negli scontri che oppongono manager e operai.
A distanza di circa due mesi dalla manifestazione del 29 gennaio che aveva mobilitato quasi due milioni e mezzo di persone, i sindacati chiamano i dipendenti pubblici e gli operai delle imprese private a scioperare e a far sentire ancora la loro voce in piu’ di 200 iniziative organizzate a Parigi e nelle piu’ grandi citta’ d’oltralpe.
Al di là del numero delle persone che scenderanno in piazza, lo sciopero ha già incassato il sostegno massiccio dell’intera popolazione: secondo un sondaggio dell’istituto Ifop pubblicato dal sito internet del settimanale Paris Match, il 78% dei francesi definisce “giustificata” la giornata di domani, e sono il 62% a giudicare “cattiva” la politica del governo di fronte alla crisi.
I sindacati vogliono che il governo s’impegni a proteggere di più i posti di lavoro e a prendere misure per rilanciare il potere d’acquisto. Ma l’Eliseo ha già fatto sapere che non ci saranno “interventi supplementari” dopo i 2,6 miliardi di euro decisi il 18 febbraio scorso a favore delle famiglie più fragili.
Ma da allora la situazione economica non è migliorata, anzi: le imprese continuano a mettere in cassa integrazione e a licenziare. Ha quasi fatto scandalo, per esempio, che il gruppo Total abbia annunciato la soppressione di 555 posti di lavoro, malgrado abbia realizzato benefici mai raggiunti. Di fronte a questo clima sociale, il governo cerca di mettere pressione sul Medef, la confindustria francese.
I ministri dell’ Economia, Christine Lagarde, e del Lavoro, Bruce Hortefeux, chiedono che i manager che ricorrono nelle loro imprese a una “massiccia” cassa integrazione e a licenziamenti rinuncino ad incassare i loro ‘bonus’. Gli imprenditori si trovano così sotto la pressione del governo e della piazza: l’esecutivo vuole un loro diverso atteggiamento, mentre i sindacati li accusano di accrescere la tensione sociale. Il segretario della Cgt, il principale sindacato, di sinistra, Bernard Thibault, ha definito “provocatorio” l’atteggiamento degli imprenditori, replicando alla presidente del Medef, Laurence Parisot, secondo la quale lo sciopero di domani “ha un costo in termini di demagogia e di illusioni create”.
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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=111187
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SPECIALE – Di ritorno da Gaza, ANGELI E DEMONI IN PALESTINA

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di Fulvio Grimaldi
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Un arabo frustrato di nome Raja Shemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra lungo 40 km e largo all’incirca 5. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e 400mila abitanti. Dopodichè circondatelo con il mare a ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e a est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiarate guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di decollo per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, navi da guerra, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate, 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo “Israele che si difende”. Adesso fermatevi un momento e dichiarate che “evitate di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica democrazia in atto… Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di persone disarmate (l’85% dei 1.455 ammazzati nel massacro delle tre settimane erano civili, il 30% bambini. N. d. A) perché è stato proprio Israele a metterle lì (due terzi della popolazione di Gaza sono profughi del 1948 e loro discendenti. N.d.A.). E’ allora chiamatelo genocidio, è più credibile… Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri al giornale “Haaretz”: “Uccidiamo i loro bambini oggi, per salvarne tanti domani”.
Restiamo umani.
Vittorio Arrigoni, volontario in Palestina, chiudeva così quei pezzi da Gaza che, sul solo “manifesto”, davano voce ai senzavoce di Gaza nel corso dell’aggressione 27 dicembe 2008 – 18 gennaio 2009 e seguenti. Gli italiani perbene e da lui disintossicati gli hanno già fatto un monumento nel loro cuore. Era tornato a Gaza qualche giorno prima dell’assalto sui battelli del “Free Gaza Movement“. Uscito su pescherecci nel mare proibito ai pescatori di Gaza, era stato intercettato e sequestrato dalle motovedette israeliane. Sbattuto in una fetida prigione, aveva imposto il suo rilascio con uno sciopero della fame. Non ci ha pensato su due volte a riprendere la nave di Cipro e tornare tra i “suoi”. Gli hanno sparato e risparato, anche dopo la “tregua”, un sito sionista ha invitato a ucciderlo, ha visto sventrare le ambulanze e cadere gli infermieri con cui correva in soccorso ai feriti, le rare volte che le belve con la Stella di Davide lo consentivano. Ha disintegrato la panna montata delle menzogne politiche e mediatiche con cui un’armata di ascari dei due Stati Canaglia, Usa e Israele, soffocava lucidi neuroni e impediva giusti moti del cuore. Due mesi dopo una “tregua” che è costata altri undici morti ammazzati, bombardamenti quasi giornalieri, il terrorismo dei tiri al bersaglio a contadini senza più campi e pescatori senza più mare, Vittorio è sempre lì. Non è andato a casa, a tirarsi fuori dall’inferno, a ritemprarsi dai suoi, dalla ragazza. E’ ancora lì, tra quei contadini, quei pescatori, quei resistenti, quei mutilati e quei bimbetti ai quali gli scherzi con Vittorio sanano ferite e recuperano la risata. Ho incontrato Vittorio Arrigoni a Gaza, siamo diventati amici. Un italiano che ti riconcilia con ‘sto paese sbrindellato e malfamato. Diceva Fabrizio De André: “Dalla melma nascono i fiori”.
Siamo seduti accanto, Zenab ed io, su una branda nell’edificio mezzo sventrato e riempito di graffiti dispregiativi dai militari invasori, tipo “Ammazza gli arabi”, “Torneremo”, “Israele è stato qui”, “Vi uccideremo tutti se non vi togliete dalle palle”. Poi ci sono le decorazioni: una serie infinita di stelle di Davide, merda spalmata sulle pareti, tutto quello che c’era in casa scagliato dalle finestre a schiacciare sotto una confusione di colori ormai stinti – panni, quadri, libri, pentole, coperte, materassi, mobilia – quello che era un giardino. Siamo a Zeitun, quartiere della periferia est di Gaza City disintegrato dalla colonna di tank israeliana che qui è stata fermata dalla guerriglia. Quando i prodi soldati di Tsahal, polverizzate con i cannoni, gli F16, gli Apache, le costruzioni che si trovavano davanti, perlopiù con tutta la gente dentro, venivano affrontati nel corpo a corpo dalla Resistenza, l’avanzata finiva. Nel combattimento casa per casa, di cui sono testimonianza le migliaia di fori sulle case subito dietro l’area spianata da bombe e proiettili, questi eroi dell’ “autodifesa”, abituati da anni a infierire sui ragazzi e sulle donne delle pietre e delle manifestazioni, poi duramente bastonati dagli Hezbollah in Libano, se la facevano sotto e invocavano la mamma. Lo conferma una confessione scritta sulle pareti tra le ingiurie alle vittime: “Mamma, fammi tornare a casa”.
Zenab ha tredici anni, bionda, occhi bruni chiari, le mani serrate in grembo. Sorride solo quando una turba di bimbetti dai due ai cinque anni, fratelli, cugini, salta sul materasso come fosse un piano elastico, facendo ballare la mia telecamera. Fuori dalla finestra, chiusa da teli di plastica, si dilata a perdita d’occhio un mare di macerie fino ai campi che coprono le poche centinaia di metri prima delle torrette di guardia israeliane. Quelle dalle quali, sparandogli addosso, i cecchini si divertono a far saltare le cervella ai contadini affamati che si peritano di affacciarsi sulle loro colture in rovina. Si chiama “tregua” ed è costata la vita a 13 civili già nelle prime due settimane dopo il 18 gennaio, data dalla quale l’onesta informazione italiana fa partire il cessate il fuoco israeliano. Nello stesso periodo qualche decina di minirazzi si sono persi tra gli sterpi oltre confine. Di quelli si parla, senza peraltro citare le ripetute dichiarazioni di Hamas che ne smentiscono la paternità. Gli israeliani sono i migliori al mondo nelle provocazioni. Bisogna pur offrire ai media voraci di vittimismo israeliano un alibi per i quotidiani bombardamenti da “tregua” su Rafah e su quel protocollo salvavita che sono i tunnel verso l’Egitto.
Quella distesa di rovine, tra le quali spunta, spaccata a metà, la cupola d’oro della moschea, una delle trenta rase al suolo, erano le case della grande famiglia Samudi. Zenab è una Samudi. Le sono stati ammazzati 29 parenti, tra cui la mamma, il papà, tre sorelline, una cuginetta. Di questi ha vissuto la fine. E me la racconta. La mamma e le bambine erano state bersagliate dai proiettili dei carri mentre se ne stavano rintanate in quella che gli era sembrata la stanza più sicura. All’avvicinarsi notturno dell’aggressore avevano voluto fuggire verso il centro città, ma gli israeliani li avevano costretti a rinchiudersi in quella casa. Poi avevano aperto il fuoco. Così in tante altre occasioni, ovunque, a Jabalia, Abed Rabbo, Khan Yunis, Rafah… Un loro capo di Stato maggiore non aveva prefigurato i palestinesi come “scarafaggi impazziti in fuga da una bottiglia“? Con la differenza che qui, agli scarafaggi, era anche stata tappata la bottiglia.
La mamma era piena di schegge, ma aveva gli occhi aperti e respirava, respirava. Io la chiamavo lei mi guardava fissa, poi non respirava più. La chiamavamo, la chiamavamo. Anche alcune delle mie sorelle non si muovevano più. Guardando in giù, vedevamo i nostri piedi strisciare nel sangue. Mio padre, allora, ci ha detto meglio morire insieme alle nostre case là fuori, andiamo. Prendemmo degli stracci bianchi e ci affacciammo. C’erano tutt’intorno le sagome dei carri con i cannoni puntati su di noi. Nessuno ci disse niente e noi, col papà avanti, ci avviammo. Eravamo una lunga fila, tutti con gli stracci bianchi”. Poi Zenab passa inconsapevolmente al presente: “Facciamo il giro della casa, camminiamo tra calcinacci e spuntoni di ferro, quando parte un colpo, poi altri, sibili dopo sibili e schegge che schizzano dai muri. Papà cade per primo, poi altri, nel buio non capisco chi.
Da dietro arriva d’improvviso la sirena di un’ambulanza, ma gli spari aumentano e vanno anche in quella direzione. Si sente come una grossa martellata sul metallo, uno schianto come quando si scontrano due automobili. E la sirena non suona più. Ci mettiamo a correre, sempre con le pezze bianche in alto. Ancora spari…
Zenab è salva. Oggi parla come una donna adulta. Mi guarda con il viso immobile. Solo le labbra si muovono. E’ una grazia che intorno le razzolino tutti quei fantolini vispissimi, impegnati a spintonarsi davanti all’obiettivo – “sura! sura!, foto! foto! – o a giocare alla guerra con dei legnetti. La guerra vera a uno di loro, scarsi due anni, ha maciullato una mano: mancano quattro dita, mezzo palmo, resta un mozzicone di pollice. Me la mostra, quella manina massacrata, e me ne cerca l’effetto negli occhi. O una spiegazione, chissà. Non c’è migliore infanticida di Israele. Di Zenab, della sua cuginetta di dieci anni, Duna, con gli occhi neri tagliati obliqui, la coda castana sulla nuca e sulla faccia il miracolo della gravità mescolata alla gentilezza, ce ne sono tante quanti sono i fratelli e le sorelle dei 400 bambini scannati in tre settimane. Un centinaio subito il primo giorno, quando le orde volanti israeliane arrivarono intorno alle 11.30, a colpire nel mucchio scolaretti e studenti che a quell’ora sciamavano per le strade nel cambi di turno. Non si fa forse così un genocidio, ai termini della definizione datane dall’ONU? Chissà se a tutti questi sarà di beneficio quello che il gruppo di generosi medici liguri, al quale mi sono accompagnato nel viaggio d’andata, riporterà in Italia, tra un’opinione pubblica rinserrata nella menzogna mediatica, ma forse ancora aperta alle lacrime e alla mano da offrire ai più dannati dei dannati bambini della Terra.
Ci avevano bloccati al valico egiziano di Rafah, noi, volontari solidali da mezzo mondo. italiani del Forum Palestina con le somme raccolte per l’ospedale “Al Awda” di Jabalia, statunitensi, francesi, inglesi, irlandesi, tedeschi… Una turba un po’ stracciona che si accalcava sui cancelli presidiati da poliziotti in nero, gentili, inflessibili: non si passa. Si erano accampati sul pavimento di cemento della bottega di Mohammed, a fianco dei cancelli. Avevano resistito tre giorni e due notti, con conciliaboli tra “capogita” e funzionari doganali, ossessive telefonate alle rispettive ambasciate a invocare quel pezzo di carta che, secondo i guardiani del confine, ancora mancava, i chai caldi, tè, e i cahua, caffè turco, con merendine, del giovialone dai sorrisi sdentati Mohammed, sempre guardati a vista da poliziotti, che invano avevano tentato di spintonarli via, a volte assordati dalle bombe che gli energumeni sugli F16 lanciavano a ridosso del confine, sui tunnel. Magari anche sull’apprensività degli “internazionali”, che si spaventassero e rinunciassero a sostenere gli “scarafaggi” riportando al mondo l’evidenza che Israele è uno Stato fuorilegge, primatista mondiale di razzismo (come sentenzia il documento ONU per la convenzione “Durban 2″), criminale. D’improvviso, al tramonto, i cancelli si socchiudono. Proprio quando ormai si stava diffondendo il timore che non si sarebbe mai passati e che ci saremmo dovuti rassegnare a raccontare a casa quanto infame fosse la subalternità del despota gerontocrate Mubarak allo Stato sionista e quanto cinica la sua collaborazione nel tirare il cappio intorno a un popolo di insanguinati e affamati che, con le belve alle calcagne, premevano disperati su quei cancelli e su quella muraglia che l’Egitto ha copiato dal muro di Sharon.
Il blocco israelo-egiziano (non c’è foglia che si muova al Cairo che Israele non voglia) s’infrange al terzo giorno. Di colpo, senza spiegazioni. E passiamo col cuore in gola, anzi col cervello nel cuore che ha messo la quarta. Non è che si sia compiuta un’impresa epocale, come alcuni avrebbero subito strombettato. Prima di noi qualcuno aveva già disfatto la tela della collusione israelo-egiziana. Ce l’avevano fatta Angela Lano di Infopal, un’altra grande voce per la Palestina, quelli semigovernativi di Crocevia, la troupe Rai di Jacona… Noi avevamo semplicemente contribuito a svelare la strategia israelo-italo-egiziana di rendere il blocco impenetrabile o, almeno, eccessivamente faticoso da superare. Ma dopo di noi la crepa diventa subito voragine, in fondo al quale il regime del satrapo si nasconde davanti allo scandalo internazionale e tra le proprie masse della sua miserabile correità. Appeso ai muri della monumentale porta resta lo striscione “Palestina Libera”. Ci segue la carovana delle 60 infuriatissime donne Usa dell’associazione “Code Pink” , Codice Rosa, tra le quali scorgo le facce sorridenti e tenere dei genitori di Rachel Corrie, la martire della brigata internazionale di resistenti passivi, schiacciata a Gaza da una ruspa israeliana, davanti alla casa che voleva preservare dall’annientamento. Mi diranno che la morte di Rachel ha dato nuova vita a loro e a tantissimi negli Stati Uniti, una vita che da allora si mescola con quella che scorre nelle vene di coloro che stanno tornando per l’ennesima volta ad abbracciare. Due giorni dopo entra anche l’incredibile colonna del deputato britannico George Galloway, segretario del partito “Respect” . Lui e la sua gente è come se confermassero la sentenza capitale per ignavia ai partiti di sinistra italiani. Sono 150 tra camion zeppi di rifornimenti vitali, ambulanze nuove di pacca, pescherecci, furgoni. Impossibile sia per i macellai di Tel Aviv, sia per il loro magazziniere egiziano stoppare quel convoglio, anche perché viene dal Regno Unito e Galloway è, dopotutto, un parlamentare di Sua Maestà. Lo zimbello successore dei faraoni si consola bloccando nello stadio di El Arish, a due passi dal confine, qualche centinaio di tonnellate di generi di prima necessità portate da organizzazioni umanitarie varie, roba ormai da macero. Per passare, un centinaio di robusti figli di Albione hanno dovuto fare a botte con una specie di Celere egiziana. I cardini dei portali di Rafah sono dunque stati mossi anche dell’imbarazzo spurgato da giornali che urlavano “scontri tra volontari britannici e polizia egiziana comandata a impedire l’arrivo di cibo a farmaci a Gaza”.
Le terre, i centri abitati che risalgo verso Gaza City, dopo averli frequentati sotto lo stivale dell’occupante, allora impegnato nelle distruzioni selettive e negli assassini in serie mirati con corredo di civili trucidati dall’effetto collaterale, danno corpo alla cifre accertate dalle agenzie ONU, dalla Croce Rossa e da altre organizzazioni come “Amnesty International” o la rivista medica “Lancet”. Cifre che rivelano quanto bravo sia Israele a polverizzare case, devastare ambienti, colture, infrastrutture, punire collettivamente sterminando inermi, preferibilmente di genere femminile (procreano!) e di precoce età (crescono!), sperimentare per la seconda volta, dopo il Libano, le armi antipersona che feriscono e uccidono tra spasimi prolungati, mutilano per sempre, avvelenano per generazioni. Tutte cose che, secondo il diritto internazionale e la Quarta Convenzione di Ginevra fanno di un occupante, di un regime, l’imputato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma, intanto, imputato è Omar el Bashir, presidente di un paese che non si piega ai ricatti e alle minacce sioniste ed imperialiste e contro la cui sovranità e indipendenza quelle forze hanno scatenato una sanguinosa secessione in Darfur. Al riottoso Sudan, un paese sul quale il colonialismo britannico ha infierito nel solito modo barbarico e che alla Corona ha inflitto sconfitte memorabili, deve essere insegnato che a comportarsi così si finisce come l’Iraq, l’Afghanistan, la Palestina, la Jugoslavia, si finisce preda dei cannibali. Ha il torto di stare con i palestinesi e i liberi iracheni, El Bashir, di privilegiare per opere e petrolio una Cina assai più equa nei rapporti degli avvoltoi occidentali, di aver respinto tutti i tentativi di destabilizzazione orditi da Usa, UE, Israele, Vaticano, fin dai tempi in cui il Sudan veniva azzannato da Sud. Apprendiamo dalla tv di Hamas a Gaza che il presidente sudanese è stato incriminato dal Tribunale Penale dell’Aja e che ne è stato chiesto l’arresto. All’Aja hanno processato e fatto morire il difensore della Jugoslavia unita e socialista, Slobodan Milosevic. I giudici dell’Aja, non si sognano di incriminare Olmert, o Bush, o il fantoccio iracheno Al Maliki, trapanatore di crani, o l’Uribe colombiano delle stragi di Stato di contadini e sindacalisti, o il comatoso Sharon, o il serial killer kosovaro Hashim Thaci, oggi premier di un narcostato Nato. Ma Omar El Bashir è un arabo e gli arabi vanno dispersi, è un musulmano e serve allo “scontro di civiltà” e, come questi qua di Gaza, tiene la schiena dritta.
I terreni squarciati dai cingoli dei tank e dalle ruspe, gli uliveti, frutteti, campi di carciofi, fragole, cavoli, melanzane, grano, sradicati e sconvolti, un rosario di costruzioni abbattute, le acque stagnanti e putride attorno alle centrali elettriche colpite e ai pozzi sfondati, le moschee violate e disintegrate, le scuole e gli ospedali tolti di mezzo per impedire la vita della mente e del corpo.
Il milione e mezzo di tonnellate di esplosivo, cinque bombe di Hiroshima, scagliate, dopo decenni di ammazzamenti e angherie e tre mesi di embargo strangolatore (285 assassinati, 800 feriti), da quel Mazinga feroce e imbelle su un milione e mezzo di brave persone civili raggrumate nel formicaio dei 360 km quadrati, oltre ai 1.455 morti, con altri che continuano a cedere alle loro ferite e intossicazioni, e ai 5.500 feriti, perlopiù irrimediabili, hanno guadagnato a Israele il seguente bottino: 600mila tonnellate di detriti da 14mila case, per centomila sfollati ridotti in tende, tuguri, caverne sotto i lastroni delle macerie e da 68 strutture di governo e amministrazione, 48 centri sanitari, 179 scuole pubbliche, 153 moschee tra distrutte e danneggiate, 11 milioni e centomila metri quadrati di terre coltivate, 141mila ulivi, 137mila alberi di agrumi, 10mila palme, animali da allevamento per 20 milioni di dollari, 115 ettari di serre, 75 km di strade agricole cancellate, 48 km di acquedotti, 415 pozzi e stagni di raccolta sfondati, il 93% delle strutture commerciali e industriali, per un danno complessivo di due miliardi e 734 milioni di dollari, e una perdita del 48% di un PIL espresso dall’80% di disoccupati e dal 70% di indigenti da embargo sotto il livello di povertà.
Al passivo del bilancio, Hamas in piedi e in ascesa verticale di consensi. Due mesi dopo il massacro un sondaggio in tutti i territori occupati dà al primo ministro Haniyeh, di Hamas, il 47% delle preferenza per presidente della Palestina, contro il 44% del titolare in proroga, il rinnegato Abu Mazen. Tre mesi prima l’ominicchio che si protegge dalla rabbia popolare con le truppe occupanti e i pretoriani armati e addestrati da generali Usa in Giordania, stava al 47%. Ma poi aveva dichiarato che l’olocausto di Gaza era colpa dei razzi Kassam di Hamas. Nell’attivo dell’umanità, poi, va registrata la resistenza vincente di un popolo che, percosso e stremato, ha sollevato ancora più in alto le bandiera della libertà e della dignità: “Restiamo umani “, invocava dal mare di sangue Vittorio Arrigoni. Quelli di Gaza lo hanno ascoltato. Invece va nettamente collocato nella colonna del passivo umano quel 96% di cittadini israeliani che, gasati dalle atrocità dei propri miliziani, ha sostenuto il massacro, il 61% che vuole cacciare i palestinesi cittadini di Israele (il 24% nel 1991), l’80% che non accetta arabi nel quadro dello Stato (nel 2000 era il 67%). A costoro la voce di Arrigoni non è arrivata.
La sedicente “comunità internazionale”, che compatta aveva sostenuto l’ignominia dell’ “autodifesa” al fosforo e all’uranio di Israele, riunita a Sharm El Sheik a marzo, ha stanziato circa 4 miliardi di dollari per ricostruire quanto l’assalitore aveva demolito. C’era da far guadagnare le proprie ditte e far guadagnare un Abu Mazen rimesso in sella. Ma a Gaza non si ricostruisce un bel nulla, mentre ruba dai fiumi e dalle cave di Cisgordania, per la superfetazione delle sue colonie illegali, il materiale edile che non possiede, Israele mantiene su cemento, mattoni, ferro e tutto il resto il blocco più assoluto. Se non sono scappati dalle bombe, se ne andranno pure per non vivere in eterno sotto cartoni e nelle tende. O, quanto meno, vi si estingueranno. Dimenticano, i pulitori etnici sionisti, che quel popolo nelle tende ha vissuto e resistito, chiavi di casa in mano, per decenni.
Uscito dalla casa che ora accoglie i sopravvissuti della famiglia Al Samuni, tra dune di calcinacci e ferraglie, vedo baracchette di plastica dai due, tre metri quadrati. In una trovo una famiglia di padre, madre e sette bambini a negare l’impenetrabilità dei corpi. Con i teli schiaffeggiati dal vento gelido, quei ricoveri paiono vele in un mare dove la spuma delle onde sono le polveri dei mattoni disfatti. I ragazzi più grandi rovistano tra i frantumi alla ricerca della coperta, del tegame, del quaderno. La madre, vedendomi arrivare, si precipita all’interno a rassettare le quattro miserie recuperate. Nell’angolo c’è un fornellino improvvisato con due mattoni e una griglia. Sopra, due pannocchie di granturco e sei pomodori. E’ il pranzo. Dopo, andranno ai tendoni dell’Unicef e dell’Unrwa a ritirare il pacco settimanale: riso, zucchero, sapone, fave. Coloro che stanno meglio si sono riuniti, in affollamenti disumani, a congiunti e amici in città. Chi sta peggio sono quelli come Mahmud, sepolto nell’oceano di macerie dell’area periferica Abed Rabbo. Lo trovo sotto la minaccia incombente del primo piano della sua casa che, spaccato in tre pezzi, si è in parte piegato a fare da tettoia al pianoterra. Tra i ferri del calcestruzzo si intravvede il cielo e si percepisce il fischio del vento. Mahmud ha cinquant’anni e quella casa l’aveva costruita per una famiglia di 26. Sei sono stati annullati dai serial killer della Grande Israele, gli altri sono sparsi per ogni dove lungo la Striscia, due in ospedale a continuare farsi divorare dal fosforo, uno in Egitto dopo che amputazioni successive, determinate dalla necrosi inarrestabile indotta dalle armi proibite, ne avevano ridotto la dimensione di un terzo, una figlia all’ospedale Shifa di Gaza, il più grande, gestito da Hamas. Quando lo abbiamo visitato i medici non capivano perché la giovane donna sia intatta fuori e tutta devastata negli organi. Uno di quei sanitari che per 22 giorni hanno lavorato giorno e notte, senza posa, ad accogliere fino a 400 feriti al giorno, mi indica un poster alla parete. C’è un ragazzo, forse ventenne, sprizzante allegria, “Era il mio collega di ambulanza, lo hanno ucciso mentre stava raccogliendo un groviglio di feriti a Jabalia. Gli volevo molto bene”, dice battendo la mano destra sul cuore. Mi sorride e piange. Lo ritroveremo nel mio filmato.
Mahmud ha cinquant’anni, è grande e grosso e fuma sigarette da ammazzarsi, come tutti gli arabi che scontano la propria tensione facendo fare ricchi conti agli avvelenatori della Big Tobacco statunitense che qui smerciano quelle sigarette al fulmicotone che nell’Occidente ipocritamente salutista sono addomesticate. Ha costruito la sua grande casa per dieci anni e ora sta sdraiato su una stuoia sotto quel soffitto pericolante. Gli tengono compagnia una montagna di stracci colorati, arredi frantumati, blocchi di calcestruzzo, un amico e, fuori, un somaro col carretto. Non so se in psichiatria esiste la categoria degli incazzati sereni e affettuosi. Semmai Mahmud l’ha inventata. Anche lui ha un fornellino di massi e la teiera del chai. Me ne offre un bicchiere rovente. “Ci ho messo una vita a costruire la mia casa. Allunga lo sguardo oltre i cumuli di rottami, punteggiati da altre baracchette e solcati da asinelli con carretti che portano anziane donne in nero con le loro fascine di legna raccolta tra le macerie, legno che era mobilio, porte, infissi, quadri dei cari, spesso dei martiri. Lo allunga oltre, Mahmud, fino al vicinissimo orizzonte dove finisce la sua terra martoriata, ma libera e inizia la sua terra predata e occupata: “Se quelli tornano mi troveranno ancora qua. Questo posto è mio, oggi e fra cent’anni “. Pare che parli della Palestina. Pochi metri più in là, oltre un impianto di potabilizzazione distrutto, rimpiazzato da quattro bidoni di Medicins Sans Frontieres, si eleva una strana pergola, fatta di un telo blù in alto che sbatte nella tramontana, già strappato in parte dai quattro stecchi che lo sorreggono. Sotto c’è un tavolino e una bambina fissa su fogli di carta. La “pergoletta” glie l’ha costruita il papà che ora si sta adoperando con altri uomini intorno a tubi tipo Innocenti, tutti contorti e da raddrizzare, innalzare, infilare gli uni negli altri. Una ricostruzione “dal basso”, di iniziativa diretta, in attesa che la famigerata “comunità internazionale” imponga alla manica di sadici assedianti di far passare materiali edili. Chiedo cosa stanno mettendo in piedi. “Un centro culturale giovanile” , rispondono. Quando si dice le priorità. A fianco un bell’uomo anziano, barbuto, cotto dal sole, con i figlioli che gli portano avanzi di distruzioni, tira su una casetta. I pezzi di risulta li incolla con terra e acqua, fango, come duemila anni fa. “No cement, grida, Israel no cement” . E la bambina sotto la “pergola” che pare da prima media? Mi avvicino e vedo che studia. C’è un libro dalle pagine sfrangiate, ci sono due quaderni laceri, bianchi di povere, pieni di sinuosi caratteri arabi tracciati con una biro smozzicata (non fanno entrare matite e penne, “potrebbero servire ad armare Hamas”). Alza lo sguardo sullo sconosciuto che le punta un tubo di metallo e vetro e subito sorride, come tutti qua. Qua e dal Marocco all’Iraq, quando si tratta di popolo arabo, non delle sua fetida borghesia occidentalizzata. Studi da che cosa? “Da insegnante di arabo, perché è la lingua di tanto tempo fa e di tanti bei libri… o forse da professoressa di matematica, la scienza è importante per noi…”.
Le grandi periferie dei campi profughi viste dall’alto sembrano una fungaia di champignon. Dalle distese di macerie spuntano tendopoli, piccole tende di vecchio modello in cui le famiglie stanno compresse come gambe nella calza. E’ gente che viene dal ’48, dalla Nakba, la catastrofe dei villaggi bruciati spesso con gli abitanti dentro e delle espulsioni di massa. Quelli e i loro figli e nipoti. Hanno triplicato la popolazione di Gaza, un po’ per volta sono usciti dalle tende che un’ONU bastarda, sancitrice della spartizione iniqua imposta dai colonialisti di ritorno, si sono accasati raccattando mattoni e mettendolì su con la lentezza di chi si doveva dividere tra l’intifada e il lavoro sui campi o nelle botteghe. Oggi si ritrovano sotto una tenda e da una tenda più grande aspettano il pasto che non si possono più permettere: “Quel cumulo di detriti era casa mia, tenevo qualche risparmio sotto il materasso, per ogni evenienza. Il materasso è bruciato, forse sotto quei muri rotti c’è ancora qualche soldo”, mi dice una signora che districa rametti per il fuoco.
Dallo striminzito entroterra al mare è una successione di montagne o distese di sacchi della spazzatura, dilagano come macchie d’olio. Hanno bombardato anche le caserme e i mezzi dei vigili del fuoco, in modo che la gente ardesse meglio, e i depositi dei mezzi per il trasporto e il trattamento dei rifiuti solidi. E’ così che si semina Il rischio sanitario, complemento alla denutrizione. All’ospedale Al Shifa, il più grande ed efficiente di Gaza City, sono ricoverati bambini con problemi di respirazione determinati dal fetore e dai roghi di immondizia. Proliferano insetti e ratti, roba tossica si infila nel suolo e nelle falde.
Lo sconforto impotente del visitatore si placa all’attraversamento del centro città. Qui rifulge una capacità addirittura eroica di mantenere in piedi la normalità. Merito indubbiamente della natura di questa popolazione, provata e mai domata da ininterrotte apocalissi, ma merito anche di questi governanti di Hamas, cui nessuno riesce a disconoscere onestà – quale abisso rispetto ai trafficoni e traffichini Fatah della Cisgiordania – della loro efficienza nell’allestire reti di sostegno ai bisognosi, nel non far venire mai a mancare l’organizzazione della vita sociale, sanitaria, educativa. Ci sono i sapientoni della correttezza politica che lamentano “la mancanza di un progetto socialista” di questi politici religiosi. Esternino la loro supponenza alla gente comune di Gaza, quella che ha avuto subito un primo indennizzo per sopravvivere, quella i cui bambini non hanno perso un giorno di scuola, neanche quando Israele ne ammazzava cinquanta al giorno, quella che non ha mai mancato di trovare l’impiegato dietro allo sportello della pensione, della registrazione anagrafica, della contesa giudiziaria, del banchetto di internet.
Nei negozi c’è di tutto, osservatori disinvolti e veloci si sono detti “ma quale blocco !”. No si sono accorti che mancano i clienti, Ci sono fondi di magazzino accuratamente gestiti e, soprattutto, i prodotti di quell’industria dei miracoli che sono i tunnel tra Rafah e l’Egitto. Ci passa di tutto e, dal loro lato, gli egiziani chiudono un occhio perché quel traffico è una flebo all’economia nazionale dissanguata e la gente è già abbastanza incazzata col regime. Lo scenario è fantastico. Dove qualche anno fa avevo visto case, per quanto squarciate e sforacchiate dai continui bombardamenti, ora c’è una distesa desertica, con tanto di dune. I palazzi di Rafah sono stati polverizzati da Israele, puro genocidio nascosto dietro l’accusa che da lì sparavano i cecchini dell’Intifada. Contro chi avrebbero sparato se dall’altro lato del muro c’era l’Egitto? Un chilometro quadrato di case non c’è più, ma le dune sono montagnole di terriccio di risulta, tirato fuori da una megalopoli di talpe. Tra duna e duna, a perdita d’occhio, si ergono tettoie di tela blù, piccoli cieli che coprono buchi ben foderati da sostegni, muniti di carrucole e scale verso lo sprofondo, con uno in cima che radioparla con quello là sotto, a trenta e più metri, all’imbocco di un percorso viscerale di chilometri. I ragazzi che scavano rischiano ogni secondo del giorno e della notte la vita, un giorno su due gli F16 si accaniscono, a volte il soffitto crolla solo per le vibrazioni. Nei pochi giorni della nostra presenza ne sono stati sepolti vivi otto mentre tentavano di procurare da mangiare alla loro gente. Erano 1.400, si mormora e i killer impuniti ne avrebbero sfasciato 700, subito riscavati e moltiplicati. Alcuni sono gestiti da Hamas e per quelli passano i generi di prima necessità, quelli della sopravvivenza accessibile a tutti. Gli altri sono di occhiuti imprenditori che con gli “spalloni” ricavano profitti non indifferenti. Sono per il passaggio di beni durevoli, elettrodomestici, vestiario, computer, telefonini, mobili, carburante, il ben di dio che straripa dai negozi, ma che nei negozi perlopiù rimane perché i soldi non ci sono. Il premier Haniyeh, fatto un giro per le capitali arabe e musulmane, dal senso di colpa di sceicchi, emiri e despoti aveva saputo spremere un paio di milioni di dollari. Gli egiziani a Rafah glieli hanno sequestrati e congelati nelle loro banche.
La sicurezza viene sopraffatta dall’orgoglio per quell’impresa prometeica e una talpa mi invita a entrare sotto il telone e ammirare il buco col compagno in fondo rivelato dalla torcia e che mi grida “Welcome, chefelhal”, come stai? Ma subito interviene un capo-vigilanza di Hamas e mi intima qualcosa. Per fortuna c’è Majid, giovanissimo giornalista che, grazie a Arrigoni ho conosciuto e che è stato il mio intelligente, affettuoso e competente Virgilio nel percorso lungo i gironi dell’inferno Gaza. Spiega all’ufficiale che ci si può fidare, che sto dalla loro parte e tutto si risolve in un abbraccio. Del resto non c’è nulla che io abbia visto che non possano vedere gli strumenti su quel dirigibile israeliano che troneggia nel cielo su tutta Gaza. A una cinquantina di metri dalla lunghissima barriera di cemento che, lungo sette chilometri, separa il mondo concentrazionario di Gaza dal resto del mondo, occhieggiano binocoli egiziani.
Gaza è sdraiata sulla costa di un Mediterraneo che al popolo carcerato dovrebbe offrire qualche ora d’aria. Ne ricaverebbero un dieci per cento della loro dieta. Niente ora d’aria. Gli accordi truffaldini della famigerata Oslo avevano assicurato ai pescatori di Gaza venti miglia nautiche. Israele le aveva subito ristretto a 12, poi a 6, ora a tre. Fondali impervi ai pescherecci più grandi, micragnosi di minuta raccolta per le barche minori. Giriamo il porto tra moli scaraventati per aria e nel mare dalle bombe e naviglio stracciato dai proiettili del mare. Uscendo in mare con i pescatori, lo stesso Arrigoni s’è visto sparare e poi catturare. Decine i pescatori feriti. Nel 2000 c’erano 10mila pescatori, oggi sono entrati nell’80% di senzalavoro. Ne restano 3.500, ma pochi scendono fin qui a contemplare le reti lacerate e il naviglio spaccato in due. Del resto, dov’è la nafta per far andare i motori? Qualcuno ha provato con l’olio vegetale, dopo un po’ i motori si sono fermati, prima che gli sparassero addosso. Non arriva pesce e la proteina da pollame o ovini l’abbiamo vista maciullata negli allevamenti disintegrati. Gaza abbisogna di 20mila tonnellate di pesce che si ottengono da un’ottantina di uscite al mese. Nel 2008, col blocco appena attenuato, le uscite, a rischio di fucilazione, si erano ridotte a dieci e il pescato a 3.000 tonnellate. In compenso le acque territoriali di Gaza vengono invase e saccheggiate da pescherecci israeliani ed egiziani. Si calcola in 10 milioni di dollari il danno inflitto dall’aggressione al’industria della pesca. Mettiamoci un 20% dei terreni agricoli distrutto, il 18% degli orti e delle serre, è arriviamo a una carenza di alimenti del 30% e passa. La morte per fame ha cominciato a mordere.
Il dott. Ahmed dell’ospedale Al Shifa, zeppo di madri in nero, mogli, sorelle, figlie che frusciano per corridoi e corsie ad assistere i divorati dai licantropi del fosforo e delle “Dime”, mi conferma quanto già aveva rivelato la rivista medica “Lancet”: “Dopo una laparotomia primaria per ferite che parevano relativamente piccole e poco contaminate, un secondo intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di tre giorni. Poi la salute si deteriora e entro dieci giorni necessita un terzo intervento che mette in luce una massiccia necrosi del fegato o di altri organi. Il fenomeno è accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte”. Ho potuto vedere, tra ospedali della Mezzaluna rossa palestinese al Cairo, Al Shifa e l’ospedale Al Awda di Gaza gestito dal Fronte Popolare, vittime delle bombe al fosforo, delle bombe ad altissimo potenziale, bombe a implosione che bruciano l’aria e carbonizzano i polmoni, bombe a grappolo per bambini, bombe a freccette per destinatari da trafiggere. Ho visto corpi che parevano i quarti di bue un tempo appesi alle nostre macellerie. Ho visto la pallida Dima di tre anni, bianchissima, con gli occhi chiusi e metà calotta cranica rubata da un israeliano. Alla seconda speranzosa visita, il giorno dopo, era finita tra i nomi mai scritti nel sacrario inesistente dei milioni dell’olocausto arabo.
Sono con Majid, uno che di Gaza conosce tutti gli orrori, dolori, onori, a casa del Dr. Ezzedine Abu Laish. Ezzedine stava al telefono con la televisione israeliana, perché raccontasse ciò che gli veniva sbranato attorno. Sono stati proprio gli israeliani a chiedergli una diretta. Ma quel racconto non doveva passare. Probabilmente era una trappola: la misura della mostruosità. Un missile gli si è infilato in casa e ha squarciato, sotto i suoi occhi e nel mezzo della trasmissione, tre figlie, bambinette tra i due e i sette anni. Mi fa visitare la stanza il fratello Risik, cui nello stesso momento avevano ammazzato la quarta bambina. Materia cerebrale e macchie di sangue di Bisan, Majar, Eia e Nur sono finite sui pavimenti e sulle pareti, traffite anche da cento buchi da mitraglia: l’infanticidio, pratica corrente di Israele, doveva essere assicurato: “Il mondo, Israele vorrebbero che gli dicessimo “grazie” per aver sterminato la nostra famiglia, che chiedessimo scusa per essere ancora qui, su un pezzo della nostra terra. Ma, se mai avessi pensato in passato di scappare da qui, ora che questa terra accoglie le mie sorelle, non me ne andrò mai, a costo di finire accanto a loro”. Così parlò Rafah, la figlia maggiore di Ezzedine.
Mentre sto per affrontare il ritorno dall’inferno e dall’orgoglio, dalla gentilezza e dal “restiamo umani” sparato da Vittorio in faccia ai disumani, giunge la notizia che al Cairo le formazioni rivali, Fatah e Hamas, stanno discutendo una riconciliazione nazionale e un governo di unità. Lo impone il ricatto di quella criminalità organizzata che si fregia del titolo di “comunità internazionale”. I miliardi donati andranno solo al quisling Abu Mazen e Hamas e gli altri potranno partecipare se si piegano all’egemonia dei collaborazionisti vendipatria. La vedo difficile, demoni e acqua santa.
Ma il portavoce del governo Hamas, Taher An-Nunu, negli uffici del ministero dell’informazione, si mostra fiducioso. E’ un omino sottile e affabile, dal naso puntuto e con una barbetta risparmiosa. Parla un inglese da Foreign Office: “Il popolo vuole questa riconciliazione, ce lo chiedono le masse, e nessuno s’illuda, noi abbiamo vinto e gli altri hanno perso, oggi più che nel 2006 quando stravincemmo le elezioni in tutti i territori occupati. Ci chiedono di riconoscere Israele? Israele ha mai riconosciuto uno Stato a coloro cui hanno rubato tutto, violando ogni singola norma del diritto? Il processo di pace per Israele non è mai cominciato, come può proporcelo ora il gruppo dirigente dell’ANP mentre a Gerusalemme e in Cisgiordania si moltiplicano gli espropri, le espulsioni e gli insediamenti dei coloni? L’unità si potrà fare nei termini come lo ha sempre voluto il nostro popolo, un popolo che ci ha premiato perché resistiamo e perchè la resistenza è l’anima stessa della nostra gente. Ricostruiremo questa terra, ma alle condizioni di chi non si è mai arreso. C’è un intero mondo arabo e islamico, tutto il sud del mondo, là fuori, che sta con noi nei sentimenti e negli obiettivi”. Non menziona l’Iran, Anunu, forse consapevole che l’appoggio, più che altro diplomatico, di Tehran è a tempo, fin quando agli ayatollah converrà giocare anche su questo tavolo. Forse Hamas ha intuito che di un sostenitore che in Iraq si adopera in connubio con gli occupanti a impadronirsi di un popolo c’è poco da fidarsi strategicamente. Forse intravvede quella tenaglia che Iran, Israele ed Egitto, stanno stringendo intorno alla nazione araba e che è sulle masse di quella nazione che conviene contare. Incombe il pericolo che l’Iran, accomodatosi una volta di più con gli Usa di Obama, dopo l’Iraq anche per l’Afghanistan, abbandoni i suoi amici in Libano e Palestina al loro destino. Ma si può essere sicuri che questo non minerà la determinazione di Hamas e del popolo che le formazioni islamiche e i loro alleati laici hanno guidato alla resistenza. Abu Mazen è un morto politico che cammina, come i fantocci Karzai e Al Maliki, mentre all’orizzonte lumeggia una rabbia araba che custodisce ancora in seno il seme della grande lotta vittoriosa di decolonizzazione, la consapevolezza e la volontà di un destino dettato dalla storia e dalla giustizia.
Uscendo dall’ufficio del portavoce Hamas m’imbatto in un bizzarro e saggio personaggio, tutto avvolto in bandiere multicolori, quelle delle varie fazioni che, dalla nascita della Resistenza in poi, dagli anni ’60, esprimono il creativo pluralismo culturale, sociale, ideologico della società palestinese, ma anche una rivalità spesso astiosa e violenta che non ha per niente avanzato la causa della liberazione. E’ attorniato da una folla di persone che lo applaudono, il suo nome è Yasser Meheissen, ma lo chiamano “Sceicco dell’unità nazionale”. Ha raccolto in una settimana nella sola Gaza ben 270mila firme sotto un appello che chiede, esige, dalle forze politiche una riconciliazione, una grande unità di movimento per la liberazione. Ovviamente senza la cricca dei manutengoli di Israele a Ramallah. E’ la punta di un iceberg, questo “sceicco”. Ci sono gruppi politici italiani che, per deformazione ideologica, snobbano Hamas e in Palestina si rivolgono rigorosamente solo alle formazioni considerate affini. Dovrebbero ascoltare Abu Ala, un tempo combattente di Fatah e ora, a sostituire uno stipendio che è svaporato, l’autista che, instancabile, mi accompagna da un capo all’altro di Gaza. La cricca dei collaborazionisti corrotti che in Cisgiordania fanno il lavoro sporco di Israele gli fa schifo, non la considererà mai più la sua dirigenza. Ma mi assicura che la base di Fatah la pensa come lui e come lui ha partecipato alla resistenza contro il nemico insieme a Hamas, alla Jihad, ai Comitati Popolari, al Fronte Popolare e al Fronte Democratico. E’ certo che il redde rationem verrà per Abu Mazen come per Israele. I realizzatori dell’unità saranno tutti gli Abu Ala di Palestina. Le sinistre palestinesi devono contemplare il proprio fallimento, non dissimile da quello in Italia, la spossatezza di chi e rimasto troppo a lungo sotto l’ombrello lacero dell’ANP. E a Gaza ne sono consapevoli più che in Cisgiordania, dove si vive sotto la ferula del Grande Venduto. Se si realizza la speranza del rilascio dai suoi sei ergastoli di Marwan Barghuti, leader della seconda Intifada per Fatah, duro critico delle degenerazioni in alto della sua organizzazione e autore dal carcere della piattaforma per l’unità, la strada per il coordinamento operativo e politico si accorcerà di molto. Con effetti dirompenti anche sulle motivazioni delle masse arabe, in rivolta ai tempi del massacro. Sono perciò sgradevoli gli incontri con chi, in Egitto, pretende di rappresentare, con risentimento e spirito di rivalsa, quelle forze di sinistra, magari nel nome della laicità e del marxismo. Lenin ha insegnato cose diverse quando si tratta della lotta di un popolo per la sua di liberazione, tanto più se è vero, come è vero, che Hamas è il proletariato e il sottoproletariato in Palestina, Fatah di Abu Mazen è tenuta in piedi dalla borghesia compradora e asservita, parte dell’intellettualità si rifugia nelle sinistre. E quando questi interlocutori, al Cairo o a El Arish, ci hanno tempestato di insulti e calunnie virulenti e sospette contro Hamas, spesso di pretto stampo israeliano, se ne può comprendere la frustrazione, ma se ne deve respingere lo squallido solipsismo. E’ nel contesto della lotta araba, di tutto il sud del pianeta, che vanno inserite Gaza e la Palestina, non nelle sterili e autoreferenziali affinità ideologiche. Lo sapeva bene George Habbash, fondatore e segretario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. C’è poi la crisi dell’intero mondo capitalista e imperialista e non sarà facile per gli Usa, scossi da una popolazione che deve rinunciare a casa, cure e beni per finanziare la voracità predatoria della sua elite, mantenere quella munificenza nei confronti di Israele senza la quale quel paese non reggerebbe un giorno.
Gaza ha segnato l’inizio della fine per Israele. Respinto e umiliato dalla resistenza in Libano, ci ha provato con la sua quarta potenza militare mondiale a spazzare via la striscia di terra più popolata del mondo, con la scusa di fermare quattro razzi alimentati da fertilizzanti, di incerta mira sulla terra rubata ai palestinesi. Non sono riusciti nel’intento, hanno rafforzato un avversario che non è che l’articolazione della rivolta universale degli oppressi e perseguitati. Le orrende nefandezze compiute hanno colmato la misura, fatto cadere la maschera del grottesco vittimismo, rivelato l’oscena nudità del re. E con la frantumazione dell’icona Israele se ne va anche il Grande Inganno di Oslo, la oslozzazione delle prospettive palestinesi e delle coscienze che quelle prospettive formulavano, sia in Palestina che tra i suoi sostenitori all’estero. Gaza ha vinto anche perché ha spazzato via la nebbia obnubilante di questa oslozzazione ideologica, la gigantesca truffa dei “due Stati per due popoli”, uno slogan sotto al quale veniva occultata una pulizia etnica storica e la costante strategia israeliana di creare fatti irreversibili sul terreno cianciando ai gonzi di “Stato palestinese accanto a quello ebraico”, a conferma che ai “due Stati per due popoli” i sionisti della “Grande Israele” non hanno creduto mai. Le sinistre, i democratici, i progressisti nel mondo vi si cono accucciati a copertura della propria impotenza e ignavia, come se il fallimento dei bantustan in Sudafrica non avesse insegnato nulla. I segni della svolta sono infiniti e si moltiplicano, dal comune sentire di un’opinione pubblica non più integralmente manipolabile, alla rivolta dei correligionari in tanti paesi contro lo Stato sionista, dalla condanna di istituzioni universali come l’Assemblea generale dell’ONU, o la Commissione ONU per i diritti umani, ai tanti tribunali che si aprono sui crimini dello Stato Canaglia, all’ incondizionata solidarietà di tutti i Sud del mondo. Oggi si parla di “liberazione”, non più di Stato nei territori occupati, o quanto ne resta dopo le ultime abbuffate israeliane. L’esito non può che essere lo Stato Unico di chi ci vuole vivere. 9 milioni di palestinesi di sicuro.
Mentre mi avvio, con un po’ di morte e un po’ di nuova forza nel cuore e con un paio di curiosi ed entusiastici compagni di un centro sociale romano al Prenestino, a riaffrontare l’ottusità scaltra della dogana egiziana (ma il solito Majid li ingarbuglierà di chiacchiere ancora più scaltre e ci farà passare a razzo), incrociamo il lunghissimo serpente della colonna di George Galloway. E’ come l’ingresso di Cesare a Roma, di ritorno dalle Gallie. O, piuttosto, come il corteo dei partigiani del CLN, guidati da Cadorna, Longo e Parri, per le vie di Milano liberata. Attorno alla carovana del coraggioso deputato britannico si affolla una mare di gente festante, tumultuante, barbuta e non barbuta, senza distinzione di fazione, l’autentica, unitaria massa resistente palestinese. La hubris israeliana, l’ignoranza dei limiti da psicopatico impunito, si metamorfizza in nemesi. Dopo il fallimento dell’invasione genocida che doveva farla finita con Hamas e ne ha invece imposto il riconoscimento anche a gran parte del mondo ufficiale, lo spappolamento del blocco genocida. Una fine dell’embargo per ora solo politica, ma è quella più importante perché non può non preludere alla fine dello strangolamento economico. Su un grande piazzale al centro di Gaza City, Galloway e i suoi rompighiaccio umani sono festeggiati dai dirigenti del legittimo governo palestinese. La sensazione di non essere più soli e vituperati, al massimo compianti, ha l’effetto di una tracannata di champagne. Anche su di noi, che palestinesi cerchiamo di essere. Nella Camera dei Comuni a Londra alcune dozzine di deputati formano una coalizione contro l’assedio e per la Palestina. Il treno della pulizia etnica mascherata da “processo di pace” è arrivato al capolinea. Signori si cambia.
I palestinesi, gli arabi, i popoli del sud restano umani. L’odio, la prevaricazione non fanno parte del loro bagaglio etico e politico. Il nemico lo combattono, diversamente da lui capaci di morire nel nome della comunità. A tutti gli altri sorridono. Il sorriso, compreso quello dei nerovestiti e barbuti militanti di Hamas che si fanno fotografare a te abbracciati agli angoli delle strade, ti circonda come l’aria nella Gaza delle rovine, dei forni crematori al fosforo, delle camere a gas al tungsteno e all’uranio, delle famiglie dimezzate, delle talpe della vita. Welcome ti gridano gli scolaretti in ansia di foto che ne confermi l’esistenza, welcome, benvenuto, ti arriva a pioggia dai frequentatori dell’Internet Point alla ricerca di comunicazione con il mondo precluso e dall’addetto alla gestione che ti fa bere dalla sua tazza di caffè, dal pescatore che ricuce per la millesima volta la rete strappatagli dalle cannonate, dal mutilato senza gambe di Al Shifa, dalla signora velata che raccatta rametti nella foschia della polvere che le sue mani suscitano dalle macerie. Ma anche dal poliziotto egiziano a Rafah che, al tuo ritorno, si compiace con te per essere riuscito a raggiungere i fratelli che il suo tiranno gli nega. Che altro possiamo rispondere se non welcome Gaza, welcome Palestina, welcome arabi, da Baghdad a Gerusalemme. La lotta dei palestinesi è la lotta dell’essere umano per la dignità, per la continuità della specie su questo pianeta, per la civiltà contro le barbarie, per l’uomo come lo concepiva il Che Guevara.
I cananiti, primi abitanti di Gaza e antenati dei palestinesi, hanno dato a questa terra di congiunzione tra Africa e Asia, fucina e ponte di culture nei millenni, un nome che significa “forza”. I persiani la chiamavano Hazatote, che vuol dire “tesoro”. Il simbolo di Gaza è la fenice che risorge dalle sue ceneri. A Gaza abbiamo capito perché.
www.fulviogrimaldicontroblog.info
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fonte: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
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Benedetto XVI e la questione Aids
Ue: “Il preservativo è essenziale”
Il Pontefice aveva detto che “i condom non sono la soluzione” alla malattia. Da Parigi: “Frasi simili sono una minaccia alla salute pubblica”. Critiche arrivano anche dalla Germania. Il Vaticano: posizione riassunta frettolosamente dai media
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Parigi, 18 marzo 2009 – La Francia ha espresso “fortissima preoccupazione” per la frase del Papa sull’uso dei preservativi che non sarebbe una soluzione per la lotta all’Aids. “La Francia esprime fortissima preoccupazione per le conseguenze delle parole di Benedetto XVI – ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Eric Chevallier -. Anche se non spetta a noi dare giudizi sulla dottrina della Chiesa, consideriamo che frasi simili siano una minaccia alla salute pubblica e al dovere di proteggere la vita umana”.
Dal Vaticano, però, replicano che la considerazione del Pontefice è stata riassunta dai media in modo evidentemente frettoloso. La posizione espressa della Chiesa sui preservativi è quella già nota di Giovanni Paolo II e Papa Ratzinger ha osservato solo che questi mezzi non risolvono il problema dell’Aids a conclusione di un ragionamento lungo e articolato sulle risposte efficaci che la Chiesa Cattolica sta dando sul fronte dell’Aids proprio in Africa, come emerge dal testo completo delle dichiarazioni del Pontefice sull’aereo, diffuso solo oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede.
A porre la questione è stato l’inviato di France 2, Philippe Visseyrias, che ha chiesto al Pontefice se avrebbe affrontato il tema dell’Aids nel viaggio e gli ha ricordato che la posizione della Chiesa Cattolica sul modo di lottare contro questa malattia “viene spesso considerata non realistica e non efficace”.
“Io – ha risposto il Pontefice - direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa Cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati… Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello – ha detto il Papa – con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema”.
Per il Papa, invece, “la soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sè un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e il secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi – ha scandito – sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi”.
“Perciò – ha continuato Papa Ratzinger – questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova, mi sembra che sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo – ha concluso – tutti coloro che lo fanno”.
In proposito è intervenuto a Yaoundè il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che ha respinto anche lui le accuse di inefficacia rivolte all’azione della Chiesa, rilevando che anzi quella cattolica è una delle “presenze più attive e competentì nella battaglia contro il virus Hiv. Le linee guida – ha spiegato – sono tre: l’educazione, le cure efficaci, l’assistenza alle persone malate”.
DALLA GERMANIA
I preservativi hanno un “ruolo decisivo” nella lotta all’Aids: qualsiasi altro mezzo sarebbe “irresponsabile”. Lo hanno reso noto oggi i ministeri tedeschi della Sanità e dello Sviluppo in un comunicato congiunto commentando le parole del Papa su questo tema.
COMMISSIONE UE
SPAGNA
È destinata a tornare alta la tensione tra Spagna e Vaticano. Il governo iberico ha annunciato che si appresta ad inviare un milione di preservativi in Africa per combattere la diffusione della malattia. “L’obiettivo è sostenere i programmi di prevenzione dell’epidemia che ha colpito 33 milioni di persone in tutto il mondo, due terzi dei quali in Africa”, spiega un comunicato del ministero della Salute secondo cui i “profilattici si sono dimostrati come una barriera efficiente contro il virus secondo gli studi di laboratorio”.
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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/03/18/159119-benedetto_questione_aids.shtml
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Pubblico impiego, a fine anno bonus per 9 dirigenti su 10
di Andrea Franceschi
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Tagliare i bonus. Un ritornello che si è sentito più volte nel corso di questi mesi. Molte società (soprattutto nel settore finanziario) hanno preso questa decisione. Sia per «motivazioni etiche» (gli azionisti e l’opinione pubblica non prenderebbero bene la scelta di premiare manager che con la loro spregiudicatezza hanno contribuito a mettere in crisi l’azienda). Che per ragioni di «risparmio». E non ultimo per ragioni di rispetto verso i contribuenti. Almeno questo è quanto tutti (compreso il presidente americano Barack Obama) si sarebbero aspettati dai vertici del colosso assicurativo Aig, che hanno utilizzato i soldi pubblici per dare i bonus agli stessi manager che l’avevano condotta sull’orlo del crac. Insomma l’austerity è un’obbligo. Sia nel privato, che nel pubblico. Considerando che tutte le principali economie del mondo sono dovute intervenire per sostenere i settori economici più in crisi.
Bonus a pioggia per i dirigenti pubblici
Questo però non avviene nella pubblica amministrazione italiana dove premi di produttività -secondo una ricerca dell’università Bocconi di Milano- vengono normalmente erogati a pioggia. Nove dirigenti su 10, stando allo studio «Stimolare la produttività e premiare il merito» dell’ateneo, ricevono il bonus. Tutti molto efficienti? Difficile. È molto più probabile che chi da le valutazioni, sia di manica larga. E così il meccanismo meritocratico del premio viene anestetizzato dal fatto che il premio di produttività, alla fine, viene riconosciuto a tutti, indipendentemente dai risultati raggiunti.
Il confronto con gli altri paesi
«Sono tre i punti su cui abbiamo incentrato la nostra ricerca: misurazione, differenziazione dei risultati e trasparenza» spiega Nicola Bellè, docente dell’Area public management and policy della Bocconi, che ha curato lo studio. «Sul primo punto l’Italia non è carente. Il nostro paese, come il 93% dei paesi Ocse su cui abbiamo condotto la ricerca, ha infatti adottato sistemi di valutazione delle prestazioni». Il problema riguarda gli altri due punti. La differenziazione dei risultati, che è quasi inesistente perché, nella maggior parte dei casi, i fondi per il salario da risultato, vengono spartiti tra tutti possibili candidati. Cosa che per esempio non avviene in Germania, dove solo il 15% dei dipendenti pubblici può ricevere il bonus. O in Canada dove non più del 20% può ottenere la massima valutazione. E dove addirittura è obbligatorio segnalare i dipendenti dal rendimento «insoddisfacente» (almeno il 5%). «Anche sul fronte della trasparenza – aggiunge Bellè – c’è molto da imparare da paesi come Regno Unito e Stati Uniti che su internet danno comunicazione dei risultati raggiunti dai manager pubblici».
I meritevoli aspettano la «riforma Brunetta»
Insomma un’ulteriore conferma della scarsa meritocrazia di cui da sempre viene accusata la pubblica amministrazione italiana. Una situazione a cui il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta e la sua riforma antifannulloni (come è stata ribattezzata la legge 15) intendono mettere un freno. Il controllo dei risultati è infatti uno dei punti cardine della riforma. Le pubbliche amministrazioni saranno obbligate ad affidare la valutazione ad esterni (e non più ad interni facilmente influenzabili) e si dovranno adottare criteri di valutazione omogenei. Tutti elementi che, secondo il professor Bellè, vanno nella giusta direzione. Ma per vedere i risultati della riforma bisognerà ancora aspettare. La legge è ufficialmente in vigore ma si attendono ancora i decreti attuativi (che dovrebbero arrivare prima dell’estate). Intanto i bonus continueranno ad essere erogati a pioggia.
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18 marzo 2009
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Parenti in cattedra, atenei da vergogna
In libreria «Parentopoli»: Favoritismi, corruzione, concorsi truccati: è l’ultimo scandalo
Raccolte dal giornalista Nino Luca le segnalazioni inviate al Corriere.it sull’università italiana
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| «Parentopoli. Quando l’università e affare di famiglia» (Marsilio) |
Se in vita vostra avete solo collaborato a un lavoro «scientifico» di una pagina (una!) scritto con altre cinque persone e presentato a un convegno ma mai pubblicato su una rivista internazionale, non disperate: potete sempre vincere un concorso universitario. Basta esser nati sotto la giusta congiunzione astrale. Come successe al «professor» Giovanni Lanteri. Che vinse appunto un posto da «associato» all’Università di Messina presentando 2 pubblicazioni. La prima («Studio preliminare sull’espressione immunoistochimica dell’Eritropoietina…») fu subito scartata dagli stessi commissari: «Non venga presa in considerazione ai fini della presente valutazione». La seconda («A new outbreak of photobacteriosis in Sicily») è finita nel fascicolo dell’inchiesta giudiziaria col giudizio del Ministero dell’Università consultato dai magistrati: «Priva di rigore metodologico. Non è possibile individuare il singolo apporto di ciascuno dei sei autori».
L’episodio, sconcertante, è uno dei tantissimi raccolti da Nino Luca, un collega del «Corriere.it», in un libro appena uscito da Marsilio: Parentopoli. Quando l’università è affare di famiglia. Un reportage durissimo e spassoso su uno degli aspetti più controversi dell’università, quello dei concorsi sospetti. Che troppo spesso finiscono col consegnare la cattedra a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici. Immaginiamo già l’obiezione: non ci son solo i baroni e le clientele e le apocalittiche classifiche internazionali! Giusto. È vero che la situazione «cambia drasticamente se si concentra l’analisi sulle singole aree disciplinari» (come ricorda Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento di Matematica di Tor Vergata, 19° in Europa tra le eccellenze del settore e meno afflitto dalla cronica povertà di docenti stranieri), vero che nelle «hit parade» avulse la «Normale» è stabilmente nelle prime venti al mondo, vero che tanti ragazzi usciti dai nostri atenei vanno alla conquista del mondo.
Il reportage di Nino Luca, però, proprio per l’abbondanza di episodi così incredibili da risultare irresistibilmente comici, mette spavento. A partire dalla disinvolta e allegra spudoratezza con cui tanti rettori irridono alle perplessità di chi non riesce a capacitarsi di come, ad esempio, possano essere circondati da tanti parenti. Come Gennaro Ferrara, da 22 anni alla guida della Parthenope di Napoli: «Ma lei vuole fare un articolo serio o un articolo scherzoso? No, perché se lei vuole fare un articolo scherzoso, io ci sto». Come mai ha portato con sé all’università la seconda moglie, il di lei fratello, la figlia e i mariti delle due figlie? La risposta: «Se trattiamo “parentopoli” in termini scandalistici non va bene». Poveri figli, poi…«Devono dimostrare ogni giorno di valere…». Alcuni casi raccontati sono noti, come quello d’una torinese bocciata a un concorso che mesi fa si sfogò con «La Stampa» d’esser stata trombata, scusate il bisticcio, perché non aveva «più voluto compiacere sessualmente» il direttore della scuola di specializzazione. O quello della famiglia Massari che «porta l’Università di Bari nel Guinness dei primati» grazie al piazzamento nei dintorni della facoltà di economia di otto-Massari-otto: Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania. O quello del preside di Medicina e rettore della «Sapienza» Luigi Frati («Parentopoli? Voi giornalisti sapete fare solo folclore!», ha urlato a Luca), un uomo tutto casa e ufficio dato che nella sua facoltà lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola, che nell’aula magna di Patologia ha fatto la festa di nozze. Altri casi sono meno conosciuti. Come quello di un recentissimo concorso per due posti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Milano con cinque soli concorrenti tra i quali tre figli (due vittoriosi, ovvio) di docenti della stessa Facoltà di Medicina e Chirurgia. O quello della condanna a un anno di reclusione per abuso d’ufficio (pena sospesa) e a uno d’interdizione dai pubblici uffici (per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso) di Fernanda Caizzi Decleva, moglie del presidente in carica della Crui, la conferenza dei rettori.
La cosa più interessante del reportage, però, al di là della sottolineatura di certe bizzarrie (come quella che riguarda l’ex rettore di Bologna Fabio Roversi Monaco, che ha incassato 11 lauree honoris causa da vari atenei mondiali distribuendone in parallelo 160 a gente varia, da Madre Teresa di Calcutta a Valentino Rossi), sono le chiacchierate tra l’autore e alcuni dei protagonisti del mondo accademico italiano. Come quella con Augusto Preti, che diventò rettore a Brescia nel lontanissimo 1983, quando erano ancora vivi Garrincha e David Niven, e scherza: «Io sono il potere assoluto». O Pasquale Mistretta, il rettore di Cagliari, secondo il quale «molti figli illustri, proprio a causa dei complessi d’inferiorità verso i padri, a volte si sono smarriti: alcuni sono finiti anche nel tunnel della droga», quindi forse «quando un padre va in pensione, come un tempo succedeva in banca o all’Enel, è logico che ci sia un occhio di riguardo» per i figli. Il meglio, però, lo dà il professore Giuseppe Nicotina spiegando come il suo Ludovico avesse vinto in solitaria un concorso per ricercatore: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una “forma mentis” che si crea nell’ambito familiare tipico di noi professori». Insomma: è una questione quasi genetica. Se poi una spintarella aiuta la forma mentis…
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Gian Antonio Stella
19 marzo 2009
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