POVERA ITALIA – La disoccupazione? Non esiste!
DAL BLOG DI BEPPE GRILLO
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di Mauro Gallegati*
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L’ISTAT dice che il tasso di disoccupazione nell’ultimo anno è salito dal 6.1 al 6.7%. I dati sulla disoccupazione in Italia “sono i migliori” nel contesto europeo. Lo ha affermato Berlusconi in una conferenza stampa alla fine dei lavori del Consiglio europeo. Come può sostenere una simile bestialità senza che nessuno si indigni? In fondo, se ci prendono per idioti è solo colpa nostra.
Nell’ultimo anno è aumentata la disoccupazione nelle nazioni della zona-euro. Secondo Eurostat, il tasso dei disoccupati è salito al 7,8% con forti differenze (dall’Olanda 2,7%, alla Spagna 13,4%). Il tasso di disoccupazione americano è del 6,7%, quello giapponese 3,9%.
Come può sostenere B. che stiamo meglio degli altri Paesi europei? I numeri sembrano dargli ragione: il tasso di disoccupazione italiano è più basso della media europea. Le statistiche però vanno lette, perché dietro un numero sono nascoste molte altre storie. Così è per la disoccupazione, un rapporto tra due numeri: tra chi cerca lavoro o un lavoro l’aveva e l’ha perso e forza lavoro, cioè le persone disposte a lavorare. Se la situazione generale peggiora e uno si scoraggia e smette di cercare lavoro, il tasso di disoccupazione scende! Gli “scoraggiati” sono persone senza lavoro che a domanda dell’ISTAT: “Perché non sta cercando lavoro?” barrano la X su “Ritiene di non riuscire a trovarlo”. Per evitare questo problema che offre statistiche inaffidabili, gli economisti suggeriscono di guardare al tasso di occupazione. Ancora un numero: stavolta tra chi lavora e chi è disposto a lavorare.
E qui arriva l’inghippo: il tasso di occupazione italiano è tra i più bassi in Europa. Secondo l’Eurispes da noi è il 58,7%, inferiore di otto punti percentuali rispetto ai Paesi dell’euro, pari al 67%. Tradotto in numeri, se il tasso di occupazione fosse paragonabile a quello europeo, equivarrebbe a tre milioni di posti di lavoro in meno. Il tasso di disoccupazione reale sarebbe compreso tra l’11 ed il 13%. Non c’è lavoro.
Qualcuno dica ai nostri politici di voltarsi: il futuro è dall’altra parte, loro guardano al passato, non dobbiamo permettergli di rubare il domani dei nostri figli. Gli perdoneremo così anche le stupidaggini sulla disoccupazione e sulle presunte tremontiane “previsioni” sulla crisi: Ministro non ci voleva Nostradamus, stavolta, bastava il mago Otelma. Un abbraccio.
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*Mauro Gallegati, Facolta’ di Economia Giorgio Fua’ dell’Universita’ Politecnica delle Marche
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22 marzo 2009
fonte: http://www.beppegrillo.it/2009/03/listat_dice_che.html
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FORUM DI ISTAMBUL: L’acqua un diritto? No, è solo “un bisogno fondamentale”
GRAVISSIMA DICHIARAZIONE, DALLE PREVEDIBILI E PESANTI CONSEGUENZE. COSI’ GLI STATI ‘RICCHI’ POTRANNO SOPRAVVIVERE.. SEMPRE A SPESE DEI POVERI, OVVIAMENTE
mauro
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Oggi si celebra la Giornata mondiale istituita dall’Onu nel 1992

Al Forum di Istanbul contrasti sulla dichiarazione finale
E’ il compromesso raggiunto dopo una settimana di discussione
Secondo le Nazioni Unite, più di un miliardo di persone soffrono la sete
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Il testo del documento enumera un certo numero di impegni per meglio gestire la richiesta di acqua e per favorire l’accesso ai servizi igienico-sanitari di cui 2,5 miliardi di persone sono ancora del tutto prive, o ancora lottare contro l’inquinamento dei corsi d’acqua, come delle falde del sottosuolo. “E’ un documento importante – conclude il ministro turco dell’Ambiente Veysel Eroglu – che servirà da riferimento a livello governativo”.
Il quinto Forum mondiale sull’acqua, meeting a cadenza triennale, ha portato nella città turca oltre 30 mila congressisti, insieme a una ventina di capi di Stato e circa 180 ministri dell’Ambiente. Fuori dalle stanze dove i potenti hanno discusso c’erano i non invitati: le associazioni ambientaliste e i gruppi d’interesse che si battono contro la ‘mercificazione’ dell’acqua e hanno trovato un modo per farsi ascoltare attraverso un forum alternativo e varie iniziative.
“La mancanza d’intervento sulle questioni che riguardano l’acqua non è un’opzione. L’acqua è una risorsa naturale limitata che può unire o dividere le comunità, è anche essenziale per garantire i diritti dei bambini”, ha detto Clarissa Brocklehurst, referente Unicef per acqua, servizi sanitari e igiene.
Secondo il presidente dell’Unicef Italia Vincenzo Spadafora la buona notizia è che “l’87% della popolazione mondiale, circa 5,7 miliardi di persone, sta oggi utilizzando acqua potabile proveniente da fonti migliorate”. Ma, “al mondo più di 125 milioni di bambini sotto i cinque anni vivono in famiglie senza accesso a acqua potabile”. Un numero maggiore è “senza servizi igienici, un totale di 2,5 miliardi di persone nel mondo”.
Secondo i dati dell’Onu, più di un miliardo e 200 milioni di persone non hanno accesso sufficiente alle fonti di acqua pulita e quasi altri due miliardi di esseri umani vivono senza servizi igienici. E la situazione è solo destinata a peggiorare se non si prenderanno provvedimenti rapidi, se è vero che, come stima l’Ocse, entro il 2030 saranno 3,9 miliardi le persone che vivranno in grave carenza di acqua e per la metà del secolo, quando si passerà dagli attuali sei miliardi e mezzo di abitanti a nove, questo problema riguarderà quasi la metà della popolazione mondiale, per lo più in Cina e nel sud dell’Asia. E mentre il tempo corre e il riscaldamento globale altera le sorgenti mondiali, c’è sempre più bisogno di agire in fretta, altrimenti il rischio è di veder sparire il futuro in un piccolo rivolo d’acqua tra le sabbie di un arido deserto.
Un ulteriore allarme è stato lanciato oggi dalla Coldiretti, nel corso del “G8 Farmers Meeting” organizzato proprio in occasione della Giornata dell’acqua: nonostante un aumento della domanda di cibo dell’1,5% l’anno, un quarto della produzione alimentare mondiale potrebbe andar perso entro il 2050, proprio per l’impatto combinato del cambiamento climatico, il degrado dei suoli, la scarsità di acqua e le specie infestanti.
“Di fronte alla crisi e ai cambiamenti climatici, se si vuole continuare a sfamare una popolazione che aumenta vertiginosamente, alle agricolture di tutto il mondo – sottolinea la Coldiretti – devono essere garantiti credito ed investimenti adeguati, anche per la raccolta e distribuzione dell’acqua, si devono applicare regole chiare per evitare che sul cibo si inneschino speculazioni vergognose e occorre garantire trasparenza e informazione ai consumatori sui prezzi e sulle caratteristiche degli alimenti”.
Si discute di profilattici e Aids e su Facebook scatta la censura
Si susseguono i casi di contenuti cancellati nel social network più popolare al mondo
L’ultimo riguarda il gruppo Rassegna Stanca, un rotocalco quotidiano che ripubblica le notizie apparse sui media e alimenta il dibattito. E’ stato cancellato
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Nel mirino di Facebook è finita la Rana, uno pseudonimo dietro il quale si cela la miniredazione giornalistica del gruppo Rassegna Stanca, un rotocalco quotidiano che ripubblica le notizie apparse sui
media per stimolare la discussione su temi d’attualità. E negli ultimi giorni lo spazio era monopolizzato dal dibattito su profilattici e Aids, con centinaia di commenti.
“Fila tutto liscio finché sulla home page di Rassegna Stanca non viene caricato, sotto il titolo provocatorio Un editoriale ultrasottile, il corsivo apparso in prima pagina sul quotidiano Avvenire di ieri che spiegava e giustificava le parole di Benedetto XVI”, raccontano i curatori. “L’articolo del giornale di ispirazione cattolica è stato ripreso parola per parola, cambiando appunto soltanto il titolo, e ha messo in moto uno scambio di idee appassionato, ma comunque pacato e non offensivo, coinvolgendo tantissimi utenti di Fb”.
Ma tanto è bastato: di punto in bianco Facebook cancella l’editoriale e tutti i post di commento, avvisando che “questo comportamento può infastidire altri utenti” e – quando la Rana prova a ripubblicarlo – il social network stacca la spina alla redazione, cancella l’account, spiana tutte le altre news con le relative opinioni dei membri del gruppo.
Nel comunicato che proclama l’”agitazione sindacale” la redazione segnala che “Rassegna Stanca prova a ripartire: gli piacciono le conversazioni tenute sul web e gli amici che ha trovato su Facebook e che prima non conosceva. Ma Facebook non gli piace più. In questo luogo si creano spontaneamente dei gruppi, si formano delle microcomunità che condividono interessi, passioni o semplice cazzeggio. Tra loro devono poter essere liberi di esprimersi come è proprio di qualsiasi luogo democratico”.
In ogni caso non è certo la prima volta che Facebook banna qualcosa o qualcuno senza dare la minima spiegazione del perché. E’ il caso, sempre in questi giorni, di un video su Emilio Fede in cui alcuni ragazzi chiedono provocatoriamente al direttore del Tg4 cosa pensa della libertà di informazione: il filmato continua a girare in maniera virale su Fb, ma puntualmente viene cancellato ogni volta che compare sul sito. E pochi mesi fa questa prassi di Fb era anche finita in
Parlamento grazie a un’interrogazione presentata dal deputato leghista Matteo Salvini: “‘Ho raccolto centinaia di segnalazioni da parte di persone che sono state disattivate dal più diffuso social network del momento senza uno straccio di motivazione. E posso testimoniare nel mio piccolo che dopo aver allacciato contatti (di amicizia ma anche di lavoro) con oltre 2000 persone sono stato eliminato dalla rete senza
giustificazioni”.
Il problema è proprio questo: le regole di Facebook, genericamente, vietano la pubblicazione di messaggi offensivi, ma poi nei fatti sul social network gira di tutto e nessuno dei responsabili del sito chiarisce cosa è lecito e cosa non lo è. Qualcuno sostiene, addirittura, che ci possa essere un software che analizza i contenuti della rete in modo metodico e automatizzato e interviene quando si ripetono con troppa frequenza alcune parole chiave. Così fosse, la censura colpirebbe un po’ a casaccio, a volte a ragione a volte a torto.
Ecco il post incriminato pubblicato sul gruppo Rassegna Stanca:
Avvenire, il quotidiano di ispirazione cattolica, oggi informa in prima pagina che è “S. Giuseppe, sposo della B. Vergine Maria” e subito sotto ci tiene a chiarire una volta per tutte, in un fine editoriale, cosa voleva dire il papa affermando che “i profilattici aumentano i problemi”.
“Il no della Chiesa all’uso dei preservativi – scrive Francesco D’Agostino – è in realtà un sì alla compiutezza umana dell’atto sessuale. L’uso del preservativi è moralmente problematico, perché toglie alla sessualità umana la pienezza del suo orizzonte, frantumandone l’unitarietà in una molteplicità di aspetti destinati a restare non connessi tra loro…”. Quanto all’Aids, prosegue Avvenire, è “situazione disperata e paradossale quella in cui l’impegno per la vita si pretende che sia affidato a strumenti tecnici così elementari e così fallosi come i profilattici. Bisogna misurare bene le cose…”. Giusto, è un problema di misura!
“La destra e la società multietnica”: Fini scuote il congresso di An
Momenti di commozione nell’ultimo giorno del congresso
Il presidente della Camera affronta temi difficili, non tutti lo apprezzano
Tutti d’accordo, invece, sui valori e l’impegno da portare nel Pdl
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di MASSIMO RAZZI
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Fini alla tribuna del congresso di An
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Il congresso era certamente disponibile ad accettare lo scioglimento nel Pdl, pronto a sentirsi spiegare che la fusione, dopo 15 anni “di battaglie in comune”, dopo la manifestazione del 12 dicembre e dopo le ultime vittoriose tornate elettorali, era nei fatti. Meno propenso, in verità ad ascoltare le profezie del presidente della Camera sulla società “multietnica e multireligiosa” dei prossimi decenni. “La nostra stella polare è l’amore per questa terra, per la Patria” dice Fini e tutti si spellano le mani; “Una società multietnica ci pone problemi che non si possono risolvere con lo scontro di civiltà” continua il leader e la gente si guarda poco convinta. Roberto Menia, l’unico che, ieri (tra sentiti applausi) ha detto di non essere d’accordo con lo scioglimento del partito, oggi è altrettanto poco convinto delle indicazioni di Fini: “Discorso alto, di grandi contenuti – conviene – Ma adesso, lui torna a imbalsamarsi alla presidenza della Camera e noi ci sciogliamo nel Pdl. E Fini non ha spiegato perché dobbiamo finire in questo modo”. Quindi? Quindi, alla fine, Menia preferisce l’umanesimo identitario” di Alemanno alla visione multiculturale del futuro disegnata da Fini.
La seconda giornata dell’ultimo congresso di An vive proprio su questi temi. E nella grande sala della Fiera di Roma appare palpabile la differenza tra Fini e i suoi antichi “colonnelli” felici del grande passo nel Pdl mentre lui, che pure l’ha costruito, lo riempe di contenuti tanto importanti quanto difficili da digerire. La commozione che tutti volevano spiare c’è stata, ma abbastanza contenuta. L’ha portata Mirko Tremaglia, all’inizio con un discorso sugli italiani all’estero e col ricordo del figlio Marzio prematuramente scomparso, l’ha ammessa lo stesso Fini, dopo la conclusione quando qualche lacrima gli ha rigato le guance mentre scendeva la scaletta verso la paltea e verso l’abbraccio della sua compagna Elisabetta Tulliani: “Sono veramente svuotato, mi sento come dopo una difficile immersione subacquea”, ha spiegator. “Non è stato facile – ha ammesso – E’ stato un discorso difficile, ma l’ho fatto con convinzione. Sono stati giorni di tensione ed emozione. Ora, dopo un’ora e dieci di discorso a braccio, vado a riposarmi. E’ stato bellissimo”.
Ma il resto del congresso è vissuto tra lo scontro più o meno esplicito tra schemi diversi, scontro che, ovviamente, avviene su un terreno comune: quello della decisione di entrare nel Pdl con una propria identità e di portare nel nuovo partito l’impegno, la storia e la capacità di militanza della destra italiana.
C’è una bella differenza, a dirla tutta, tra Alemanno che, pur ammonendo sulla necessità di evitare “l’abisso xenofobo” indica la questione dell’identità culturale italiana per creare un “umanesimo nuovo” cui gli immigrati devono adeguarsi e Fini che descrive una società con dentro tante diversità che il nuovo partito dovrà gestire (insieme agli altri partiti che sono “avversari” e non “nemici”) costruendo le strade per evitare lo “scontro di civiltà”. E c’è differenza tra Gasparri che spiega come, in un prossimo futuro, si parlerà di “destra” e non più di “centrodestra” per indicare il Pdl e Fini che snocciola a uno a uno i valori del Ppe (a partire dal primato della dignità della persona) come riferimenti per il domani. Poi, è vero, tutti sono d’accordo sul fatto che la fusione andava fatta perché, dopo 15 anni di lavoro in comune, fra i due partiti c’è identità, sul fatto che il Pdl non dovrà essere un partito di organigrammi ma di impegno, che non avrà un “pensiero unico”, che la sinistra ha sbagliato tutto e la destra, adesso, ha spazi enormi in cui muoversi, che non dovranno esserci correnti e che Berlusconi è il leader riconosciuto.
E Fini? Tutti dicono, giustamente, che Fini non ha bisogno di regole e di statuti per essere riconosciuto come leader dovunque si muova. Ma, poi, c’è, appunto, chi lo vede “imbalsamato” alla Camera, chi proiettato in Europa a costruire grandi scenari… Pochi sembrano aver capito cosa andrà a fare davvero Fini nel Pdl.
Il resto sono formalità e adempimenti. La Russa fa votare il documento con il quale An si scioglie e, insieme a Forza Italia e ad altri, costruisce il nuovo partito. Poi, una ventina di punti (dal quoziente familiare, alla riforma presidenziale, dall’espiazione delle condanne nei paesi d’origine per gli stranieri alla libertà d’espression e all’università) che An intende proporre, tra una settimana al congresso fondativo del Pdl.
TORINO – Paga gli operai per il volontariato, “Pazza idea” di un imprenditore

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“Voglio che della mia azienda si parli bene”. In fin dei conti sta tutta qua la decisione di Davide Canavesio, classe 1971, amministratore delegato della Saet, azienda torinese impegnata nella progettazione di impianti su misura per il trattamento termico a induzione, di liberare il lavoro e convertirlo, in una piccola quota, in una azione di volontariato. Ciascuno dei 250 dipendenti della filiale italiana (secondo stabilimento in India) ha cinque ore di permesso mensile, tre delle quali retribuite dall’azienda. Permesso utilizzabile e scaricabile dal monte ore. Spendibile però solo come un voucher sociale. Quel tempo si può utilizzare per destinarlo in due progetti di sostegno sociale: il primo rivolto ai bambini down; il secondo alle famiglie in difficoltà. “La mia azienda segna un più nel suo fatturato e anche quest’anno avremo le nostre soddisfazioni. La crisi non l’avvertiamo, di cassa integrazione non se ne parla. Perciò mi son detto: ecco, questo è il momento di fare una cosa strana”.
Canavesio è giovane e indubitabilmente ottimista: “Quando lavoravo a Londra ho avuto modo di seguire alcune attività sociali supportate dall’azienda. Ho sempre apprezzato questo tipo di impegno, poiché l’età media di chi pratica volontariato è tendenzialmente al di sotto dei 25 anni, e al di sopra dei 60. Quando lavori e magari hai anche una casa e una famiglia di cui occuparti, è impossibile trovare il tempo per fare altro. E allora, ecco: un po’ di tempo te lo regalo io. Esci prima dalla fabbrica a patto che non te ne torni subito a casa. La sfida è stata proprio quella di introdurre questo progetto innovativo rischiando di essere frainteso da dipendenti e sindacati e di essere considerato pazzo. In effetti quando sono andato all’Unione industriali a illustrarlo hanno sgranato gli occhi: “Le costerà un sacco di soldi. E proprio adesso lei…”. Proprio adesso, sì. Ero pronto a retribuire tutte e cinque le ore di lavoro dedicate al volontariato. Ma i sindacalisti mi hanno detto: “Lei ne paga tre; due le consegna al lavoratore. Sono disponibili e utilizzabili ma non vengono pagate. Così è più giusto ed anche più serio”.
Così è stato. “Credo fermamente nella dimensione sociale dell’imprenditoria e in più voglio che le persone che lavorano in Saet siano orgogliose della loro azienda. Conto di recuperare la spesa aziendale per la retribuzione di tutte queste ore liberate e sottratte al lavoro con l’entusiasmo e la motivazione. Secondo me è una spesa utile. Di Saet se ne parlerà bene e io sarò felice”.
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Segnala una storia a:
a.caporale@repubblica.it
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22 marzo 2009
fonte: http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/azienda-bene/azienda-bene.html?rss
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ANGOLA – «Mia figlia morì per curare i bambini africani e fu lasciata sola»
La madre ha incontrato il Papa in Angola, dove Maria Bonino è sepolta
«In 50anni nessuno ha cercato una cura per quell’epidemia che fece tantissime vittime, tra cui lei»
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dall’inviato del Corriere Gian Guido Vecchi
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| Maria Bonino morì il 24 marzo del 2005 (Ansa) |
LUANDA (Angola) – «Io accuso l’Europa, che sapeva ma in cinquant’anni non ha cercato una cura. In quell’epidemia morirono tantissimi bambini. Ma vede, questi bambini, tutte queste persone sono considerate di seconda categoria perché vivono qui, in Africa. Questo atteggiamento non è cristiano e non è umano». La signora Gabriella ha i capelli argentati e lo sguardo di sua figlia, una luce dolce che brilla dietro le lenti bifocali. «Maria diceva: se muoio in Africa, lasciatemi dove sono». La dottoressa Maria Bonino morì il 24 marzo del 2005 e l’indomani, Venerdì santo, la seppellirono in un cimitero angolano. La sua storia commosse l’Italia e il mondo: pediatra, volontaria dell’associazione “Medici con l’Africa Cuamm”, era responsabile del reparto infantile dell’ospedale di Uige e da mesi lavorava giorno e notte per assistere e cercare di curare i bambini colpiti dall’epidemia di febbre emorragica che infine, per stare vicino ai suoi bimbi, avrebbe ucciso anche lei: virus di Marburg, simile all’Ebola. E’ la prima volta che la madre trova la forza di venire in Angola, si avvicina l’anniversario e andrà a trovare Maria al cimitero. Racconta la sua storia nel centro Cuamm di Luanda, accanto a sé i volontri e don Luigi Mazzucato, per 53 anni direttore dell’associazione nata nella diocesi di Padova, la prima ong sanitaria (www.mediciconlafrica.org) riconosciuta in Italia, la più grande nella tutela della salute delle popolazioni africane.
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L’INCONTRO DELLA MADRE CON IL PAPA – Sabato mattina la signora Gabriella ha incontrato Benedetto XVI nella chiesa di São Paulo, dopo la messa. E domenica il Papa, nell’incontro con i movimenti cattolici per la promozione della donna, citerà ad esempio la testimonianza e il sacrificio di sua figlia. Parlando con i giornalisti, nel volo verso l’Africa, Benedetto XVI aveva invocato «una vera amicizia verso le persone sofferenti, la disponibilità anche con sacrifici personali ad essere con i sofferenti». La signora mormora: «Oso dire che Maria è stata spinta da un esperienza interiore, sa, in famiglia siamo cattolici praticanti; anche il papà, che era medico, diceva sempre: bisogna dare, fare, ricordarsi degli altri». Sospira, fa un pausa. «Io sono solo un’insegnante in pensione», alza le spalle, e viene da invidiare i ragazzi che per decenni l’hanno avuta come professoressa di greco e latino. Dolce e forte, la signora Gabriella.
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Italian doctor Maria Bonino
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«NESSUNO AIUTO’ MIA FIGLIA» – «La cosa più triste è che Maria aveva previsto che stava per accadere una cosa così grave. I bambini morivano senza motivo. Lei cominciò nell’ottobre 2004 a segnalare i primi casi sospetti, fino a febbraio del 2005 nessuno si fece vivo». Furono mandati campioni anche in Usa e Sudafrica. Solo il 22 marzo, due giorni prima della morte della dottoressa, e quando già erano morti almeno 80 bambini, secondo le cifre ufficiali, fonti ministeriali segnalarono che “da un preliminare rapporto Oms si escluderebbe l’Ebola, mentre si indica che dai sintomi riscontrati si possa trattare di “febbre di Marburg”. Solo che il virus di Marburg era stato individuato dal 1967 nell’omonima città tedesca. La signora Gabriella alza lo sguardo, la sua denuncia è netta: «Sì, io mi sento di accusare enormemente l’Europa. Allora, nel ’67, erano morti tre tecnici, mandarono i campioni ad analizzare. In quarant’anni non fecero nulla. Era un virus dell’Africa, che importa all’Europa? La cura non serve. Anche Maria denunciava questa indifferenza». Ne sapeva qualcosa, dopo aver lavorato come volontaria per quasi undici anni con “Medici per l’Africa Cuamm” tra Tanzania, Burkina Faso, Uganda, Angola. Nell’epidemia del 2004-2005, ufficialmente, morirono 102 bambini, «ma Maria parlava di almeno un migliaio di casi». Oggi, racconta, i suoi vecchi compagni di scuola hanno creato una fondazione (www.fondazionemariabonino.it) che prosegue la sua opera. «Sa, mia figlia aveva il carattere tenace di noi biellesi. Alla fine della sua vita, quando ormai stava morendo, ha lasciato scritto: credo di aver realizzato il sogno della mia vita».
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21 marzo 2009
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Gerusalemme Est, la polizia blocca gli eventi culturali organizzati dall’Anp

Al-Quds – La ‘Santa’
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Nel quartiere di Wadi al-Joz, il “Club Al Quds” è stato chiuso dalla polizia – VIDEO
La città eletta “capitale della cultura araba 2009»

Il ministro Dichter: «Illegale organizzare
delle manifestazioni in territorio israeliano»
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Dall’ inviato del Corriere Viviana Mazza
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GERUSALEMME – “Gerusalemme è palestinese e rimarrà palestinese”, dice Intissar El Wazir, con la kefiah al collo. La vedova di Khalil El Wazir, numero due di Arafat e stratega dell’Intifada (ucciso dagli israeliani a Tunisi nel 1988), arriva nel quartiere di Wadi Al-Joz (video), a Gerusalemme Est, sabato pomeriggio, poco prima dell’intervento della polizia. Il Club sportivo “Al Quds” (ovvero “La Santa”, nome arabo di Gerusalemme) è stato chiuso. Una trentina di ragazzi ballano e cantano in strada scandendo insieme slogan come: “Milioni di giovani verranno a Gerusalemme”, ma vengono presto dispersi dalla polizia. Il gruppo si riforma pochi minuti dopo in un’altra zona del quartiere, e la polizia interviene di nuovo.
Quest’anno Gerusalemme è stata proclamata “capitale della cultura araba”: un’iniziativa promossa dai paesi arabi (nel 2008 era toccato a Damasco). La festa di Gerusalemme è stata dunque affidata all’Autorità nazionale palestinese che ha lanciato sabato appuntamenti culturali e musicali in varie città (anche in Cisgiordania). Ma la polizia israeliana è intervenuta in forze per disperdere danze in strada, una partita di calcio, il lancio di palloncini nelle scuole il passaggio ufficiale della “fiaccola” dell’iniziativa e altri eventi organizzati a Gerusalemme Est (Israele l’ha annessa e ha proclamato l’intera città “capitale unita e indivisibile” dello Stato ebraico, benché non sia riconosciuta come tale dalla comunità internazionale). Arrestate 20 persone, per aver organizzato le manifestazioni in città. Il ministro della sicurezza interna Avi Dichter le ha definite illegali nell’ambito degli accordi bilaterali interinali tra Israele e l’Anp, che vieterebbero a quest’ultima di «organizzare manifestazioni in territorio israeliano».
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21 marzo 2009(ultima modifica: 22 marzo 2009)
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Cuochi, sessuologi, imam e stenotipisti: La febbre dell’albo che contagia l’Aula / ANTITRUST: ORDINI PROFESSIONALI SOTTO ACCUSA, SONO CASTE

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A istituire l’albo «dei cuochi professionisti» ci avevano già provato nel 2007. Senza fortuna. Non che le argomentazioni portate da quel gruppo trasversale di parlamentari (dai Verdi al centrodestra) a sostegno della loro proposta di legge non fossero solide: «Le cronache, soprattutto estive, rimarcano con frequenza infortuni gastro-intestinali di cui sono vittime i consumatori e ciò è spesso dovuto a una scarsa preparazione professionale e igienico-sanitaria di cuochi improvvisati a cui ricorrono imprenditori scarsamente scrupolosi».
Ma a complicare la vita al disegno di legge ci si erano messi il calendario intasato, i provvedimenti più urgenti… Ecco quindi che nella nuova legislatura è toccato a Francesco Maria Amoruso, del Pdl, riproporre la nascita dell’Ordine degli chef.
Certamente, non l’idea più stravagante. Nei due brevi anni che hanno preceduto le elezioni del 2008 se n’erano viste di tutti i colori. Daniela Santanché aveva proposto, provocatoriamente ma fino a un certo punto, di istituire l’albo degli imam. Il diessino Vincenzo Siniscalchi voleva l’Ordine degli stenotipisti. Il presidente onorario dell’Arcigay, Franco Grillini, quello dei sessuologi. Erminia Mazzoni, dell’Udc, si batteva per l’albo degli «antropologi esistenziali». Il senatore di An, Euprepio Curto, considerava invece indispensabile dare vita all’albo degli ex parlamentari. Ma a che cosa sarebbe servito? Dall’elenco avrebbero potuto attingere gli enti pubblici per gli incarichi in società pubbliche, municipalizzate, Asl. Come se già non fosse un’abitudine metterci i politici riciclati, pure senza avere un albo dei trombati…
La febbre degli Ordini, dunque, non ha abbandonato il Parlamento nemmeno nella nuova legislatura. Per l’aennino Domenico Gramazio sarebbe fondamentale creare l’albo degli esperti in «medicina manuale vertebrale». Berselli, del Pdl, preferirebbe invece una disciplina della «professione intellettuale di ufficiale giudiziario». Rosario Giglio Costa scommette sull’albo professionale dei pedagogisti. Tommaso Foti (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd) puntano al contrario sull’Ordine degli «ottici e optometristi». Forse nella speranza di vedere meglio nel futuro delle rispettive formazioni politiche.
Insomma, altro che farla finita con le «barriere di accesso» alle professioni, e la «sproporzionata regolamentazione » dei mestieri già messe sul banco degli imputati dall’ex presidente dell’Antitrust Giuseppe Tesauro e poi dal suo successore Antonio Catricalà. È o non è l’Italia il Paese delle corporazioni? Medici, ingegneri, geometri, giornalisti, ragionieri, commercialisti, geologi, psicologi, agronomi, ostetriche, chimici, notai. Perché allora non i traduttori, gli «informatori scientifici del farmaco», i logopedisti, e chi più ne ha più ne metta? D’altra parte, alla materia i parlamentari italiani sono sempre stati sensibilissimi. L’economista Francesco Giavazzi nel 2004 spiegò che il 31,4% di loro erano iscritti ad albi, contro il 16,4% dei membri del Parlamento britannico.
Dal 1985 al 2005 gli iscritti agli Ordini professionali in Italia sono passati da 867.151 a 1.827.279. L’aumento è stato del 110,7%. I commercialisti sono cresciuti del 212%, i geologi del 174%. Gli Ordini e gli albi sono arrivati all’incredibile numero di 72: settantadue. Ma i benefici? I servizi sono diventati più efficienti? I prezzi sono diminuiti? Macché.
Inoltre, ogni tentativo di liberalizzazione ha incontrato ostacoli insormontabili. Le tariffe minime, per esempio. Il ministro dello Sviluppo Pier Luigi Bersani era riuscito a far passare un provvedimento che eliminava i tariffari e cancellava l’anacronistico divieto di fare pubblicità. Per arrivarci c’erano voluti fatti di cronaca come quello di cui è stata protagonista la veterinaria torinese Laura Bertolazzi, responsabile di un’associazione che cura gli animali delle persone non abbienti a prezzi ben inferiori alle tariffe minime. Che per questa colpa si è beccata tre sospensioni dal suo albo.
Questa battaglia sembrava finalmente vinta. E sapete com’è andata a finire? Che le tariffe minime, cacciate dalla porta, sono rientrate dalla finestra. Alcuni Ordini, come quello degli avvocati, hanno inserito nei codici deontologici delle pillole avvelenate, come il divieto di praticare prezzi tanto bassi da offendere il decoro della categoria. Chi decide qual è il livello che offende il decoro? L’Ordine. Quanto alla pubblicità, è stato introdotto una specie di diritto di veto: sarà ancora l’Ordine a vigilare sulle inserzioni. Fatta la legge, trovato l’inganno.
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Sergio Rizzo
22 marzo 2009
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fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_22/rizzo_0bd8b934-16bf-11de-a7e8-00144f486ba6.shtml
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ANTITRUST: ORDINI PROFESSIONALI SOTTO ACCUSA, SONO CASTE
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ROMA – Dagli architetti agli avvocati, dai farmacisti ai geometri, giornalisti, ingegneri, medici e odontoiatri, per finire ai notai, periti industriali, psicologi, dottori commercialisti: in Italia resiste ancora una regolamentazione normativa che attribuisce ingiustificati privilegi a 13 categorie professionali, vere e proprie ‘caste’. E’ il j’accuse dell’Antitrust che appena concluso l’indagine conoscitiva su 13 ordini professionali, avviata a gennaio 2007 e da cui “emerge una scarsa propensione delle categorie, sia pur con positive eccezioni, ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti”.
Anzi, “la liberalizzazione della pattuizione del compenso del professionista, la possibilità di fare pubblicità informativa e di costituire società multidisciplinari – si legge nelle conclusioni – non sono state colte come importanti opportunità di crescita ma come un ostacolo allo svolgimento della professione”. Per l’Antitrust insomma “il settore dei servizi professionali non può sottrarsi ai principi concorrenziali più volte ribaditi anche a livello comunitario” e auspica che gli Ordini si mettano in riga. L’indagine Antitrust ha riguardato i codici deontologici di architetti, avvocati, consulenti del lavoro, farmacisti, geologi, geometri, giornalisti, ingegneri, medici e odontoiatri, notai, periti industriali, psicologi, dottori commercialisti ed esperti contabili.
RIFORMARE PER GARANTIRE LA LIBERALIZZAZIONE: nell’ottica di favorire la più ampia liberalizzazione dei servizi professionali occorre, sostiene il Garante, “prevedere percorsi più agevoli di accesso alle professioni e un sistema degli ordini aperto alle rappresentanze di soggetti terzi per meglio svolgere il necessario ruolo di raccordo tra professionisti e utenti dei servizi professionali.
E’ dunque auspicabile che il legislatore preveda, a seconda delle circostanze, l’istituzione di corsi universitari che consentano di conseguire direttamente l’abilitazione all’esercizio della professione. Anche il periodo di tirocinio dovrebbe essere proporzionato alle esigenze di apprendimento pratico delle diverse professioni e dovrebbe poter essere svolto, ove in concreto possibile, nell’ambito degli stessi corsi di studio”.
Per l’Antitrust, inoltre, “sarebbe opportuno che gli organi di governo degli ordini non siano più espressione esclusiva degli appartenenti, ma siano composti anche da soggetti estranei agli ordini stessi”. Da qui l’auspicio ad “un intervento del legislatore volto ad emendare la legge Bersani, prevedendo: l’abolizione delle tariffe minime o fisse; l’abrogazione del potere di verifica della trasparenza e veridicità della pubblicità esercitabile dagli ordini; l’istituzione di lauree abilitanti; lo svolgimento del tirocinio durante il corso di studio; la presenza di soggetti ‘terzi’ negli organi di governo degli ordini.
LA RESISTENZA SULLE TARIFFE MINIME: se alcuni Ordini (Geometri, Dottori Commercialisti, periti industriali e Farmacisti), “hanno adeguato i loro codici deontologici in materia di determinazione del compenso professionale ai principi concorrenziali, molti altri – lamenta l’Antitrust – hanno mostrato resistenze, anche fondate sull’idea che il professionista sia ancorato al rispetto del ‘decoro’ della professione nella determinazione della parcella, in quanto il decoro imporrebbe ai professionisti l’applicazione delle tariffe minime.
Così, alcuni ordini (notai, geologi e psicologi, oltre ai giornalisti) ancora oggi prevedono, nei rispettivi codici deontologici, l’applicazione delle tariffe minime o fisse per la remunerazione delle prestazioni professionali”.
Per l’Autorità, viceversa, “la nozione di decoro dovrebbe essere inserita, invece, nei codici di autoregolamentazione esclusivamente come elemento che incentivi la concorrenza tra professionisti e rafforzi i doveri di correttezza professionale nei confronti della clientela e non per guidare i comportamenti economici dei professionisti”.
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21 marzo 2009
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Piano casa, allarme-soprintendenze. Toscana, ricorso alla Consulta / Cgil-Sunia: “Serve piano affitti non piano casa”
Gli uffici ministeriali chiamati in causa per il silenzio-assenso sui progetti
Berlusconi: contropiede alla crisi. Franceschini: chissà che storie ha raccontato alla Ue
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di MARIA CRISTINA CARRATU’ e LUISA GRION
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ROMA – Per Berlusconi è “un contropiede” alla crisi apprezzato da tutta Europa, per Franceschini una delle “storielle” che il premier racconta quando va in giro. Il decreto sul piano casa, che dovrebbe arrivare al Consiglio dei ministri venerdì prossimo, continua a macinare polemiche, ad alimentare scontri fra maggioranza e opposizione e finisce ora anche al centro di un ricorso alla Consulta che la Toscana si prepara a portare avanti per stoppare il decreto. Un clima teso che preoccupa anche Bossi, convinto ora che il premier debba “trattare adeguatamente con le regioni, sentire cosa vogliono, altrimenti si mettono di traverso ed è guerra”.
Dalle soprintendenze, chiamate in causa per via del silenzio-assenso sui progetti previsto dopo 30 giorni, arriva l’allarme: “Sarà l’assalto e la devastazione del paese” ha commentato Cerasoli della Uil-beni culturali. Ma il governo, si sa, ci punta moltissimo perché vi vede “un contropiede economico – come lo definisce il premier – che creerà posti di lavoro e ammodernerà il patrimonio edilizio delle famiglie”. E di fatto la maggioranza incassa, sul piano casa, un mezzo assenso dell’Udc.
“Se è una cosa seria, se non è l’ennesimo spot siamo disponibili a sostenere gli sforzi del governo – ha commentato il leader Casini – ma visto che siamo persone serie aspettiamo di vedere i fatti”.
Guardato da centrosinistra il piano casa è tutt’altra cosa: “Noi non sbattiamo la porta – ripete il leader del Pd Franceschini – ma così com’è il piano è inaccettabile. Non possiamo ammettere che sia possibile ampliare del 20 per cento la cubatura per tutti gli edifici”.
Quanto al vantato successo del progetto in Europa Franceschini commenta: “Sarei veramente curioso di sapere come glielo ha raccontato, avrei voluto avere una web cam. Sappiamo che Berlusconi racconta tante storielle, come le chiama lui: noi le chiamiamo barzellette”.
Il tema non può che incendiare le polemiche, da Realacci che accusa il piano di gettare “luci sinistre sul federalismo”, a Di Pietro, leader dell’Idv che ci va giù deciso parlando di “truffa elettorale e istigazione a delinquere”. Nell’intreccio delle strane “alleanze” Storace, de La Destra, avverte che “la differenza è facile da spiegare: Berlusconi magari vede casa mia e dice “diamogli la possibilità di allargarla del 20 per cento”, io dico che bisogna preoccuparsi soprattutto di chi la casa non ce l’ha”.
Passando dalle parole ai fatti, c’è però anche chi studia la strategia da mettere in atto per bloccare. La Regione Toscana discuterà sul da farsi in giunta, prima della conferenza Stato-Regioni di mercoledì. Prima mossa: l’ipotesi di sollevare una questione di legittimità costituzionale. “Siamo in pieno conflitto istituzionale” ha detto l’assessore all’urbanistica Conti, un conflitto “aperto dallo stesso governo” che ha legiferato in una materia di esclusiva competenza delle Regioni.
Altra ipotesi cui si lavora è quella di disertare l’appuntamento di mercoledì, ma c’è chi pensa di ricorrere al “sabotaggio intelligente”: visto che il testo afferma che il decreto vale fino all’emanazione di leggi regionali si potrebbero far approvare al volo un paio di articoli per re-incardinare la normativa urbanistica ed edilizia sui principi di tutela fin qui fatti valere in Toscana.
Studio del sindacato inquilini: “Con questa crisi i canoni di locazione sono insostenibili”
Pensionati e operai le categorie più a rischio. Per l’abitazione fino al 70% del reddito
Cgil-Sunia, 150mila a rischio sfratto: “Serve piano affitti non piano casa”
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ROMA – Dopo l’allarme lavoro, il rischio sfratto. Mentre il governo prepara il piano-casa, per Cgil e Sunia sono ben 150mila le famiglie che potrebbero restare senza abitazione entro i prossimi due anni. E quanto rileva lo studio redatto dal sindacato inquilini da cui emerge che le famiglie hanno sempre più difficoltà a pagare l’affitto di casa.
“Negli ultimi 5 anni fuori in 120.000″. A fronte di un reddito medio da lavoro dipendente sostanzialmente invariato, gli affitti sono aumentati del 16% nel corso del 2008. Solo negli ultimi 5 anni, ricorda ancora lo studio, “circa 120.000 famiglie hanno perso la loro abitazione. Nella quasi totalità, per circa 100.000 casi, il provvedimento di sfratto è stato eseguito per morosità a causa dell’incidenza altissima dell’affitto sul reddito percepito”.
“Il Piano dimentica gli affittuari”. Per il segretario generale del Sunia, Luigi Pallotta, “di fronte a questo scenario il Governo si propone di varare un Piano Casa che non affronta i problemi di queste famiglie e che, anzichè concentrarsi sul rilancio del mercato dell’affitto a prezzi sostenibili, si indirizza ancora una volta verso la casa in proprietà che in Italia ha raggiunto livelli difficilmente superabili”. “Il Piano casa del governo – riassume la segretaria confederale della Cgil, Paola Agnello Modica – in realtà è un Piano per l’edilizia”
Le categorie a rischio. “Il mercato dell’affitto privato – si legge ancora nello studio – è caratterizzato da quella famiglia tipo che oggi più che mai subisce gli effetti della crisi economica: il 20,5% dei nuclei sono composti da un’unica persona; il 67% delle famiglie in affitto percepisce un solo reddito e in queste il 39,6% è rappresentato da operai e il 29,2% da pensionati, più di un quinto dei capofamiglia ha oltre 65 anni e un quarto è costituito da donne”.
“L’affitto incide oltre metà dello stipendio”. Uno spaccato sociale che, alla luce della gravissima crisi economica, potrebbe avere conseguenze nefaste per uno dei beni essenziali: la casa. “Per le famiglie dove spesso l’unica entrate è un reddito da lavoro dipendente o una pensione – si legge – l’affitto incide con percentuali insostenibili: tra il 40 e il 50% a Genova e Torino; tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze; oltre il 70% a Milano e Roma.
Centomila sfratti per morosità. Guardando le aree metropolitane, sono stati emessi quasi 100.000 sfratti per morosità e circa 90.000 famiglie hanno subito un esecuzione del provvedimento: a Milano e Roma circa 20.000 famiglie, a Napoli quasi 15.000, a Torino più di 10.000. Mentre a Genova, Firenze, Palermo e Roma circa il 10% delle famiglie in affitto, escludendo le abitazioni di proprietà pubblica, hanno subito uno sfratto per morosità.
Appennino, i torrenti inghiottiti dagli scavi dell’Alta velocità
Viaggio nel Mugello dove il sistema idrico è stato distrutto e le falde sono precipitate di centinaia di metri. Dove un tempo proliferavano trote, gamberi e vegetazione protetta ora ci sono solo profondi canyon
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dall’inviaro di Repubblica Paolo Rumiz
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SAN PIERO A SIEVE – Non servono sismografi per capire dove passa il tunnel dalla Tav tra Bologna e Firenze. Basta seguire una traccia di foreste rinsecchite, alvei vuoti, macerie. Persino i cinghiali rifiutano di vivere lassù. Sopra la “grande opera” esiste una scia di “grandi disastri” che la segnala fedelmente.
L’abbiamo percorsa, verso Nord, e per capire ci è bastata la parte toscana. Il Mugello, snodo cruciale dello scavalco appenninico. I danni li hanno appena quantificati i giudici: 150 milioni di euro solo per lo smaltimento abusivo dei terreni di scavo. Poi vengono i cantieri abbandonati, le cave e le frane.
Il peggio è il sistema idrico distrutto: per ripagarlo non basterebbe una mezza finanziaria. Fra 750 milioni e un miliardo 200 milioni, per ventidue minuti di viaggio in meno. Spariti o quasi 81 torrenti, 37 sorgenti, 30 pozzi, 5 acquedotti: in tutto 100 chilometri di corsi d’acqua.
Ma le cifre non sono niente. Per farsi un’idea bisogna sentire il tanfo polveroso della montagna morta. Rifare i sentieri della Linea Gotica, tra i rovi, come in guerra. Solo che stavolta i danni non li hanno fatti i generali ma gli ingegneri, che possono essere peggio. Le ferite delle bombe si rimarginano. Queste restano per sempre. Siete avvertiti: non siamo di fronte a un evento naturale, ma a qualcosa di biblico.
Tace la valle del torrente Carzola. Niente più uccelli. La falda è precipitata di trecento metri e la montagna è sotto choc idrico. Ha piovuto tutto l’inverno, ma le conifere sono morte, le querce moribonde. C’erano salmoni, trote, gamberi: ora più nulla. Un catastrofe come il Vajont, ma alla rovescia
Polvere, silenzio. Nel canyon si spalanca una finestra di servizio. È sguarnita, potrebbero entrarci uomini e bestie. Cento metri sotto, il tunnel che ha inghiottito tutto. I tecnici ricordano quando avvenne. Esplose un getto da 400 litri al secondo a tredici atmosfere. Da allora, anche se in superficie la valle scende a Nord, le falde scaricano a Sud, verso Firenze. E del Mugello a secco chi se ne frega.
Paolo Chiarini, 30 anni, ingegnere ambientale, è cresciuto sui fiumi e, quando il Carza sparì di colpo un giorno di febbraio di 11 anni fa, fu il primo ad accorgersene. Corse in Comune ad avvertire, ma gli risposero giulivi: “Per forza, non è nevicato”. Capì subito che l’unica acqua che interessava gli italiani era quella del rubinetto, e fece l’unica scelta possibile: combattere da solo.
Da allora Paolo ha battuto ogni rigagnolo e raccolto dati. Oggi ci fa da guida su questa strada partigiana. A Campomigliaio c’era la piscina naturale dei fiorentini. Poi è arrivata la talpa maledetta che ha “impattato” la falda e oggi sul greto resta solo un ridicolo cartello “Divieto pesca” e, a monte, uno scolo fognario a secco.
Il Carlone era il paradiso dei pescatori. Oggi è ingombro di bungalow dai vetri rotti, rottami, tubi, cisterne, caterpillar arrugginiti. Su un muro, la scritta “Ciao, è stato bello”. Sotto, un torrente in agonia. Ma a monte è peggio. Una strada bianca in mezzo a una foresta sbiadita, fiancheggiata dai tubi che fino a ieri hanno pompato acqua per tenere in vita il torrente. Una finzione.
Sopra, una montagna di rocce intrise di asfalto collante, oli e bitumi. Quando piove, la morchia scola sulla vasca di captazione del comune di Vaglia, che raccoglie la poca acqua. Purissima, era, da imbottigliare senza filtro. Tutto quel materiale poteva essere reimpiegato nel tunnel, come in Svizzera nella galleria del Gottardo. Qui invece s’è portato tutto in superficie. E nel buco hanno portato ghiaia fresca, aprendo decine di cave inutili sul monte. Ecco perché la Tav è costata il quintuplo del previsto.
A San Piero a Sieve la ferrovia veloce esce a palla di fucile e s’infila sotto l’autodromo del Mugello. Siamo nel cuore della conca, l’Appennino perde asprezza, l’orrore diventa bucolico. Tra le fattorie il torrente Bagnone è scomparso. Poco in là, anche il Bosso. Nove anni fa le sorgenti saltarono tutte assieme, ricorda l’avvocato Marco Rossi che segue le cause civili. “Quando sparì il torrente la gente pensò che sarebbe tornato. Invece non tornò. Finita. Arrivarono le autobotti. Poi il disseccamento salì fino a Farfereto e Striano”.
A Sergio Pietracito hanno fatto di tutto. Gli hanno tolto l’acqua per gli animali, fatto franare il bosco, aperto crepe in casa, semidistrutto i frutteti con le polveri, terremotato il sonno con esplosioni, ventole al massimo, bip di cicalini, fischio di allarmi, rombo di tir in retromarcia. Poi, a cantiere chiuso, gli hanno ripristinato i terreni con zolle miste a cemento, plastica e ferri arrugginiti.
Pietracito ha speso 30 mila euro in avvocati, senza aiuto degli enti locali. L’italiano è solo davanti al potente. Lui non molla, ma molti altri sono stanchi. Sanno che, più dei danni, sono i processi a mangiarti la vita. Finisce che sei tu a dover pagare. La politica cala le brache: è già tanto se i sindaci sono riusciti a farsi dare il tracciato della galleria.
Risaliamo verso il Giogo della Scarperia. Ormai è un “trek” nella devastazione. Conifere moribonde, castagni in sofferenza. Fra un mese gli animali scapperanno anche da qui. A Lugo hanno visto “i caprioli scendere a valle per bere dai sottovasi dei giardini”. Non era mai successo prima del 2006, quando la Tav ha smesso di pompare acqua “finta” in quota.
Dopo il crinale, il versante del Santerno ci sbatte davanti l’ultimo sacrilegio. Sul lato della Sieve avevamo censito pozzi defunti col nome di santi e beati. Qui, nell’abbazia di Moscheta, succede di peggio. Hanno rubato l’acqua santa. La pieve, per riempire il suo secolare abbeveratoio rimasto a secco, deve farsi sparare acqua da Fiorenzuola. Sempre per quei maledetti ventidue minuti.
Oltre si spalanca un abisso dantesco, il canyon chiamato Inferno. Era il top del Mugello, segnato su tutte le guide. Trote, gamberi, muschi. Sopra, il sentiero dove un tempo Dino Campana andava a Firenze incontrando bande di musicanti e pescatori di fiume. Oggi si cammina a secco tra massi enormi e smerigliati, segno della sacra potenza uccisa dall’uomo. Chi pagherà tutto questo? Quale nazione chiederà il conto?
Il fiume infernale si butta nel Santerno, dove s’apre il cratere della colossale stazione intermedia della Tav. Intorno, la devastazione. Novanta cave. Novanta cicatrici. Ed è solo il preludio dell’ultima è più spaventosa ferita. La più lontana, la meno visibile. La condanna, esecuzione e morte del torrente Diaterna, con la doppia sorgente biforcuta sotto il Sasso di San Zanobi.
Ora si procede solo a piedi, tra ghiaie terribili, guadi algerini, qui nell’Italia di mezzo a fine inverno. Tre anni fa Chiarini vide e fotografò vasche piene di pesci putrefatti. Da allora è morte biologica. Querce cadute, polvere, vento, lucertole. Sotto, la galleria spara la sua traiettoria in un fondale umido carico di bitumi. Qui sopra, il biancore abbacinante di un greto. La frazione di Castelvecchio – sopra l’ultima finestra della Tav in terra toscana – ha perso il suo acquedotto nel ’98. Ora vorrebbero costruire un invaso per compensare lo scippo.
Ma per metterci quale acqua? Con quale canalizzazione? Cementificando gli impluvi? Ricoprendoli di resine? Coprendo lo scempio con uno scempio ulteriore? La parola catastrofe non basta.
Il viaggio è finito. “Cosa ci riserva il futuro Dio solo sa” brontola Piera Ballabio, della Comunità montana del Mugello. “Con la nuova legge sulle grandi opere, i Comuni avranno ancora meno voce in capitolo. Siamo vicini a una militarizzazione del territorio. Alla faccia del federalismo”.
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220marzo 2009
fonte: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/ambiente/tav-torrenti/tav-torrenti/tav-torrenti.html?rss
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QUASI UN ANNO FA..
Associazione di volontariato Idra
Tel. e fax 055.233.76.65; e-mail idrafir@tin.it; web http://associazioni.comune.fi.it/idra/inizio.html
COMUNICATO STAMPA Firenze, 8.8.’07
CARA IDRA, TI SCRIVO….: TAV E SICCITÀ IN MUGELLO E A MONTE MORELLO.
TORRENTE CARZA MAI COSÌ ASCIUTTO DA MONTE MORELLO: I CITTADINI FOTOGRAFANO E SCRIVONO, L’ASSOCIAZIONE IDRA TRASMETTE ALLE AUTORITÀ.
L’ultima segnalazione di danni all’ecosistema del Mugello e di Monte Morello attraversato dalla TAV arriva da un cittadino di San Piero a Sieve: Giulio Vannini lancia un accorato allarme sulle condizioni drammatiche del torrente Carza, che scende (anzi, scendeva) dal Monte Morello alla Sieve. Adesso quel torrente – nel quale i ragazzi usavano andare a fare il bagno d’estate quando la spiaggia della Versilia era ancora troppo lontana… – è diventato una pietraia. Morto. Lo documentano otto foto scattate in punti diversi del suo corso.
Anche l’estate del 2006 Idra segnalò una moria di pesci che si registrava nel torrente Carza.
Ci si domandava – e ci si domanda tuttora – che ruolo giochi in questa emergenza la “galleria di Vaglia” della TAV e la gestione delle acque che essa intercetta. Il principale affluente del Carza, la Carzola, impattato dagli scavi per l’Alta Velocità, è infatti una pietraia ormai da diversi anni.
Nella lettera alle autorità Idra torna sull’argomento: “Dove finiscono le acque intercettate dalla galleria? Vengono restituite all’ambiente? Come mai in Mugello si è provveduto in qualche modo a rimpinguare almeno artificialmente (seppure con grosse lacune) alcuni corsi d’acqua impattati attraverso i “rilanci” dalle gallerie, e invece a Monte Morello niente del genere sembra essere stato programmato? Ci attendiamo una cortese risposta, anche in termini operativi, a questa richiesta, che affianchiamo alla segnalazione pervenutaci”.
La prima notizia pubblica dell’impatto sulle falde settentrionali di Monte Morello, con il prosciugamento della Carzola (i toponimi “Carza” e “Carzola” indicano chiaramente la natura quasi-carsica dei terreni attraversati, particolarmente a rischio dunque per effetto degli scavi), la lanciò proprio Idra il 22 giugno 2001, il giorno prima che la magistratura fiorentina avviasse la grande operazione di sequestro del cantiere TAV di Marzano in Mugello, e di sette cave e di otto depositi TAV disseminati lungo l’intera tratta toscana, fra Sesto Fiorentino e Firenzuola. Un provvedimento cui fece seguito il processo penale ancora oggi in corso presso il Tribunale di Firenze, col rinvio a giudizio dei costruttori CAVET e di altre imprese appaltatrici per una quantità cospicua di ipotesi di reato.
Questo il testo della lettera (nostri i grassetti), accompagnata da otto fotografie (allegate) scattate il 2 agosto. Idra ha girato la segnalazione ai sindaci di Vaglia e di San Piero a Sieve, ai presidenti della Comunità Montana del Mugello, della Provincia di Firenze e della Regione Toscana, ai nuovi assessori alla Tutela ambientale e alla Difesa del suolo della Regione Toscana, alla Direzione generale delle Politiche territoriali e ambientali della Regione Toscana, ai direttori generali dell’APAT e dell’ARPAT, ai Comandi Stazione del Corpo Forestale dello Stato di Ceppeto e di Barberino di Mugello, all’Osservatorio Ambientale Locale del Mugello, all’Osservatorio Ambientale Nazionale presso il Ministero dell’Ambiente.
Spettabile Associazione,
prendo l’avvio da un comunicato stampa dell’anno scorso (http://associazioni.comune.firenze.it/idra/16-9-’06.htm), quando la situazione del fiume Carza nel paese di San Piero a Sieve era allarmante, ma ancora ben lontana dai livelli, a dir poco drammatici, raggiunti all’inizio dell’estate di questo anno. Se infatti l’anno scorso nei tratti a monte di San Piero a Sieve vi era ancora un’esigua quantità di acqua, quest’anno la situazione è gravemente peggiorata: non si tratta più di qualche giorno di secca e di qualche centinaio di metri di fiume prosciugato, ma il disastro riguarda praticamente tutto il corso del fiume a sud di Vaglia, con ripercussioni future incalcolabili, non solo per il Comune di San Piero, ma anche per i corsi a valle, Sieve e Arno, fatto che vanifica anche parte dei sacrifici che il Mugello ha dovuto affrontare per la costruzione dell’invaso di Bilancino. E’ inutile sottolineare che ogni tipo di fauna che negli anni passati riusciva a sopravvivere, magari nelle pozze più ampie a monte di San Piero, quest’anno è stata per lo più sterminata, con scarse possibilità di ripopolamento futuro. Il danno è perciò irreparabile, e ad esso si aggiunge che almeno da un mese alcuni pozzi privati sono già rimasti a secco. A distanza di meno di un anno la situazione è dunque drammaticamente precipitata, e i cittadini di San Piero rumoreggiano e si interrogano ancora: dove finiscono le acque intercettate dalle gallerie? Quali sono gli interventi degli enti preposti a valutare, a contenere, e quando non fosse, a risarcire un simile disastro ambientale? Nessun cenno sulla stampa locale, nei comunicati ufficiali dei Comuni, della Comunità Montana, fosse anche solo per trasparente rispetto verso la popolazione che direttamente subisce il danno? Che strumenti abbiamo, noi cittadini, di fronte a un così dannoso disinteresse delle istituzioni?
Giulio Vannini
San Piero a Sieve
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Confluenza torrente Carlone
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Località Carlone
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Località Case Nuove Taiuti
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Località La Luna, 1
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Località La Luna, 2
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Località La Luna, 3
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Località Tagliaferro, 1
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Località Tagliaferro, 2
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fonte: soalinux.comune.firenze.it/idra/8-8-%2707.htm
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