Enrico Mattei, italiano pericoloso. I rapporti top secret inviati a Londra / Mattei, Pasolini e De Mauro: una scia di sangue e petrolio

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Mentre va in onda su RaiUno lo sceneggiato sul fondatore dell’Eni, pubblichiamo gli sconcertanti rapporti riservati sul suo conto dei diplomatici britannici

Fino all’articolo del “Financial Times” alla vigilia dell’incidente aereo: “Se ne deve andare”

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di FILIPPO CECCARELLI

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Enrico Mattei, italiano pericoloso I rapporti top secret inviati a LondraEnrico Mattei

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L’UOMO CHE guardava al futuro: con questo titolo, stasera e domani, va in onda su Rai Uno la fiction su Enrico Mattei. Ma ai suoi tempi, per i sussiegosi e pragmatici funzionari della diplomazia britannica, più che guardare al futuro il capo dell’Eni era l’uomo che intralciava il loro presente. Anzi, seriamente e decisamente lo minacciava.
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Fino al punto di…? Alt, no, questo non si può dire. Anche se il cospicuo dossier arrivato in Italia include carte a loro modo profetiche – tipo la fotocopia di un articolo del Financial Times che a due giorni dalla morte di Mattei si chiede se questi “dovrà andarsene” (Will signor Mattei have to go?) – i documenti recuperati da Mario J. Cereghino negli archivi britannici non autorizzano forzature, né automatismi cospirativi. Eppure, a meno di tre mesi dall’incidente aereo di Bascapé, 27 ottobre 1962, in un documento classificato come “segreto”, dal ministero dell’Energia scrivono al Foreign Office: “L’Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale [...] La minaccia dell’Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali”. Insomma, l’Eni incoraggia “l’autarchia” energetica a scapito dell’Inghilterra.
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Una questione di principio. A settembre, al ministero degli Esteri del governo di Sua Maestà, fanno il punto “sui passi per contrastare il gruppo italiano”. Ovviamente “è una materia da trattare con attenzione”. Ci sono questioni da girare all’intelligence: “Fino a che punto l’Eni dipende dal petrolio russo? [...] È possibile distinguere tra le attività dell’Eni e gli interessi italiani? [...] Siamo in grado di affrontare il problema della virulenta propaganda di Mattei contro l’imperialismo e contro le compagnie petrolifere?”. Non si conoscono le risposte. Eppure tante altre carte ricostruiscono in modo abbastanza impressionante lo scenario, il contesto, l’atmosfera che nell’autunno del 1962 si era venuta a creare attorno a quello che è diventato un eroe da tele-fiction.
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Lo storico Nico Perrone, il massimo studioso di Mattei, ha esaminato questi documenti: “Contengono giudizi più sottili, più articolati e più intelligenti di quelli che si trovano negli archivi americani. A Washington reagivano grossolanamente e in ritardo; mentre gli inglesi avevano capito meglio e subito”.
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I funzionari britannici stanno addosso al presidente dell’Eni. Abbondano le schede, i rapporti, i memorandum. Si inventano pure il termine Matteism per indicare un modo di fare politica e affari. A loro modo lo ammirano anche. Questo si legge in un rapporto del Foreign Office alla legazione britannica di Washington: “Mattei punta in alto. A nostro parere è un manager tosto e un uomo potente nonché pericoloso”.
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È il 1957 quando l’ambasciatore a Roma, Ashley Clarke, nota: “A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana [...] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all’Italia”.
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È vanesio, certo, e dittatore. Mostra “tendenze napoleoniche” ed “estrema suscettibilità”. Gli americani, fanno sapere a Londra i diplomatici di Sua Maestà, pensano che “soffra di megalomania”. I difetti di un personaggio ragguardevole sono spesso la faccia in ombra delle sue virtù: “Come tutti gli uomini che si sono fatti da sé, Mattei è vanitoso e non tollera il benché minimo affronto, soprattutto se proviene da uno straniero. Nel lavoro è autocratico e spietato, ma al contempo molto ammirato e rispettato”.
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Dinamismo e dedizione al lavoro, gli riconosce anche un dirigente della Bp: “È l’apostolo delle imprese statali. Però molti ritengono che la sua psicologia si avvicini molto al concetto de “Lo Stato sono io”". Questo orgoglio può solleticare un certo spirito sportivo degli inglesi, ma certo non li rassicura negli affari. Mattei fa il diavolo a quattro, fa abbassare i prezzi del petrolio dall’Iran all’Etiopia, dal Marocco al Pakistan all’Arabia Saudita. Un po’ bluffa, ma dal punto di vista degli inglesi un po’ anche bara. O almeno: “Gioca con più mazzi di carte allo stesso tempo”, si legge in un memorandum del ministero dell’Energia. Clarke insiste: “È un tipo che non si ferma dinanzi a niente”.
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Dai documenti si capisce che il “pericolo” è doppio. Riguarda da un lato le questioni dell’energia, ma dall’altro va a sbattere sulle alleanze e sulla stabilità di intere aree del mondo, a partire dal Medio Oriente, per giunta all’indomani della crisi di Suez. Il guaio supplementare è che dell’anticolonialismo questo italiano ha fatto una bandiera. Il petrolio è un mezzo per affermare una politica sociale e nazionale: “I successi in Egitto e in Persia gli hanno dato alla testa [...] Di fatto ha dato fuoco alle navi”.
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Le compagnie petrolifere cominciano a “preoccuparsi seriamente della loro posizione in Italia”, avvisa l’addetto commerciale dell’ambasciata di Roma nel luglio del 1960. Ma già ad agosto Clarke prevede: “Non vi è dubbio che in futuro Mattei diventerà una notevole spina nel fianco delle nostre imprese, anche in altre aree del mondo”. E colpiscono le conclusioni su questo personaggio “indubbiamente infido” che “in passato ha già utilizzato tattiche ricattatorie [...] E Mattei non solo non è crollato, ma al momento è più forte che mai”.
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Ha appena concluso accordi commerciali con l’Urss e si dispone a stringerne con la Cina comunista: “In futuro”, scrivono all’ambasciata britannica di Pechino, “potrebbe fornire ai cinesi tutto il petrolio di cui hanno bisogno”. Così da Londra cercano di capire se il governo italiano ispira o si limita a coprire le scorribande dell’Eni, o se è pronto a scaricare il leader del cane a sei zampe. Le carte offrono resoconti mortificanti sui politici italiani: distratti, ambigui, sfuggenti. Il ministro degli Esteri, il liberale Martino, fa spallucce; il presidente Segni è tutto preso dall’agricoltura.
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Meno vaghi, anche se sorprendentemente ostili all’Eni, appaiono due diplomatici italiani. Un funzionario del Foreign Office contatta a Londra un diplonatico italiano, Prunas: “La sua impressione è che, se non affrontato in maniera appropriata, Mattei potrebbe diventare pericoloso: e nel dirmi ciò”, specifica Mr Beeley, “mi ha chiesto di mantenere il massimo riserbo”. Lo stesso riserbo che in tempi non sospetti il segretario generale della Farnesina, marchese Rossi-Longhi, chiede a Mr Hohler, incaricato d’affari dell’ambasciata: “Secondo Rossi-Longhi potremmo raggiungere migliori risultati assumendo un atteggiamento fermo e piuttosto duro con Mattei”.
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In realtà, dai documenti trovati da Cereghino viene fuori che il governo britannico, per tutto il 1961, spinge la Bp e la Shell, due delle sette sorelle, a trovare un accordo con l’Eni: “Fino a quando”, scrive nell’agosto del 1961 Mr Laskey, un funzionario dell’ambasciata, “continueranno a considerare Mattei come una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che al momento non può essere asportata) è difficile che egli si comporti in maniera amichevole”.
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Niente di più difficile: e infatti Mattei insiste nel suo gioco – anche se forse non si rende conto che sta oltrepassando il terreno petrolifero per entrare di slancio nel campo scivoloso degli equilibri geopolitici. È di nuovo un italiano, il banchiere Lolli, Bnl, a mettere sull’avviso gli inglesi: “I sentimenti antiamericani di Mattei sono così forti che potrebbero trasformarsi in un pericolo sostanziale. In altre parole, potrebbe commettere qualche sciocchezza”. Meglio quindi che le compagnie inglesi trovino un’intesa.
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L’unico leader italiano che tiene testa a Mattei è Fanfani. Nell’autunno del 1961 l’allora presidente del Consiglio convoca a Palazzo Chigi Arnold Hofland, responsabile del settore Europa meridionale della Shell. Fanfani tenta una spericolata mediazione: “Personalmente il premier non vede di buon occhio l’intesa con Mosca e si è detto pronto ad annullarla. A patto però che Mattei sia messo in condizione di aggiudicarsi quei diritti estrattivi che permetterebbero all’Italia di disporre di una fonte di rifornimento autonoma”.
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Il colloquio dura due ore e mezzo, ma non produce risultati. Peggio: Hofland, petroliere disincantato, concorda con l’ambasciatore sul fatto che Mattei “risulta sempre più pericoloso, anche se”, aggiunge, “personalità come Paul Getty sono in grado di creare grane ben peggiori”. Clarke è più risoluto e pessimista: quelli che chiama “i ricatti di Mattei” sono “meno marginali di quanto sembrano”. In questo cupo scenario, pur venato da un garbato understatement, si apre il 1962: l’ultimo della vita di Mattei.
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Ora, anche in politica internazionale, i “pericoli” è meglio sventarli per tempo; e nessuno ama farsi “ricattare”. C’è parecchio nervosismo all’ambasciata di Roma, al ministero dell’Energia, alla Bp, alla Shell. Il 7 agosto i funzionari del Foreign Office inseriscono in un già corposo dossier una strana, ma eloquente nota semi-anonima.
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La spedisce, su carta intestata, un non meglio identificato Mr Searight: “Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell’industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire, Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: “Ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso una apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l’Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali”". I “Non Allineati”, come si diceva in quegli anni. Aggiunge la noticina: “Non ci sono motivi per dubitare che tali affermazioni siano state effettivamente fatte”. Possibile: il personaggio era quello che era. Gli eroi da tele-fiction guarderanno pure al futuro, ma intanto è ancora la lezione del passato che bisognerebbe capire meglio.
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I documenti
I documenti del Foreign Office su Enrico Mattei su cui sono basate queste pagine sono stati trovati dal ricercatore Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, a sud di Londra, e sono ora consultabili presso l’Archivio Casarrubea di Partinico, in provincia di Palermo (www.casarrubea.wordpress.com)

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3 maggio 2009
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Pasolini, Mattei e De Mauro (Foto Ansa)

Mattei, Pasolini e De Mauro: una scia di sangue e petrolio

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di Antonella Loi

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21 aprile 2009 – Enrico Mattei, Pier Paolo Pasolini, Mauro De Mauro. Cosa c’è dietro la morte del presidente dell’Eni nei cieli di Bascapè? E di chi era la mano che uccise il poeta all’Idroscalo di Ostia: fu veramente il 17enne Giuseppe Pelosi o, come da lui stesso dichiarato in una recente intervista, “lo uccisero in 5, gente intoccabile”? E ancora, cosa aveva scoperto il giornalista Mauro De Mauro a proposito della morte di Mattei, tanto da diventare un pericolo per chi ne ordinò il sequestro e la morte? Una trama oscura che passa attraverso il libro che Pasolini stava ultimando, Petrolio, e la sceneggiatura per un film di Rosi sul Caso Mattei su cui il cronista siciliano lavorava. Uno dei tanti misteri d’Italia, un puzzle intricato che passa attraverso la loggia massonica P2, i servizi segreti deviati e la lotta per il potere di personaggi senza scrupoli a cui Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, nel loro libro Profondo nero – Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica scia all’origine delle stragi di Stato (edito da Chiarelettere, 2009, 295 pp., 14,60 euro) hanno provato a dare un volto. Facendo nomi e cognomi.

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Lo Bianco, l’uccisione di Mattei è stata un punto di svolta nella storia italiana?
“Direi proprio di sì. Enrico Mattei aveva in testa l’idea di un’Italia autonoma, energeticamente e finanziariamente, libera dalla dipendenza dalle Sette Sorelle, Mattei aveva un po’ sconvolto l’equilibrio mondiale del mercato del petrolio. Era un personaggio assai scomodo, all’estero perché alterava questi equilibri e in Italia perché oltre ad avere una grande capacità economica aveva anche una grande capacità politica. Mattei era diventato una sorta di ministro degli Esteri italiano, era più importante del ministro degli Esteri, e in qualche modo decideva larghe fette di politica estera italiana, stringeva rapporti con i paesi del Medioriente e dell’Africa sulle questioni energetiche. Con la sua morte in molti hanno tirato un sospiro di sollievo e questo emerge dalle carte processuali e da documenti dei servizi segreti”.

Dalla coltre di fumo che per anni ha circondato il “caso Mattei” emerge la figura di Eugenio Cefis, collante di un sistema eversivo sostenuto da una classe dirigente fuori dagli schemi della democrazia. Chi era Cefis?
“Cefis era un burocrate di Stato, un boiardo, un grande manager pubblico che come Mattei veniva dalla Resistenza. Condividevano la stessa esperienza anche se si erano annusati e non si piacevano molto. Avevano combattuto insieme sulle Alpi lombarde. Come tutti coloro che vengono dalla Resistenza avevano due caratteri forti, temprati dalla guerra, molto duri. Ma al contrario di Mattei, Cefis preferì fin dall’inizio allacciare rapporti con gli americani, rapporti che segneranno poi tutta la sua carriera. Cefis era un uomo con l’ossessione della segretezza, Giorgio Bocca l’ha raccontato molto bene. Sue fotografie in giro non ce ne sono. Quelle agli atti dei processi sono state più volte acquistate così come, forse per conto di Cefis, sono state acquistate anche quelle della tragedia di Bascapè dove perse la vita Mattei. Foto acquistate dall’investigatore privato Tom Ponzi che, successivamente, finì coinvolto in storie di spionaggio”.

Un personaggio misterioso.
“Un’informativa dei servizi segreti indica Cefis come il capo della loggia massonica P2, che poi avrebbe lasciato in eredità a Licio Gelli e Umberto Ortolani. Quello che ci ha colpito scrivendo questo libro è che per oltre quarant’anni, al di là delle responsabilità di Cefis e del ‘sistema Cefis’, a noi italiani hanno fatto credere che questo aereo si fosse schiantato a Bascapè in una sorta di incidente aereo. Sono riusciti a camuffare un sabotaggio facendolo passare per un incidente aereo. E ci sono riusciti benissimo per molti anni”.

Perché non si è mai arrivati ad una verità giudiziaria sul caso Mattei?
“Perché i primi testimoni, penso al colono Mario Ronchi, hanno ritrattato quello che hanno detto di aver visto nell’immediatezza ai giornalisti della Rai, documenti poi scomparsi o alterati: dal video di un servizio Rai è sparito addirittura l’audio. Sono entrati in gioco una serie di meccanismi di copertura e di depistaggio fortissimi, che non potevano non avere radici nell’apparato dello Stato. Penso appunto al colono Ronchi al quale, dopo questa sua ritrattazione, è stata costruita una strada interpoderale a spese dell’Eni, o meglio della Snam. Ronchi stato assunto dalla Snam con un contratto annuale per fare il custode di quello che sarebbe diventato il memorial Mattei, fu assunta perfino una figlia. Lui era l’unico testimone che aveva detto di aver visto la palla di fuoco in cielo, cioè era l’unico che aveva visto qualcosa che dimostrava che era successa qualcosa a bordo dell’aereo sul quale viaggiava Mattei, aveva visto le fiamme in aria. Sparita quella prova poi tutto finì”.

Anche una commissione d’inchiesta indagò sulla morte del presidente dell’Eni.
“La commissione parlamentare, che venne insediata dall’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti, però non riuscì ad arrivare a nessuna verità. E anche se il comandante Giambalvo, che il procuratore Calia (il magistrato che nel 1994 aprì un’inchiesta che per la prima volta mise in correlazione gli omicidi Mattei, Pasolini e De Mauro n.d.r.) ha sentito e il cui verbale fu allegato agli atti dell’inchiesta, ha detto di avere lasciato la commissione con un’intesa tra i componenti della commissione stessa, e di avere visto poi un esito del tutto diverso spuntato nell’ufficialità dei documenti finali. Anche quella è una pagina molto oscura. Soltanto dopo la riesumaizone dei cadaveri, l’esame dei reperti dell’aereo custoditi negli hangar, il pm Calia fece un lavoro brillante, faticoso e tenace, riuscendo a ristabilire la verità, una verità che era stata nascosta agli italiani”.

Da Mattei a Pasolini. Il poeta – ucciso il 2 novembre 1975 – provò a denunciare l’eversione di stato: Pelosi ha parlato di una banda di picchiatori che, mentre massacravano il poeta, urlavano “frocio, comunista”. Quella di Pasolini è stata dunque una morte “politica”?
“Pelosi non la racconta tutta. Evidentemente non la racconta tutta e non la racconta ancora giusta. Però è pure vera una cosa: come dice la Maraini, nel suo raccontare questa verità a rate, ci si avvicina sempre di più a quello che lei e il gruppo di intellettuali vicini a Pasolini avevano gridato, cioè che si trattava di un delitto politico. Bernardo Bertolucci, grande amico di Pasolini, parlò di una fatwa lanciata dal palazzo. Pelosi evidentemente, arrivato a cinquant’anni, sente forte il peso di questa responsabilità che non vuole più portare da solo. In fondo ha pagato solo lui”.

Pelosi racconta una storia totalmente diversa da quella resa al processo.
“Pelosi parla oggi di un commando di cinque persone, parla di un appuntamento che Pasolini avrebbe preso con lui una settimana prima, aprendo uno scenario del tutto nuovo: non è stato un adescamento casuale alla stazione Termini, ma un appuntamento concordato che poteva offrire agli assassini l’occasione per ammazzare Pasolini. E Pelosi fa i nomi. La cosa singolare che abbiamo evidenziato bene nel libro è che due di questi erano stati identificati due mesi dopo dal maresciallo Renzo Sansone che, inflitrandosi in una bisca del Tiburtino, riuscì a raccogliere le confidenze dei fratelli Franco e Giuseppe Borsellino che dissero di aver ucciso Pasolini insieme a Giuseppe Mastini detto “Johnny lo Zingaro”. Ma ad assassinare Pasolini erano in cinque, quindi ce ne sarebbero altri due, che Pelosi descrive come “quarantenni con la barba” che non avrebbero direttamente partecipato al pestaggio ma avrebbero in qualche modo sovrinteso all’agguato dell’Idroscalo e questi potrebbero essere legati ai servizi segreti deviati. Ma tutto questo dovrà essere accertato giudiziamente se, come chiesto dall’avvocato Maccioni, il fascicolo verrà riaperto”.

Un altro omicidio legato alla morte di Mattei e poi di Pasolini, è quello del giornalista Mauro De Mauro – sparito da Palermo il 16 settembre del 1970 – che indagava sui giorni siciliani, gli ultimi, di Enrico Mattei.
“Il delitto di Pasolini è legato più logicamente che giudiziariamente agli altri due. Il delitto De Mauro invece è legato in maniera fortissima al delitto Mattei. De Mauro indagava sul delitto Mattei per conto del regista Rosi. Due giorni prima della sua scomparsa De Mauro aveva incontrato il senatore Graziano Verzotto, un personaggio chiave di questa vicenda perché attraversa incredibilmente tutti e tre i delitti. Verzotto, capo delle pubbliche relazioni dell’Eni, è l’uomo che chiama Mattei in Sicilia per quell’ultimo viaggio trasformato nel viaggio della morte”.

Verzotto è legato a Mattei ma anche a De Mauro.
“Sì, Verzotto è l’uomo che incontra De Mauro e al quale fa tutta una serie di confidenze, fino all’ultimo incontro il 14 settembre due giorni prima della sua scomparsa, quando gli parla di una serie di cose, indicandogli Cefis come un possibile mandante del delitto Mattei. Verzotto, nella sua qualità di presidente dell’Ente minerario, è finanziatore di quell’agenzia che si chiama ‘Roma informazioni’ e che è collegata a ‘Milano informazioni’, che pubblicò il libro Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, scritto da tale Giorgio Steimetz, misteriosamente ritirato dagli scaffali, da cui Pasolini aveva tratto spunti per il suo Petrolio. Quindi De Mauro aveva capito probabilmente una fetta di verità relativa a Mattei e proprio per questo, secondo noi, è stato fatto scomparire”.

Dal suo libro emerge un intreccio di depistaggi ed omissioni che tocca imprenditori, politici, servizi segreti, passando per la mafia e la massoneria. Una sequela di non-verità che si protraggono fino ai giorni nostri: l’Italia degli anni ’70 vive ancora oggi?
“L’Italia degli anni ’70 si proietta in maniera inquietante negli anni ’90 e nel terzo millennio. Non siamo riusciti a fare chiarezza su tutti i buchi neri del nostro passato recente, nonostante una bellissima relazione di maggioranza della Commissione stragi presieduta da Giovanni Pellegrino abbia messo dei punti fermi sulla storia sottotraccia di questo Paese, disegnando perfettamente quella che fu negli anni ’70 la strategia della tensione”.

Una pagina chiusa?
“Tutt’altro, quella strategia non è conclusa, quella stagione si proietta ancora fino ai giorni nostri e lo ha sottolineato lo stesso pubblico ministero Calia quando, nella sua inchiesta, cita una società che si chiama ‘Cefinvest’ che sarebbe in qualche modo collegata alla Edilnord centro residenziali, già Edilnord Sas di Silvio Berlusconi. Lui cita questo come un dato di cronaca ma fa riflettere abbastanza, al di là delle informative dei servizi segreti che indicano Cefis come il vero fondatore della loggia P2. E’ una parte oscura, che arriva fino alle stragi del ’92 e ’93 – quindi alla nascita della Seconda Repubblica, che avrebbe bisogno di venire illuminata”.

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fonte: http://spettacoli.tiscali.it/articoli/libri/09/profondo_nero_intervista_123.html

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05:43 – youtube.com
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viti di acciaio inossidabile che era rimasto come souvenir sulla scrivania di un segretario dell’ENI) e alcuni frammenti metallici prelevati dai cadaveri. Con l’analisi al

One response to “Enrico Mattei, italiano pericoloso. I rapporti top secret inviati a Londra / Mattei, Pasolini e De Mauro: una scia di sangue e petrolio”

  1. giovanni says :

    Seguo da molti anni gli strani incidenti aerei anomali che accadono ogni tanto dal 1954.Quello di Mattei è molto anomalo.E’ esploso in volo,come ha detto un testimone che poi ha ritrattato ricevendo dei benefici.Ma, la deflagrazione è avvenuta in maniera molto rapida ,tanto da disintegrare l’orologio d’oro e un anello di Mattei in piccole particelle trovate nel suo corpo.Solo un raggio laser fà implodere e poi esplodere un obiettivo in maniera uni-direzionale con violenza inaudita .L’aereo si conficcato in terra quasi verticalmente e pezzi di aereo e quelli dei passeggeri erano dispersi attorno al buco per un raggio di 300-400 m.Particolare dichiarato da un esperto anonimo.Subito l’incidente fù indagato dai servizi segreti ,che seguivano sempre Mattei e attorno a questo si alzò il velo del segreto.Forse Mattei fu ucciso da “Qualcuno esterno al nostro mondo che opera come 5 colonna per destabilizzarci.Può essere un’ipotesi assurda,ma……………

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