Archivio | maggio 5, 2009

La luce (elettrica) di Venezia arriverà dalle alghe / BIODIESEL – Fai il pieno con le alghe

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di Elysa Fazzino

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Venezia si prende la rivincita sulle alghe e le usa per produrre bioenergia. Les Echos attira l’attenzione sul progetto della centrale ad alghe che sorgerà nella Serenissima. «Alghe per illuminare Venezia», titola il quotidiano francese. «Venezia la bella, Venezia la romantica, vuole anche essere all’avamposto dell’ecologia», scrive la corrispondente da Milano Marie-Laure Cittanova. La centrale utilizzerà la biomassa derivata dalle alghe per produrre elettricità: dovrebbe produrre da 40 a 60 megawatt all’anno, sufficienti per illuminare metà del centro storico veneziano, che consuma da 80 a 100 megawatt all’anno.

Venezia ha deciso di diventare un porto verde. L’idea di partenza, ricorda Les Echos, era quella dell’energia solare: si trattava di installare pannelli fotovoltaici sui tetti di tutte le installazioni portuali. Poi sul tavolo del presidente del Porto, Paolo Costa, è arrivato un progetto di centrale ad alghe. La tecnologia è del gruppo spagnolo Solena Group, che utilizza turbine General Electric. Yves Bannel, vicepresidente e direttore della divisione europea di Solena Group, spiega al quotidiano francese che la tecnologia si sviluppa in due parti: «Da una parte, la produzione di alghe, secondo il procedimento della società spagnola BioFuel Systems, per farne una biomassa sfruttabile; dall’altra parte, una tecnologia che permette di gassificare questa biomassa per trarne elettricità».

«Piccole unità sono installate in Spagna, a Madera e Alicante, ma Venezia sarebbe la prima fabbrica al mondo di questo tipo», afferma Yves Bannel.

Paolo Costa, definito «entusiasta», spiega: «E’ l’uovo di Colombo, si tratta di utilizzare il sole e la CO2». Solena dovrebbe produrre oltre 100.000 tonnellate di microalghe “nutrite” nei tubi con anidride carbonica, prima di ricavarne elettricità. Le alghe sono delle microalghe, le diatomee, le stesse presenti nell’Adriatico. «Non esiste nessun rischio di inquinamento o di contaminazione, anche se la “fabbrica” d’alghe dovesse essere danneggiata».

Ecco il procedimento così come lo riassume Les Echos. Le alghe sono allevate in laboratorio, trasferite in cilindri di plastica nei quali si inietta anidride carbonica e acqua, il che grazie al sole provoca la fotosintesi. La biomassa così prodotta è centrifugata e seccata grazie alla tecnologia al plasma di Solena. Il mix di idrogeno e monossido di carbonio che ne risulta è il carburante che attiva le speciali turbine di General Electric. Il gas di scarico delle turbine, la CO2, è direttamente iniettato nell’allevamento di alghe. Il procedimento lascia un residuo di silicio che può essere riciclato nell’edilizia o nell’industria.

Les Echos mostra ottimismo sul fronte organizzativo. Il primo passo è la nuova società tra il porto di Venezia e eNalg, la concessionaria della tecnologia Solena per l’Italia. Le autorizzazioni «dovrebbero essere ottenute rapidamente», poiché l’impianto di dieci ettari sorgerebbe in una zona industriale che ha difficoltà di riconversione di Porto Marghera. «La centrale ad alghe potrebbe essere operativa dal 2010», afferma Les Echos. Occuperebbe 46 persone e avrebbe un costo di 200 milioni di euro, «il che dovrebbe permetterle di essere redditizia».

Se riesce, l’operazione potrebbe essere riprodotta a Trieste, Ravenna e Capo d’Istria. Conclude Les Echos: «Sarebbe una bella rivincita dei porti dell’Adriatico sulle alghe, che hanno tendenza a invadere le acque di questo mare chiuso e caldo».

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5 maggio 2009

fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/05/Venezia-luce-alghe.shtml?uuid=ca9507b2-3963-11de-81fa-22afe42b0e6a&DocRulesView=Libero

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Fai il pieno con le alghe

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I ricercatori statunitensi hanno messo a punto un nuovo processo più economico ed efficiente per ottenere biodiesel dalle alghe, che non necessita della fase di raffinazione

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Le alghe potrebbero essere davvero il carburante del futuro. Mentre Venezia si prepara a coltivazioni intensive di diatomee per ricavarne biogas con cui azionare le turbine di una centrale elettrica (120.000 tonnellate l’anno per produrre 40 megaWatt, secondo il progetto presentato dalla autorità portuale e dalla società  Enalg), a New York hanno trovato un modo conveniente e pulito per usare l’olio di alga al posto del petrolio.

I ricercatori statunitensi hanno infatti messo a punto il primo metodo economicamente sostenibile per produrre biodiesel a partire da olio di alghe, grazie a un nuovo tipo di catalizzatore. Si tratta di un mix di ossidi metallici resistenti alla corrosione che, a differenza dei catalizzatori normalmente utilizzati per ottenere biofuel dalle alghe, è attivo allo stato solido. Gli attuali processi di raffinazione dell’olio di alga soffrono infatti dei limiti dei catalizzatori in fase liquida, che impongono rallentamenti della produzione dovuti a operazioni di purificazione e neutralizzazione dei prodotti, arrivando a imporre costi anche 50 volte più onerosi rispetto a quelli sopportati dagli impianti di raffinazione del petrolio. “Usare un catalizzare solido significa poter saltare lo tep della purificazione, visto che  non c’è alcun catalizzatore liquido da dover rimuovere dal biocarburante finale”, ha spiegato ieri, 26 marzo, Ben Wen, ingegnere chimico e vicepresidente della United Environment and Energy LLC, durante il convegno dell’American Chemical Society.

Superare il problema economico, ha aggiunto il ricercatore, permette di guardare a tutta quella serie di vantaggi, anche ambientali, che questa tecnologia potrebbe portare. Per esempio, quello di poter utilizzare acqua non pulita nel processo di produzione: gli eventuali agenti inquinanti, oltre a favorire lo sviluppo delle alghe, vengono eliminati dal metabolismo delle alghe stesse. Le colture sono inoltre adattabili a terreni di ogni tipo (compresi quelli desertici), non prevedono l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti e offrono bioprodotti ricchi di proteine, comunque utilizzabili anche per l’alimentazione umana e animale.

Stimando una resa, in termini di prodotti per unità di terreno coltivato, anche 300 volte superiore a quella dei semi di soia, Wen è convinto che le alghe possano essere una vera e propria miniera rinnovabile di carburante. Il suo gruppo sta lavorando alla realizzazione di un impianto pilota capace di produrre annualmente circa quattro milioni di litri di biodiesel, con l’obiettivo di dimostrare che, su scala industriale, un impianto avviato potrebbe produrre fino a 200 milioni di litri di biodiesel ogni anno. E farci dimenticare il petrolio. (l.c.)

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27 marzo 2009

fonte:
http://www.galileonet.it/news/11351/fai-il-pieno-con-le-alghe

Brunetta: «La parola precari mi fa venire l’orticaria. Mi fa schifo chi li mitizza»

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ROMA (5 maggio) – «Li chiamerei lavoratori flessibili e non precari, perchè la parola precario mi fa venire l’orticaria», è una delle battute del ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, a margine della presentazione al Cnel dei dati del monitoraggio sul lavoro flessibile nella P.a..

«Mi fa schifo chi mitizza i precari». «La mitizzazione del precario -ha ribadito Brunetta- non mi piace. Io stesso ho fatto il precario tanti anni all’università e non amo certo questo periodo, ma fare del precario una ‘classè, come fa certa letteratura o certa filmografia, non è certo giusto». «Chi mitizza la figura del precario con attività sindacale, letteraria o filmografica, mi fa letteralmente schifo e mi fa venire l’orticaria». Così il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, a proposito delle critiche avanzate oggi dalla FP-Cgil sul monitoraggio del ministero della Funzione pubblica accusato di contenere numeri «truccati».

Secondo Brunetta (intervenuto oggi al Cnel), infatti, mitizzare la figura del precario è «una strumentalizzazione politica». I precari, ha aggiunto, «non possono e non devono essere una classe sociale, ma una forma di passaggio. Chi li mitizza lo fa sulla pelle di questi giovani».

No a numeri a caso. Il ministro ha insistito nell’affermare che «non è utile sparare numeri a vanvera pensando che così si tutelino meglio i lavoratori. La loro tutela sta nel dire le cose come stanno. La nostra intenzione è quella di capire e far capire al Parlamento che deve legiferare. Buttare lì numeri, congestionare il dibattito o lanciare anatemi non serve a nessuno, certo non serve ai lavoratori con contratto di lavoro flessibile».

Brunetta: sono 10-15mila unità.
Brunetta (che oggi ha presentato al Cnel il monitoraggio dei contratti di lavoro flessibile nella pubblica amministrazione già inviato al Parlamento) ha voluto lanciare un messaggio di «tranquillità e sicurezza» per quei lavoratori precari che hanno i requisiti per essere regolarizzati. Il fenomeno, tuttavia, ha precisato lo stesso ministro, non riguarda cento o duecentomila unità ma 10-15 mila, esclusa la regione Sicilia. «Non è certamente colpa dell’orrido Brunetta – ha aggiunto – se questi lavoratori non sono regolarizzati, ma ci sono altri problemi che ancora non conosciamo. Sarei felice di vedere avviati i processi di regolarizzazione, ma il problema è che ci sono enti che ancora non sono riusciti a farlo o non hanno voluto».

Ministro: monitoraggio fatto onestamente. Il ministro ha confermato, quindi, la validità del monitoraggio del suo ministero. «Ovviamente lascio al signor Podda la responsabilità di quello che dice, il monitoraggio è stato fatto con onestà e la massima trasparenza possibile e con una metodologia aggiornata». Il ministro ha anche reso noto che Palazzo Vidoni sta mettendo in piedi con il Cnel e l’Istat un sistema stabile di monitoraggio su questo fronte.

Allarme precari della Cgil. A lanciare l’allarme sui precari nella pubblica amministrazione era stata la Cgil. Dal primo luglio – è la stima del sindacato di categoria Fp – in 60 mila perderanno il posto a causa della norma, all’esame del Parlamento, che blocca i percorsi di stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Ma il numero è destinato a salire: nel 2010 si arriverà ad oltre 120 mila unità fino a giungere nel 2011 a 200 mila. In una conferenza stampa, il sindacato ha sottolineato che in base alla «strategia del governo, tutto il personale precario, a prescindere dal possesso dei requisiti per la stabilizzazione, non vedrà rinnovato il proprio contratto». Insomma, per l’organizzazione guidata da Carlo Podda, si assisterà nei prossimi mesi ad un «licenziamento in massa». E alla «perdita di una singola unità lavorativa, in settori come la sanità o il socio-assistenziale, corrisponderà un’assenza di organico difficilmente colmabile. In questi casi, la cessazione del rapporto di lavoro corrisponderà con quella del servizio».

Le cifre del sindacato. Sempre secondo dati forniti dal sindacato, sulla base del Conto Annuale della Ragioneria Generale, il totale del personale precario nell’intera P.A. è di 440.920 unità, considerando invece i soli comparti di riferimento della sola Funzione Pubblica Cgil (quindi esclusi gli enti di ricerca, la scuola e università) ammonta a 201.716 unità (102.388 lavoratori a tempo determinato, 11.321 lavoratori interinali, 4.307 lavoratori in formazione lavoro, 25.164 lavoratori socialmente utili, 58.536 collaborazioni). Nel 2007 le stabilizzazioni hanno interessato 10.982 lavoratori della pubblica amministrazione, mentre altri 38.956 sono i cosiddetti aventi diritto.

Critiche al monitoraggio del Ministero. La Fp è tornata, quindi, a criticare il monitoraggio fatto dal ministero della Pubblica Amministrazione giudicandolo «parziale, pressappochista e strumentale» che censisce «meno della metà degli enti censiti dal Conto Annuale: 4027 contro 9903)». E che, ancora, non tiene conto, per esempio, dei precari tra i vigili del fuoco, della Croce Rossa o della Protezione Civile. Si punta a «ridimensionare il fenomeno – è la tesi della Fp – per rendere socialmente più accettabile lo stop alle stabilizzazioni, il cui percorso era stato avviato dal precedente governo». Sotto accusa lo stesso criterio «con il quale il questionario è stato formulato, laddove la richiesta riguardava le unità di personale che gli enti ‘intendono stabilizzare e non il loro fabbisogno».

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fonte:
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57064&sez=HOME_INITALIA


AMBIENTE – Il divieto dei pesticidi killer riporta le api in Pianura Padana

Da settembre sono proibite alcune sostanze usate in agricoltura

Con risultati evidenti: dopo anni di crisi, l’apicoltura è in ripresa. “Vittoria sulle multinazionali”

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ROMA- Dopo anni di crescente e sempre più drammatica crisi dell’apicoltura, le api sono tornate in Pianura Padana. Secondo Francesco Panella, presidente dell’Unaapi, Unione apicoltori, si tratta dei primi effetti dello stop ai pesticidi, i neonicotinoidi, sostanze killer utilizzate in agricoltura, vietate dal settembre scorso.

“Le api hanno vinto i giganti delle multinazionali”, dice entusiasta il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, apicoltore per passione durante il tempo libero. “L’apicoltura è un segmento essenziale dell’agricoltura del futuro, ma anche una grande passione, che regala ai consumatori prodotti di qualità eccezionale e inimitabile”.

La Francia e la Germania avevano già bandito quelle sostanze tossiche dall’agricoltura dei loro Paesi. L’Italia è arrivata con un po’ di ritardo ma adesso trionfa convinta di aver imboccato la strada giusta. Una terapia d’urto per una malattia che aveva le caratteristiche di un’epidemia mondiale. Tra il 2007 e il 2008 la popolazione di api si era dimezzata. Nel 2007 una moria diffusa aveva ridotto le api del 30-50 per cento in Europa, e del 60-70 per cento in alcune aree degli Stati Uniti.

Una crisi ambientale che ha messo a rischio milioni di raccolti “frenati” dalla ridotta opera di impollinazione affidata alle api e contratto pesantemente l’economia di circa 50 mila apicoltori italiani. I calcoli li ha fatti Matteo Ansanelli, agronomo della Cia: se un melo è a una distanza massima di 300 metri da un alveare produce 26 chili di mele all’anno, se è invece in un raggio di un chilometro e mezzo dall’alveare produce solo nove chili di mele all’anno.


“Ora che è stato dimostrato
il legame diretto tra neonicotinodi e vita degli insetti – dice Panella – il divieto all’uso di certe sostanze, finora temporaneo e limitato al mais, deve essere reso definitivo e allargato alle altre colture”.
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5 maggio 2009
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Berlusconi: “Tutte calunnie della sinistra e non è vero che frequento minorenni”

Nel salotto di Vespa il premier torna sulla vicenda della separazione accusando l’opposizione e la stampa. “Non sopportano la mia popolarità”

Sul caso Noemi Letizia: “Se avevo qualcosa da nascondere sarei stato un pazzo ad andare li”
E giura sull’autenticità delle foto del party: “Se non ci credete chiedetelo ai camerieri”

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Berlusconi: "Tutte calunnie della sinistra e non è vero che frequento minorenni"Silvio Berlusconi

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ROMA – Silvio Berlusconi di nuovo all’attacco dell’opposizione e dei giornali, sulla vicenda della separazione chiesta dalla moglie Veronica Lario: “E’ tutta colpa della sinistra e della sua stampa – dichiara, nel corso della registrazione di Porta a porta – che non riescono ad accettare la mia popolarità al 75%. E, visto anche lo stato in cui la sinistra è ridotta, ha cominciato con attacchi personali fondati sulla calunnia”.

In particolare, è sui rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia che il presidente del Consiglio si difende a spada tratta: “E’ una menzogna che frequento minorenni. Il padre di quella ragazza mi aveva chiamato perchè voleva un appuntamento con me e voleva parlarmi: queste cose usciranno domani in un intervista a Chi“.

Da qui le accuse al nostro giornale, che per primo ha rivelato la partecipazione del Cavaliere alla festa dei diciotto anni della ragazza: “Repubblica, sempre Repubblica, aveva fatto un titolo in cui sottendeva una mia frequentazione con una ragazza, che facendo quel giorno diciott’anni fino al giorno prima era minorenne”. E sul fatto che Veromica abbia annunciato la sua intenzione di divorziare sempre su Repubblica, dichiara che “non è stata una cosa casuale e non dico altro”.


Una replica anche al monito dei vescovi, che dalle pagine di Avvenire hanno criticato il suo comportamento. Berlusconi si dice convinto che non perderà le simpatie dei cattolici, “perché quando tutti conosceranno la realtà non potranno che prendere atto che non c’è stata nessuna attività negativa del Pdl e che poi, nell’altro caso – sostiene – c’è stato un atto di amicizia che non aveva nulla di scandaloso”. Anzi, il premier è certo che “una volta che la realtà sarà chiarita ci sarà un aumento della considerazione, già grande, e un miglioramento dei rapporti con il Vaticano che non ha mai avuto delle relazioni così con un governo italiano”.

Berlusconi respinge al mittente anche i dubbi, circolati oggi su molti blog e siti internet, sull’autentictà delle foto della festa, in possesso del settimanale Chi, fatte vedere in anteprima dal tg di Italia1 Studio aperto: “Mandino un giornalista al ristorante e domandino ai cuochi e ai camerieri se quelle foto sono false. La pervicacia con cui le gazzette della sinistra continuano a dire falsità è sorprendente”. Poi la domanda: “Sarei stato così pazzo da andare in una situazione simile se qualcuno poteva pensare che ci fosse qualcosa di piccante nel rapporto tra il presidente del Consiglio e una ragazza di diciotto anni?”.

Il premier racconta: “Francamente non mi aspettavo questa tempesta, anche se falsificazioni di certa stampa in passato hanno portato a problemi. Già in passato si disse che avevo detto ad una ragazza ‘ti sposerei’ e invece io avevo detto ‘sei proprio una ragazza per bene, sei proprio da sposare’”. Il riferimento è ai suoi complimenti a Mara Carfagna, che avevano provocato la famosa lettera di Veronica al nostro quotidiano, nel 2007.

Insomma, Berlusconi ripete la teoria del complotto, in cui anche la consorte sarebbe caduta: “Tutto falso – attacca – tutto nato dalla trappola in cui anche mia moglie purtroppo è caduta. Le veline sono inesistenti. Sono un’assoluta falsità”. E rifacendosi proprio al giorno in cui le liste per le Europee sono state definitivamente varate, dice: “Sono stato impegnato dalla mattina alla 8 fino alla sera a Varsavia. Non ho avuto modo di levare qualsiasi nome”. La “sforbiciata” agli elenchi è stata fatta, ammette; ma solo perché si doveva ridurre da 100 a 72 candidati, e “sono state eliminate sia uomini che donne. La questione veline è il contrario di quanto la mia formazione politica abbiamo cercato di portare in politica: noi vogliamo rinnovamento e anche persone non ‘sgradevoli’ e non è un male”.

Infine, sui rapporti con la Lario, il premier ripete quanto già dichiarato ai giornali: “Il divorzio deve essere una vicenda privata; ma lei dovrebbe riconoscere il suo errore. Le voglio ancora un mare di bene”. E tra gli errori, spiega, c’è anche l’aver dichiarato che lui non ha partecipato alle feste di diciott’anni dei figli: ”Luigi mi ha detto di non aver fatto la festa. Per Barbara ho sostenuto finanziariamente la sua festa che si è svolta a Las Vegas, gli invitati erano in maschera del ’700 veneziano”. Quanto a Eleonora, la terza, ”non si ricordava neanche che aveva fatto una festa”.

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5 maggio 2009
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ISERNIA – Medici si mettono all’asta su E-bay: “Troppo stress, dateci un lavoro normale”

Il personale – un primario, 6 medici, 14 infermieri, 6 portantini – del pronto soccorso ha deciso di attirare l’attenzione servendosi di Internet, con una foto di gruppo sul noto sito di aste online

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Isernia, 5 maggio 2009 – I medici del pronto soccorso dell’ospedale Veneziale di Isernia si sono messi in vendita sul noto sito di aste online eBay. Dopo le proteste dei giorni scorsi per le difficili condizioni di lavoro, dovute all’insufficienza di personale, medici e paramedici del reparto hanno deciso di attirare l’attenzione servendosi di internet.

Così, si sono fotografati ed hanno pubblicato il seguente annuncio: “Personale pronto soccorso Isernia (un primario, 6 medici, 14 infermieri, 6 portantini/Ota) esasperato e stressato da catastrofica gestione aziendale offresi per condizioni di lavoro ‘normalì”.

La direzione generale dell’Azienda sanitaria regionale aveva tuttavia annunciato nei giorni scorsi il potenziamento del personale al reparto.

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5 maggio 2009

fonte:
http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/05/172981-medici_mettono_asta.shtml

I sette operai della Thyssen-Krupp uccisi di nuovo dai giornalisti italiani

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Una scena del film ‘Metropolis’ di Fritz Lang

Ricevuto via e-mail dall’amica Doriana Goracci, con preghiera di DIFFUSIONE OVUNQUE E COMUNQUE SIA POSSIBILE. ED ANCHE DOVE NON LO E’..

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Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia. Il resto è propaganda.

Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto. (Horacio Verbitsky)

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Mi chiamo Massimo Zucchetti e sono il più giovane professore universitario italiano di Sicurezza e Analisi del Rischio. Lavoro al Politecnico di Torino. Sono Consulente Tecnico nel Processo Thyssen-Krupp dove nel dicembre 2007 morirono bruciati fra sofferenze atroci sette operai. In data 28 aprile 2009 ho depositato al Processo la mia Relazione di 60 pagine, che ricostruisce l’evento, identifica le cause, indica i colpevoli delle sette atroci morti.

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Ho inviato lo stesso giorno il sunto della mia relazione, una pagina e mezzo chiara e pesante come il piombo, ai seguenti quotidiani italiani: Repubblica, La Stampa, Il Giorno, Il Messaggero, Il Mattino, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Secolo XIX, Il Giornale, Leggo, Metro, Corriere della Sera, Il Tempo, L’Unità, Il Manifesto, L’Indipendente. Anche altri che ora non ricordo, ma questi i principali.

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Il sunto è scritto in linguaggio non tecnico ed è chiaro e duro come il cristallo.

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Nessuno di questi giornali ha reagito in alcun modo al mio invio. Soltanto il Manifesto, grazie alla presenza di un giornalista mio amico personale, ha promesso di pubblicare un articolo.

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Pubblico qui su Metropolis – oltre che sulla mia pagina di Facebook – il testo che avrebbe dovuto apparire, secondo il mio parere, su ognuno di questi giornali in giusta evidenza.

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Ierisera ho parlato con gli operai Thyssen ed ho cercato di spiegare loro la situazione: la situazione è che il giornalismo in Italia è ostaggio – salvo rare eccezioni – di una conventicola di servi, mestieranti ed autocompiaciuti, ignoranti ed inutili se non dannosi, indegni comunque di esercitare una professione tanto importante come quella di giornalista.

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In seguito all’incendio divampato il 6/12/2007, sulla linea di ricottura e decapaggio dello stabilimento Thyssen-Krupp di Torino (d’ora in avanti TKTO), che, inizialmente, causò la morte di 1 lavoratore, l’ustione di altri 7 di cui 6 in modo così grave che decedettero nei giorni seguenti, il sottoscritto prof.ing. Massimo Zucchetti, ordinario di Sicurezza e Analisi di Rischio presso il Politecnico di Torino, è stato nominato Consulente Tecnico di Parte Civile nel Procedimento Penale in corso. La presente relazione costituisce un iniziale contributo all’analisi.

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Da quanto riportato dai fatti e dalle testimonianze si può riassumere quanto segue:

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  • La linea 5 funzionava in perenne palese violazione delle norme di sicurezza relative agli impianti a rischio di incidente rilevante, in quanto – ad esempio – in costante presenza di olio sul fondo dell’impianto, di residui di carta oleati ovunque, di fiamme libere e piccoli incendi praticamente costanti, in mancanza di squadre antincendio addestrate, con gli estintori scarichi, eccetera.

  • La linea 5 funzionava oltre i normali regimi per sopperire a richieste pressanti di produzione non ottemperabili dal solo stabilimento di Terni. Gli operai erano costretti a turni straordinari massacranti.

  • La linea 5 presentava evidenti malfunzionamenti dovuti ad usura e scarsa manutenzione, primo tra tutti le perdite di olio, e i frequenti guasti di tipo elettrico e meccanico.

  • I vigili del fuoco, gli addetti ai gruppi di lavoro sulla sicurezza, i periti dell’assicurazione avevano ripetutamente raccomandato nel recente passato l’adozione di un sistema automatico di spegnimento per la linea 5, in conformità a quanto previsto per impianti soggetti a rischio rilavante di incendio come quello in esame. Questa raccomandazione, adottata per analoghi impianti presso altri stabilimenti della ditta, era stata disattesa e posposta, in quanto la linea stava per essere chiusa e trasferita a Terni entro breve.

  • La manutenzione sulla Linea 5 era insufficiente ed era peggiorata nell’ultimo periodo, in vista della prospettata chiusura entro breve tempo. Le squadre di manutenzione si erano ridotte e le frequenze degli interventi riguardavano per lo più la riparazione di guasti. Ancora, la sostituzione di alcuni pezzi meccanici non avveniva con il montaggio di pezzi nuovi ma con recuperi da altre linee o spostamenti sulla linea stessa

  • Le squadre di sicurezza e antincendio erano insufficienti o inesistenti, erano costitute da personale che non aveva completato (in nessun caso, neppure una persona) l’addestramento antincendio previsto dalla legge. Le procedure di emergenza e antincendio erano carenti e l’intero apparato di sicurezza al riguardo era in patente violazione con le prescrizioni di legge.

  • Gli operai della linea 5 dovevano frequentissimamente intervenire con estintori manuali per spegnere incendi che continuamente si formavano sulla linea, senza sospendere la produzione, in violazione con il loro mansionario e le procedure.

  • In caso di incendio di “grave entità” la procedura prevedeva non già l’immediato appello dei VVFF, ma la composizione di un numero di telefono per la chiamata della squadra antincendio, peraltro inadeguata in quanto non formata con appositi corsi completi e sprovvista di mezzi adeguati di spegnimento.

  • Non vi era alcuna prescrizione o specifica scritta o procedurale che indicasse quando un incendio era di “grave entità”. Le indicazioni dell’azienda erano di provare a spegnere con ogni mezzo l’incendio da parte degli operai con gli estintori prima di dare l’allarme.

  • Era fortemente radicato il concetto per cui si doveva sopperire a qualsiasi problema evitando di interrompere la produzione. I pulsanti di emergenza non dovevano mai venire azionati per evitare la interruzione della produzione. Gli operai avevano ricevuto espresse indicazioni al riguardo dall’azienda. Emerge chiaramente, anche dall’analisi di alcuni incidenti, che vi era la indicazione generalizzata ad affrontare situazioni di rischio particolarmente elevato in modo autonomo e non in ottemperanza alle misure di sicurezza, che non erano state comunicate ai lavoratori.

  • Il pulsante di emergenza non toglie l’alimentazione elettrica alla pompa oleodinamica , quindi l’olio rimane sempre in pressione fino ai banchi valvole anche in caso di attivazione dei pulsanti di emergenza. Anche la pressione di questi pulsanti, fortemente sconsigliata dall’azienda per non interrompere la produzione, non avrebbe evitato comunque l’incendio e l’incidente.

  • I sistemi individuali di spegnimento (estintori) erano al momento dell’incidente per la maggiorparte scarichi o inutilizzabili.

  • Nessuno dei presenti all’incidente aveva ricevuto alcuna formazione specifica sul tipo di intervento da effettuare e sulle procedure da seguire in caso di un incendio di tale entità.

  • Si erano verificati nel recente passato eventi incidentali analoghi presso altri stabilimenti dell’azienda, senza che nessun rimedio venisse adottato a seguito di questi incidenti sulla linea 5.

  • Alcuni sistemi di sicurezza automatici che segnalavano la presenza di carta spuria (costituente grave pericolo) nell’impianto a seguito di malfunzionamento erano al momento dell’incidente esclusi manualmente o addirittura guasti, in palese contrasto con le norme di sicurezza.

  • Nel luogo ove si è verificato l’incendio non vi era sistema automatico di rilevazione incendi

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In ultima analisi, lo scrivente si stupisce come l’evento incidentale che ha causato la morte dei sette operai si sia verificato con tale ritardo, viste le condizioni in cui funzionava l’impianto, ovvero in palese violazione con ogni norma di sicurezza. Tutto quanto era umanamente possibile per rendere provabilissimo il disastro era stato fatto o omesso dall’azienda con incredibile e costante pervicacia. Una volta partito, la dinamica dell’evento incidentale è stata inevitabile, dati gli strumenti e la formazione dati agli operai a quali nulla si può imputare se non l’aver accettato, per non perdere il posto di lavoro, di lavorare in un impianto in simili condizioni.

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Massimo Zucchetti

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30 aprile 2009

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fonte:
http://www.lsmetropolis.org/2009/04/7-operai-tk-uccisi-dai-giornalisti-italiani/

Ecomafie, montagna di rifiuti speciali grande come l’Etna spariti nel nulla

http://www.icbernareggio.it/didattici/inquinamento/suolo/suolo.jpg

Rapporto di Legambiente: un business da 20,5 miliardi
Nel Lazio sei reati al giorno

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ROMA (5 maggio) – Rifiuti S.p.a. da record. Campania in testa. La denuncia è contenuta nel rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente, presentato a Roma. «La montagna di scarti speciali spariti nel nulla secondo l’ultimo censimento disponibile – si legge nel rapporto – è la più alta di sempre: 3.100 metri con una base di tre ettari per un giro d’affari che raggiunge circa 7 miliardi di euro con un incremento significativo rispetto al 2007, quando i trafficanti si erano spartiti circa 4 miliardi e mezzo». Sono 31 i milioni di tonnellate di rifiuti industriali «di cui è certa la produzione ma ignota la destinazione finale».

La classifica.
In vetta alla classifica dell’illegalità in questo settore si piazza saldamente la Campania con 573 infrazioni accertate (il 14,7% sul totale nazionale) e ben 63 arresti nel corso dell’ ultimo anno. Al secondo posto si piazza la Puglia con 355 infrazioni accertate, 416 denunce, 271 sequestri, e 15 arresti. Al terzo posto la Calabria (293 infrazioni, 238 denunce, 567 sequestri), seguita dal Lazio con 291 reati, 358 denunce, 172 sequestri e 11 arresti. Il Piemonte è diventata la prima regione del Nord per numero di reati accertati, incidendo per il 6,5% sul totale nazionale.

A livello nazionale, i reati commessi sul fronte rifiuti, nel 2008 sono stati 3.911, quasi il 38% dei quali nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa; sono state denunciate 4.591 persone e sono stati effettuati 2.406 sequestri e 137 persone sono finite in manette.

Cemento selvaggio. Dopo anni di costante flessione, nel corso del 2008, in tutta Italia l’abusivismo sembra aver rialzato la testa con 28 mila nuove unità (dati Cresme). Stabile e solida al primo posto la Campania anche per quanto riguarda il ciclo illegale del cemento (oltre che dei rifiuti): 1.267 infrazioni accertate, 1.685 persone denunciate e 625 sequestri, afferma Legambiente. «Il cemento – si legge nel rapporto – è il luogo ideale per riciclare i proventi dalle attività criminose e nel caso campano si tratta di proventi ingenti che si traducono in interi quartieri abusivi. Basti pensare che il 67% dei comuni campani sciolti per infiltrazione mafiosa, dal 1991 a oggi, lo sono stati proprio per abusivismo edilizio».

E l’abusivismo non risparmia neppure le località di pregio, a cominciare dalle costiere (amalfitana e cilentana) e dall’area dei templi di Paestum, come a Ischia. Stabile al secondo posto, nella classifica del cemento illegale, è la Calabria con 900 infrazioni, 923 persone denunciate e 319 sequestri. Continua la scalata del Lazio, che quest’anno si colloca al terzo posto nella classifica del cemento illegale, superando la Sicilia. Sono quasi raddoppiate in un anno le persone denunciate e così pure i sequestri.

Sei reati al giorno nel Lazio. Sei reati al giorno, l’8,1% del totale nazionale, il record di persone denunciate (2.234) e il quinto posto in Italia per gli eco-reati. Sono i numeri del Lazio contenuti nel rapporto 2009 di Legambiente «Un’economia che non conosce crisi, è l’Italia del malaffare», ha detto Venneri illustrando i numeri del rapporto 2009. Un anno che ha visto il Lazio bissare i numeri delle infrazioni del ciclo dei rifiuti, 288 nel 2007 e 291 nel 2008, dimezzare quegli sugli incendi da 1.000 nel 2007 a 481 nel 2008 e aumentare pericolosamente i reati legati al ciclo del cemento da 661 nel 2007 a 774 nel 2008.

Grasso: serve osservatorio nazionale. Contro le ecomafie serve «un osservatorio nazionale», ha detto il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. «Non tutte le indagini – ha detto – partono come ecomafie, quindi è importante un osservatorio per avere un quadro generale». «Dietro l’ecomafia si è creato un sistema – ha sottolineato Grasso – che cerca di sfruttare questa situazione che ha bisogno di tecnici di laboratorio, trasportatori e altre figure». Secondo il procuratore nazionale antimafia occorre «aggredire il fenomeno in tutti i suoi addentellati criminali».

Rutelli: nel Lazio situazione grave. «È una situazione molto seria, grave, della quale si è occupata anche la stampa internazionale. Nel Lazio meridionale ci sono alcune parti dove la presenza della criminale è invasiva e dove la risposta dello Stato e delle comunità deve essere molto ferma e anche bipartisan». Lo ha affermato il presidente del Copasir, Francesco Rutelli «Contro le ecomafie anche la legge deve aiutare -ha detto ancora Rutelli- ecco perché confido affinché venga reinserita nella legge la denuncia del racket, il dovere di segnalare e denunciare il pizzo e l’estorsione per attività illegali. Dobbiamo rafforzare il contrasto anche con le intercettazioni e questo vale anche per le archeomafie».

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fonte:
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57006&sez=HOME_INITALIA


SICUREZZA – Salta la norma sui «presidi -spia»

http://www.gildacentrostudi.it/images/studenti_stranieri.jpg

Dopo i dubbi espressi dal Presidente della Camera Fini

La maggioranza fa dietrofront

Via il provvedimento che obbliga a non iscrivere alle scuole dell’obbligo i minori senza permesso di soggiorno

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ROMA – Dopo i dubbi espressi dal presidente della Camera Gianfranco Fini, la maggioranza fa dietrofront sui «presidi-spia». Al termine di una riunione fiume di maggioranza, il ministro la Russa ha infatti annunciato come cambierà il disegno di legge sulla sicurezza ora all’esame dell’Aula della Camera. «Per iscriversi alla scuola dell’obbligo non sarà necessario presentare il permesso di soggiorno. Pertanto i presidi non potranno sapere se la famiglia dello studente è clandestina e non potranno fare la spia…». «È stata accolta la richiesta di Fini», ha aggiunto il vicepresidente del gruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino.

«ACCORDO NELLA MAGGIORANZA» – «Abbiamo trovato l’accordo nella maggioranza sui contenuti del ddl sicurezza e cambierà la norma sui presidi-spia e quella anti-racket che tornerà come era stata approvata dal Senato» ha aggiunto il ministro dell’Interno Roberto Maroni.

«NON TEMO NESSUNA VOTAZIONE» - Resta da sciogliere invece il nodo sulla fiducia. «Di questo – ha assicurato Maroni al termine della riunione di maggioranza – ora Maroni – non ne abbiamo parlato. Né abbiamo mai avuto paura di nessuna votazione come ho letto invece sui giornali…». «Siamo soddisfatti per come la maggioranza abbia trovato la sua unità su questo testo» conclude il ministro.

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5 maggio 2009

fonte:
http://www.corriere.it/politica/09_maggio_05/sicurezza_presidi_spia_14b2e810-3972-11de-ab3d-00144f02aabc.shtml

PROCESSO THYSSEN – Parla il capoturno: «Non ero preparato alle emergenze»

«Riunioni sulla sicurezza, firmavano solo il foglio presenze»

In aula la testimonianza di Sabatino, nominato addetto alla sicurezza 3 giorni prima del rogo che uccise 7 operai

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TORINO – Era stato nominato capoturno addetto all’emergenza ma non era minimamente preparato a far fronte ai rischi derivanti da un incendio: questa la situazione alla ThyssenKrupp di Torino a soli tre giorni dal rogo che il 6 dicembre 2007 uccise sette operai. A parlarne, alla ripresa del processo nel capoluogo piemontese contro i sei dirigenti, è stato lo stesso capoturno, Vincenzo Sabatino, durante la sua testimonianza.

«SI FIRMAVA UN FOGLIO PRESENZE E BASTA» – La sede torinese stava per chiudere, il personale calava e la figura del capoturno veniva ricoperta da una sola persona, a rotazione, per l’intero stabilimento. «Quando non restò più nessuno – ha raccontato Sabatino – chiamarono me ed altri tre colleghi». Alla domanda se si sentisse in grado di fronteggiare i rischi, Sabatino ha risposto: «No, e pensavo che in azienda lo sapessero». Fra i capiturno c’era Rocco Marzo, una delle vittime. Altri operai, testimoniando, hanno confermato che le date dei controlli dell’Asl si conoscevano in anticipo, che nelle riunioni di sicurezza «si firmava un foglio di presenza e basta» e che le condizioni di lavoro in Germania erano migliori.

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5 maggio 2009

fonte:
http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_05/rogo_thyssen_deposizione_83255b74-3955-11de-ab3d-00144f02aabc.shtml

RICOSTRUZIONE – L’Aquila e il decreto abracadabra

http://www.dire.it/lib/getfile.php?codimmagine=6118

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E’ stato ribattezzato “decreto abracadabra” per le innumerevoli devianze creative con le quali accompagna il processo di ricostruzione dell’Aquila e dei paesini circostanti. La luna di miele tra gli abruzzesi e Silvio Berlusconi ha subito una prima e significativa increspatura. La lettura approfondita del decreto legge, e la verifica che i soldi all’Abruzzo in gran parte (4,7 miliardi di euro) saranno racimolati dall’indizione di nuove lotterie, dagli interventi sul lotto, e dai sempreverdi provvedimenti anti-evasione, soldi veri niente, e che in più le risorse saranno spalmate su un periodo lunghissimo (da oggi al 2033) hanno creato fremiti di rabbia dapprima isolati e poi sempre più partecipati.

Il tam tam (“Berlusconi ci inganna!”) è iniziato, e non è una novità, sui blog. Prima Facebook e poi i partiti. Prima i conclavi nelle tende poi le riunioni istituzionali. Una giovane donna, Rosella Graziani, che sa far di conto, ha messo a frutto tutto il tempo ritrovato e fino alla settimana scorsa inutilizzato per radiografare il decreto legge e poi bollarlo in una lettera pubblica: “Mai nella storia dei terremoti italiani avevamo assistito a una ingiustizia tanto grande e a un tale cumulo di menzogne che ha ricoperto L’Aquila più di quanto non abbiano fatto le macerie”.

Quali le menzogne e dove l’inganno? I soldi veri, il cash disponibile che Tremonti rende immediatamente spendibile si aggira sul miliardo di euro. Tolte le spese per l’emergenza, restano 700 milioni di euro destinati alla costruzione delle casette temporanee. E qui il primo punto: 400 milioni saranno spesi per edificarle nel 2009 e 300 milioni nel 2010. Se ne dovrebbe dedurre che la totalità delle case provvisorie sarebbero, è bene riusare il condizionale, realizzate totalmente entro l’anno prossimo. Dunque qualcuno avrebbe un tetto a settembre, qualcuno a ottobre, qualche altro a gennaio, o nella primavera che verrà. E’ così? E’ il dubbio, maledetto, che affligge e turba.

Secondo punto: le casette sono sì temporanee ma il decreto le definisce “a durevole utilizzazione”. Durevole. Moduli abitativi condominiali, magari lindi e comodi, a due o tre piani. In legno. Ecocompatibili, risparmiosi, caldi. Perfetti. Possono durare decenni.
E dunque: sarebbero provvisori ma purtroppo paiono proprio definitivi. E, questa è una certezza, sono le uniche costruzioni ad avere pronta una linea di finanziamento. Piccole e sparse new town. New town aveva detto Berlusconi, no? E le case vere? Quelle di pietra?

Qui la seconda questione campale: sembra, a scorrere gli allegati al decreto, che Berlusconi non possa concedere più di 150 mila euro per la ricostruzione dell’abitazione principale. E per di più questi soldi sarebbero veri fino a un certo punto, perciò la definizione di decreto abracadabra. 50 mila euro li concederebbe – cash – il governo; 50 mila li tramuterebbe in credito di imposta (anticipata dalla famiglia terremotata e ammortizzata in un arco temporale di 22 anni); altri cinquantamila sarebbero coperti con un mutuo a tasso agevolato a carico però del destinatario del contributo.

Non si sa bene ancora se sarà così strutturato il fondo. Le norme del decreto possono subire fino al prossimo giovedì emendamenti e correzioni. Quel che comunque sembra chiaro è che la somma ipotizzata (150 mila euro) ammesso che venga confermata, sarà sufficiente per una casa di tipo popolare e di nuova costruzione, ma totalmente sottodimensionata per finanziare i lavori di recupero e restauro conservativo. Nel centro storico dell’Aquila ci sono 800 edifici pubblici e 320 edifici privati, sottoposti a vincoli per il loro pregio.

Recuperi dispendiosi economicamente e, secondo questo decreto, sostanzialmente a carico dei privati.
Così ieri i sindaci delle aree terremotate si sono ritrovati in conclave e hanno iniziato in un borbottio che è poi sfociato in un documento di dura protesta. “Vogliamo vedere nero su bianco i soldi per la ricostruzione e non solo quelli per le casette transitorie. L’Aquila va costruita dov’era e com’era. Così non sarà: a leggere il decreto i tempi sono dilatati fino al 2033, una data ridicola”, ha dichiarato la presidente della Provincia Stefania Pezzopane.

Ai dubbi che già gonfiano i primi timori si aggiunge poi l’offesa istituzionale subita dagli enti locali. Il governo, promotore della prima legge costituzionale a vocazione federalista, ha accentrato ogni potere di spesa negando finanche al sindaco dell’Aquila, città epicentro del terremoto e capoluogo di regione, le funzioni commissariali esecutive. Penserà a tutto, come al solito, Guido Bertolaso…

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5 maggio 2009

fonte:
http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/terremoto/terremoto.html

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