DELITTO MORO – I misteri di via Fani
Ex legionario. Tiratore scelto. Una vita tra criminalità e terrorismo. Nuove carte dal Paraguay riaccendono l’attenzione su Giustino De Vuono
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di Alessandro Grandi
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Il 16 marzo 1978, via Fani, Roma. Un commando delle Brigate rosse mette in atto il sequestro di Aldo Moro, allora presidente della Democrazia cristiana. Da sette armi diverse vengono esplosi 91 colpi. Un’arma in particolare ne spara 49. Vanno tutti a segno. Sul terreno restano i corpi senza vita dei cinque uomini della scorta di Moro.
Solo un tiratore esperto poteva sparare con tanta precisione. E quel personaggio potrebbe essere Giustino De Vuono, un ex legionario molto abile con le armi, la cui foto segnaletica venne inserita nella lista dei possibili esecutori della strage di via Fani. Un passato fra delinquenza comune e ‘ndrangheta, De Vuono era stato politicizzato dalle Br durante un soggiorno in carcere. Agli atti della Questura di Roma c’è un verbale del 19 aprile 1978 in cui un teste, Rodolfo Valentino, conferma: «Verso le 10 del 16 marzo, mentre mi trovavo alla guida della mia auto, rimasi colpito da un fatto: una Mini o una A112 di colore verde mi ha sorpassato a grande velocità fermandosi per il traffico prima alla mia destra, poi davanti a me e poi è ripartita.
Alla guida vi era un uomo le cui sembianze mi sono apparse del tutto simili ma con i baffi a quelle di Giustino De Vuono, pubblicate sui giornali, però non ne sono sicuro. Accanto a lui vi era un altro uomo… Pensai che si trattasse di due malviventi che avessero fatto una rapina e per questo li notai». D’altra parte i rapporti tra Br e criminalità organizzata non sono una novità.«Le armi le compravamo dalla malavita in zona ticinese a Milano», ha raccontato un brigatista, «i contatti c’erano». Ma ora sulla figura di Del Vuono si aprono nuovi scenari. Dai documenti della polizia del Paraguay emerge la sua presenza in Sudamerica negli anni a cavallo dell’omicidio Moro: frequenti spostamenti tra Paraguay e Brasile tra il 1977 e il 1980, ma con un vuoto tra fine ’77 e agosto ’78. «De Vuono è un personaggio che non ha avuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato», dice Aldo Giannuli, perito della commissione Stragi e professore alla Statale di Milano: «Non c’è dubbio che se dovesse essere confermata la sua presenza in via Fani, si sposta tutta la lettura del caso Moro.
Ad esempio, Mario Moretti dovrebbe spiegare com’è arrivato in contatto con il calabrese De Vuono. In quel momento poi, una delle piazze in cui si svolge la partita per liberare Moro è proprio la Calabria. C’è tutta una serie di personaggi che si muovono intorno alla vicenda. Ora poi sarebbe utile sapere perché De Vuono fosse in Paraguay e si spostasse spesso in Brasile». Un passo indietro sulle orme di De Vuono. Asuncion, Paraguay, luglio1981.
La dittatura di Alfredo Stroessner in collaborazione con i servizi segreti dei paesi latinoamericani, compie omicidi e torture di ogni tipo in nome dell’anticomunismo. È di quel periodo un’informativa diretta al capo del Dipartimento d’investigazione della polizia della capitale: narra le vicende di un italiano trovato in Svizzera in possesso di documenti paraguayani falsi. Si tratta di De Vuono.
Come descritto dettagliatamente nel rapporto, che analizza un periodo compreso fra il 1977 e il 1981, De Vuono sarebbe un «presunto integrante» delle Br oltre a essere indicato come uno degli assassini di Moro. Da quanto si evince dal carteggio, stilato in data 4 luglio 1981, la presenza del De Vuono in Paraguay non è una novità: il documento analizza i suoi spostamenti e le sue azioni dal 1977 al 1980. Viaggi e passaggi da un paese all’altro del continente americano, sovente con documenti falsi. Secondo la documentazione presente nel famigerato Archivio del Terrore, Giustino De Vuono sarebbe entrato in Paraguay in automobile, nel giugno ’77, con un documento falso a nome Antonio Chiodo.
In quelle circostanze oltrepassò la frontiera tra Brasile e Paraguay in località Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este), zona nota alle cronache odierne per via dei traffici illeciti che la animano giorno e notte. De Vuono non era solo nell’auto. Con lui, c’era Anecio Daniel, documenti brasiliani, proprietario del mezzo e suo complice. Durante il viaggio inizierà a gettare le basi per recuperare altri documenti falsi. Il 22 giugno i due uomini se ne vanno dal Paraguay.
La loro permanenza è stata brevissima. E stavolta l’italiano utilizza la sua vera identità per lasciare il Paese. Nel 1977, dunque, la presenza di De Vuono fra Brasile e Paraguay è cosa certa. Com’è certa una sua dimestichezza nello spostarsi in quelle zone e nell’utilizzare documenti falsi. Ma poi le sue tracce si perdono fino all’agosto del 1978, quando incontra la sua compagna Antonia Vallejos nella capitale paraguayana, Asuncion. Siamo a pochi mesi dal sequestro e l’omicidio del presidente Dc. Nel frattempo in Italia De Vuono è ricercato e nel dicembre dello stesso anno sarà emesso nei suoi confronti un mandato di cattura.
Inoltre, il 15 dicembre 1978, la Questura di Roma certifica che il soggetto in questione è «irreperibile». L’informativa in mano ai poliziotti della dittatura stroessneriana puntualizza che nell’agosto 1979 De Vuono rientra in Paraguay. Lo fa sempre dalla stessa frontiera, ma questa volta è da solo. De Vuono ottiene una Cedula de Identidad e un Certificato di Buena Conducta, come cittadino paraguayano e sotto il falso nome di Antonio Aguero.
Questi documenti furono elaborati e preparati da due militari: l’ufficiale del Dipartimento anti-narcotici Luis Fernandez e il sergente Maggi. I due, forse inavvertitamente, raccontano la vicenda a un loro collega che riferisce ai superiori e denuncia il tutto.
Da quel momento inizia un’indagine e la polizia di Stroessner cerca di mettere agli arresti De Vuono. Non ci riuscirà, perché dall’Italia non giungeranno riscontri. Dal nostro Paese, infatti, arriva la notizia che De Vuono non ha problemi di tipo giudiziario e nemmeno «antecedentes policiales». Almeno così racconta la vicenda un articolo apparso sul quotidiano paraguayano ?Abc?. Per questo De Vuono viene rilasciato immediatamente. E, ottenuta la documentazione necessaria, se ne va un’altra volta dal Paraguay. In ogni caso è evidente come, nonostante frequenti controlli e scoperte di documenti falsi, De Vuono godesse di ampia libertà di spostamenti.
Durante giugno o forse luglio del 1980, il rapporto di polizia non è preciso, De Vuono torna nuovamente in Paraguay. Anche questa volta tenta di procurarsi documenti falsi, sempre corrompendo agenti di polizia. E così riesce a ottenere un passaporto paraguayano n. 424 rilasciato in data 15-01-1981, un Certificado de Buena conducta, rilasciato nella stessa data e la Cedula de Identidad n. 1.141.974. Tutti a nome Dionisi Amacio Martinez. Documenti falsi, trovati poi in suo possesso in Svizzera. Il 15 luglio 1980 in Italia il consigliere istruttore Achille Gallucci invia al procuratore generale una documentazione in cui chiede la revoca del mandato di cattura per De Vuono e altri.
Nel 1981 la vicenda di De Vuono sembra terminare con un fermo di polizia in Svizzera che consentirà di scoprire i documenti falsi dell’italiano. Anche Sergio Flamigni, ex senatore del Pci, custode di un archivio immenso relativo a P2, caso Moro e servizi segreti, chiede chiarezza. «La figura di De Vuono è molto particolare. Sembra svanire nell’aria. Nonostante il riconoscimento da parte di Valentino (aprile 1978), a un certo punto la sua figura scompare.
Ci sono poche informazioni che lo riguardano. Da sempre si è detto che potesse essere lui l’uomo della ‘ndrangheta presente in via Fani. Addirittura quello che ha sparato i 49 colpi a segno. Ma non si è andati troppo a fondo. Ci sono molti dubbi ancora oggi, ma c’è la sensazione che fattori ?esterni? abbiano contribuito a far sparire qualcuno dall’occhio del ciclone di quei momenti. Forse i servizi segreti. È una storia italiana di cui probabilmente mai nessuno conoscerà la verità».
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14 maggio 2009
fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-misteri-di-via-fani/2082597&ref=hpsp
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Immigrazione, La Russa contro l’Unhcr: «Laura Boldrini disumana o criminale»

Idv: attacco da Ventennio. Pd: il ministro rispetti almeno l’Onu. Frattini chiede vertice Ue
Amnesty: disprezzo per diritti umani
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ROMA (16 maggio) – Mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini chiede «un vertice di capi di Stato e di governo sull’immigrazione» dopo la condanna ieri dell’Onu all’Italia per la politica dei respingimenti dei clandestini che «viola la Convenzione di Ginevra del 1951», il ministro della Difesa e coordinatore Pdl, Ignazio La Russa, ha attaccato duramente l’Unhcr.
La Russa: Boldrini disumana o criminale. La Russa ha rivolto questa mattina un duro attacco al rappresentante in Italia dell’alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, Laura Boldrini, durante una manifestazione elettorale a Milano. Sulla questione dei respingimenti degli immigrati La Russa ha detto che la Boldrini «o è disumana – e io l’accuso -, perché pretende che li teniamo per mesi rinchiusi nei centri per poi espellerli, oppure è criminale perché vuole eludere la legge e vuole che una volta in Italia scappino e si sparpaglino sul territorio».
«L’Unhcr non conta un fico secco». La Russa ha definito l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati «uno degli organismi che non contano un fico secco, finché la stampa non decide che conta». Il ministro della Difesa ha chiesto alla Boldrini di dare una risposta su come secondo lei sia «più umano» trattare i clandestini. La Russa ha detto che la Boldrini «è nota per essere un esponente di Rifondazione Comunista e porta il cognome di un noto capo partigiano, rispettabilissimo, per carità». L’intervento di La Russa a una manifestazione elettorale del Pdl a Milano è stato interrotto per alcuni secondi da un uomo che ha urlato più volte: «vergogna!», prima di essere allontanato dalla sicurezza.
Amnesty international: da La Russa disprezzo per i diritti umani. «Le dichiarazioni del ministro Ignazio La Russa – dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia – contro Laura Boldrini e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) sono frasi insolenti che rivelano l’evidente disprezzo per i diritti umani e per gli organismi internazionali che si occupano della loro tutela. Se alle contestazioni avanzate da tali organismi si risponde con gli insulti, anziché con il doveroso confronto che si ci aspetterebbe da un esponente del governo italiano, è chiaro che è perché mancano gli argomenti».
Franceschini: rispetti almeno l’Onu. «Il ministro La Russa rispetti almeno l’Onu e le organizzazioni internazionali, e chi ha speso la propria vita ad aiutare il prossimo» ha detto Dario Franceschini commentando l’attacco di La Russa all’Unhcr e a Laura Boldrini.
Di Pietro: da La Russa attacco da Ventennio. Alle critiche di La Russa, Antonio Di Pietro replica ironicamente dicendo che anche «nel Ventennio tutte le organizzazioni non contavano un fico secco». A margine di un comizio elettorale in piazza Maggiore a Bologna, il leader dell’Idv ha aggiunto: «Oggi c’è la caccia all’immigrato come una volta c’era la caccia all’ebreo. Per il mio partito, se una persona è un criminale va contrastato, che sia immigrato o nostrano, quello deve andare in galera».
Gasparri: La Russa ha ragione. «La Russa ha ragione – dice il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri – L’Italia rispetta il diritto internazionale e riaccompagnerà i clandestini a casa loro. L’Onu faccia la sua parte per chi non ha diritti invece di dare microfoni al presidente dell’Iran che annuncia la distruzione di Israele nei convegni delle Nazioni Unite».
Frattini: l’Europa parli con una sola voce. Il ministro Frattini a Triste per una riunione straordinaria dei componenti del gruppo del Ppe del Comitato delle regioni dice che nella riunione del Consiglio europeo in giugno metterà all’ordine del giorno la richiesta. Ricordando la gravità del problema («Non possiamo accorgercene solo ora che arriva l’estate»), Frattini ha detto che «l’Europa deve parlare con una sola voce». Il ministro ha anche sollecitato con urgenza l’istituzione di una guardia costiera europea per presidiare le coste del Mediterraneo.
«Controllo richieste d’asilo sulle navi». Per Frattini, «le richieste di asilo da parte degli immigrati che vengono recuperati in mare potrebbero essere vagliate direttamente a bordo delle navi». Il ministro spiega che ogni cento richiedenti asilo politico, tre-quattro domande vengono accolte, e quindi «chiaro che non possiamo fare entrare in Italia cento persone per accogliere tre-quattro domande».
Maroni: linea respingimenti è quella giusta. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, continua ad affermare che i respingimenti sono «la linea giusta» da seguire e respinge le critiche della sinistra perché, ha ricordato, l’accordo con la Libia è stato stipulato dall’allora Governo Prodi.
Anche il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, non accetta le critiche dell’opposizione e ricorda la tragedia nel canale di Otranto del 1997. «Allora il governo Prodi fece un blocco navale assurdo e morirono un centinaio di albanesi – ha detto Gasparri -. La sinistra ebbe una responsabilità gravissima». Sull’intervento dell’Onu in materia di respingimenti, Gasparri ritiene che l’Onu non possa dare lezioni. «Speriamo che l’Onu non offra più tribune ai leader come Ahmadinejad», ha concluso.
Secondo Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, Franceschini sull’immigrazione ha seguito una «linea suicida», fatto «dimostrato anche dalle posizioni di Chiamparino e Penati, che conoscono bene il problema e anche lo stato d’animo delle popolazioni del Nord».
Alfano: non violiamo la legge. «Non violiamo la legge – dice il ministro della Giustizia, Angelino Alfano – Noi abbiamo approvato un trattato con la Libia che stiamo applicando, quindi non stiamo violando nessun trattato e nessuna legge internazionale».
Capezzone: nessun complesso d’inferiorità. «L’Italia non ha e non avrà complessi di inferiorità rispetto alle sortite politiche di alcuni esponenti dell’Unhcr e dell’Onu» che troppe volte hanno «dimenticato le proprie responsabilità». Lo afferma Daniele Capezzone, portavoce del Pdl.
Casini: politica del governo piena di luci e ombre. «Sui respingimenti la politica va fatta a livello europeo» dice il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. «Poiché il presidente del Consiglio dice sempre che noi in Europa siamo quelli che contano di più – ha aggiunto – è strano che ci lascino soli nel risolvere il problema più grosso che hanno l’Italia e gli italiani». Secondo Casini, «la politica del governo sull’immigrazione è piena di luci e di ombre. Le ombre sono le ronde, il medico spia, i professori spia, che per fortuna siamo riusciti a cassare dal testo della legge. Le ombre sono il reato d’immigrazione clandestina che renderà concretamente più difficili i respingimenti».
Condanna dell’Human rights watch. Condanna della politica italiana anche da parte dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch (Hrw) che ha espresso preoccupazione per il «cambio di politica» dell’Italia nei confronti dei migranti, affermando – in una nota – che la loro intercettazione e respingimento in Libia «sollevano dubbi se in futuro i richiedenti asilo potranno trovare il loro primo punto d’appoggio» a Lampedusa.
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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=58436&sez=HOME_INITALIA
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Mosca, manganelli contro il Gay pride. Ammanettati venti manifestanti
Tafferugli e arresti all’appuntamento organizzato in occasione di Eurovision
Tra i fermati il leader della protesta: “L’omofobia è una vergogna per la Russia”

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MOSCA – Tensioni tra polizia e dimostranti del Gay pride a Mosca nel giorno della festa canora Eurovision che oggi terrà la sua finale nell’arena olimpica della capitale. La polizia ha arrestato stamane almeno 20 attivisti poco prima dell’avvio della manifestazione costata oltre 42 milioni di dollari.
Le organizzazioni degli omosessuali russi hanno deciso di tenere la loro parata nonostante il divieto del sindaco Jurij Luzhkov. La polizia è in stato di allerta da ieri con migliaia di uomini dei reparti speciali pronti a intervenire in tutta la città. In Russia fino al 1993 l’omosessualità era considerata un crimine e solo nel 1999 ha smesso di essere classificata come una malattia mentale.
Proprio per la visibilità di Eurovision, che fa impazzire i russi come soltanto il festival di Sanremo in Italia, gli omosessuali hanno deciso di scegliere il 16 maggio per la loro manifestazione. All’appuntamento non autorizzato vicino a un ateneo nella parte sudoccidentale di Mosca, i manifestanti gridavano “L’omofobia è una vergogna per la Russia!” e “Diritti uguali per tutti”. Una ventina sono stati ammanettati poco dopo, mentre cercavano di parlare con i giornalisti. Fra i fermati c’è anche Nikolai Alekseev, fondatore del sito gayrussia.Ru e principale organizzatore della manifestazione.
Le prime avvisaglie di disordini si erano avute giovedì, quando diversi manifestanti si sono messi a lanciare uova contro i concorrenti di Eurovision 2009, giunti allo stadio Olympiisky per le prove. “Il 7% dei russi è gay” ha sottolineato Alekseev, eppure “negli ultimi 4 anni abbiamo cercato in tutti i modi di ottenere il permesso di sfilare, e non ci è mai stato concesso dalle autorità”. E ancora una volta, nel 2009, è venuto un niet secco dal sindaco Yurij Luzhkov.
Da qui l’idea di salire in qualche modo sul carro della 54esima edizione dell’Eurovision, organizzata dalla Russia. Oltretutto all’inizio della settimana una coppia di lesbiche, Irina Fedotova e Irina Shapitko, aveva chiesto per provocazione di ufficializzare il loro legame a uno dei municipi più omofobici in Europa, Mosca appunto. Ma la risposta è stata secca: “Non possiamo accettare la loro richiesta” poiché non “conforme al principio della volontaria unione tra un uomo e una donna”.
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16 maggio 2009
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Torino, migliaia in piazza: «Il governo è assente». Aggredito Rinaldini (Fiom)
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Sono 15.000 – secondo Fim, Fiom, Uilm e Fismic – i lavoratori del gruppo Fiat in corteo a Torino. È la prima volta, nella storia del gruppo Fiat, che si svolge una manifestazione nazionale il sabato mattina a Torino. Rilevante la partecipazione dei lavoratori delle aziende dell’indotto auto in crisi: delle 2.300 fabbriche in crisi mille sono in Piemonte, molte in gravi difficoltà. Molti lavoratori sfilano in tuta blu o con la maglietta che indossano in fabbrica.
«La manifestazione di oggi è un fatto importantissimo, la prima grossa manifestazione in Italia e in Europa, un segnale di mobilitazione che si estenderà in tutta Europa». Lo ha detto Giorgio Cremaschi della segreteria nazionale della Fiom, che partecipa al corteo di Torino. «La disponibilità di Marchionne non c’è – afferma Cremaschi – perché se dichiara che apre un tavolo dopo l’accordo con i tedeschi vuol dure che il tavolo non lo apre. Noi vogliamo discutere ora, non quando sarà deciso cosa chiudere e dove licenziare».

Dopo un corteo tranquillo che aveva visto sfilare accanto Cobas e sindacati confederali c’è stata qualche tensione poco prima dell’intervento del segretario Fiom Rinaldini. Un nutrito gruppo di lavoratori Fiat di Pomigliano ha contestato il il segretario dalla Fim, Beppe Farina che è stato apostrofato con frasi come ‘Venduto’, ‘Vergogna’ e ‘Stai zitto’. I lavoratori hanno anche tentato di impedire a Rinaldini di parlare e lo hanno spintonato. I lavoratori rimproveravano ai sindacalisti di aver firmato l’accordo di trasferimento di 316 operai nello stabilimento di Nola. A Rinaldini è stato strappato il microfono ed è scivolato dal furgone-palco. Solo dopo l’intervento del servizio d’ordine è riuscito ad iniziare il suo intervento.
«È ridicolo che la Fiat discuta con il governo statunitense e con quello tedesco e con i sindacati di quei Paesi, ma non dica nulla in Italia». Lo ha affermato il segretario generale della Fim, Giuseppe Farina, durante il corteo di Torino. «Un ridimensionamento del settore – ha detto Farina – metterebbe a repentaglio tutti. Scendere sotto una determinata soglia di volumi produttivi significherebbe marginalizzare il comparto. Il rischio in Italia non è solo per i due stabilimenti, ma per tutto il settore, stiamo difendendo un pezzo importante di industria del nostro Paese».
«La responsabilità maggiore è del governo che finora ha dimostrato una totale assenza sia nei riguardi della Fiat sia di qualunque idea attiva di politica industriale». Lo ha affermato il segretario generale del sindacato autonomo Fismic, Roberto Di Maulo, che ha tenuto uno dei comizi conclusivi della manifestazione Fiat davanti al Lingotto. «Questo atteggiamento assente del governo – ha detto Di Maulo – sta provocando una drammatica crisi che investe soprattutto la componentistica, laddove risiede il cuore tecnologico e occupazionale del settore automotive in Italia che rappresenta il 12% del prodotto interno lordo. Lo dimostrano gli esuberi dichiarati alla Graziano che sono solo la punta dell’iceberg di una crisi drammatica. Siamo di fronte al collasso. Senza un intervento finanziario, come può essere un fondo a garanzia degli investimenti, paragonabile a quello messo in campo da tutti gli altri governi europei, ci troveremo alla fine della crisi un settore ridimensionato».
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16 maggio 2009
fonte: http://www.unita.it/news/84811/torino_migliaia_in_piazza_il_governo_assente
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Fuori i precari africani, e gli italiani dicono sì
Global Garden di Castelfranco Veneto, via chi ha lavorato 36 mesi con contratti a termine
L’immigrato marocchino: “Qui è iniziata una guerra tra poveri e stiamo perdendo tutti”
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dall’inviato di Repubblica JENNER MELETTI
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CASTELFRANCO VENETO – Sono ben curati, i piccoli prati che circondano gli stabilimenti della Global Garden products. Nessuna meraviglia: l’azienda produce tosaerba e trattorini per il giardinaggio e li esporta in mezzo mondo. La Global Garden rischia però di esportare – o almeno diffondere in tutto il Nordest – un’altra innovazione: il licenziamento deciso per discriminazione razziale.
“Qui hanno applicato – dice Aziz Bouigader, 40 anni, marocchino da 19 anni in Italia e delegato Fiom – un proverbio vecchio come il mondo: morte tua, vita mia. Vita ai garantiti, morte per i precari, in parte donne e soprattutto extracomunitari”. L’azienda ha fatto sapere a tutti i dipendenti a tempo pieno che non poteva assumere i “terministi” che a norma di legge, dopo 36 mesi di contratti a termine, avevano diritto all’assunzione a tempo indeterminato. “Se prendiamo anche quelli – hanno fatto sapere – rischia di crollare tutto. Chiuderemo qui e andremo a produrre in altri Paesi”. E allora quasi tutti si sono spaventati e hanno accettato il ricatto. Cisl e Uil hanno detto sì all’azienda e a pagare sono stati i più deboli.
“Se qualcuno deve stare a casa – dicevano qui in fabbrica – meglio loro che noi. Purtroppo hanno ragionato così anche tanti nostri iscritti della Fiom”. Ha buona memoria, Paolino Barbiero, segretario della Cgil di Treviso. “Vent’anni fa – dice – sulla statale Feltrina c’erano le prime scritte della Lega: “Via i terroni dal Veneto”.
Adesso i “terroni” sono ben inseriti e in gran parte votano Lega. Ma la voglia di mandare a casa sua qualcuno non è mai passata: così all’ex Castelgarden sono stati mandati via i terministi del Senegal, della Tunisia, del Ghana, del Marocco? Anche questo è apartheid”. La vicenda di Castelfranco spaventa perché può essere l’inizio di una strada tutta in discesa. “C’era la solidarietà operaia, una volta. Oggi è un ricordo. La Global Garden sapeva che i tempi erano pronti per mettere coloro che si credono più forti contro i più deboli. E i più forti hanno abboccato”.
Solo qualcuno dei 140 terministi potrà rientrare in azienda. “Ma solo – dice Elio Boldo, segretario della Fiom di Castelfranco – se l’azienda li chiamerà davvero. E intanto già parla di un calo del fatturato, da 561 a 450 milioni. Più che di contratti, si sente aria di cassa integrazione”.
Era un simbolo di integrazione, la Castelgarden. Negli anni ?90 fu la prima in Italia ad aprire una moschea in azienda. “Il clima è ancora buono – conferma Aziz Bouigader – e non credo che la cacciata degli extracomunitari sia stata provocata dal razzismo. Il vero scontro è fra chi è assunto e chi no, anche se non è un caso che fra gli assunti la maggioranza sia di italiani e fra i precari la maggioranza sia di extracomunitari. Questa che è stata avviata qui è soprattutto una guerra fra poveri e abbiamo perso tutti. Io spero che i lavoratori adesso capiscano. Certe cose non le puoi decidere con un referendum. Un operaio non può dire che un altro operaio non ha il diritto di lavorare”.
“Gli amici della Cgil - dice Antonio Bianchin della Fim Cisl – non hanno accettato la deroga. Noi sì, perché non possiamo accettare altri crolli dell’occupazione. In cambio, la Global Garden ha assicurato che almeno fino al 2012 non farà delocalizzazioni e assumerà chi ha già fatto 36 mesi come “terminista”". Secondo la Cisl “il razzismo non c’entra”. “Il 55% dei lavoratori, fissi e precari, sono extracomunitari. Siamo tutti fratelli, e sulla stessa barca”.
Davanti alla fabbrica, in pausa pranzo, si raccolgono poche parole. “Sei hai il mutuo da pagare, pensi a quello, non al senegalese che non sarà assunto. Solo qui nel Trevigiano ci sono 15.000 metalmeccanici in “cassa”. Fuori di qui, dove vai?”. C’è chi legge un libro, chi prende il sole. “Se un’azienda – dice Candido Omiciuolo, segretario Fiom di Treviso – non assume extracomunitari che ne hanno pieno diritto, si debbono usare solo due parole: discriminazione razziale”.
Fiat, gli operai scendono in piazza. I sindacati: “Siamo in diecimila”
Il corteo è partito dal cancello 5 di Mirafiori, diretto al Lingotto. Quaranta pullman sono arrivati da tutti gli stabilimenti italiani del gruppo
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Torino, 16 maggio 2009 - E’ partito stamattina, dal cancello 5 di Mirafiori, il corteo dei lavoratori del gruppo Fiat. Alla testa del corteo diretto al Lingotto ci sono i lavoratori di Pomigliano e di Termini Imerese, i due stabilimenti a rischio.
“Una grande partecipazione, siamo in diecimila”: così i rappresentanti di Fim, Fiom Uilm e Fismic presenti al corteo dei dipendenti Fiat a Torino. Alla manifestazione, aperta dallo striscione «Da nord a sud la Fiat cresce solo con noi», sono presenti lavoratori provenienti da tutti gli stabilimenti italiani. Il corteo sta ora raggiungendo il Lingotto, sede del quartier generale di Fiat, dove ci saranno gli interventi dei rappresentanti sindacali.
Numerosi i gonfaloni, tra i quali quelli della Citta’ e della Provincia di Torino, di numerosi Comuni del Sud.
Quaranta pullman sono arrivati da tutti gli stabilimenti italiani del gruppo
“Le parole di Marchionne sono un’apertura ma non siamo totalmente soddisfatti. Chiediamo al più presto un tavolo di confronto per essere informati e conoscere il piano industriale, produttivo e occupazionale in Italia”. Queste le parole di Eros Panicali, segretario nazionale della Uilm settore auto, durante la manifestazione dei metalmeccanici della Fiat e dell’indotto.
Ieri l’amministratore delegato del Lingotto aveva usato toni rassicuranti commentando le preoccuipazioni dei sindacati sulla sorte degli stabilimenti italiani della Fiat. “Gli operai – aveva detto Marchionne – possono stare tranquilli. Noi faremo del nostro meglio per evitare danni che potenzialmente possono essere associati ad un mercato come quello attuale”.
Oggi i sindacati chiedono fatti e al più presto. “Noi speriamo che Marchionne – ha dichiarato Vincenzo Aragona, segretario di Fismic-Torino – arrivi al tavolo del Governo e presenti un piano credibile per tutti gli stabilimenti, ma soprattutto che faccia ripartire i modelli bloccati. Per quel che riguarda lo stabilimento di Mirafiori è ad oggi la piattaforma utile per costruire la nuova Topolino”.
Una convocazione immediata è quello che chiede anche la Fiom di Torino che annuncia che i sindacati non si fermeranno in Italia ma “cercheremo accordi con l’Europa. Marchionne e Scajola si scrivono – ha detto Giorgio Airaudo della Fiom di Torino – ma a noi piacerebbe che ci parlassero. Nessuno pensi che le fabbriche resteranno aperte con i soldi dei lavoratori”.
AGNOLETTO: SERVONO GARANZIE
Il rischi per i lavoratori della Fiat «ci sono ovunque, a Termini, a Pomigliano e anche a Torino, nessuno in questo momento può essere tranquillo e se i lavoratori si dividono i rischi aumentano quindi dobbiamo respingere i tentativi di dividere gli operai, di mettere i lavoratori di un paese contro quelli di un altro paese», dice l’europarlamentare di Rifondazione comunista Vittorio Agnoletto, secondo il quale ”quello di cui c’è bisogno sono le garanzie. Non possiamo accettare che mentre la Fiat fa shopping in Europa si rischi di chiudere aziende in Italia dove è l’azienda che più ha ricevuto i contributi pubblici”.
BASSOLINO: SEGNO DI MATURITÀ DEI SINDACATI
“Questa manifestazione è il segno della maturità dei sindacati. Rispetto al periodo buio della crisi vedo un lieve miglioramento ma c’è ancora molta preoccupazione”. Queste le parole del presidente della Campania, Antonio Bassolino, che è oggi a Torino per manifestare insieme ai lavoratori della Fiat di Pomigliano d’Arco.
Bassolino ha ribadito la necessità di salvare non soltanto posti di lavoro ma anche “un patrimonio umano” ed è per questo motivo che il presidente della Campania un appello a “fare squadra a livello nazionale. Fiat – ha detto – è una grande azienda del Paese. Serve un tavolo di trattativa per tutti gli stabilimenti, ma ribadisco che quello di Pomigliano d’Arco è indispensabile e per questo va rilanciato e valorizzato”.
CHIAMPARINO: PREOCCUPAZIONE E SPERANZA
“C’è una alternanza tra preoccupazione e speranza, io credo che la strategia di crescita e aggregazione della Fiat offra elementi in più per sperare di poter affrontare una situazione difficile con maggior forza”, dichiara il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che partecipa alla manifestazione nazionale dei lavoratori del gruppo Fiat proclamata dai sindacati nel capoluogo piemontese.
Secondo Chiamparino «se la situazione viene affrontata con spirito di disponibilità di tutti a fare la propria parte e se andranno in porto le intese è possibile avere un piano che non metta in discussione la struttura produttiva e occupazionale degli stabilimenti italiani». A chi gli chiedeva perchè abbia deciso di partecipare a questa mobilitazione, il sindaco ha risposto che «mi sembra molto giusto richiedere un tavolo per affrontare il problema del piano industriale della Fiat in vista o alla luce delle ipotesi di intese internazionali che ci sono e delle ripercussioni che questo può avere. L’ultimo tavolo del genere che io ricordo -ha aggiunto- è quello del 3 agosto 2005 per Mirafiori con il quale abbiamo contribuito a dare il via alla fase che ha consentito il rilancio della Fiat».
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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/16/178301-fiat_operai_scendono_piazza.shtml
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ELEZIONI – Il Cavaliere sceglie di evitare le piazze e mette in agitazione il partito

I tre coordinatori pdl: gli mettiamo pressione perché si mostri ma lui rinvia
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Un altro fine settimana senza poter ostentare il corpo del capo in campagna elettorale. Silvio Berlusconi è in Russia, non sui palchi dei comizi per il Pdl, e a nulla finora è valsa la processione di ministri e dirigenti di partito, preoccupati per la sua assenza. Nel Pdl tutti sgomitano per avere il premier nella loro città, «se non per un discorso, per un atto di presenza, Silvio. Almeno una passeggiata». Sanno che è il re Mida del consenso, capace – così dicono i sondaggi – di incidere fino a cinque punti ad ogni apparizione in favore di un candidato, e di lasciargliene incollati due dopo la partenza. E siccome – per dirla con Fedele Confalonieri – «la leadership di Berlusconi è una leadership fisica», è chiaro il motivo dell’allarme.
Senza il Cavaliere il marchio non tira, almeno non come potrebbe. Se non c’è, se non appare, è perché la vicenda familiare ha lasciato il segno, anche politicamente. Raccontano che ieri in Consiglio dei ministri sia rimasto sulle sue. Cordiale come al solito, ha organizzato anche un rinfresco per festeggiare la prima volta di Michela Brambilla a palazzo Chigi. Ma non ha riempito di barzellette la pre-riunione, nè Gianni Letta ha dovuto usare il campanello per fermarlo. Solo una battuta, ripetuta poi in conferenza stampa, sempre sul tema delle «veline» e delle «minorenni ». Ne fa uso da settimane per indurre l’opinione pubblica ad andare oltre, e anche per mettere ordine tra le macerie del suo personale terremoto d’immagine. Perché è vero – come spiega il sondaggista Nando Pagnoncelli che «gli italiani sono pragmatici », che «la vicenda ha inciso poco sulla valutazione del governo e sull’orientamento di voto», mentre «è nel giudizio sulla persona che Berlusconi risulta in calo ».
Ma è proprio questo il punto. Ignazio La Russa dice di essere andato a trovarlo «insieme a Sandro Bondi e Denis Verdini», gli altri due coordinatori del partito: «Gli stiamo mettendo pressione per farsi vedere. Lui però rimanda. D’altronde, ben prima che gli capitasse la faccenda, ci aveva avvisato delle sue intenzioni. Voleva impostare una campagna elettorale sobria». Non è mancato nè mancherà agli appuntamenti istituzionali, alle convention delle categorie produttive che sono volano di consensi. Ma sempre al chiuso, sempre in luoghi asettici, e da presidente del Consiglio non da leader che si fa toccare per strada, come ha sempre fatto da re taumaturgo, da moderna icona pop-politica. È il prezzo che il Pdl sta pagando per la bufera scoppiata dopo quella festa dove Noemi l’ha chiamato «papi». «È un prezzo che sta pagando il suo partito e lui personalmente», sostiene Francesco Cossiga: «Se non si mostra in pubblico è perché teme che gli gettino una signorina tra le braccia per menare altro scandalo». Di più, teme «la calunnia». Come ha confidato giorni fa ad un amico, «un conto è che mi diano del playboy, cosa che mi lusingherebbe, altra cosa è se mi dicessero una parola che non voglio nemmeno pronunciare». Cossiga è andato a trovarlo la scorsa settimana, l’ha visto «incupito e sofferente per l’atteggiamento della moglie». Non solo. Secondo l’ex capo dello Stato «sulla storia di Casoria, Berlusconi pensa di esser stato attirato in una trappola. E quando parla di ‘congiura’ non si riferisce ai giornali o alla sinistra, che semmai ci sono montanti sopra. No, lui pensa ad altro».
Non è dato sapere di cosa si tratti, è certo – lo riferisce Cossiga - che «durante la nostra conversazione ha avuto apprezzamenti per Massimo D’Alema»: «’Se ci fosse stato D’Alema a dirigere il Pd – così mi ha detto – non avrebbero sollevato un polverone. Come mi ripeti sempre, caro Francesco, resta il migliore di quelli lì’». Berlusconi non c’è, oggi è in Russia. Ad essere maggiormente preoccupati sono gli ex azzurri, impegnati nella sfida intestina con gli ex di An. Altro che liste bloccate: dalla lotta delle preferenze si stabiliranno i rapporti di forza interni, oltre gli eurodeputati per Strasburgo. «Il Pdl è nato ma è una fatica tenerlo insieme», ha commentato il premier la scorsa settimana, dopo l’ennesima riunione per l’ennesima vertenza. Perché sarà anche vero che il Cavaliere non si muove – «il presidente non ci ha fatto ancora avere la sua agenda», è il refrain quotidiano – però è concentrato sull’appuntamento di giugno. E fa previsioni: il Pdl «supererà il 40%, e ogni frazione in più sarà per me un successo», mentre il Pd «perderà moltissimi punti rispetto alle Politiche, ma non sarà una disfatta, arriverà al 26%», un risultato che – a suo dire – non farà crollare il progetto. È così che attende di tornare in campo, perché lo farà – non c’è alcun dubbio – a ridosso delle urne. E chissà, forse l’assenza, l’astinenza dal contatto con «il popolo», è l’ennesima trovata elettorale, un modo per suscitare curiosità, creare aspettativa. Il tentativo di ricostruirsi quel profilo che ha perso tre settimane fa.
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Francesco Verderami
16 maggio 2009
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