Strage di via D’Amelio: Riina tira in ballo i servizi deviati / Ombre sulle stragi di Capaci e via D’Amelio

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Il capomafia parla dopo 13 anni ai pm di Caltanissetta e Palermo

Il boss dà indicazioni ai magistrati: ma non sono un pentito

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Torò Riina in tribunale (da archivio)
Torò Riina in tribunale (da archivio)

ROMA — Sul nodo mai sciolto della trattativa tra Stato e mafia ai tempi delle stragi del 1992 taglia corto: « Di ’sti cose unni saccio nenti», non ne so niente, dice in siciliano stretto Totò Riina, sicuro di essere capi­to dai magistrati di Caltanisset­ta andati nel carcere milanese di Opera per interrogarlo. Da lui, sostiene, non si presentò nessuno a nome delle istituzio­ni. E alla richiesta di chiarire che cosa intendesse quando — qualche giorno fa — ha fatto di­re al suo avvocato che «Borselli­no l’hanno ammazzato loro», ri­sponde con un discorso un po’ più articolato. Che si può riassu­mere con generici riferimenti a apparati dello Stato, servizi se­greti deviati, personaggi abili nel doppio gioco.

Così ha parlato il «capo dei capi» di Cosa Nostra nell’inter­rogatorio davanti al procurato­re di Caltanissetta, Sergio Lari, e agli aggiunti Nico Gozzo e Nico­lò Marino. Al suo fianco l’avvo­cato Luca Cianferoni (unico non siciliano della compagnia) che una settimana fa aveva rife­rito ai giornali alcune dichiara­zioni del suo cliente più noto. Di lì la decisione dei pubblici ministeri ancora impegnati nel­le inchieste sugli omicidi di Gio­vanni Falcone e Paolo Borselli­no di andare a interrogare il boss. Riina ha accettato di ri­spondere per tre ore alle do­mande, per ribadire e approfon­dire (almeno parzialmente) gli accenni affidati alla stampa. «Non erano messaggi trasversa­li » ha spiegato, ma indicazioni rivolte ai magistrati titolari del­le indagini sulle stragi.

«Per quei fatti ci sono degli innocenti in carcere e colpevoli fuori», sostiene l’avvocato Cian­feroni, forte anche delle notizie uscite nei mesi scorsi sulle rive­lazioni dell’ultimo «pentito» di mafia che parla delle bombe, Gaspare Spatuzza. Il quale ridi­segna lo scenario della strage di via D’Amelio e viene ritenu­to attendibile dagli inquirenti nisseni. «C’è una situazione cla­morosa, il processo Borsellino va rivisto», insiste il legale. I magistrati sono più prudenti, e dopo aver raccolto le dichiara­zioni di Riina — che ancora una volta avrebbe allontanato da sé qualsiasi ipotesi di diven­tare un «collaboratore di giusti­zia» — hanno segretato il ver­bale. Ora dovranno rileggerlo, valutare la situazione e stabili­re se e quando tornare a porre nuove domande al capomafia. Hanno accettato la «sfida» lan­ciata da Riina, decidendo di an­dare ad ascoltarlo, sui temi che voleva lui. Ora si tratta di deci­frare le risposte, capire con qualche elemento in più quali sono gli obiettivi di un «uomo d’onore» che dopo 13 anni è tornato a farsi interrogare, e scegliere le prossime mosse. Ben sapendo che, nonostante lui dica di non saperne nulla, al­tri elementi lo indicano come terminale della trattativa del­l’estate­ autunno ’92: lui da una parte, lo Stato dall’altra. L’altro ieri, nell’altro ufficio giudiziario che si occupa di questo tema — la Procura di Pa­lermo — l’ex presidente della commissione parlamentare an­timafia Luciano Violante ha ri­cordato che in quella stagione l’ex sindaco mafioso di Paler­mo Vito Ciancimino gli chiese un incontro riservato. Interme­diario, il colonnello dei carabi­nieri Mario Mori. Violante rifiu­tò, ma oggi quella proposta suona da riscontro alla ricerca di una copertura politica com­pleta di chi doveva intavolare la trattativa per conto di Cosa Nostra. Cioè il «corleonese» Ciancimino.

La testimonianza di Violante, oltre a confermare le afferma­zioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, fa capire che il ten­tativo di contattare l’opposizio­ne politica ci fu; il che rende an­cora più verosimile che lo stes­so doveva essere fatto (e a mag­gior ragione) con rappresentan­ti del governo e delle forze che lo sostenevano. Anche per que­sto, le inchieste sulla trattativa sono tutt’altro che chiuse.

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Gio. Bia.
25 luglio 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_luglio_25/riina_strage_damelio_06f700c0-78e8-11de-a96f-00144f02aabc.shtml

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LA   NEWSLETTER   DI   MISTERI   D’ITALIA

Anno 1 – N.°4                                                                       26 novembre 2000

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IL “NOTO SERVIZIO”: ARCHEOLOGIA STRAGISTA O NUOVO ABBAGLIO INVESTIGATIVO?

Lo hanno chiamato “Noto servizio”. E’ una nuova, inedita formula di struttura occulta che starebbe dietro alle stragi e alla complessa strategia della tensione. A scoprirlo è stata la magistratura di Brescia che da 26 anni indaga sull’eccidio di piazza della Loggia (8 morti).

Si tratta, in realtà, di un’organizzazione assai misera, forse solo l’abbozzo di qualcosa di più concreto che è ancora nascosto nell’ombra.

La scoperta di quello che per il momento è stato chiamato “Il noto servizio” è avvenuta ad opera di un consulente della magistratura bresciana che, frugando negli archivi del famigerato ex Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno (oggi Direzione centrale di polizia di prevenzione), ha potuto ricostruire l’esistenza di una struttura parallela che avrebbe operato in Italia tra il 1943 e il 1990 e di cui fecero parte imprenditori, ex repubblichini di Salò, partigiani bianchi anticomunisti, religiosi e altri “strani” personaggi. Sullo sfondo, ancora un volta, la figura di Giulio Andreotti.

Tra gli uomini della struttura – quasi tutti deceduti – spicca la figura del senatore missino Giorgio Pisanò che avrebbe fatto da canale di comunicazione con l’arma dei carabinieri. Quest’ultima sembra essere, nell’architettura delineata dalla relazione della magistratura, la principale referente dell’organizzazione civile che avrebbe avuto mano libera nell’azione (da qui il ricorso alle stragi) per mantenere l’Italia nel campo occidentale, evitando l’arrivo al potere della sinistra.

Della struttura – lo ripetiamo, ancora quanto mai fumosa – avrebbero fatto parte figure di bassissimo livello come Sigfrido Battaini (costruttore edile) Max Ponzo (capitano di fregata), Enrico Boncinelli (massone, fondatore dell’Armata italiana di liberazione), Adalberto Titta (ex pilota della RSI) e Tom Ponzi (investigatore privato).

Per dimostrare che questo “Noto servizio” non sia un’altra bufala occorrono però a questo punto maggiori elementi, forse quelli che la magistratura di Brescia afferma di aver scoperto, ma di non potere ancora rivelare.

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DIETRO LE ESTERNAZIONI DI ANGELO SIINO LE OMBRE DELLE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO

Per una vaghissima somiglianza con l’attore, incarnazione del “giustiziere della notte”, il suo soprannome è Bronson; per il suo ruolo (decisamente esagerato) nella struttura affaristica di Cosa nostra viene definito invece abitualmente “il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa nostra”. In realtà Angelo Siino non è né l’una, né l’altra cosa. E’ solo un “pentito” piuttosto particolare, da tempo al servizio di questa o quella operazione che ha sempre più un sapore politico e sempre meno un contenuto giudiziario.

Il vero volto di Angelo Siino emerge da un’intervista pubblicata il 23 novembre scorso sul Corriere della sera.

In questa sua esternazione a tutto tondo Siino dice essenzialmente tre cose:

1)     Avevo dato indicazione su come arrestare Bernardo Provenzano, il vero capo di Cosa nostra, ma le forze di polizia arrivarono in ritardo.

2)     Provenzano oggi tiene a bada la mafia più rampante e aggressiva perché mira a far scemare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema Cosa nostra e sulla Sicilia, in modo che riprendano gli investimenti al sud e quindi l’intrusione della mafia nel sistema degli appalti.

3)     Raul Gardini, nel 1993, non si suicidò per l’inchiesta del pool di Milano che riguardava le sue implicazioni in Tangentopoli, ma perché rimasto invischiato negli affari siciliani di Cosa nostra.

Questi, almeno, i tre punti su cui si è incentrata l’attenzione degli altri media dopo la sortita del “pentito” sul quotidiano milanese.

In realtà Angelo “Bronson” Siino di cose ne dice altre, stranamente passate del tutto inosservate o quasi. Le riportiamo fedelmente:

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C’è chi sostiene che anche il giudice Paolo Borsellino sia stato ucciso per evitare che indagasse sugli appalti e il rapporto mafia-politica.

<<Lo penso anch’io. Borsellino e per certi versi pure Falcone, il quale aveva capito prima di altri il livello dell’infiltrazione mafiosa nell’economia cosiddetta legale: fu lui a dire “da oggi la mafia è quotata in borsa” quando il gruppo Ferruzzi entrò in piazza Affari>>.

(…)

Torniamo alla strage di via D’Amelio e alla morte di Borsellino. Perché crede che il movente sia negli appalti?

<<Perché nel 1992, dopo la strage di Capaci, ci fu il pentimento di Leonardo Messina; Borsellino fece in tempo ad interrogarlo e la sua prima domanda fu: “Lei conosce il signor Angelo Siino?”. Il giudice aveva capito l’importanza del mio ruolo, la mia capacità di mediare tra i vari interessi proprio perché non ero formalmente affiliato a Cosa nostra. Non essendo uomo d’onore, potevo rivolgermi direttamente ai boss, senza passare per i capi famiglia e i capi mandamento>>.

E’ sorprendente che nessuno abbia evidenziato questi due passaggi dell’intervista di Siino in cui lo stesso fornisce un preciso movente per la morte di Falcone e Borsellino. Entrambi i magistrati antimafia – sempre stando alle affermazione di Angelo “Bronson” Siino – non sarebbero stati uccisi, genericamente, per il loro impegno contro Cosa nostra, ma per un ben preciso motivo: aver compreso appieno il ruolo determinante degli appalti nelle attività della mafia siciliana.

Il che ci riporta ad un’altra vicenda (volutamente?) dimenticata dai media nazionali: il dossier mafia-appalti che i carabinieri del ROS di Palermo consegnarono alla magistratura del capoluogo siciliano poco tempo prima che le stragi di mafia del 1992 eliminassero proprio Falcone e Borsellino.

Secondo l’allora capitano dei carabinieri De Donno, quel dossier, molto particolareggiato, finì nella mani di Cosa nostra. Quattro magistrati palermitani lo consegnarono agli avvocati di alcuni boss mafiosi. Chi lo disse a De Donno? Ma proprio lui, Angelo “Bronson” Siino, che poi si rimangiò tutto.

Contemporaneamente la stessa, precisa, identica, gravissima accusa, venne messa a verbale da un bravissimo magistrato della procura di Catania, Felice Lima. A confessargliela era stato l’imprenditore Giuseppe Lipera.

Che fine hanno fatto le accuse del carabiniere De Donno e del giudice Lima? Archiviate.

I quattro magistrati di Palermo, invece, sono sempre al loro posto, anzi alcuni hanno fatto una brillante carriera.

Il capitano De Donno oggi è in Perù, assegnato all’ambasciata di Lima e il giudice Lima fa il magistrato nella sezione civile del tribunale catanese, lontano, lontanissimo, dai processi di mafia.

Se è vero che dietro le stragi di Capaci (5 morti) e via D’Amelio (6 morti) c’è l’ombra degli appalti – gli stessi che oggi Provenzano vorrebbe continuare a gestire – forse sarebbe il caso di indagare più a fondo su quel dossier mafia-appalti consegnato da quattro magistrati ai boss di Cosa nostra. O no?

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ANCORA SULLE OMBRE DELLE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO

Un lettore di Misteri d’Italia (Giuseppe Scano) ci segnala un’intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi.

Si tratta di una sorta di intervista smarrita, o quantomeno dimenticata, che solo di recente Radio news 24 ha diffuso. 4 giorni dopo quell’intervista Giovanni Falcone sarà assassinato a Capaci.

La singolarità di questa intervista sta nel fatto che c’è una certa assonanza con le affermazioni di Siino riportate qui sopra che sono di oltre otto anni dopo.
Ecco la trascirizione dell’intervista così com’è anche riportata sul sito

http://www.geocities.com/Athens/Crete/7721/

Borsellino: Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista: “Uomo d’onore ” di che famiglia?
“Uomo d’onore” della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?

Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche come magliette o cavalli.

Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.

Sì, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

Dell’Utri non c’entra in questa storia?
Dell’Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

A Palermo?
Si, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Marcello Del’Utri o Alberto Del’Utri?
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

I fratelli.
Sì.

Quelli della Publitalia.
Sì.

Perché c’è nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli.
Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli
da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.

C’è un socio di Marcello Del’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.
Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti ad una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente.

Perché a quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell’Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
All’inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che ad un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti , Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessa a Berlusconi?
E’ normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

Mangano era un pesce pilota?

Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord -Italia.

Si dice che ha lavorato per Berlusconi ?
Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco quale atti sono ormai conosciuti, ostensibili e quali debbono rimanere segreti, questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

C’è un’inchiesta ancora aperta?

So che c’è un’inchiesta ancora aperta.

(in francese): Su Mangano e Berlusconi a Palermo?
Sì.

fonte:

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