La ‘ndrangheta avvisa lo Stato e ora si teme l’effetto Palermo / “Messaggio dai boss: la Calabria è nostra”

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La prima mafia d’Italia vuole ricordare chi comanda qui di chi sono queste terre
Si teme che i boss vogliano fare della Calabria una Sicilia degli anni ’80

La ‘ndrangheta avvisa lo Stato
e ora si teme l’effetto Palermo

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dall’inviato di Repubblica ATTILIO BOLZONI

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La 'ndrangheta avvisa lo Stato e ora si teme l'effetto  Palermo L’auto con esplosivo trovata a Reggio Calabria

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REGGIO CALABRIA – La prima mafia d’Italia non vuole perdere le sue proprietà: la città di Reggio, la piana di Gioia Tauro, la Locride, Rosarno, Palmi, tutta la Calabria. La prima mafia d’Italia vuole ricordare chi è che comanda ancora in queste terre. E lo manda a dire con un’auto abbandonata, un’auto piena di armi sulla strada dove stava passando il corteo presidenziale. È un segnale, un altro messaggio che annuncia la sfida, la guerra. Qualcuno, quaggiù, ha ormai paura che i boss vogliano fare della Calabria una Sicilia degli Anni Ottanta. Un inferno.
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Quell’auto, con i suoi fucili a canne mozze
e i suoi ordigni grezzi, è stata messa lì apposta per farla ritrovare. Un atto “dimostrativo”. Forse un ultimo tentativo di trattativa con quello Stato che, all’improvviso, si è rivisto a Reggio dopo quaranta o cinquant’anni. Tira un’aria infame qui in Calabria. Basta mettere in fila gli appuntamenti della settimana per spiegare cosa sta accadendo in questa regione, che la ‘Ndrangheta considerava il regno suo e dove lo Stato era sempre sceso a patti. Lunedì sono sbarcati il ministro degli Interni Maroni e il capo della polizia Manganelli. Martedì è arrivato il ministro della Giustizia Alfano. Ieri la visita del Presidente Napolitano. Oggi una commissione del Consiglio superiore della Magistratura sarà in ricognizione nel distretto di Corte d’Appello. Troppo. È il “caso Calabria” che è diventato un affaire nazionale per la prima volta.
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Troppo per le 143 famiglie abituate a spadroneggiare dal Pollino fino allo Stretto, troppo per quella mafia politica che succhia fondi comunitari, troppo anche per quei galantuomini dei Cordì o dei Morabito o dei Molè. Fino all’altro ieri vivevano come califfi, ogni tanto un carico di stupefacenti perduto (spesso con accordo sbirresco) e poi l’impunità totale e perenne. Processi aggiustati, testimoni muti, magistrati timorosi o imbeccati. Mai un’inchiesta sulle contiguità, sui colletti bianchi o grigi, sul vero potere di  Reggio.


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La prima mafia d’Italia vuole continuare a esistere indisturbata come ha sempre fatto. La ‘Ndrangheta non vuole farsi processare. Ecco perché quell’auto è stata abbandonata lì, sulla strada per l’aeroporto. Venti giorni fa, l’altra bomba. L’esplosivo alla procura generale di Reggio. Un altro ordigno rudimentale, un altro messaggio. E prima ancora  -  a dicembre – i due boss di Taurianova che si erano procurati le pistole in carcere e volevano fuggire dal furgone blindato che li stava trasportando da Palmi. E prima ancora  -  a novembre  -  il lanciamissili sequestrato a Taurianova. E le “sparatine” di ogni giorno, i cantieri saltati in aria di notte. E le “cimici” piazzate nelle stanze dei magistrati. Segnali di una guerra che sta per cominciare.
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Sembra di essere tornati nella Palermo di tanti anni fa in questa Reggio che freme e teme, assuefatta a tutto fino a qualche anno fa e prigioniera delle sue signorie, oggi soffre la “presenza” di qualcuno che vuole cambiare le regole del gioco. Il ministero degli Interni ha inviato i suoi uomini migliori, la Finanza e l’Arma dei carabinieri hanno spedito in Calabria ufficiali di primissimo ordine, al Palazzo di Giustizia c’è stata una piccola grande rivoluzione. A metà, però. In procura sono arrivati dalla Sicilia il capo Giuseppe Pignatone e i suoi vice Michele Prestipino e Ottavio Sferlazza, una mezza dozzina di giovanissimi sostituti fuori dalla palude reggina completano la squadra. C’è anche un nuovo procuratore generale, Salvatore Di Landro. La bomba di Capodanno gliel’hanno piazzata neanche trenta giorni dopo il suo insediamento.
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L’altra metà del Palazzo è quella di prima, soprattutto la magistratura giudicante. E in questi mesi, lì si decideranno i destini di centinaia di capimafiosi arrestati negli ultimi anni. È lì che finiranno prima o poi anche le oltre 600 richieste di custodia cautelare che “pendevano” fino al novembre scorso sulle scrivanie dei giudici per le indagini preliminari, un ufficio ingolfato. Altre 350 ne stanno per arrivare. È in questa città dove la mafia si era impossessata di tutto che i boss avvertono come una minaccia il “nuovo corso”. La più potente organizzazione criminale d’Europa, la più tribale e insieme moderna – una “mafia liquida” l’ha definita l’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione paragonandola ad Al Qaeda per “l’analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica” – sta studiando le mosse per rispondere all’attacco. Il primo dopo decenni. E lancia i suoi avvisi. Parla con le bombe che (per ora) non esplodono. Parla con le armi che (per ora) non sparano. Parla con un’auto abbandonata il giorno della visita del capo dello Stato.
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22 gennaio 2010
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“Messaggio dai boss: la Calabria è nostra”

Gli investigatori: i capiclan in preda a una crisi di nervi

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di FRANCESCO GRIGNETTI
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ROMA
Il messaggio è inequivocabile
e, nonostante tutte le smentite di rito, è chiaro che la macchina zeppa di armi e esplosivo, fatta ritrovare a Reggio Calabria, è stato il buongiorno che la ’ndrangheta ha voluto dare al Presidente della Repubblica. Non un attentato, evidentemente, ma un segnale di aperta intimidazione verso lo Stato. Concordano su ciò fonti investigative, giudiziarie e di intelligence: la criminalità organizzata intende ribadire la sua stretta sulla Calabria e vuole dire che mai gli uomini delle cosche faranno un passo indietro. Un’analisi, questa, che mette insieme l’attentato alla procura generale di Reggio Calabria con i fatti di Rosarno, e il colpo di scena di ieri.
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Per giungere a queste conclusioni è sufficiente mettere in fila i fatti come fa un’autorevole fonte investigativa, che però chiede di restare anonima: «La macchina era stata rubata ieri mattina, ma non è stata utilizzata per nessuna azione criminale. Nonostante i controlli serrati, qualche ora dopo è stata abbandonata dalle parti dell’aeroporto, su una stradina laterale e non sul percorso del Capo dello Stato. Dentro c’era il kit del perfetto estorsore: liquido incendiario, due bombe rudimentali, diverse armi, alcuni passamontagna. Una telefonata anonima ai carabinieri ha fatto sì che l’auto venisse scoperta proprio quando il Presidente Napolitano era dentro l’aeroporto ed era in procinto di ripartire».
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Quindi: l’auto con l’esplosivo dentro è un messaggio delle ‘ndrine che sentono come intollerabile l’accresciuta presenza dello Stato e ancor di più maldigeriscono che le visite istituzionali – ieri Giorgio Napolitano, giovedì prossimo i ministri con Silvio Berlusconi – portano maggior controllo di polizia e carabinieri. Spiegano ancora altre fonti investigative del fronte antimafia: «E’ una sorta di crisi di nervi della ’ndrangheta che, comunque, anche se non ha ancora deciso di alzare il tiro, manda un messaggio: non intendiamo fermarci di fronte all’azione di contrasto».
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Gli investigatori precisano seccamente, però, che non si tratta neppure lontanamente di attentato. E in effetti l’esplosivo non era sul tragitto del Presidente e per di più era senza innesco, perciò in nessun caso sarebbe potuto deflagrare. Ha quindi ben motivo di dire il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, uno dei magistrati più esperti nella lotta contro la ’ndrangheta: «Non è assolutamente un segnale lanciato alle istituzioni. Se qualcuno avesse voluto lanciare un segnale alle istituzioni, l’automobile sarebbe stata lasciata davanti ad un ufficio pubblico o giudiziario. In realtà quelli nell’auto erano soltanto gli “attrezzi” per attuare un’intimidazione, presumibilmente collegata ad un tentativo di estorsione. Nulla di più». Lo stesso sostengono i carabinieri. E ieri sono state convulse le indagini per cercare di dare un nome e un cognome al gruppo di malavitosi che si è disfatto della macchina. «Qualunque sia la verità che si cela dietro il rinvenimento dell’auto-arsenale – taglia corto il procuratore capo, Giuseppe Pignatone – noi magistrati continueremo a fare il nostro lavoro».
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Troppo facile, però, archiviare l’episodio come una casualità. Dice il segretario del Pri, Francesco Nucara: «L’automobile ritrovata contenente armi ed esplosivo è il segnale che la ’ndrangheta dà allo Stato della sua presenza sul territorio. Davanti a questo atto dimostrativo lo Stato deve assicurare una guerra totale alla criminalità organizzata». Il senatore Luigi Li Gotti, Idv, non esclude nessuna possibilità: «La ’ndrangheta – dice – potrebbe aver voluto cogliere l’occasione della visita per sottolineare la presenza dell’organizzazione sul territorio, posizionando quell’auto allo scopo di ottenere la massima risonanza mediatica e ben sapendo che non poteva passare inosservata. Un’occasione mediatica, insomma, sfruttata fino in fondo». Rocco Buttiglione, Udc, fa un passo in avanti: « La ’ndrangheta sfida lo Stato a una lotta alla morte e cerca di intimidire il Presidente, le istituzioni e gli italiani onesti. La nostra ferma e piena solidarietà vada al Presidente della Repubblica».
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22 gennaio 2010
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2 Responses to “La ‘ndrangheta avvisa lo Stato e ora si teme l’effetto Palermo / “Messaggio dai boss: la Calabria è nostra””

  1. gianfalco says :

    Ciao.
    Ho linkato questo post alla mia vignetta di oggi.

  2. Davide says :

    un chiaro messaggio”vedi Stato,nessun cittadino di Reggio ti avverte…qui noi ci possiamo permettere di lasciare tutto per la strada..tutto è nostro”…questo secondo me è il significato dell’ auto piena di armi ed esplosivo…

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