HAITI – Come adottare un bambino a distanza
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Spero mi perdonerete l’OT di questo post, ma la situazione del dopo terremoto di Haiti è cosi terribile che tra i tanti appelli che ci sono rivolti una particolare attenzione va data alle adozioni a distanza. Da molti anni N.P.H. Italia Fondazione Francesca Rava, è presente a Haiti con diverse attività tra cui l’ospedale pediatrico Saint Damien danneggiato dal sisma ma con il pronto soccorso ancora funzionante e l’orfanotrofio che ospita 600 bambini.
Con 26 euro al mese si può adottare a distanza uno dei tanti orfani causati da questa immane tragedia: il modulo da compilare è qui e va inviato con la ricevuta della prima donazione al fax n. 0255194958 oppure all’indirizzo info@nphitalia.org; si può anche sottoscrivere un adozione on line.

Aggiornamenti sulla situazione sanitaria di Haiti sul blog di N.P.H. Fondazione Francesca Rava. Per chi lo desidera si può anche fare un versamento a Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia Onlus Viale Caldara 43, 20122 Milano, Tel 0254122917, info@nphitalia.org e www.nphitalia.org c/c postale 17775230 C/C bancario 760000, Banca Mediolanum Milano 3 Basiglio IT 39 G 03062 34210 000000760000 intestato a Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia Onlus.
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17 gennaio 2010
fonte: http://www.ecoblog.it/post/9629/adottare-a-distanza-un-bambino-di-haiti
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SUSA – No Tav, siamo in 40 mila, l’opera non si fara’ / Miles de personas rechazan el TAV en una manifestación entre Hendaia e Irun

No Tav, siamo in 40 mila, l’opera non si fara’
Al corteo anche Ferrero, portavoce federazione sinistra
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(ANSA) – SUSA (TORINO), 23 GEN -Manifestazione a Susa contro la Torino-Lione. Al corteo hanno partecipano 20 mila persone secondo le forze dell’ordine, oltre 40 mila per gli organizzatori. Tra i manifestanti il portavoce della federazione della Sinistra, Paolo Ferrero. Alberto Perino, leader del Movimento no Tav ha aggiunto: ”Se pensano di fermarci siamo pronti. Oggi siamo davvero tanti, dobbiamo essere ancora di piu”’.(ANSA).
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fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/piemonte/2010/01/23/visualizza_new.html_1676712712.html

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Miles de personas rechazan el TAV en una manifestación entre Hendaia e Irun
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La marcha, que ha ido precedida por unos 50 tractores, ha sido convocada por la coordinadora vasca AHT Gelditu y por el Colectivo de Asociaciones de Defensa del Entorno del País Vasco francés (CADE) y ha recibido el apoyo de partidos como Aralar y Abertzaleen Batasuna, además de alcaldes del País Vasco francés que se oponen al proyecto, como el de Hendaia, Jean Baptiste Salaberry.
La portavoz de AHT Gelditu Mila Elorza ha valorado, en declaraciones a los periodistas, el “apoyo muy importante para parar el TAV y todos los proyectos destructores que hay en su entorno”.
Ha considerado que la manifestación “da fuerzas” para exigir a los gobiernos de España, Francia, Euskadi, Navarra y Aquitania que “den la palabra al pueblo, que es lo que está reclamando” y detengan el proyecto del tren de alta velocidad.
Elorza ha reclamado también que los municipios “tengan derecho a veto” en los proyectos de infraestructuras que afecten a su territorio.
Además de la manifestación, la coordinadora ha celebrado por la mañana un encuentro con grupos que se oponen al tren de alta velocidad en distintas comunidades de España, Francia e Italia.
Mila Elorza ha considerado que esta reunión es “un primer paso” para constituir la primera coordinadora europea contra el tren de alta velocidad, un proyecto que deberán seguir trabajando ya que los grupos concentrados hoy provienen de “distintas culturas”. EFE
SCUOLA E DEMOCRAZIA – Caserta “ordina” la schedatura degli studenti stranieri
Gli italiani sono stranieri a se stessi
Un popolo che non è un popolo, ma una commistione di razze e culture diverse, antitetiche tra loro. Italiani, una cacofonia di dialetti e lingue, più che parlate ululate, strozzate nel digrignare dei denti alla parola ‘straniero. Per gli italiani straniero è chiunque non sia se stesso, chiunque al momento non sia schierato con i suoi interessi particolari. Oggi amico, domani nemico. Gretto, meschino, calcolatore, viscido quando si fa pecora e bramoso di sangue quando si fa lupo nel branco. L’italiano. Che guarda con ‘sospetto’ ogni cosa che si riconduca alla parole ‘democrazia’, ‘giustizia’, ‘solidarietà’. L’italiano. Sempre pronto a puntare l’indice accusatore come è sempre pronto a scusarsi.
Davvero, italiani brutta gente.
mauro
Scuola, un tetto agli stranieri. E Caserta “ordina” la schedatura
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tutti gli articoli dell’autore
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Nelle scuole di Caserta c’è grande agitazione, per la “caccia” agli studenti immigrati e con genitori senza permesso di soggiorno. Non è fantapolitica. E’ la pura realtà da rigurgio leghista. L’Ufficio scolastico per la Campania ha “ordinato” la schedatura degli studenti stranieri. E per giunta dando anche un ultimatum ai presidi: la riconsegna del “censimento-monitoraggio” entro e non oltre il 25 gennaio. Una strana mossa, visto che l’Usp ha agito per “ordine” della Prefettura che di norma si occopa di sicurezza e non di certo di dispersione scolastica.
La circolare è firmata dal dirigente dell’Uisp regionale Vincenzo Di Matteo, porta la data del 18 gennaio e chiede con urgenza a tutte le scuole del territorio, “nessuna esclusa” l’invio dei dati “sulla presenza degli alunni stranieri nelle scuole della provincia e sulla dispersione scolastica”. Un censimento che ha per lo più l’imprinting di una schedatura. La Prefettura vuole le schede compilate che riguardano gli studenti che sono a scuola dal 2007-2008 fino ad oggi. E ben classificate sulla provenienza tra stranieri di recente immigrazione (ultimi 3 anni); straniero di seconda generazione (nati in Italia da genitori stranieri); straniero non accompagnato; alunno comunitario (dell’Unione Europea) e infine l’elenco dei nomadi. Nonchè dati sulle difficoltà riscontrate di ogni alunno, con la specifica sulla conoscenza della lingua italiana, l’accettazione tra le culture diverse e la partecipazione degli stessi agli interventi didattici di integrazione, accoglienza e recupero.
Una rivleazione dei dati sugli studenti immigrati che guarda caso cade all’indomani della visita del del ministro dell’Interno, Roberto Maroni a Caserta, dove ha incontrato il prefetto. E la polemica tutt’ora aperta sulla decisione della Gelmini di mettere un tetto (30%) in ogni classe per gli alunni stranieri si rianima in modo ancora più inquietante.
Il primo e l’unico sindacato a dare l’allarme è la Cgil e la Flc-Cgil. Morena Piccinini della segreteria nazionale di Guglielmo Epifani e Mimmo Pantaleo, segretario della Federazione della Conoscenza. In una nota congiunta protestano così: “Siamo entrati in una fase di stretta sui diritti sulle agibilità dei cittadini immigrati nel nostro paese”. Secondo i sindacalisti, sarebbe una diretta conseguenza delle indicazioni sul tetto del 30% agli stranieri in classe ma non “é esclusa la stretta anche sul personale scolastico per effetto del pacchetto sicurezza che ha introdotto il reato di clandestinità”.
Per la Cgil la richiesta di informazioni è molto particolareggiata e richiede dati che nulla hanno a che vedere con la dispersione scolastica. “Da quando le Prefetture si interessano di dispersione scolastica, di difficoltà di apprendimento e di integrazione nell’ambiente scolastico? – chiedono Piccinini e Pantaleo. E sottolineano: “Da quando la presenza degli alunni immigrati nelle nostre scuole rappresenta un pericolo pubblico per la sicurezza”?
Domande sulla palese violazione dei diritti di cittadinanza delle persone alle quali dovrebbe rispondere il ministro dell’Istruzione. Ma Mariastella Gelmini è impegnata con le nozze, dopo la cerimonia in notturna ha replicato il sì a Villa Ansaldi a Sirmione, al suo fianco anche Berlusconi.
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23 gennaio 2010
fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=94067
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Obama contro la Corte suprema: “La sentenza sulle lobby un colpo alla democrazia”
Durissimo discorso del presidente dopo la decisione dei giudici di abolire le restrizioni ai finanziamenti alla politica
Obama contro la Corte suprema
“Sentenza sulle lobby colpo alla democrazia”
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“Non posso pensare a nulla di più devastante per l’interesse pubblico: non abbiano bisogno di dare voce ulteriore ai potenti interessi che ogni giorno soffocano quelle degli americani comuni”, ha concluso Obama annunciando di aver dato istruzioni all’Amministrazione affinché collabori con il Congresso per mettere a punto “una forte risposta bipartisan” alla sentenza.
La sentenza della Corte suprema, approvata giovedì scorso con un risicato 5-4, ha abolito le restrizioni imposte 20 anni fa alle donazioni dei grandi gruppi economici per appoggiare o contrastare candidati a cariche elettive e potrebbe favorire i repubblicani in vista delle elezioni di medio termine a novembre. “Nel mio primo anno da presidente, abbiamo respinto l’influenza dei poteri forti portando avanti riforme che riducono l’influenza delle lobby”, ha ricordato Obama citando la legge che proibisce al governo di assumere ex lobbisti federali e la pubblicazione dell’elenco dei visitatori della Casa Bianca. “Questa sentenza colpisce la nostra stessa democrazia e rovescia più di un secolo di diritto”.
La Lega sotto processo per costituzione di banda armata /

Lega a processo per banda armata
Camicie verdi, rinviati a giudizio Gobbo e altri 35
Il gup: associazione per la secessione
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VERONA – «Attraverso le Camicie verdi si costituì una vera e propria associazione a carattere militare, articolata in più compagnie dislocate territorialmente, che si prefiggeva lo scopo di conquistare l’autonomia della Padania dall’Italia». E’ soltanto uno dei passaggi-chiave dell’ordinanza-fiume con cui ieri pomeriggio il giudice per l’udienza preliminare di Verona Rita Caccamo ha sancito il rinvio a giudizio del sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo e di altri 35 esponenti della Lega nord. Tra loro, spiccano i nomi del deputato Matteo Bragantini, dell’ex primo cittadino di Milano Marco Formentini e del consigliere comunale di Verona Enzo Flego. Tutti dovranno rispondere del reato di costituzione di banda armata e rischiano, in caso di condanna, fino a 12 anni di reclusione.
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| Il giudice per le udienze preliminari, Rita Caccamo |
Un’accusa, quella di «costituzione di un’associazione a carattere militare», da cui i rappresentanti del Carroccio dovranno difendersi in base a una legge, la «Scelba», datata 1952 (lo stesso dettato normativo che vietò la riorganizzazione e l’attività di partiti e gruppi neofascisti), e in relazione a una vicenda, quella correlata alle cosiddette «Guardie padane», che risale niente meno che al 1996.
E così, in barba al tanto decantato «processo breve», la prima udienza del processo di primo grado è stata fissata ieri per il primo ottobre 2010 (davanti al collegio presieduto a Verona dal giudice Marzio Bruno Guidorizzi), vale a dire a qualcosa come 14 anni esatti dai fatti contestati. Per farsi un’idea, basti solo pensare che all’epoca l’attuale onorevole Bragantini aveva appena 21 anni.
Ma tant’é: tra molteplici sospensioni per le ripetute richieste di pareri e pronunciamenti vari a Camera, Senato, Parlamento di Strasburgo (perché Gobbo a quei tempi risultava europarlamentare) e Corte Costituzionale, l’interminabile udienza preliminare chiamata a stabilire se il processo di primo grado dovesse o meno avere luogo, è giunta al suo ultimo step soltanto ieri pomeriggio.
Due sedute fa, invece, ad aver visto finalmente definita la propria posizione erano stati gli otto imputati che, all’epoca dei fatti contestati, risultavano «protetti» dall’immunità parlamentare: nomi di spicco, del calibro di Mario Borghezio, Umberto Bossi, Enrico Cavaliere, Giacomo Chiappori, Giancarlo Pagliarini, Luigino Vascon, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, usciti di scena a fine dicembre 2009 in virtù della dichiarazione di inammissibilità, pronunciata lo scorso luglio dalla Corte Costituzionale, del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dall’allora procuratore Guido Papalia. Per gli otto, così come già avvenuto nell’aprile 2009 per i senatori Vito Gnutti e Francesco Speroni, il gup Caccamo ha quindi decretato a distanza di 13 anni e 2 mesi dai fatti contestati «il non luogo a procedere» motivandolo con la «mancanza della condizione di procedibilità».
Tutt’altro epilogo, invece, quello sancito ieri per il sindaco Gobbo (per il quale nell’ottobre 2007 la giunta per le autorizzazioni di Strasburgo revocò le immunità non ritenendo che il comportamento di cui è accusato rientri tra quelli che un deputato europeo deve tenere) e gli altri 35 militanti leghisti rimasti senza immunità di sorta e rei, ha motivato ieri il gup Caccamo tra le righe della sua lunghissima ordinanza, di aver «partecipato e organizzato un’associazione a carattere militare, articolata in compagnie territoriali, ciascuna con il programma di affermare l’autonomia della Padania». Proprio l’attuale deputato Bragantini, a parere del gup, «rappresentava il responsabile della compagnia territoriale delle Guardie padane a Verona» e «solamente dopo l’approvazione dello statuto interno, lo scopo della secessione è stato sostituito dal rifiuto della violenza». Non solo, perché le Camicie verdi «costituivano un vero e proprio apparato parallelo alle forze armate», ha rimarcato il giudice stigmatizzando anche la scelta da parte degli indagati, Maroni escluso, di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Pienamente accolta, dunque, la ricostruzione tracciata in aula dal procuratore aggiunto Angela Barbaglio («Anche gli scout e gli alpini hanno una struttura che può assomigliare a quella militare. Perché nessuno si sogna di processarli? Perché hanno finalità del tutto pacifiche. Le Camicie verdi e le Guardie padane, invece, avevano come finalità lo scioglimento dello Stato»), mentre l’avvocato nonché deputato Matteo Bragandì, difensore della maggior parte degli imputati, ha subito bollato il processo come «politico e del tutto inutile, visto che cozzerà quasi certamente contro il macigno della prescrizione», annunciando immediatamente «una raffica di eccezioni preliminari alla prima udienza del processo». Ennesimo rinvio all’orizzonte…
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Laura Tedesco
23 gennaio 2010
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il commento
L’«eversione» istituzionale
di Alessandro Russello
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Costituzione di banda armata. Reato punibile fino a 12 anni di galera. Due in meno del periodo trascorso dalla contestazione dell’accusa al rinvio a giudizio, mentre per il processo si dovranno attendere ancora nove mesi. Un parto.
Nel 1996 lo stato maggiore della Lega venne incriminato con l’accusa di aver costituito una sorta di corpo di polizia separato dallo Stato, le famose camicie verdi, cromatismo militante che voleva dire secessione, ribellismo in fila per due, padania avanti marsh. Per Bossi folclore, fucilate metaforiche, schioppi virtuali. Per il pensiero «democratico» e «unitario», da destra a sinistra, destabilizzazione politica, cospirazione pura. Per la legge un grave reato, l’anticamera del terrorismo, un attentato all’italico Stato.
Quattordici anni fa. Un’altra era. In un altro secolo. In un altro millennio. Prima del cambio di vento, prima del mondo al tempo dell’immigrazione, prima della grande crisi, fra la civiltà global e la riscossa identitaria.
Fatto salvo il sacro diritto-dovere del giudice di applicare la legge, questa storia della Lega a processo per banda armata è un paradosso che racconta le anomalie croniche di un Paese Pulcinella e assieme la fenomenologia della «rivoluzione dolce» che il Carroccio stesso ha compiuto. Racconta l’«eversione» che si fa «istituzione» nel momento in cui un pezzo del partito di Bossi – in testa il leader veneto Gian Paolo Gobbo – rischia il carcere mentre ci sono un ministro dell’Interno padano in carica, un governatore del Veneto in pectore, un partito di governo-governo che alleatissimo di Berlusconi condiziona le più grandi partite della politica del Paese. Eversione (presunta e tutta da dimostrare ovviamente) che si fa istituzione nel rito di passaggio che porta le ronde, figlie di quelle camicie verdi, a diventare perfino legge dello Stato. Lo stesso Stato che ora quei «pionieri della sicurezza» processerà.
Fatto salvo il sacro diritto-dovere di un giudice di indagare, ci si chiede se sia sbagliata la legge che vede diventare ormai «storico» un episodio di «cronaca politica» ascrivibile giudiziariamente al codice penale o se, anche dopo 14 anni, qualcuno debba ancora pagare. E ci si chiede, per converso, se avranno lo stesso trattamento giudiziario quei «bontemponi» di trevigiani epigoni della Lega che sono finiti in manette qualche mese fa (loro sì) per aver costituito la fantomatica «Polisia veneta», corpo separato dallo Stato, rubando qualche divisa ai vigili urbani e facendo proselitismi con pane e soppressa.
Naturalmente molto di questa vicenda – depurata dai suoi tratti «sociologici» – sta nelle date. Nei giorni in cui si vota e si litiga sullo «scandalo» del processo breve – fatta la tara delle polemiche sulle leggi ad personam – diventa emblematico ma soprattutto avvilente discutere di un caso che risale al 1996. Una colpa, fra l’altro, che i giudici veronesi non hanno. Solo per stabilire se una serie di imputati fossero processabili (a cominciare proprio dal ministro Maroni e da Bossi, salvati dall’immunità parlamentare) ci sono voluti quattro anni di contenzioso davanti alla Corte Costituzionale per il conflitto di competenze, mentre il resto lo hanno fatto gli impegni degli indagati (onorevoli, europarlamentari e via titolando).
Un processo del genere o si fa nei dintorni del «subito» o non si fa. E se si celebra il secolo successivo bisogna avere il coraggio «collettivo» di andare incontro a un esito che può essere deflagrante. Anche se, mai come in questo caso, il giudizio della storia sembra superare quello della cronaca.
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23 gennaio 2010
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Un golpe criminale si aggira per l’Italia

Un golpe criminale si aggira per l’Italia
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24 e 29 agosto, 3 settembre 2009
di Alessio Di Florio
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’Viva l’Italia, assassinata dai giornali e dal cemento’ canta De Gregori. E il peggior cemento è quello che sta bloccando le sinapsi neuronali, che impedisce di pensare, che omologa e massifica tutti. E i giornali che sono tra i più grandi esecutori. Mentre il regime mafiosocratico sta sconfiggendo il terribile cancro di cui è vittima: lo Stato democratico …
L’ultimo mese ha visto riemergere dalla nebbia della storia italiana un fantasma che l’accompagna dall’alba della Repubblica: il golpe. A partire dalla strage di Portella della Ginestra, passando per l’attentato a Togliatti e il golpe Borghese solo per ricordarne alcuni, periodicamente torna il rischio di un sovvertimento armato delle istituzioni. Che, puntualmente, si ferma ad un passo dal realizzarsi.
In queste settimane il fantasma del golpe è stato evocato da Scotti e Ciampi, uomini delle istituzioni nel 1992 delle stragi di mafia. Una strategia di sangue che puntava a destabilizzare il cuore delle istituzioni italiane. Una stagione di sangue e bombe che, improvvisamente, si è fermata nell’ottobre 1993, dopo il fallito attentato fuori dello stadio Olimpico di Roma durante Lazio – Udinese.
Ma in realtà, e tutti ne sappiamo mandanti, esecutori e complici (anche perché, in larga parte, siamo tra loro) c’è un golpe silenzioso che non si è mai fermato. Un golpe fatto di menzogne, connivenze criminali, repressione violenta, omertà, corruzione, cancellazione di ogni dignità personale, che ha conquistato il cuore dello Stato Italiano, e ha annullato ogni possibilità di democrazia.
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I tromboni per i teoremi di Ciancimino e i silenzi sul vertice massonico del 2 giugno 1992
Tutto il turbillon di dichiarazioni, comprese quelle di Ciampi e Scotti, sono successive alle parole di Totò Riina e all’ennesimo risveglio di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del sacco di Palermo. Ancora una volta, come periodicamente accade, il pupillo del noto politico mafioso, è tornato a parlare del ’papello’ del padre: la lista delle richieste di Riina allo Stato italiano per far cessare gli attentati fuori dalla Sicilia. Una trattativa così ben strutturata e avanzata che Riina trattò con Mori, che lo arrestò su consegna di Provenzano (ma qualche mese prima degli attentati fuori dalla Sicilia). Un papello che Ciancimino continua a millantare di avere a casa, e di poter consegnare alle procure quando vuole e che, diverse volte, si mostra ad un passo dal fare (fermandosi sempre su quel passo). E, ancora una volta, tutti a pendere dalle sue labbra, ad aspettare chissà quale mirabolante rivelazioni (sarà un caso che, due settimane dopo, è stato firmato il protocollo per la costruzione delle centrali nucleari tra EDF e Enel? Vogliono alimentarle con le balle di Ciancimino?). Poco è mancato che, dopo i dubbi avanzati da un procuratore, gli arrivassero le scuse ufficiali e solenni del Parlamento a camere riunite e a reti unificate. Ma, mentre si continuano su quella oscura stagione italiana, a dar fiato ai teoremi inconcludenti e fuori da ogni realtà dei Ciancimino e dei Travaglio su una delle poche vicende chiarite e limpide della storia d’Italia (l’arresto di Totò Riina), non viene squarciato il velo omertoso su quanto accadde dopo il 2 giugno 1992. Quel giorno, sul panfilo Britannia di proprietà della Regina Elisabetta, si riunirono i maggiori esponenti della finanza italiana (a partire da Prodi, Draghi, Amato e Ciampi). Quel giorno fu definitivamente stabilita la strategia di parte della massoneria italiana, che governa banche italiane ed inglesi (valgano gli esempi di Goldman Sachs e Merryl Linch su tutti) che mise in ginocchio l’economia italiana (decidendo anche la svendita all’estero di gran parte delle industrie italiane), a partire dalla speculazione monetaria di Geoge Soros che, in un solo giorno (16 settembre 1992), distrusse la lira.
Davanti a tutto questo, va ricordata la vicenda di Pino Masciari, il coraggioso imprenditore calabrese che ha denunciato il racket delle estorsioni. Per farsi ricevere da Napolitano è dovuto arrivare allo sciopero della fame, dopo che la scorta gli è stata revocata (la sua gravissima colpa è stata quella di andare nelle scuole e nei teatri a raccontare la sua storia e ad invitare altri a fare come lui). Pino sta vicendo la sua battaglia, al contrario di Piera Aiello, cognata della collaboratrice di Paolo Borsellino Rita Atria e animatrice di una delle migliori associazioni antimafia d’Italia. Piera ha scoperto di essere rimasta senza scorta quando due carabinieri l’hanno tradita, indicando ai boss di Partanna dove viveva, e la sua vita corre un fortissimo rischio.
Negli ultimi anni, tutti i garofani della politica italidiota hanno innalzato il vessillo della sicurezza e della lotta alla mafia. Ma, davanti a quanto vi abbiamo appena raccontato, stiamo ancora aspettando qualsivoglia cenno dal Ministero di Disgrazia e ingiustizia, lo stesso che si pavoneggia per ogni arresto di un mafioso (come se li arrestasse lui…) e in ogni possibile occasione pubblica. Come se si stava aspettando lui, novello Messia, per lottare contro la mafia.
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L’Italia è in guerra. E i nostri governanti demoliscono il dettato costituzionale
Due legislature fa Gustavo Selva, parlamentare di AN (lo stesso che chiamò l’ambulanza del 118 per farsi accompagnare in uno studio televisivo e si offese sdegnato quando gli fu fatto notare che, per l’uomo della strada, è un reato penale … ), affermò che le missioni di pace erano una balla per far digerire a Ciampi l’impegno militare in Iraq e Afghanistan. Oggi La Russa afferma chiaramente che in Afghanistan è guerra (noi pacifisti lo dicevamo nel 2001…) ma non chiederà la ratifica parlamentare dello stato di guerra. Nonostante il complesso militarista e bellicista occupi l’intero arco parlamentare (mentre oltre il 70% degli italiani mantiene posizioni pacifiste, e questo già dice tutto sulla presunta democrazia parlamentare italiana…) non hanno il coraggio di ratificare quello che loro stesso non riescono a nascondere più. Sono così abituati a calpestare la Costituzione e la legalità che, anche quando possono, non vi sanno rientrare.
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Zio Remo Gaspari, il padrino della politica abruzzese
All’incirca un mese fa a Cupello (paese dell’Alto Vastese) c’è stato un incontro pubblico, alla presenza del presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi e di Remo Gaspari, un nome che fuori d’Abruzzo non dice assolutamente nulla ma che è stato tra i protagonisti della DC regionale negli ultimi decenni (e la sceneggiatura era la stessa nazionale che tutti conosciamo …). Argomento ufficiale della serata: lo sviluppo d’Abruzzo e le energie rinnovabili. Dopo il comizio di Chiodi, la dott.ssa Maria Rita D’Orsogna (ricercatrice in una delle più prestigiose università statunitense, e che vanta collaborazioni con università di tutto il mondo, dal Canada all’Australia, quindi non proprio una sprovveduta…) ha chiesto la parola, per poter fare una sola semplice domanda a Chiodi: cosa ne sarà del futuro dell’Abruzzo e delle concessioni petrolifere che (dati ufficiali del Ministero per le Attività Produttive) occupano quasi metà regione? E’ stata fisicamente strattonata e spintonata mentre Chiodi e il suo vicino di tavolo la insultavano pesantemente. Insulti estesi ad alcune persone che hanno tentato di difendere la dott.ssa D’Orsogna dall’aggressione fisica. A questo punto è intervenuto Remo Gaspari. Zio Remo ha calcato la mano sugli insulti, affermando che sono gli stessi che hanno sempre fatto il male dell’Abruzzo. Una regione che, parole sue testuali o quasi, è soffocata dai costi di 26 ospedali (la gran parte inutili) e di un clientelismo che impedisce qualsiasi sviluppo.
La gran parte delle persone presenti, immobili durante l’aggressione, hanno applaudito Gaspari e preso le sue parti.
Remo Gaspari, lo ripetiamo, di quegli ospedali e del clientelismo politico ne è stato (ed è tutt’ora, in parte) non soltanto un protagonista, ma il grande architetto. Padrino della DC, la su abitazione è stata meta di pellegrinaggio per centinaia, forse migliaia, di persone, prone a chiedere favori ed elargizioni. Per moltissimi anni è stato lui il crocevia politico di ogni manovra politica, di ogni feudo di favori e scambi elettorali. Dopo una delle peggiori stagioni politiche abruzzesi, sentire quel che afferma, e constatare che è ancora seguito, offende le coscienze civili e democratiche. Sentirlo offendere una insigne ricercatrice universitaria e lavarsi le mani, come novello Pilato, del clientelismo rampante è deprimente. Una scena a metà tra il vecchio professore de ’La città vecchia’ di Dé Andre e il vecchio acido che voleva sposare Lady Marion in Robin Hood.
E’ passato il G8 delle meraviglie e L’Aquila sta sparendo. I riflettori si accendono solo ad ogni calata di Berlusconi e dei suoi ascari, in ossiequio al circo mediatico. Le tendopoli e i suoi abitanti non esistono più. Quante ore di trasmissione e pagine hanno dedicato televisioni e giornali alla calata di Bossi e Calderoli? In questi giorni, in diverse tendopoli, è in corso una emergenza sanitaria di proporzioni vastissime, a dimostrazione ancora una volta della gestione dissennata e criminale da parte della Protezione Civile e dello strisciante colpo di Stato in atto (come lo ha definito il portavoce dell’Abruzzo Social Forum Renato Di Nicola). Decine sono i casi di intossicazione alimentare, in molti casi sfociata in probabile salmonella. Dove sono le prime pagine?
49 operai da un anno e mezzo presidiano la loro fabbrica. In omaggio alla Costituzione Italiana chiedono di poter continuare a lavorare, in una fabbrica con grandissime capacità produttive e un portafoglio ordini ampissimo. Le cariche della polizia sono diventate, nei principali telegiornali nazionali (a partire dagli stessi che, vergognosamente, hanno tessuto le magnifiche sorti dell’Honduras dopo la presa del potere da parte del golpista di Bergamo alta Micheletti) tafferugli e scontri causati da facinorosi esaltati.
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Cosa hanno detto…
Gli ultimi anni hanno visto succedersi al governo, e in buona parte ci sono ancora, deputati(nonché ex presidenti della Commissione Giustizia, mentre difendevano camorristi) che hanno infangato un martire della lotta alla camorra come don Peppino Diana mentendo spudoratamente (Gaetano Pecorella), ministri che hanno solidarizzato con governi che pochi anni dopo hanno bombardato (nel 1996 l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini strinse la mano al Presidente della Federazione Jugoslava Slobodan Milosevic, nel 1999 il suo governo ha partecipato ai bombardamenti NATO su Belgrado), parlamentari che hanno definito un eroe il mafioso Mangano (Dell’Utri), deputati condannati a 11 anni per aver corrotto giudici (Cesare Previti, ma la persona che ha beneficiato della corruzione resta al potere e non è stata condannata), ministri che hanno affermato che con la mafia bisogna convivere (l’ex ministro Pietro Lunardi) e altri che bisognava ’rivedere’(leggasi eliminare) i progetti scolastici che si occupavano di mafia e legalità nei quali era coinvolta Libera (l’ex ministro dell’Istruzione Letizia Moratti), parlamentari e ministri che affermano che non si riconoscono nella bandiera italiana ma solo in quella padana e che, sulla Costituzione Italiana, ma hanno giurato da padani (Bossi e Calderoli). Il loro gruppo parlamentare si chiama ancora ’Lega Nord per l’indipendenza della Padania’. Abbiamo poi deputati che definiscono triste l’intitolazione a Falcone e Borsellino dell’aeroporto di Palermo (Micchiché) e altri che tentanto di cancellare il nome di Pio La Torre. E l’elenco potrebbe proseguire all’infinito, tra tribunali che hanno accertato il finanziamento della Sacra Corona Unita al presidente del Consiglio che bombardò Belgrado e coinvolgimento (nel lontano 1990) in traffici di droga del presidente del Consiglio del giorno che assassinarono Carlo Giuliani.
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Nessuna voce per l’assassinio di Aldo e i miliardi di dollari sequestrati a Chiasso
Tutti noi conosciamo, vista l’ossessionante attenzione di televisioni e giornali, l’omicidio a Perugia della studentessa statunitense Meredith Johson. Migliaia di pagine su tutti i giornali, innumerevoli speciali di ’Porta a Porta’, Matrix e dirette nei telegiornali delle udienze. Nelle stesse settimane moriva Aldo Branzino. Arrestato, in maniera del tutto arbitraria dopo un controllo di polizia (la minima quantità di sostanze stupefacenti trovate nella loro auto non può giustificare una notta in cella), la mattina dopo viene trovato morto, con sul corpo le evidenti tracce di un pestaggio. Silenzio più totale.
Così come per Ramesh, ucciso da un vigile Rambo a Como. O Federico Aldrovrandi, stessa storia di Aldo ma città diversa: Ferrara. Dopo aver opportunamente foraggiato l’industria della paura contro lo straniero hanno approvato una serie di norme contrarie alla Costituzione, al diritto internazionale, ai principi cristiani di cui si fanno bandiera, e all’umanità stessa. Qualcuno cerchi per favore, e se le trova ci faccia sapere perché noi ne abbiamo trovate, i titoloni a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali per la ragazza che si è recentemente suicidata a seguito dell’approvazione della legge e per i periodic pestaggi di migranti e omosessuali.
Nell’ultimo anno, agitando lo spettro della ’crisi economica’, hanno fatto accettare di tutto, dai soldi regalati alle banche (ma le pensioni costano troppo e vanno tagliate) alle speculazioni industriali-edilizie peggiori (e solo la resistenza straordinaria dei lavoratori ha impedito alla INNSE di aggiungersi alla lista).
Il 3 giugno scorso a Chiasso sono stati arrestati due corrieri giapponesi. Portavano con loro titoli statunitensi per un valore di 134.5 miliardi, quasi certamente veri. Una cifra che, se immessa sul mercato, avrebbe innescato una speculazione finanziaria che quella del 1992 di Soros (e che portò al crollo della lira dalla mattina alla sera) impallidisce. Silenzio totale.
Il silenzio che ’è uguale a morte’ e decide le sorti italiane.
Un silenzio ordinato a tavolino e che sceglie cosa va detto e cosa no, come orientare i consumatori passivi di democrazia. Un silenzio nel quale le parole cambiano di significato e vengono snaturate. Dove una persona in cerca di un futuro e di dignità si chiama CLANDESTINO. E’ un criminale, come criminale è chi difende posti di lavoro e la Costituzione, e non si allinea al pensiero unico dominante. Perché chiedere giustizia, rispetto dei diritti civili ed umani è un crimine.
Come ha scritto Roberto Saviano, gli unici che veramente hanno saputo ribellarsi alla mafia e lottare per la legalità nell’ultimo anno sono stati i migranti. Massacrati a Castel Volturno e sfruttati in Calabria. Ma non interessano a nessuno. Perché la dignità non è una merce interessante per la televisione (e quindi per il mercato delle vacche che ancora ostinatamente chiamiamo ’politica’ ed ’elezioni’) e i migranti sono tutti potenziali CRIMINALI, pensare che facciano qualcosa di positivo sarebbe sovversivo e pericoloso.
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fonti: http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=2591
SCELTE ETICHE – Quando un piccolo gesto può fare la differenza
Quando un piccolo gesto può fare la differenza

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D.ssa Maria Concetta Digiacomo – 22 gennaio 2010
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Quando si parla di Fame nel mondo, si rischia troppo spesso di fare un discorso demagogico e in quanto tale può non essere sentito dai più. Spesso il problema viene vissuto come qualcosa che non possiamo modificare. Nel nostro piccolo, nel nostro vivere quotidiano, possiamo pensare di fare beneficenza aiutando i più poveri, facciamo delle donazioni, aiutiamo delle associazioni umanitarie di cui ci fidiamo, ma a volte basta anche un gesto apparentemente insignificante, che invece ha delle ripercussioni veramente rilevanti. Vorrei così dare un messaggio semplice, apparentemente poco significativo, ma al tempo stesso di sostanziale rilevanza.
I numeri
- 900 milioni di persone soffrono la fame e ben 2 miliardi sono quelle mal nutrite;
- ogni anno 11 milioni di bambini muoiono per cause facilmente prevenibili (basterebbe molto spesso che avessero almeno accesso all’acqua e che questa fosse potabile). Molti altri ancora si “perdono in mezzo ai vivi”, resi invisibili dalla miseria. Di loro si perde ogni traccia, perché mai registrati alla nascita, perché rimasti orfani in età troppo tenera o perché finiti con in mano un fucile in un inferno molto più grande di loro, o finiti nel giro della prostituzione o finiti nel macabro, ma molto ben orchestrato (ad alti livelli!!) giro del traffico illegale degli organi!!
- Oltre 600 milioni di loro, sotto i 5 anni di età, sopravvivono con meno di 1 dollaro al giorno, 200 milioni sono affetti da rachitismo per malnutrizione e oltre 110 milioni non vanno a scuola.
Dall’altra parte…
- 1 miliardo e 142 milioni di persone sono sovrappeso.
- 29.2 milioni di persone ogni anno muoiono per eccesso di cibo (17,5 milioni per patologie cardiovascolari, 9 milioni per patologie tumorali, 3,8 milioni per diabete…)
Cosa dire della parte più nobile e più pulita, di quel mondo meraviglioso e magico che apparterrebbe loro, di un diritto inviolabile: l’INFANZIA?
Vengono privati di tutto questo, con un vero e proprio “saccheggio”!!
Perché organizzazioni importanti come la F.A.O. ad esempio, con i suoi 3500 dipendenti, di cui 1600 dirigenti ben stipendiati, da anni si interessano e si “impegnano” a tentare di risolvere il problema della fame, ma non ci riescono!? E perché gli affamati nel mondo aumentano sempre di più senza che a livello di organizzazioni che si fanno carico di questi problemi, non si riesce a trovare una soluzione? Forse perché da sessant’anni, ogni anno si organizzano vertici per discutere di Fame, davanti a tavole imbandite di cibo, o forse perché il 70 % dei dipendenti non vive sul campo, ma comodamente a Roma? O forse il problema è ancora più grande e la Fame è volutamente e lucidamente DECISA “A TAVOLINO” NEGLI AMBIENTI DELL’ALTA FINANZA E NELLE “STANZE DEI BOTTONI”?
Di fronte a questo scenario cosa possiamo fare noi? Di certo non possiamo “risolvere” il problema di così difficile soluzione, ma possiamo fare la “NOSTRA PARTE”.
Le premesse:
- Per produrre 1 kg di carne ci vogliono circa 15.000 litri di acqua;
- Per ogni kg di carne prodotto, servono 16 kg di cereali per nutrire gli animali.
- Gli allevamenti di bestiame sono responsabili del 18% delle emissioni complessive di gas serra;
- La produzione di 1 kg di carne causa emissioni equivalenti a 36,4 kg di anidride carbonica;
- Il bestiame è una fonte diretta di metano, 23 volte più dannoso dell’anidride carbonica;
- Ogni ora vengono uccisi, solo negli Stati Uniti, 500.000 animali;
- 2/3 delle terre fertili del pianeta, sono usate per coltivare cereali e legumi per gli animali che saranno poi macellati.
Il numero enorme di animali allevati, per produrre carne:
- Bovini = 1.300.000.000,
- Suini = 1.000.000.000,
- Ovini + Caprini = 1.700.000.000
- Avicoli = 12.000.000.000!!!
contrasta in maniera stridente con i dati sulle popolazioni che muoiono ogni giorno per fame (due su dieci!).
Usare l’85% della produzione di cereali per alimentare gli animali e destinare poi questi all’uomo, da origine ad una catena divoratrice di risorse. E’ stato calcolato che per l’alimentazione del solo miliardo e trecentomilioni di ruminanti del pianeta, si utilizzano cereali che sfamerebbero 9 miliardi di persone!! Quindi le produzioni attuali di cereali sarebbero già più che sufficienti a sfamare tutti: basterebbe ridistribuire la risorse e diminuire il consumo di carne dei paesi ricchi.
Se solo si diminuisse la produzione di carne quanto più cibo ci sarebbe ? Quanta più acqua?
Quanto meno inquinamento? Perché a livello di FAO o di grosse organizzazioni ONU, non si riesce a mettere in relazione l’aumento della fame con la produzione di carne: nel 2007 la produzione di carne è stata circa 275 milioni di tonnellate; nel 2008 pare supererà i 280 milioni, e a questo ritmo nel 2050 sarà raddoppiata! E sempre che il nostro pianeta resista, saranno anche raddoppiati i morti per fame!
La nostra parte: Rajendra Pachauri, presidente del panel intergovernativo sui mutamenti climatici delle Nazioni Unite, ha recentemente proposto per la salvaguardia del nostro pianeta, per il nostro benessere e per la fame nel mondo, una soluzione”veloce” e alla portata di tutti: RINUNCIARE A FETTINA O BISTECCA UNA VOLTA ALLA SETTIMANA!
La proposta di Pachauri (premio nobel per la pace) è sensata e legittima, dunque mangiare meno carne farà bene al clima, all’ambiente, e sicuramente anche a noi stessi.
Il valore etico di una scelta vegetariana è quindi elevatissimo, rappresentando una scelta di giustizia, di lotta contro la disuguaglianza e la sofferenza dei più deboli, inclusi gli animali non umani. Capisco che questa scelta non può,e di questo me ne rendo conto, essere di tutti.
Ma se ognuno di voi, o di quanti mi leggeranno e vorranno ascoltare il mio modesto suggerimento, adottasse questa semplice e”veloce” soluzione, così come propone Pachauri, rinunciando a mangiare carne 1 volta la settimana, o riducendo in generale l’alimentazione con prodotti di origine animale, inciderebbe in maniera significativa sulla propria salute, del mondo, della natura e degli altri “poveri” dimenticati.
D.ssa Maria Concetta Digiacomo, medico di famiglia
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fonte: http://www.disinformazione.it/piccolo_gesto.htm
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LA DESTRA E LA FAME DI CULTURA – Arte, Sgarbi al potere

Arte, Sgarbi al potere
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tutti gli articoli dell’autore
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«Ora che sono stato nominato direttore del Padiglione Italia per la Biennale 2011 posso finalmente dire con serenità che esiste una mafia nell’arte. Ci sono artisti come Cattelan, Damien Hirst e Vanessa Beecroft che sono diventati obbligatori. C’è un mondo di interessi economici che consacra alcuni a danno di altri. Mafia è rendere alcuni autori obbligatori e relegarne altri nell’ombra. Mi hanno messo nel massimo del casino. A Venezia sarò il primo commissario antimafia dell’arte, e non avrei potuto divertirmi di più». Come potrete immaginare, chi ha rilasciato questa dichiarazione è un professionista delle frasi ad effetto, il critico d’arte nonché opinionista televisivo con urla incorporate nonché a suo tempo parlamentare per Forza Italia Vittorio Sgarbi. Ora si paragona ai commissari antimafia che rischiano la pelle e devono privarsi spesso di una vita privata decente.
Come probabilmente saprete, e se non lo sapete ve lo segnaliamo, Sgarbi succede al duo dei precedenti critici Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli (entrambi di destra) e sceglierà lui gli artisti dello spazio italiano della prossima Biennale. Lo ha incaricato Sandro Bondi, ministro per i beni culturali che, subito dopo le elezioni regionali, potrebbe lasciare il posto che non ha mai amato al governatore in uscita dal Veneto, Galan. Bondi, in uno slancio di generosità, ha consegnato a Sgarbi un altro incarico di peso e di potere: vaglierà lui le opere che acquisterà il museo d’arte contemporanea Maxxi di Roma la cui apertura è programmata per la primavera. La doppia nomina ha un senso logico: mettere la destra, che nell’arte contemporanea è sempre stata ai margini perché non gliene fregava niente, al centro di un sistema finora sbirciato solo durante i cocktail e le inaugurazioni. La destra al potere vuole occupare anche spazi culturali a lei poco familiari perché li snobbava e non perché – come usano raccontare molti – c’erano i comunisti al potere.
Il critico d’arte, che conosce bene quella antica, ha già detto qualcosa. Alla Biennale gli piacerebbe portare il Cristo Morto di Mantegna, dipinto magistrale, opera fragilissima che quando era sottosegretario ai beni culturali Sgarbi riuscì ad avere in prestito per una mostra a Mantova nonostante il parere contrario dei tecnici. Potenza del potere… Alla Biennale farà di tutto per suscitare polemiche e ci riuscirà. Non esclude uno sperimentatore come Damien Hirst (geniale nell’usare il mercato peraltro) e già lancia qualche sasso: ha detto che al Maxxi vorrà artisti come Gnoli (pittore di gran vaglia, in effetti) Guarenti, Guccione, Ferroni, Sughi, Cordelia Von den Steinen, svizzera, vedova di Pietro Cascella, scultrice figurativa. Il segnale è però più complesso dello stesso Sgarbi e questa nomina ne è una delle tante spie: la destra vuole prendersi ogni spazio e vuole “restaurare” culturalmente e politicamente parlando. Anche un quadro può servire.
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Sgarbi con truffa
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Alessandro Roveri
SGARBI CON TRUFFA
Prodezze e sconcezze di Vittorio Sgarbi
Pagg. 199 – € 12,91 – ISBN 88-7953-065-8
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Il D’Annunzio della Standa. Edipo in provincia di Ferrara. La politica come avanspettacolo. Un giullare per il potere. Un truffatore “garantista”. Inganni quotidiani. L’assenteista pluricandidato. “Manutengolo del regime”. L’ascaro del partito-azienda. Rivolta popolare. Un privato degno del pubblico. Nuove prodezze, nuove sconcezze…
In appendice, il testo della sentenza della Pretura di Venezia che ha condannato lo Sgarbi per il reato di falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato.
clicca sull’immagine per andare al catalogo Kaos Edizioni
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ALESSANDRO ROVERI (Cattolica, 1929) è stato docente di Storia presso l’Università di Ferrara. Tra le sue pubblicazioni: Le cause del fascismo (Il Mulino, 1985); Da Versailles a Hitler (Mondadori, 1991); Mussolini (Mondadori, 1994); Il socialismo tradito (La Nuova Italia, 1995); Breve storia della Rivoluzione francese (ESI, 1995).
TECNICHE DI CINEMA – Avatar, odissea nel percepibile
Avatar, odissea nel percepibile
Un viaggio oltre la proiezione. Dai brividi indotti degli anni ’50 al 3D stereoscopico di Cameron. Lo scrittore di s/f intervista il professionista dei VFX per immergerci nelle malìe del kolossal più preannunciato del decennio
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Roma – Vi piace? Non vi piace? Esaltati? Delusi? Inviperiti con la prudente distribuzione italiana? Prenotati i biglietti per la proiezione di oggi, ora che anche l’arretrato Belpaese – smaltite le inevitabili “vacanze cinepanettoniche” – sarà invaso dagli azzurrini alieni dalle orecchie a punta? Comunque la pensiate, a quanto pare ancora una volta Cameron è qui per lasciare il segno: nel mondo dell’umanamente visibile, come ha fatto più o meno ad ogni sua uscita sul grande schermo, e anche nel mercato globale dell’entertainment. Giacché, se ha aspettato 15 anni per disporre delle tecnologie in grado di far vedere cosa brulicava nel suo emisfero destro, di certo non l’ha fatto per tirar fuori dal cilindro una geniata per pochi visionari alla Terry Gilliam e mandare in bancarotta qualche venale produttore.
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No, la Cameron Lightstorm Entertainment scende in campo solo per vincere. E vincere, nel Paese che ha inventato il marketing, significa poter contare su un significativo numero di sale attrezzate per far apprezzare per bene al pubblico quel che il maitre gli ha cucinato e porsi nei confronti del mondo delle major e dei finanziatori non solo come un artista innovativo, ma come un vettore di business, ossia come l’ariete che dovrebbe sfondare le porte dei nostri soggiorni per farci fare spazio alla nuova generazione di lettori, schermi e periferiche atte a tridimensionalizzare anche l’home video, che l’industria vorrebbe quale nuova frontiera del mercato dell’entertainment.
Ma ora entriamo nel merito della questione più sbandierata. Quando sappiamo che ormai sono digitali non solo i voli dei vampiri di Twilight/New Moon, ma anche il mare giapponese di Flags of our Fathers o le strade con auto anni ’30 di Changeling di Eastwood, tanto per citare un regista molto classico nella forma, cos’ha questo Avatar per essere considerato il film “più avanti” sul pianeta Terra? A spiegarlo a Punto Informatico è Pierfilippo Siena, Visual Effects Producer e Digital Post Production Supervisor di Rebel Alliance, uno che la postproduzione digitale la fa per mestiere (dal serbo Zone of the Dead all’ultimo, ancora inedito Zeffirelli).
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Mario Gazzola: Cosa rappresenta Avatar nella storia del cinema? Non è il primo film che tenta di scuotere l’incredulità con l’ausilio della tecnologia…
Pierfilippo Siena: Per rispondere adeguatamente, è necessario partire da una premessa: oggi in effetti tutto il cinema è digitale, dai supereroi dei fumetti, alle creature horror, ai cieli nuvolosi in un film di Nanni Moretti. E in ogni film si impiegano più o meno gli stessi applicativi: Maya, Photoshop, Renderman. Nondimeno, nella storia del cinema, sono apparsi alcuni film che hanno funto da momenti di rottura, che sono stati davvero in grado di innovare la Settima Arte segnando altrettante pietre miliari con cui il futuro avrebbe dovuto fare i conti per anni.
Ad esempio, quando Stanley Kubrick completò, dopo quattro anni di lavorazione, il suo 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey, 1969), i veri astronauti dissero che volare nello spazio era un po’ come avere visto il film, e qualcuno paragonò la sequenza dello Stargate all’uso dell’LSD. Negli anni ’70 spettò a George Lucas con il primo capitolo della trilogia classica di Star Wars, l’Episodio IV (Star Wars Episode IV: A New Hope, 1977), il merito di avere rivoluzionato sia sul piano tecnologico che narrativo il modo di fare cinema.
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Eppure, la volontà di portare il pubblico in sala a nuovi livelli di fruizione visiva, sensoriale ed empatica risale a molto tempo addietro: senza scomodare Georges Méliès o D.W. Griffith, già negli anni ’50 lo sviluppo del cinema in 3D aveva permesso agli spettatori di provare emozioni uniche grazie all’utilizzo di occhialini speciali con una lente rossa ed una blu. Ma spetta al regista e produttore William Castle, con l’horror-thriller Il mostro di sangue del 1959 (The Tingler), il merito di avere tentato una sperimentazione innovativa con il preciso scopo di andare oltre la semplice proiezione sul grande schermo: l’ha fatto con il sistema chiamato Percepto!. Nelle scene più terrorizzanti della pellicola, ma solo nelle grandi sale cinematografiche degli Stati Uniti, vennero applicati dei buzzer, cioè dei dispositivi elettrici che davano una lieve scossa al malcapitato spettatore al culmine delle scene da brivido. L’acquisto di tali dispositivi comportò una spesa aggiuntiva di ben 250mila dollari sul budget del film. Ma l’intuizione era corretta al punto che con il più rozzo e dozzinale Emergo si cercò di intraprendere la stessa strada calando uno scheletro gonfiabile fosforescente sulle persone al buio durante la proiezione del classico La casa dei fantasmi sempre del 1959 (House on Haunted Hill), sempre di William Castle. L’anno successivo, nel 1960, con I 13 fantasmi (13 Ghosts) ancora Castle si inventava l’Illusion-O, un sistema basato su un paio di occhiali grazie ai quali gli spettatori potevano, indossandoli o no, scegliere se vedere o meno i fantasmi sullo schermo, nel caso fossero stati troppo terrorizzanti!
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M.G.: Insomma, vuoi dire che il futuro ha comunque radici lontane… Abbiamo parlato di vista: ma ci sono altri sensi da mettere in gioco…
P.S.: Già: solo negli anni ’70 la sofisticazione della tecnologia audio permise di spostare l’attenzione dei cineasti dai sistemi artigianali sopra descritti all’utilizzo del sonoro per amplificare, letteralmente, l’impatto della barriera audio/video sulle platee mondiali. Nacque quindi il sistema Sensurround, inaugurato con Terremoto di Mark Robson del 1974 (Earthquake) basato su enormi diffusori in legno che si attivavano nelle scene di maggiore portata spettacolare e, trasmettendo basse frequenze durante le scene del terremoto, facevano realmente tremare le poltrone delle platee, rendendo molto più suggestiva l’esperienza. Seguirono La battaglia di Midway di Jack Smight, del 1976 (Midway), un classico film bellico interpretato da un superbo cast di vecchie glorie hollywoodiane e quindi nel 1979 Battaglie nella galassia di Richard A. Colla, ovvero l’edizione per le sale dei primi tre episodi del serial televisivo Battlestar Galactica, un clone di Star Wars prodotto da Universal Pictures nel 1978.
M.G.: Video, audio… e gli altri sensi? Come era possibile coinvolgere lo spettatore in un’ordinaria sala cinematografica?
P.S.: Non di sole sale ordinarie si tratta. Nei parchi a tema della Disney, ed a seguire in quelli appartenenti ad altre compagnie, si intratteneva con i rides (i percorsi che si seguono a bordo di piccole navette o veicoli ancorati ai binari). L’idea di rendere l’esperienza sempre più realistica fece ricorso all’uso di apparati visivi, sonori, meccanici, comprendendo anche l’apporto della simulazione del clima con ambienti caldi, freddi, umidi, secchi, completi persino di sensazioni olfattive.
Altri esempi eccezionali sono Captain EO, un cortometraggio musicale di fantascienza interpretato da Michael Jackson ed Anjelica Huston, diretto da Francis Ford Coppola e prodotto da George Lucas. Anche se Captain EO fu annunciato per il 1985 e realizzato per la Walt Disney Production, il corto venne mostrato a DisneyWorld, in Florida, la prima volta nel 1986, al Magic Eye Theater. Fu poi proiettato fino al 1995 circa, nei parchi Disney di tutto il mondo, in esclusiva. Captain EO rimane unico per come presentò le scene al pubblico: spesso le sale vennero modificate o addirittura costruite ex-novo per poter proiettare questo speciale film. A parte gli spettacolari effetti visivi speciali realizzati dalla Industrial Light & Magic, una divisione della Lucasfilm Ltd., comprendenti super-dettagliate miniature di astronavi, animazione stop-motion, 2D, tecniche di ripresa in motion-control con movimenti della macchina da presa controllati da computer, gli effetti speciali in teatro inclusero laser sparati sulla testa del pubblico, luci, fumogeni e campi stellari lungo i muri, oltre all’impianto sonoro ad alta fedeltà, di enorme impatto emozionale. Di durata pari a soli 17 minuti, costò tra i 17 e i 30 milioni di dollari, Captain EO fu allora il film più costoso mai prodotto.
Ancora, nel 1992 avvenne il debutto di Star Tours, l’attrazione ispirata a Star Wars. La sua tipologia è quella dei classici simulatori che si trovano da molti anni nei parchi a tema o anche in alcuni luna park. A dispetto di una tecnologia che sembrerebbe ormai obsoleta, Star Tours si può considerare come uno dei migliori simulatori al mondo, sia per la qualità delle scenografie dell’attrazione, sia per il livello di coinvolgimento che regala, poiché, una volta a bordo di una delle navette, di fronte viene proiettato un filmato prodotto sempre da Industrial Light & Magic che è sincronizzato con i movimenti di tutto il simulatore, facendoci accelerare alla velocità della luce, navigare dentro sciami di asteroidi, combattere contro i caccia stellari TIE e gli Star Destroyer dell’Impero, fino ad attaccare la gigantesca Morte Nera assieme ai caccia Ala-X dell’Alleanza ribelle.
Gli anni ’90 e 2000 possono essere considerati più che storia recente, cronaca. Il sistema Dolby Digital 5.1, i concorrenti DTS e SDDS (Sony Dynamic Digital Sound), la certificazione di qualità THX, i passi da gigante compiuti dalla grafica 3D fanno ormai parte del quotidiano per coloro i quali lavorano nel mondo dello spettacolo ma anche per chi ne è un semplice fruitore.
Eppure sono molti anni che attendevamo un nuovo evento epocale e tale è stato il debutto di Avatar di James Cameron, tornato alla regia ben 13 anni dopo il successo planetario di Titanic del 1997.
M.G.: E qui ti vogliamo. Avatar si inserisce senza dubbio nel filone del cinema esperienziale, sensoriale: che sapore lascia in bocca? Perché lo definiresti un evento epocale, se ci dici che in fondo si impiegano sempre le stesse tecniche e gli stessi software di animazione, colorazione, postproduzione eccetera?
P.S.: Prima qualche cenno di trama: Avatar è ambientato nel 2154, su un pianeta chiamato Pandora, molto simile alla Terra, da cui dista 44 anni-luce, per dimensioni e forme di vita. La compagnia interplanetaria terrestre RDA vuole conquistare questo mondo per le ricchezze del sottosuolo, soprattutto per un particolare minerale chiamato Unobtainium, che genera forti campi magnetici. Pandora è ricoperto da foreste pluviali con alberi alti fino a trecento metri ed è abitato da creature di tutti i tipi, tra cui degli umanoidi senzienti chiamati NàVi, alti tre metri e ricoperti da una pelle blu striata come le tigri. L’atmosfera su Pandora non è respirabile dagli esseri umani, che hanno sviluppato geneticamente una sorta di ibrido tra umano e NàVi, ovvero l’avatar. Pertanto, un uomo può controllare un avatar collegandovi il proprio sistema nervoso. Entrato in una sorta di coma ed attraverso la coscienza, riesce ad utilizzarlo come estensione del proprio corpo per infiltrarsi nella popolazione dei NàVi. Il protagonista, il marine Jake Sully (Sam Worthington), diventa così sempre più empatico con la popolazione invasa dagli umani e alla fine dovrà scegliere da che parte stare.
Al di là di qualsiasi discorso tecnico sulla qualità del design, della regia, della sceneggiatura e degli effetti visivi, nonché delle nuove tecnologie impiegate, si esce dalla proiezione di Avatar con la sensazione netta di avere appena concluso un’esperienza corporea e sensoriale mai provata prima d’ora, sperimentando un brusco ritorno alla realtà del quotidiano non appena si riaccendono le luci della sala. Avatar è un film in cui la meticolosa programmazione di ogni singola azione, dai movimenti di macchina all’animazione in computer-grafica, contribuisce a rendere la sua visione qualcosa di realmente mai fruito in nessuna altra pellicola della storia. A parte l’enorme lavoro in computer-grafica 3D realizzato in Maya di Autodesk e Photoshop di Adobe, il compositing in Shake di Apple e Nuke di The Foundry, oltre all’impiego di numerosissime soluzioni proprietarie per la simulazione dei capelli, della vegetazione, dei fluidi e della dinamica dei corpi rigidi e soffici, Avatar è addirittura rilasciato in stereoscopia.
M.G.: E, in pratica, com’è possibile “illudere” il nostro occhio sulla terza dimensione in un film?
P.S.: Il 3D stereoscopico è basato sul principio di catturare due distinte immagini tramite due telecamere o cineprese accoppiate, dette camere stereoscopiche, i cui obiettivi sono posizionati l’uno accanto all’altro alla distanza interpupillare media dell’essere umano. Le immagini vengono poi proiettate facendo in modo che le riprese girate con la camera sinistra siano viste solo dall’occhio sinistro, mentre quelle filmate con la camera di destra restino visibili dall’occhio destro. In fase di proiezione stereoscopica si utilizzano ovviamente due proiettori, il primo per il filmato riservato all’occhio sinistro, il secondo quello per l’occhio destro.
Nella configurazione del sistema più semplice, chiamata della polarizzazione lineare, si applicano due filtri polarizzati ad entrambi i proiettori per fare in modo che le due immagini raggiungano l’occhio corretto. Un proiettore possiede un filtro polarizzante la luce nel senso verticale e l’altro proiettore un filtro polarizzante la luce in senso orizzontale.
M.G.: E gli occhialetti?
P.S.: Gli occhiali polarizzati indossati dagli spettatori sono costruiti con il preciso scopo che la lente relativa all’occhio sinistro lasci passare solo la luce polarizzata nel senso orizzontale; la lente relativa all’occhio destro, invece, farà passare solo la luce polarizzata nel senso verticale: la sommatoria della proiezione stereoscopica comporta una percezione di profondità derivante dalle differenti visioni tra l’occhio sinistro e l’occhio destro. Quando le due immagini coincidono sullo schermo, si ha la sensazione che l’oggetto sia posizionato sullo schermo, mentre con le due immagini “spostate” l’una rispetto all’altra, gli occhi tendono a convergere per fonderle in un’unica visione, meglio conosciuta come fusione stereoscopica.
M.G.: Finalmente svelata la stregoneria. Però questa tecnica è stata impiegata anche per Coraline o L’Era Glaciale 3D: bei film, ma non mi sembra che tu li definisca tutti pietre miliari che segnano progressi epocali nella Settima Arte. Cosa fa di Avatar una rivoluzione?
P.S.: Cameron per Avatar ha fatto molto di più: ad esempio, ha sviluppato una camera digitale totalmente nuova, la RCS, Reality Camera System. Una delle problematiche che ha sempre afflitto i realizzatori di effetti visivi è stata l’impossibilità di far vedere in tempo reale al regista e agli attori la loro reale integrazione con gli elementi aggiunti in post-produzione, anche mesi dopo l’azione girata dal vivo.
In passato, si è posto parziale rimedio mostrando artwork, schizzi, bozzetti, modellini provvisori, persino alcune referenze visive posizionate sul set, come accaduto durante la lavorazione del primo Hulk (diretto da Ang Lee nel 2003), nella quale in teatro di posa era presente una testa del gigante verde montata su un bastone, allo scopo di far capire agli interpreti dove guardare e quali sarebbero state le reali dimensioni.
Successivamente, Robert Zemeckis ha girato Polar Express (The Polar Express, 2004), Beowulf (2007) ed ora A Christmas Carol dopo avere sviluppato con la Sony Pictures Imageworks una tecnologia chiamata Imagemotion per il performance motion-capture system, in grado di catturare le movenze del corpo degli attori, viso compreso, sia allo scopo di visualizzarli in anteprima all’interno di un set virtuale, sia per collezionare dati da utilizzare nei successivi modelli 3D da animare in seguito.
L’innovazione introdotta in Avatar è invece la Reality Camera System, un sistema di ripresa appositamente progettato che consiste in due cineprese digitali ad alta definizione affiancate che riprendono contemporaneamente la stessa immagine ma con due prospettive leggermente diverse, così da simulare la visione da parte dei due occhi della vista umana e quindi coglierne anche le informazioni di profondità. Ciò ha permesso sia al regista che al direttore della fotografia di coreografare l’azione e la composizione di tutte le inquadrature del film bilanciando con la massima accuratezza oggetti e personaggi di quinta, in campo medio e lungo, con il risultato di avere ottenuto del girato con quell’assoluto ed avvolgente effetto di tridimensionalità che caratterizza tutto il film. Ambienti, creature, veicoli, sfondi, esplosioni, traccianti ed animazioni sono invece nate sfruttando i tool disponibili anche commercialmente o soluzioni proprietarie interne a ciascuno degli studi che hanno lavorato ad Avatar, quali Weta Digital, Industrial Light & Magic, Framestore, Hybride, Buf, Look! Effects ed altre ancora.
M.G.: Insomma, secondo te nessuno meglio di James Cameron ha saputo sfruttare al meglio le nuove tecnologie per dare vita alle sue ossessioni.
P.S.: Vedrete voi stessi! In fondo, è quello che ha sempre fatto, dallo Pseudopod di The Abyss del 1989 al Terminator modello T-1000 di metallo liquido nel sequel Terminator 2 – il giorno del giudizio del 1991 (Terminator 2: Judgment Day) fino ai segreti nascosti negli abissi in Titanic. Si è ispirato, ha adattato, inventato, creato ex novo.
Chi ricorda il coloratissimo, estroso ed incompreso Flash Gordon di Mike Hodges (1980), ma anche gli anime giapponesi di Leiji Matsumoto come Uchu senkan Yamato: Kanketsuhen (in inglese Final Yamato, del 1983) ha già nella memoria i continenti e le isole sospese nel cielo come sul pianeta Pandora in Avatar. Ma non sono importanti il senso di déjà vu o gli stereotipi, quanto la capacità del regista canadese di far immedesimare il pubblico in una storia di fanta-ecologia con risvolti romantici, bellici, esplorando il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la scienza e con i suoi prodotti.
Anche la scoperta di “nuovi mondi e di nuove civiltà”, del resto, l’aveva tentata qualcuno in televisione già negli anni ’60. Cameron però, dal canto suo, ha capito quando sarebbe stato il momento giusto per fare la stessa cosa, innescandovi un cambiamento veramente epocale del visibile, del “percepibile”.
Mario Gazzola
Autore del romanzo “Rave di Morte”
www.posthuman.it
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fonte: http://punto-informatico.it/2787657_2/PI/Interviste/avatar-odissea-nel-percepibile.aspx
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GIUSTIZIA – Processo «prescritto», nonsense del diritto
Processo «prescritto», nonsense del diritto
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di Sir Orwell
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Dietro lo pseudonimo di Sir Orwell si cela un noto operatore del diritto che, con questo articolo, dà inizio alla sua collaborazione con l’Unità.
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Un notissimo avvocato napoletano scomparso da qualche anno, quando gli capitava di parlare del processo penale e dei suoi tempi, diceva – in modo sarcastico e forse con un pizzico di scaramanzia – che «i rinvii allungano la vita». Ora, a parte il sarcasmo e la scaramanzia (che evidentemente a qualcosa serve dal momento che il famoso avvocato è morto ultranovantenne), non vi è dubbio alcuno che la riforma sul “processo breve” appena licenziata dal Senato rappresenti – sotto il profilo squisitamente tecnico giuridico – un’operazione – tanto per usare un eufemismo – “discutibile”. Essa, infatti, non fa altro che adattare, in modo piuttosto maldestro, l’istituto della prescrizione del reato – previsto e disciplinato dal nostro codice penale (sostanziale) tra le cosiddette “cause di estinzione del reato” – al processo penale, introducendo, dunque, quella che può essere atecnicamente definita come la prescrizione del processo.
Non occorre essere un tecnico o un addetto ai lavori per rendersi conto che concepire una causa di estinzione del processo per prescrizione non ha proprio alcun senso. Se, infatti, è giusto che lo Stato perda la possibilità di sanzionare un determinato soggetto una volta passato un certo periodo di tempo, lo stesso ragionamento non può essere fatto in relazione al processo penale. Infatti ogni vicenda processuale, è, naturalmente, costituita da una serie di atti posti in essere l’uno dopo l’altro, in modo consequenziale, che non possono, per la loro stessa natura, collocarsi, nel complesso del loro divenire, in un ambito temporale determinato come quello di un reato. Auspicare e concepire un “processo breve” senza intervenire sul regime degli atti processuali che compongono il processo stesso, equivale a concepire un treno più corto che abbia non solo gli stessi vagoni, ma li abbia anche della stessa lunghezza. Ed è esattamente quanto è successo: sui singoli atti processuali non è stato previsto alcun intervento volto ad abbreviarli.
Anzi, pare che il governo intenda fare esattamente il contrario. Basti pensare all’annunciata modifica della norma del codice di procedura penale relativa ai testimoni della difesa che priverebbe il giudice del dibattimento della possibilità di effettuare una verifica in ordine all’utilità processuale e alla non manifesta superfluità dei testi indicati dalla difesa dando, quindi, la possibilità alla difesa stessa di citare un numero indeterminato di testi anche assolutamente inutili. E dunque di allungare a dismisura i tempi del processo.
Ciò posto, ci si domanda se, forse, non sarebbe stato meglio percorrere una strada diversa e restituire, per esempio, all’articolo 68 della Costituzione (modificato con legge costituzionale n. 3 del 29 ottobre del 1993) l’originario significato e l’originaria portata conferita a tale norma dai padri costituenti – invocati ed evocati troppe volte ad intermittenza – i quali, appunto, concepirono ed introdussero l’istituto dell’autorizzazione a procedere in ordine ai procedimenti penali riguardanti i membri del Parlamento, istituto che, magari, potrebbe essere in qualche modo rivisitato con l’introduzione di una sorta di “inversione” dell’onere della richiesta (e della allegazione), prevedendo, per esempio, che, nel caso in cui vi siano i presupposti per sottoporre a procedimento penale un parlamentare, non debba essere l’autorità giudiziaria procedente a prendere l’iniziativa formulando l’istanza di autorizzazione a procedere, ma piuttosto lo stesso parlamentare ad investire la Camera di appartenenza, chiedendo alla stessa di delibare e di pronunciarsi sulla possibile sussistenza, nei suoi confronti, del famoso fumus persecutionis. Inversione questa che, comunque, imporrebbe alla Camera di appartenenza un onere di motivazione sicuramente più pregnante, con una conseguente maggiore responsabilizzazione.
Forse – e vale la pena sottolineare forse – una simile soluzione avrebbe evitato il frenetico susseguirsi e il rincorrersi di “lodi” diversamente nominati ma comunque tendenti al medesimo obbiettivo, e, soprattutto, avrebbe evitato la cancellazione di centinaia e centinaia di processi penali, molti dei quali riguardanti reati gravissimi e la conseguente frustrazione degli interessi dello Stato e di centinaia e centinaia di parti offese, alle quali la riforma sul cosiddetto “processo breve” negherà il riconoscimento delle proprie ragioni nella sede naturale del processo penale. Per concludere, a noi non resta che cercare di immaginare come avrebbe commentato e cosa avrebbe detto della recente riforma il sopra menzionato noto avvocato e giurista; purtroppo non lo sapremo mai, lui è scomparso ultranovantenne qualche anno fa.





































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