Archivio | febbraio 1, 2010

MEDICINE ALTERNATIVE – La casa della sciatica / Il guaritore di sciatiche (con formula)

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La casa della sciatica

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Oltre due secoli fa il borgo di Cassano d’Adda balzò alle cronache per una vicenda che implicò diverse persone, anche note. Si trattava di un’autentica casa di cura la cui fondatrice fu una donna: Clotilde Lecchi.

L’antica sapienza popolare l’aveva insegnato: c’è anche la sapienza del guarire. Al Signur l’è indà in ciel, ma i rimedi i ha lassà in tèra. Basta cercarli per trovare i rimedi per ogni malattia. Tüti i erbi ca vardan in su gh’an la sò virtù; Al foss e al prà e al spisié l’è bèl e fa.

Le erbe medicinali sono moltissime: Curtelana, slavas, cassia, tili, genziana, orzo, gramigna, urtis, malva, salvia, camomilla,, linusa, ranuncolo d’oro, si trovavano con facilità da parte di mani esperte. Esse crescevano spontaneamente e certamente non costavano particolare sacrificio monetario; erano semplicemente specifico frutto di quella sapienza contadina che veniva applicata tra il religioso e il superstizioso in una società sostanzialmente semplice, ma attenta ai fenomeni nuovi che caratterizzavano il suo quotidiano svolgersi.

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Clotilde Lecchi, fondatrice della clinica per la cura della sciatica

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“La famosa Curatrice della sciatica, all’età di circa 73  anni è deceduta” così, nel 1856, annunciava tale avvenimento la Gazzetta Ufficiale, testata a larga tiratura e diffusa praticamente a livello nazionale; era l’annuncio della morte di Orsola De Vecchi. Si trattava pertanto di un evento di considerevole entità e di indubbia importanza per tutto il territorio nazionale, come poi dimostreranno le testimonianza che di seguito saranno riportate.

Due missionari di fede cattolica, rientrati per alcuni giorni di riposo dall’India, chiesero ospitalità nella casa di Orsola De Vecchi. Le attenzioni premurose delle  donne ospitanti furono tali da meritare un dono prezioso, la ricetta medicamentosa, a base di ranuncolo malefico1 , in grado di curare, quasi miracolosamente, il dolore per infezioni e irritazioni del nervo sciatico.

Fatto notevole è la notizia dell’ esistenza di una formula che curava la sciatica che si era diffusa ben oltre il borgo di Cassano d’Adda: una dimostrazione ulteriore della validità del metodo curativo, che veniva esercitato nelle varie sedi, frutto dell’antica sapienza popolare, erano le erbe che venivano usate per la cura dei vari malanni delle persone viventi in un paesaggio sostanzialmente agricolo, frutto della civiltà contadina ove notevole era il divario tra ceto, censo e casta.

Fortunatamente il segreto non si è estinto con la morte di Orsola De Vecchi, ma fu ereditato dalla famiglia Lecchi che continuò a metterlo in pratica a vantaggio dell’Umana sofferenza.

Da quel momento si alternarono le esponenti delle famiglie Lecchi, Maridati, Amati e Locatelli; migliaia furono coloro che decisero di affidare i malati arti e ossa alle cure pressoché infallibili delle curatrici cassanesi e, dalla vecchia Casa Mauri situata nelle immediate vicinanze del ponte, si passò in via Monte Grappa, successivamente in Villa Frigerio, che si trovava alle quattro strade e, da ultimo, presso la stazione ferroviaria: un percorso che ben dimostra l’ efficacia e la notorietà che andava col tempo assumendo tale cura medicamentosa col conseguente e costante aumento di quanti avevano in animo di servirsi di quella formula che quelle poche persone cassanesi, conoscevano.

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Le leggi sanitarie diventate più esigenti richiesero nel 1892  l’apertura di una Casa di Salute dove continuare la cura radicale della sciatica  col Metodo e coll’assistenza della “Donna di Cassano d’Adda” signora Teresa Lecchi Maridati Amati. A garantire la validità e la preziosità del Rimedio, seguì la sentenza del 27 novembre 1906 della Regia Corte d’Appello di Milano, confermante l’altra del febbraio dello stesso anno del Tribunale di Milano.

Va tuttavia specificato che senza la, genialità e la determinazione di Clotilde Lecchi non sarebbe stato possibile l’avverarsi di quell’iniziale sogno divenuto poi realtà.

Addirittura giunsero alla casa di cura ospiti illustri fin dall’Egitto e dalle Americhe. Tra i famosi restituiti in piena salute troviamo S. Giovanni Bosco, Antonio Stoppani, il prof. Rizzoli di Bologna.

Nel 1903 e precisamente il 20 marzo, come riportato dagli annali della Parrocchia di Cassano d’Adda, muore a 69 anni, Clotilde Lecchi guaritrice della sciatica. Giungono numerose attestazioni di condoglianze da P. Spiridione carmelitano largamente beneficiato per la costruzione della chiesa del Corpus Domini di Milano, da Carlo Bazzi direttore de “La cronaca di Treviglio” da padre Spinelli fondatore delle Suore Adoratrici.

L’erba utilizzata per due secoli nella Casa di Cura della Sciatica è il ranuncolo dei prati, da alcuni qualificato maleficus perché contiene succhi velenosi per la presenza di anemonina (succhi acri e spesso dannosi alla salute ed è particolarmente tossica. Il ranunculus ficaria è la sola specie commestibile se raccolta prima della fioritura, in questa fase è ricca di vitamina C e le giovani foglie possono essere utilizzate cotte, insieme alla bietola e spinaci; è durante e dopo la fioritura che si sviluppa l’anemonina tossica per l’uomo. Questo alcaloide perde parte della tossicità durante la fienagione. Anche se il fiore è così appariscente non viene bottinato dalle api. Anche le radici sono commestibili se lessate e condite con olio e sale. La pianta è nell’elenco delle alimurgiche (utilizzate nei casi di carestia o di guerra).

È numerosissima nei nostri prati. Ha foglia palmata composta e fiorisce dall’aprile a settembre Si raccoglieva la radice di quest’erba e si componeva una polpetta da applicare al calcagno dell’infermo di sciatica. Si formava una vescica piena di liquido che si svuotava con piccolo foro, si formava una piaga, guarita la quale, l’ospite ritornava alla sua casa. Ma non sappiamo altri ingredienti e quantità del medicamento.

A garantire la professionalità dell’Istituto, era direttore il dott. Telò; per tre anni garantirono assistenza anche le suore Adoratrici del Beato Spinelli di Rivolta.

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Casa di Cura della Sciatica a Cassano, nella sua collocazione sul viale delle Rimembranze

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La Casa di Cura della Sciatica continuò la gloriosa tradizione fino alla guerra 1940-45. I bombardamenti della stazione non risparmiarono la storica Istituzione sanitaria. Ma anche il cammino della scienza con le nuove terapie e successi della medicina, e la sfiducia degli antichi rimedi naturali, condannarono al fine della celebratissima Casa di cura.

Il segreto del miracoloso medicamento è sceso nella tomba nell’anno 1970 circa con la morte della Signora Locatelli, ultima custode del miracoloso farmaco.

Stranamente quella formula si affermò, stranamente quelle donne eccelsero, logicamente il borgo balzò agli onori della cronaca, e vi rimase per decenni, quelli necessari affinché la medicamentosa formula potesse far sentire i propri effetti. Se gli effetti che ne conseguirono furono tali, certamente notevole è il merito e se diverse furono le donne della sciatica, Clotilde Lecchi, soggetto di tale trattazione, rimane tra le protagoniste e tale deve essere considerata, proprio per questo a lei è stato dedicato questa trattazione e lei risulta essere l’artefice indiscussa di un evento storico, meritevole di evocazione. Ora i suoi echi potranno essere spenti, scarsi i luoghi che si possono identificare come sede di un evento che per molto tempo non passò inosservato. Sta ai documenti conferire un senso di verità e certezza, quella che merita l’episodio cassanese.

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Tratto da “Un Borgo e la sua Gente” Volume III di Carlo Valli

Commentato per il sito:  www.vivicassano.it dal prof. Fausto Gilli.

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fonte:  http://sirena.interfree.it/Casa%20della%20sciatica/casa_della_sciatica.html

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Il guaritore di sciatiche

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Più di vent’anni fa ho avuto modo d’incontrare un curioso personaggio:era un arzillo vecchietto sull’ottantina che mi si presentò come “guaritore di sciatiche”.

  • Nell’800 – mi raccontava – mio bisnonno si trasferì per lavoro in America e fece ritorno a casa molti anni dopo. Non si era arricchito ma aveva portato con sé una ricetta, popolare in quelle terre, per curare le sciatalgie. Da allora questo segreto è stato gelosamente tramandato al primo figlio maschio, di ogni generazione. Io sono l’ultimo depositario di questo sapere. Posso dire che, in tutti questi anni, nonostante le guerre e la carenza di lavoro, sia io che i miei antenati, abbiamo potuto campare grazie ai proventi ricavati dall’utilizzo di questa ricetta, come il mio avo aveva preannunciato. Chi soffre, infatti, è disposto a sborsare qualsiasi cifra pur di liberarsi dai suoi dolori, e la mia formula è assolutamente infallibile-

Volendo metterlo alla prova gli proposi di trattare con il suo metodo un mio amico, affetto da sciatica da oltre un mese, al quale nessuna terapia fino allora praticata aveva dato sollievo, al punto da essersi ridotto a non poter più dormire nel proprio letto ma su di una sedia, in cucina, in una posizione innaturale.

  • L’unico caso in cui la mia formula può risultare poco efficace è quando il malato ha assunto troppi antinfiammatori. In questa evenienza bisognerà attendere qualche giorno in assenza di tali terapie, bere molta acqua ed avere un’alimentazione parca e vegetariana, prima di applicare il mio medicamento. -

Il mio amico ovviamente accettò. Al giorno stabilito c’incontrammo in ambulatorio per l’esperimento. Il guaritore si presentò con una capiente borsa dalla quale estrasse gelosamente un fagottino avvolto in un tovagliolo.

  • Lei se ne deve stare alla larga! – mi minacciò- perchè questo è un segreto ed io ho già visto che me lo vuole fregare!-

Intimidito mi ritrassi e lo osservai da lontano.

Fece spogliare il paziente e gli applicò una specie di polentina sulla parte dolente, vale a dire la natica e la coscia, dopo avere prima strofinato per bene la parte con dell’alcool. Coprì quindi l’impiastro con della pellicola trasparente e vi pose sopra una coperta.

  • E’ meglio se beve un po’ di grappa – gli disse offrendogli una fiaschetta che aveva estratto da una tasca interna della giacca. Quello bevve senza discutere.

Poi, rispondendo al mio sguardo interrogativo – E’ per la circolazione! – mi spiegò

- Lei deve tenere questa pasta per quattro ore anche se sentirà forti dolori – raccomandava al mio amico – ma io resterò qui a sorvegliarla !-

Avevo capito benissimo che il suo timore era quello di lasciare me da solo con il suo prezioso segreto. Ma la fortuna mi venne in aiuto. Dopo un paio d’ore mi chiese di poter usare il bagno perchè aveva problemi di prostata. Gli dissi di fare con comodo ed ovviamente approfittai di quel momento per prelevare un po’ della preziosa polentina in modo da studiarmela in seguito in tutta tranquillità.

Il mio amico sudava ed aveva cominciato a contorcersi.

  • Non ce la faccio più! – si lamentava – mi brucia come se fossi all’inferno! -
  • Cerca di resistere se no il vecchio si arrabbia..-

Verso la terza ora tuttavia la sua capacità di sopportazione cedette, lanciò via la coperta, si strappò l’impacco e corse in bagno per bagnarsi con l’acqua fredda della doccia. Quando si fu calmato ritornò guardandosi preoccupato l’impronta arrossata sulla pelle.

  • Come va? – Gli chiesi.
  • Non lo so. Prima sentivo il dolore della sciatica ora il bruciore sulla pelle!
  • Potrà succedere che le compaia una bolla come quello di una scottatura – lo tranquillizzò il vecchio – niente paura. Se vuole può utilizzare il metodo americano del mio bisnonno, infallibile per risolvere le bolle delle scottature o le vesciche ai piedi dopo una lunga camminata …
  • Pure questo?!-
  • Deve prendere un ago in cui ha infilato un filo da cucire e con questo passare la bolla da parte a parte. Ovviamente poi deve togliere l’ago ma lasciare il filo sul posto dopo che il liquido è uscito. Vedrà con quale rapidità guarisce!

Quindi dopo essersi fatto pagare, raccolse con estrema cura tutto il materiale, facendo attenzione a non lasciarvi nemmeno una briciola, salutò cordialmente e da quella volta non lo vidi più.

Una volta a casa ebbi modo di studiarmi attentamente il reperto che mi ero procurato cercando di individuarne i componenti: farina di polenta, qualcosa che assomigliava alla polpa dei fichi secchi, del vino forse a giudicare dall’odore…

Solo successivamente dopo qualche anno, sfogliando un vecchio libro di erboristeria di un autore nordico (suppongo, a giudicare dal cognome), tale Hans Langenskiold, mi sono imbattuto in una ricetta per la cura delle sciatiche che, in base ai miei ricordi, ritengo sia quella dell’anonimo guaritore.

Così ve la svelo, pari pari, come l’ho trovata.

Mettere a macero per due giorni in g 200 di alcool puro e mezzo litro di vino bianco secco:

  • fichi secchi macinati g 300
  • senape nera (semi in polvere) g 300
  • granoturco (farina dei semi) g 150

Mescolare bene il tutto, bagnare abbondantemente tutta la parte dolente con etere solforico e stendervi sopra la pasta. Coprire con un telo e una coperta e lasciarvela per almeno quattro ore (si sentiranno forti dolori). Trascorso il tempo indicato togliere l’impiastro e ungere con olio d’oliva. In generale anche le sciatiche più dolorose guariscono dopo una sola applicazione. Nel caso i dolori dovessero perdurare si può ripetere l’operazione dopo qualche giorno. “

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Per dovere di cronaca vi confesso che ho provato ad utilizzare questa terapia in alcuni pazienti disposti a sottoporvisi. Il risultato è sempre stato positivo. Vi consiglio però di non rispettare il tempo delle quattro ore ma di mantenere il preparato per un periodo minore in relazione al tipo di paziente. Già dopo 15-20 minuti la pelle si arrossa…Fare attenzione inoltre a non praticare i senapismi nei pazienti nefropatici in quanto il principio attivo della senape assorbito attraverso la cute è tossico per i reni.

Per gli appassionati di Medicina antiqua riporto dal “Trattato di Farmacologia e Terapia del Prof Marfori V ediz del 1941.

  • Semi di senape nera (farmacognosia) : provengono dalla Brassica nigra (crucifere) erba spontanea o coltivata. La polvere di senape (farina) è di colore verde-giallastro, untuosa al tatto, di sapore e odore acre. I semi contengono il 30% di olio grasso, il glicoside sinigrina e il fermento mirosina il quale, in presenza di umidità, agisce sulla sinigrina e la decompone in glucosio, solfato acido di potassio e isosolficianato d’allile.

L’olio essenziale di senape e i preparati della senape hanno un’azione fortemente irritante sui tessuti. Applicati sulla cute producono bruciore, rossore, per prolungato contatto, bollicine e vescicole che guariscono solo assai lentamente, contemporaneamente nei luoghi di applicazione si nota diminuzione della sensibilità dolorifica. L’olio essenziale è tossico per via interna . Ha una notevole azione battericida.

Le applicazioni terapeutiche dei preparati della senape si basano esclusivamente sulle loro proprietà irritanti cutanee e vengono adoperati a scopo rivulsivo e derivativo. E’ noto che è possibile eccitare in via riflessa dalla cute il centro respiratorio e ciò spiega l’utilità dell’applicazione dei senapismi in casi di deliquio e di asfissia.

  • L’azione derivativa dei senapismi si esplica in modo evidente in molti casi. Sono da ricordare fra questi i fenomeni di congestione al capo, la coroidite nonché le congestioni dell’utero. Queste forme morbose ricevono spesso un notevole e immediato giovamento da un pediluvio o un maniluvio senapizzato.
  • L’applicazione di preparati di senape sulla cute in casi di nevralgie e di dolori reumatici apporta quasi costantemente un senso di sollievo al malato. Altrettanto si osserva nelle gastralgie e nelle coliche (senapismi all’addome).

I senapismi si preparano aggiungendo alla polvere di senape altrettanta acqua tiepida , ma non bollente, perchè questa ostacola la fermentazione sinapica. Per mitigare l’azione della senape si aggiunge dal 25 al 100% di farina di semilino. Si applica la poltiglia ravvolta in un pezzo di lino o di garza.

  • Per un pediluvio senapizzato occorrono gr 50-100 di farina di senape, la durata del pediluvio è di 5-15 minuti a seconda della tolleranza individuale

NB la senape bianca non viene usata in terapia ma ha solo scopo dietetico

  • Secondo Gilbert il senapismo ha un’azione più efficace quando viene applicato sulla zona della cute corrispondente al metamero dell’organo che si vuole trattare.

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fonte:  belenosfvg.files.wordpress.com/2008/07/il-guaritore-di-sciatiche1.doc

WEB – La calata dei social-barbari

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Contrappunti/ La calata dei social-barbari

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di M. Mantellinihttp://c.punto-informatico.it/l/community/avatar/e46136dcc860e8e41cdc648fbf2328f3/Avatar.jpg

L’intellighenzia incontra Internet. E ci fa la pace. Non si sa ancora se questa favola avrà una lieto fine, di certo è bene iniziare a raccontarla

Contrappunti/ La calata dei social-barbari

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Roma – Quello di questa settimana è un Contrappunti di servizio pieno di link. Capita quando molte cose interessanti accadono tutte assieme. Sul numero dell’Economist in edicola c’è intanto un monumentale inserto sullo stato dell’arte dei social network. Ve lo segnalo e vi invito a darci una occhiata per due ragioni: la prima è che si tratta di un lavoro documentato ed aggiornato, la seconda perché da conto di una realtà che un po’ ovunque nel mondo, tranne che in Italia, viene considerata per quello che è, vale a dire un fenomeno di massa di grande rilevanza sociale.

Qualche anno fa, una delle prime studiose della antropologia delle reti, Danah Boyd, raccontava in uno studio diventato celebre come lo spazio di rete fosse diventato per i giovani teenager americani una sorta di territorio libero, sottratto al controllo di genitori e educatori, in grado ugualmente di migliorare la qualità delle loro vite. Un punto di vista, quello della Boyd, da molti considerato discutibile ed eccessivamente positivo, tali e tante erano le remore verso il trasferimento online di una quota così ampia della vita di relazione dei nativi digitali. Oggi, con il comodo senno del poi, fatto di milioni di persone che dividono le proprie relazioni di rete fra Facebook, Twitter e MySpace, appare più che mai necessario continuare ad indagare gli aspetti sociali di questa inattesa transumanza.

Davvero, come affermano con una avventatezza tutta nostrana gli psichiatri dell’ambulatorio per le dipendenze da Internet del policlinico Gemelli, il 10 per cento dei 350 milioni di utenti di Facebook sono persone intossicate dalla Rete? Oppure siamo di fronte al solito problema di chi osserva le formiche con il binocolo, di chi giudica grandi fenomeni sociali armato solo dei propri solidi preconcetti? Nonostante simili profeti di sventura, qualcosa sembra lo stesso muoversi anche in Italia nella analisi dei comportamenti sociali indotti dallo sviluppo delle reti di computer.

Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato un interessante approfondimento sull’amicizia ai tempi dei social network, ed al posto del solito articoletto cui eravamo abituati, abbiamo trovato un’analisi informata e interessante firmata da Vittorio Zucconi ed un articolo a corredo di Alessandro Baricco altrettanto stimolante.

Il pezzo di Zucconi è una perla di equilibrio che, in un terreno minato come quello dell’analisi dei sentimenti, riesce perfino ad osservare il valore nel fondo del bicchiere:

“Nei social network nessuno comanda, nessuno controlla, nessuno ha l’ultima parola, perché nell’eco infinita del virtuale l’ultima parola non può esistere. La selezione fra amici veri, di penna o di matita avverrà naturalmente, felicemente o malinconicamente, come in tutte le vicende che ci riguardano. Non siamo tutti morti carbonizzati dopo la scoperta del fuoco”

L’articolo di Baricco, che ha dedicato qualche tempo fa un intero saggio, I Barbari, alla necessaria coscienza delle mutazioni, racconta invece il disincanto dello scrittore per le pratiche di Rete contrapposto ad un amore antico per “il fare le cose”. Per il sudore di una partita di calcio fra amici col “pallone sporco da far schifo”. Ma anche in questo caso c’è una separazione netta fra il punto di vista personale dello scrittore e la morale conseguente: “Trarre conclusioni che non siano da bar – scrive Baricco a proposito delle differenze fra le amicizie della sua infanzia torinese e quelle dei giovani di oggi in Rete – sembra difficile”.

Ed è esattamente così. Siamo di fronte a prassi e comportamenti che sono recenti e oceanici. Non è strano che simili improvvisi colpi di timone generino incredulità e confusione. Così ci sono studi accademici che raccontano che le reti sociali deprimono, altri che invece dicono che arricchiscono la vita di relazione, ci sono esperti che calcolano i soldi persi dalle aziende che consentono ai propri dipendenti di accedere a Facebook, altri che benedicono l’apertura delle risorse aziendali verso la rete e ne elencano i grandi vantaggi.

Dentro questo grande marasma assume sempre maggiore importanza il tema della privacy. Come vengono gestiti i dati che, in numero crescente, gli utenti immettono dentro i database delle piattaforme sociali? Qualche settimana fa Mark Zuckerberg ha affermato che la privacy è ormai una esigenza poco sentita e che, anzi, i milioni di utenti della suo servizio desiderano condividere sempre più informazioni in maniera sempre più ampia. Sciocchezze. L’oste ovviamente tesse le lodi del suo vino ma le ricerche più recenti sembrano in questo caso contraddirlo: perfino i più giovani, categoria tipicamente poco incline ad occuparsi di questioni apparentemente lontane e barbose come la riservatezza dei dati, sembrano ormai dedicare grande attenzione a quali e quante informazioni condividono in Rete.

Oltre il 60 per cento degli utenti statunitensi di Facebook, secondo una recente ricerca di Pew, setta su parametri di maggior riservatezza il proprio account rispetto a quelli di default (che non a caso Facebook ha recentemente mutato nella direzione di favorire la quantità di dati condivisi). E mentre la maggior parte degli accessi a Facebook avvengono ormai in mobilità, lasciando intravedere un possibile business, di cui per la verità si fantastica da anni, legato alla geolocalizzazione, solo una forte miopia potrebbe impedirci di osservare la rotta di collisione fra piattaforme sociali che vedono nella rivendita dei dati degli utenti la loro fonte di reddito ed una volontà di senso opposto degli utenti stessi.

Posto che la pubblicità
display sui social network funziona poco o nulla, posto che i servizi costano e la bolla dei servizi 2.0 è volata in cielo da tempo, l’unica concreta possibilità di monetizzare la propria affezionata clientela è oggi quella di offrire i contenuti che generano ai motori di ricerca. Che notoriamente vanno poco per il sottile e sembrano gradire, almeno come antipasto, anche solo l’immenso database degli inutilissimi status update che sia Facebook che Twitter hanno consegnato a Google e a Bing in cambio di una manciata di milioni.

Che il Titanic delle piattaforme sociali prosegua a tutto motore contro l’iceberg che lo affonderà sembra in questo momento un problema marginale, ma la intrinseca debolezza di tutto l’ambaradan delle piattaforme di rete sociale sfugge solo a chi preferisce non vedere. Nel frattempo le cose succedono e le abitudini cambiano, le persone si incontrano e si conoscono sempre più spesso in Rete che non su un fangoso campo di calcio. La notizia della settimana è che in Inghilterra ed in Italia c’è stata gente autorevole che su grandi giornali ne ha discusso con misura ed intelligenza.

Massimo Mantellini
Manteblog

Tutti gli editoriali di M.M. sono disponibili a questo indirizzo

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01 febbraio 2010

fonte:  http://punto-informatico.it/2800718/PI/Commenti/contrappunti-calata-dei-social-barbari.aspx

Al voto per le regionali con tagli fiscali e assunzioni facili

http://neuro74.files.wordpress.com/2008/04/non-voto.jpg?w=479

Al voto per le regionali con
tagli fiscali e assunzioni facili

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di Giovanni Parente e Gianni Trovati

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C’era una volta la prima Repubblica e le sue “leggi-mancia” alla vigilia delle elezioni. E oggi? Anche, almeno a guardare le ultime leggi delle Regioni dove si tornerà alle urne a fine marzo. L’ultimo treno, quello della finanziaria regionale, è già passato in molti casi, e insieme agli interventi “ordinari” porta in carrozza stabilizzazioni di precari (ma non erano finite con l’ultima finanziaria nazionale?), sconti fiscali (non se ne vedevano da anni) e ritocchini mirati ai dipendenti delle amministrazioni. Per altri, l’ultima chance è ancora a portata di mano, perché l’esercizio provvisorio ha rinviato l’appuntamento in Piemonte, Veneto, Umbria e Calabria. Ovviamente nelle finanziarie c’è molto altro, perché oltre ai voti da conquistare c’è ancora la crisi da gestire, e molte regioni hanno proseguito sul terreno dei pacchetti anti-congiunturali.

Il termometro elettorale
ha però un metro quasi inequivocabile: il numero di leggi approvate nell’ultimo anno. Le 13 regioni al voto hanno messo insieme oltre 500 provvedimenti, con un colpo di acceleratore notevole se paragonato al 2006 (primo anno pieno della legislatura), quando le nuove leggi erano state 402 (il 25,6% in meno). Anche se si sceglie un riferimento più vicino, il 2008, la crescita è quasi del 10 per cento.

Nel diluvio dei commi,
le misure che strizzano l’occhio agli elettori sono molte; il sospetto, per esempio, è fondato quando le manovre tornano sul terreno classico delle stabilizzazioni dei precari. A livello nazionale la partita doveva chiudersi entro il 2009, ma sul territorio si sono affacciati i tempi supplementari, anche con criteri più generosi rispetto a quelli tradizionali; per accedere al concorso riservato (interamente) ai precari, in Liguria basta aver maturato un anno (e non tre) di lavoro, e i cancelli sembrano aprirsi anche per i contratti a tempo determinato negli uffici di staff dei politici, esclusi dalle norme nazionali. Nelle Marche, il piano di stabilizzazione arriva al 2012, prevede la proroga degli attuali contratti temporanei e abbraccia anche il personale assegnato agli uffici di giunta e consiglio. Sempre nelle Marche, un altro comma assegna il riconoscimento pieno ai fini previdenziali del periodo di lavoro precario effettuato prima del 1979 dai lavoratori degli organismi indipendenti della Regione (oggi, appunto, alle soglie della pensione).

La prospettiva delle urne ha facilitato anche il ritorno degli sconti fiscali, assenti dal panorama locale in questi anni di strette ai bilanci prima e di crisi economica poi. In Puglia, dove due anni fa si sono evitate per un soffio le maxiaddizionali legate al deficit sanitario, hanno invertito la rotta e deciso di destinare gran parte di un tesoretto di 76 milioni per abbattere l’addizionale Irpef sui redditi alti (nel 2010 sarà lo 0,9% per tutti). Una sforbiciata ha riguardato anche l’Irap pagata dalle aziende pubbliche di servizi alle persone (che stanno sostituendo gli istituti di assistenza e beneficenza) a cui è stata riconosciuta l’esenzione (prima riservata solo alle Onlus). Da novembre, poi, era già scattata la revoca dell’accisa sulla benzina. Strada simile anche per il Veneto, che ha scelto di non rinnovare la maggiorazione fino dello 0,5% sull’addizionale Irpef per i redditi superiori a 29.650 euro, prevista nel 2008 e 2009.

Il risultato finale è quindi una strana alchimia fra rigore, sostegno ai redditi e finanziamenti qua e là. Un esempio è la Campania (dove l’assunzione dei «comandati» ha provocato in questi giorni il primo sciopero dei dipendenti del consiglio in 40 anni). Da un lato, un pacchetto per famiglie, imprese, non abbienti (è prorogata la sperimentazione del reddito di cittadinanza per tutto il 2010 fino a una copertura massima di 30 milioni di euro), ma anche il taglio del 25% sulle spese di consulenza di consiglio e giunta rispetto all’anno passato. Poi, però, ci sono 500mila euro per il Centro regionale incremento ippico di Santa Maria Capua Vetere, un comma per favorire il turismo cinofilo (il finanziamento grava sulle risorse del Fondo europeo di sviluppo regionale) e la nascita dell’Istituto della vite e del vino campano (anche se i consiglieri di amministrazione non percepiscono gettone) con uno stanziamento di 400mila euro. Le comunità montane potranno contare su due milioni per gli interventi a tutela dell’ambiente e di bonifiche montane con un impegno tassativo: «È fatto divieto assoluto di procedere a nuove assunzioni».

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01 febbraio 2010

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/02/elezioni-tagli-assunzioni.shtml?uuid=f511e372-0f0d-11df-970e-e564523b835f&DocRulesView=Libero

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DALLA RICERCA ITALIANA – Tumori, scoperto un anticorpo che combatte le metastasi ossee

Tumori, scoperto un anticorpo
che combatte le metastasi ossee

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Il risultato raggiunto da studiosi italiani. Possibile ora un progetto farmacologico

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PADOVA (1 febbraio) – Metastasi ossee: scoperto un anticorpo in grado di bloccarle. L’importante risultato è stato ottenuto da ricercatori italiani. Le metastasi ossee rappresentano la terza sede più comune di metastasi, precedute solo da polmone e fegato. La scoperta è pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Bone.

L’equipe diretta da Carlo Foresta, ordinario di Patologia clinica all’università di Padova, in collaborazione con Alberto Ferlin, ha scoperto che la relaxina (una sostanza prodotta in elevate concentrazioni dai tumori che generano metastasi ossea) è un potente stimolatore della distruzione dell’osso, quindi è un fattore determinante la liberazione del calcio nel circolo.

Gli autori hanno dimostrato in vitro che questa sostanza, agendo su ricettori specifici delle cellule dello scheletro, attiva meccanismi cellulari che portano alla distruzione dell’osso. I ricercatori hanno inoltre messo in evidenza che l’anticorpo antirelaxina è in grado di bloccare completamente la capacità distruttiva di questo ormone sulle cellule dell’osso. L’importante risultato indica un possibile progetto farmacologico per il trattamento delle metastasi ossee.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89707&sez=HOME_SCIENZA

LEGITTIMO IMPEDIMENTO – Casini: “Ok ma solo per il premier”. Il Pdl dice no

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Da domani saranno all’esame dell’aula della Camera, il governo non dovrebbe mettere la fiducia
L’Udc apre ma il centrodestra lo gela: “Limitarlo a Berlusconi non sarebbe costituzionale”

Legittimo impedimento, 300 emendamenti
Casini: “Ok ma solo per il premier”. Il Pdl dice no

http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/C/casini_dito_adn--400x300.jpg Pier Ferdinando Casini

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ROMA – Sono circa 300 gli emendamenti al testo sul legittimo impedimento, che da domani saranno all’esame dell’aula della Camera. Il provvedimento dovrebbe essere licenziato entro giovedì, non è chiaro se con il sostegno della sola maggioranza. Pare invece certo che il governo non porrà la fiducia. Pier Ferdinando Casini ha dato la disponibilità dell’Udc ad approvare la norma, a patto che riguardi solo il presidente del Consiglio.
Il testo attuale invece estende le prerogative di sospensione dei procedimenti, per impegni istituzionali, anche ai ministri. Un testo che, il Pdl, non sembra intenzionato a modificare: “Non possiamo farlo ci sarebbe un problema di incostituzionalità: il consiglio dei ministri è un organo collegiale, l’ha detto anche la consulta, non possiamo fare un trattamento diverso soltanto a un componente del consiglio” dice il relatore Enrico Costa.
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01 febbraio 2010
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L’email sulla Shoa, una bufala vergognosa

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La diabolica e-mail

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di Leonardo Tondelli

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Può darsi che sia arrivato anche voi: il Male Assoluto via e-mail. È un allegato che vi ha spedito un vostro amico, o un collega (ma può anche trattarsi di un perfetto sconosciuto). Un clic, e ve lo trovate davanti. Certo, è un orrore ‘già visto’: le foto in bianco e nero dei prigionieri dei campi di sterminio tedeschi. Eppure, dopo tanti anni (e dieci Giornate della Memoria) le foto restano spaventose. Ce n’è una che mostra una fossa comune, un’altra che ritrae un gruppo di bambini, nudi e scheletrici – qualcosa non va. Non si dovrebbero inviare foto di cadaveri o di bambini nudi e torturati per e-mail. Potrebbe perfino essere illegale. Eppure la persona che vi ha spedito il messaggio era in buona fede: il pensiero di commettere un reato non deve averlo sfiorato nemmeno. Lo ha fatto a fin di bene: voleva aiutarvi a ricordare.

Ma soprattutto voleva mettervi in guardia da chi la Shoah fa di tutto per dimenticarla: i cosiddetti negazionisti. Pare che siano dappertutto, e che malgrado tutti i nostri sforzi aumentino sempre di più. Com’è possibile? Nel testo che accompagna le foto spaventose si legge: Recentemente, il Regno Unito, ha rimosso l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione mussulmana che afferma che l’Olocausto non è esistito…

Ecco risolto l’arcano: i negazionisti sono i musulmani. La “popolazione musulmana” addirittura “afferma che l’Olocausto non è mai esistito”. E siccome i musulmani sono un blocco compatto, probabilmente la penseranno così anche quelli che abitano tra noi. Non solo, ma sono tutti terribilmente suscettibili: appena provi a parlare di Shoah nelle scuole, si offendono a morte, e quindi gli insegnanti del Regno Unito avrebbero deciso di non parlarne più. Non è una vergogna? Non vale la pena di contrastarla in tutti i modi, anche inviando foto di cadaveri ad amici e conoscenti?

È una vergogna, sì, perché è una bugia. Una bufala. Non è vero che il Regno Unito abbia “rimosso l’Olocausto” dai programmi scolastici. La “popolazione musulmana” della Gran Bretagna non ha mai fatto pesare questa sua supposta suscettibilità. Senz’altro il negazionismo si è diffuso anche tra i musulmani, ma questo non significa che la maggioranza di loro non creda alla Shoah. I loro figli, comunque, a scuola la imparano. Lo spiegava già due anni fa Paolo Attivissimo, nel suo prezioso blog anti-bufale: “L’equivoco è nato probabilmente perché qualcuno ha interpretato male la segnalazione sul Guardian che un singolo dipartimento di storia di una singola scuola aveva tolto l’Olocausto dal proprio programma”. La bufala gira per la rete sotto forma di catena informatica forse già dal 2005. Probabilmente è nata in inglese, ma è stata più volte tradotta in italiano da persone volonterose che hanno accolto l’invito finale (“Aiuta ad inviare l’e-mail in tutto il mondo. Traducila in altre lingue se necessario”).

Da un anello all’altro la catena ha accumulato diversi errori: a un certo punto ai “sei milioni di ebrei” sono stati aggiunte le cifre fantasiose di “20 milioni di russi”, “10 milioni di cristiani” e “1900 preti cattolici” (viceversa nessuno ha sentito la necessità di aggiungere i dati sullo sterminio di altre minoranze, come zingari, omosessuali o testimoni di Geova). Il fulcro del messaggio comunque è rimasto lo stesso: gli orrori compiuti dai nazisti rischierebbero di scomparire dalla nostra memoria collettiva a causa… dei musulmani suscettibili. Ma questa cos’è, se non una diceria che scredita una minoranza, in modo non molto diverso diverso da quelle che circolavano sulle minoranze ebree negli anni Trenta del secolo scorso? E perché non ce ne siamo accorti subito? Probabilmente eravamo distratti dai cadaveri, dai bambini, dalle immagini dell’orrore che non ammettono discussioni. L’orrore dello sterminio degli ebrei è stato usato per contrabbandare una diceria razzista su un’altra minoranza: difficile immaginare qualcosa di così diabolico. Eppure è lì, nella nostra casella della posta.

Ho una teoria: contro l’odio e il razzismo l’esercizio della memoria non basta. La memoria dei crimini del passato può aiutarci a non ripeterli, ma anche ispirarci a commetterli. Chi per primo ha scritto quella mail ha saputo usare le parole giuste e scegliere le immagini più adatte a ricattare la nostra coscienza. Il suo obiettivo non era salvare la memoria di uno sterminio, ma creare le premesse per il prossimo. Contro un odio così astuto, il ripasso fotografico degli orrori del passato non sarà mai sufficiente. Se davvero vogliamo contrastarlo dovremmo doppiarlo in astuzia: diffondere dubbi e senso critico dove altri seminano ignoranza e dicerie. Meglio cominciare subito.

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01 febbraio 2010
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Dossier illegali, Telecom e Pirelli chiedono patteggiamento

Dossier illegali, Telecom e Pirelli
chiedono patteggiamento

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Le aziende rinunciano a eventuale processo breve

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MILANO (1 febbraio) – Con la richiesta di patteggiamento Telecom e Pirelli chiudono con la vicenda dei dossier illegali, che ha al centro l’ex capo della security delle due società Giuliano Tavaroli e per la quale le due aziende sono finite imputate in base alla legge
sulla responsabilità amministrativa degli enti.

Oggi, alla ripresa dell’udienza preliminare davanti al gup di Milano Mariolina Panasiti, la posizione delle due società dovrebbe essere stralciata. L’istanza di patteggiamento, di cui dà notizia oggi il Corriere della Sera, è stata depositata in Tribunale sabato mattina scorso e porta Telecom e Pirelli a rinunciare al processo breve, qualora dovesse entrare in vigore.

Nell’accordo raggiunto con la Procura di Milano, in particolare con i pm Nicola Piacente e Stefano Civardi, le due società, che in totale verseranno 7 milioni di euro, si sono viste riconoscere dalla magistratura da un lato, come è stato riferito, l’assenza di responsabilità, dall’altro l’adozione dei modelli organizzativi imposti dalla legge 231 del 2001 e la piena collaborazione alle indagini: in passato sono stati presentati agli inquirenti sei esposti con al centro le attività interne “sospette” e commesse, usando le strutture delle società, da Pier Guido Iezzi, l’ex capo della sicurezza di Pirelli,

Tavaroli e dall’ex capo della security informatica Fabio Ghioni e dal Tiger Team. Riguardo alla cifra che verrà versata, quella che riguarda il capo di imputazione a carico delle due «persone giuridiche», ammonta in totale a un miliardo e 250 mila euro: 750 mila euro sono destinati alla Presidenza del consiglio e ai ministeri dell’Interno, delle Finanze e della Giustizia. Cifra, questa, a cui bisogna aggiungere 400 mila euro a titolo di sanzione pecuniaria e 100 mila euro come confisca del profitto del reato. Il resto della somma, fino ai sette milioni totali, verrà pagata ai molti dipendenti che sono stati oggetto di “monitoraggio” da parte di Tavaroli&C: si tratta di una sorta di «contributo volontario», circa 3 mila euro a ciascuno, che le due aziende hanno ritenuto di dover pagare per rinsaldare il rapporto di fiducia.

Telecom e Pirelli, ma non i loro vertici, sono finite indagate in qualità di persone giuridiche in relazione al reato di corruzione ipotizzato nei confronti di Tavaroli e Iezzi, ma nello stesso tempo sono parti lese per quello di appropriazione indebita contestato agli imputati. Infine, c’è da registrare che tra i vari patteggiamenti chiesti nei mesi scorsi c’è anche quello di Tavaroli: aveva concordato con i pm 4 anni e 6 mesi di reclusione (ai quali bisogna levare i mesi già trascorsi in carcere e tre anni di indulto) e la messa a disposizione di 70.000 euro a titolo di profitto confiscabile.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=89693&sez=HOME_INITALIA

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”. “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2″ / Berlusconi e i suoi misteri

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone
La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immununità territoriale”

http://remotoanteriore.files.wordpress.com/2008/02/provenzano.jpg?w=479

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”
“Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2″

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di SALVO PALAZZOLO

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Ciancimino: "Provenzano garantito da accordo" "Mio  padre investì soldi con i boss in Milano 2" Massimo Ciancimino

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PALERMO – “Me lo ricordo da bambino -  dice Massimo Ciancimino  -  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero Dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.
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Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Ciancimino junior racconta i segreti del padre Vito, il potente ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002, dai rapporti con Provenzano e Riina agli investimenti effettuati insieme ai boss mafiosi in “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.
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“Il signor Lo Verde -  spiega  -  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.
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Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  -  spiega  -  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  -  aggiunge il teste  -  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

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“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  -  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.
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Ad ascoltare Massimo Ciancimino, nell’aula bunker del processo, c’è il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.
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La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).
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Massimo Ciancimino ha anche raccontato delle attività del padre, e in particolare ha precisato che “Dopo le inchieste e le denunce della Commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Tra i nuovi investimenti, le Olimpiadi di Montreal, ma anche “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre “sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.
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01 febbraio 2010
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Vale qui ricordare, come d’altronde feci a suo tempo in questo blog, le confidenze fattemi da un rappresentante di commercio che ho conosciuto nei primi anni ottanta, il quale, parlandomi di Berlusconi mi confermava non solo di averlo conosciuto ma di avere per breve tempo avuto rapporti d’affari con lui ai tempi della costruzione di Milano 2.  Della sua conversazione mi è rimasta impressa un’annotazione: “Lasciai Berlusconi per una atmosfera ambigua che lo circondava per via delle sua frequentazioni. All’epoca arrivava e se ne andava dal cantiere sempre seguito da un codazzo di macchine con targhe di province siciliane…”
mauro
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BERLUSCONI E I SUOI MISTERI

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La vita e la carriera dell’imprenditore Silvio Berlusconi, nonostante le biografie autorizzate che il protagonista ha fatto pubblicare o propiziato nel corso degli anni con fini auto-agiografici, rimane costellata di buchi neri e di domande senza risposta. Piccolo riepilogo degli omissis più inquietanti.

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1) La Edilnord Sas è la società fondata nel 1963 da Silvio Berlusconi per costruire Milano 2. Soci accomandatari (quelli che vi operano), oltre al futuro Cavaliere, sono il commercialista Edoardo Piccitto e i costruttori Pietro Canali, Enrico Botta e Giovanni Botta. Soci accomandanti (quelli che finanziano l’operazione) il banchiere Carlo Rasini, titolare dell’omonima banca con sede in via dei Mercanti a Milano, e l’avvocato d’affari Renzo Rezzonico, legale rappresentante di una finanziaria di Lugano: la “Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag”, di cui nessuno conoscerà mai i reali proprietari. Si tratta comunque di gente molto ottimista, se ha affidato enormi capitali a Berlusconi, cioè a un giovanotto di 27 anni che, fino a quel momento, non ha dato alcuna prova imprenditoriale degna di nota.

2) Sulla banca Rasini, dove il padre Luigi Berlusconi lavora per tutta la vita, da semplice impiegato a direttore generale, ecco la risposta di Michele Sindona (bancarottiere piduista legato a Cosa Nostra e riciclatore di denaro mafioso) al giornalista americano Nick Tosches, che nel 1985 gli domanda quali siano le banche usate dalla mafia: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in piazza Mercanti”. Cioè la Rasini, dove – ripetiamo – Luigi Berlusconi, padre di Silvio, ha lavorato per tutta a vita, fino a diventarne il procuratore generale. Alla Rasini tengono i conti correnti noti mafiosi e narcotrafficanti siciliani come Antonio Virgilio, Salvatore Enea, Luigi Monti, legati a Vittorio Mangano, il mafioso che lavora come fattore nella villa di Berlusconi fra il 1973 e il 1975.

3) Il 29 ottobre 1968 nasce la Edilnord Centri Residenziali Sas (una sorta di Edilnord 2): stavolta, al posto di Berlusconi, come socio accomandatario c’è sua cugina Lidia Borsani, 31 anni. E i capitali li fornisce un’altra misteriosa finanziaria luganese, la “Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzentren Ag” (Aktien), fondata da misteriosi soci appena 10 giorni prima della nascita di Edilnord 2. Berlusconi da questo momento sparisce nel nulla, coperto da una selva di sigle e prestanome. Riemergerà solo nel 1975 per presiedere la Italcantieri, e nel 1979, come presidente della Fininvest. Intanto nascono decine di società intestate a parenti e figuranti, controllate da società di cui si ignorano i veri titolari. Come ha ricostruito Giuseppe Fiori nel libro “Il venditore” (Garzanti, 1994, Milano), Italcantieri nasce nel 1973, costituita da due fiduciarie ticinesi: “Cofigen Sa” di Lugano (legata al finanziere Tito Tettamanzi, vicino alla massoneria e all’Opus Dei) e “Eti A.G.Holding” di Chiasso (amministrata da un finanziere di estrema destra, Ercole Doninelli, proprietario di un’altra società, la Fi.Mo, più volte 7 inquisita per riciclaggio, addirittura con i narcos colombiani).

4) Nel 1974 nasce la “Immobiliare San Martino”, amministrata da Marcello Dell’Utri e capitalizzata da due fiduciarie del parabancario Bnl: la Servizio Italia (diretta dal piduista Gianfranco Graziadei) e la Saf (Società Azionaria Finanziaria, rappresentata da un prestanome cecoslovacco, Frederick Pollack, nato nientemeno che nel 1887). A vario titolo e con vari sistemi e prestanome, “figlieranno” una miriade di società legate a Berlusconi e ai suoi cari: a cominciare dalle 34 “Holding Italiana” che controllano il gruppo Fininvest. Secondo il dirigente della Banca d’Italia Francesco Giuffrida e il sottufficiale della Guardia di Finanza Giuseppe Ciuro, consulenti tecnici della Procura di Palermo al processo contro Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, queste finanziarie hanno ricevuto fra il 1978 e il 1985 almeno 113 miliardi (pari a 502 miliardi di lire e 250 milioni di euro di oggi), in parte addirittura in contanti e in assegni “mascherati”, dei quali tuttoggi “si ignora la provenienza”. La Procura di Palermo sostiene che sono i capitali mafiosi “investiti” nel Biscione dalle cosche legate al boss Stefano Bontate. La difesa afferma che si tratta di autofinanziamenti, anche se non spiega da dove provenga tutta quella liquidità. Lo stesso consulente tecnico di Berlusconi, il professor Paolo Jovenitti, ammette l’”anomalia” e l’incomprensibilità di alcune operazioni dell’epoca.

5) Nel 1973 Silvio Berlusconi acquista da Annamaria Casati Stampa di Soncino, ereditiera minorenne della nota famiglia nobiliare lombarda rimasta orfana nel 1970, la settecentesca Villa San Martino ad Arcore, con quadri d’autore, parco di un milione di metri quadrati, campi da tennis, maneggio, scuderie, due piscine, centinaia di ettari di terreni. La Casati è assistita da un pro-tutore, l’avvocato Cesare Previti, che è pure un amico di Berlusconi, figlio di un suo prestanome (il padre Umberto) e dirigente di una società del gruppo (la Immobiliare Idra). Grazie alla fortunata coincidenza, la favolosa villa con annessi e connessi viene pagata circa 500 milioni dell’epoca: un prezzo irrisorio. E, per giunta, non in denaro frusciante, ma in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borse, così che, quando la ragazza si trasferisce in Brasile e tenta di monetizzare i titoli, si ritrova con una carrettate di carta. A quel punto, Previti e Berlusconi offrono di ricomprare le azioni, ma alla metà del prezzo inizialmente pattuito. Una sentenza del Tribunale di Roma, nel 2000, ha assolto gli autori del libro “Gli affari del presidente”, che raccontava l’imbarazzante transazione.

6) Nel 1973 Berlusconi, tramite Marcello Dell’Utri, ingaggia come fattore (ma recentemente Dell’Utri l’ha promosso “amministratore della villa”) il noto criminale palermitano, pluriarrestato e pluricondannato Vittorio Mangano. Il quale lascerà la villa solo due anni più tardi, quando verrà sospettato di aver organizzato il sequestro di Luigi d’Angerio principe di Sant’Agata, che aveva appena lasciato la villa di Arcore dopo una cena con Berlusconi, Dell’Utri e lo stesso Mangano. Mangano verrà condannato persino per narcotraffico (al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino) e, nel 1998, all’ergastolo per omicidio e mafia.

7) Il 26 gennaio 1978 Silvio Berlusconi si affilia alla loggia Propaganda 2 (P2), presentato al gran maestro venerabile Licio Gelli dall’amico giornalista Roberto Gervaso. Paga regolare quota di iscrizione (100 mila lire) e viene registrato con la tessera 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625. La partecipazione al pio sodalizio gli procaccerà vantaggi di ogni genere: dai finanziamenti della “Servizio Italia” di Graziadei ai crediti facili e ingiustificati del Monte dei Paschi di Siena (di cui è provveditore il piduista Giovanni Cresti) alla collaborazione con il “Corriere della Sera” diretto dal piduista Franco Di Bella e controllato dalla Rizzoli dei piduisti Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani.

8) Il 24 ottobre 1979 Silvio Berlusconi riceve la visita di tre ufficiali della Guardia di Finanza nella sede dell’Edilnord Cantieri Residenziali. Si spaccia per un “un semplice consulente esterno” addetto “alla progettazione di Milano 2″. In realtà è il proprietario unico della società, intestata a Umberto Previti. Ma i militari abboccano e chiudono in tutta fretta l’ispezione, sebbene abbiano riscontrato più di un’anomalia nei rapporti con i misteriosi soci svizzeri. Faranno carriera tutti e tre. Si chiamano Massimo Maria Berruti, Salvatore Gallo e Alberto Corrado. Berruti, il capopattuglia, lascerà le Fiamme Gialle pochi mesi dopo per andare a lavorare per la Fininvest come avvocato d’affari (società estere, contratti dei calciatori del Milan, e così via). Arrestato nel 1985 nello scandalo Icomec (e poi assolto), tornerà in carcere nel 1994 insieme a Corrado per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette alla Guardia di Finanza, poi verrà eletto deputato per Forza Italia e condannato in primo e secondo grado a 8 mesi di reclusione per favoreggiamento. Gallo risulterà iscritto alla loggia P2.

9) Il 30 maggio 1983 la Guardia di Finanza di Milano, che sta controllando i telefoni di Berlusconi nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di droga, redige un rapporto investigativo in cui si legge: “E’ stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni in Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero. Operativamente le società in questione avrebbero conferito ampio mandato ai professionisti della zona”. Per otto anni l’indagine, seguita inizialmente dal pm Giorgio Della Lucia (poi passato all’Ufficio istruzione, da anni imputato per corruzione in atti giudiziari insieme al finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex socio di Marcello Dell’Utri) langue, praticamente dimenticata. Alla fine, nel 1991, il gip milanese Anna Cappelli archivierà tutto.

10) Il terzo, seccante incontro ravvicinato fra il Cavaliere e la Legge risale al 16 ottobre 1984. Tre pretori, di Torino, Roma e Pescara, hanno la pretesa di applicare le norme che regolano l’emittenza televisiva e che il Cavaliere ha deciso di aggirare, trasmettendo in contemporanea gli stessi programmi su tutto il territorio nazionale. I tre magistrati fanno presente che è vietato, 9 non si può e bloccano le attrezzature che consentono l’operazione fuorilegge. Il Cavaliere oscura le sue tv, per attribuire il black out ai giudici, poi scatena il popolo dei teledipendenti con lo slogan “Vietato vietare”, opportunamente rilanciato dallo show del giornalista piduista Maurizio Costanzo. Lo slogan viene subito tradotto in legge dal presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il quale abbandona una visita di Stato a Londra per precipitarsi in Italia e varare un decreto legge ad personam (“decreto Berlusconi”) che riaccende immediatamente le tv illegali del suo compare. Lo scandalo è talmente enorme che, persino nel pentapartito, qualcuno non ci sta. E il decreto viene bocciato dall’aula come incostituzionale. Due dei tre pretori reiterano il sequestro penale delle attrezzature utilizzabili oltre l’ambito locale. Così Craxi partorisce un secondo decreto Berlusconi, agitando davanti ai riottosi partiti alleati lo spauracchio della crisi di governo e delle elezioni anticipate, in caso di mancata conversione in legge. Provvederà poi lo stesso Caf a legalizzare il monopolio illegale Fininvest sulla televisione commerciale con la legge Mammì, detta anche “legge-Polaroid” per l’alta fedeltà con cui fotografa lo status quo.

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Caso Abu Omar: il Sismi era ‘compiacente’. Il giudice accusa Pollari: “Sapeva”

http://attituderagusa.files.wordpress.com/2010/01/pollari_nicolo.jpg?w=479Pollari

Depositate oggi. La responsabilità penale di Pollari non era stata accertata
a causa del segreto di Stato opposto dai governi Prodi e Berlusconi

Abu Omar, le motivazioni della sentenza
Il giudice accusa il Sismi: “Sapeva”

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Abu Omar, le motivazioni della sentenza Il giudice accusa il  Sismi: "Sapeva" Abu Omar

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MILANO – Il rapimento di Abu Omar, l’Imam sequestrato a Milano nel febbraio 2003, avvenne ad opera della Cia con la “conoscenza e forse la compiacenza” del Sismi, allora diretto dal generale Nicolò Pollari. Ma la responsabilità penale dei servizi segreti nazionali non è stata accertata a causa del segreto di Stato apposto dai governi Prodi e Berlusconi e confermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza che costituisce “un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante”. All’esito del processo furono condannati gli agenti Cia mentre per gli ex vertici del sismi, Nicolò Pollari e Marco Mancini, fu disposto il non doversi procedere per l’esistenza del segreto di Stato.
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E’ uno dei passaggi delle motivazioni della sentenza con la quale, il 4 novembre scorso, il giudice Oscar Magi condannò per il rapimento, ‘solo’ gli agenti della Cia e dichiarò il non doversi procedere per i funzionari ed ex funzionari del Sismi. Scrive infatti il giudice nelle motivazioni del verdetto depositate oggi: “L’esistenza di una autorizzazione organizzativa a livello territoriale nazionale da parte della massime autorità responsabili da parte del servizio segreto Usa lascia presumere che tale attività sia stata compiuta quanto meno con la conoscenza (o forse con la compiacenza) delle omologhe attività nazionali, ma di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie (pur esistenti) per l’apposizione – opposizione di segreto di Stato da parte delle attività governative italiane”.
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Il Caso Abu Omar fa riferimento al rapimento e trasferimento in Egitto, suo paese di origine, dell’Imam di Milano Hassan Mustafa Osama Nasr, noto come Abu Omar, ed alle successive vicende. La questione è stata riportata dalla stampa internazionale come uno dei più noti e meglio documentati casi di extraordinary rendition eseguiti dai servizi segreti statunitensi nel contesto della guerra globale al terrorismo.

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Abu Omar è stato sequestrato il 17 febbraio 2003 a Milano da dieci agenti della CIA e un maresciallo dei carabinieri che fino a un anno e mezzo fa ha lavorato nella sezione antiterrorismo del Ros di Milano. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e quanto dichiarato dallo stesso Nasr, l’imam è stato rapito a Milano mentre si recava alla moschea e trasportato presso la base di Aviano per essere trasferito in Egitto dove è stato recluso, interrogato e avrebbe subito torture e sevizie.
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Seppure il governo italiano abbia negato di aver ricoperto alcun ruolo nel sequestro, alle indagini condotte dai procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Enrico Pomarici sono seguiti i rinvii a giudizio per i servizi americani, di 26 agenti della Cia tra cui il capocentro di Roma e referente per l’Italia della Cia fino al 2003 Jeffrey W. Castelli e il capocentro di Milano Robert “Bob” Seldon Lady, mentre per i servizi Italiani, del Generale Nicolò Pollari, vertice del Sismi, del suo secondo Gustavo Pignero morto l’11 settembre del 2006, Marco Mancini e dei capicentro Raffaele Ditroia, Luciano Di Gregori e Giuseppe Ciorra.
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01 febbraio 2010
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L’affare di villa Pollari

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Su Internet una villa simile si trova in vendita a 2 milioni di euro. Eppure l’uomo più fidato del premier Silvio Berlusconi quando si parla di intelligence, Nicolò Pollari, l’ha pagata 500mila euro nel luglio del 2005.
Un generale di lungo corso passato da 8 anni ai servizi segreti dove si si incassano stipendi ben più sontuosi di quelli delle Fiamme gialle probabilmente può disporre di 500mila euro più altri 3-400mila per la ristrutturazione di questa villa da 400 metri quadrati coperti più 1400 scoperti con piscina e trampolino. Quello che rende questa storia, scoperta da Il Fatto quotidiano, davvero oscura non è l’origine dei soldi ma l’origine dei rapporti tra i due contraenti e l’incrocio di interessi privati e pubblici che l’affare nasconde. A vendere quella villa a Pollari è stato il San Raffaele di don Verzé. E di Pio Pompa. Per capire cosa si nasconde dietro la siepe di alloro che circonda la villa bisogna partire dall’inizio.

Pollari, l’uomo che ha guidato il servizio segreto militare dal 2001 al novembre 2006, è indagato a Perugia insieme con il suo braccio destro, Pio Pompa, che era stato prima consulente di Pollari e poi funzionario assunto in pianta stabile nel Sismi dal 2004. Nel suo ufficio segreto di via Nazionale Pompa raccoglieva dossier sui magistrati e i giornalisti considerati ostili a Berlusconi. Il pm di Perugia Sergio Sottani ha inviato un mese fa l’avviso che chiude le indagini e prelude solitamente a una richiesta di rinvio a giudizio. Pollari e Pompa sono accusati di aver distratto “somme di denaro, risorse umane e materiali” per fini diversi da quelli istituzionali, come la redazione di “analisi sulle presunte opinioni politiche, sui contatti e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari”. Ai due ex funzionari è stata contestata anche l’indebita intrusione nella vita privata delle persone schedate. Come Il Fatto ha rivelato, sulla vicenda, per proteggere i segreti di Pompa e Pollari, Silvio Berlusconi ha opposto il segreto di Stato. Il premier non ha voluto rivelare alla Procura di Perugia (che indaga perché tra le vittime dei dossier ci sono i pm di Roma) se il Sismi avesse pagato per quelle attività e chi le avesse ordinate.

Nessun quotidiano, a parte il nostro, si è degnato di approfondire una vicenda scandalosa nella quale un premier appone il segreto per proteggere le attività di intelligence abusiva fatte dai suoi servizi proprio per tutelarlo dalle attività di inchiesta sulle sue malefatte a parte dei due contropoteri di ogni democrazia che funzioni: magistratura e stampa. In splendida solitudine Il Fatto ha cominciato a raccontare cosa c’è nelle carte dell’archivio di via Nazionale allestito con i soldi pubblici e sotto il coordinamento del capo del Sismi.

Tra i documenti inediti spicca la cartellina contenente il carteggio, risalente al 2001, tra Pio Pompa e don Luigi Maria Verzé, il sacerdote imprenditore amico di Silvio Berlusconi. Quando Pompa non era ancora entrato al Sismi ed era solo un consulente di Pollari, allora numero due del Cesis, l’aspirante agente segreto lavorava per il sacerdote che ha creato il San Raffaele di Milano e che voleva espandersi a Roma e in tutto il mondo. Pompa, mentre vergava analisi contro i pm per convincere Pollari ad assumerlo nei servizi, scriveva a don Verzé per convincerlo a raccomandare Pollari come capo del Sismi a Berlusconi.

Nella lettera a don Verzé, sequestrata in via Nazionale, Pompa dichiara di appartenere a una lobby, che somiglia a una setta: “i raffaeliani”. Tutti amici di don Verzé, tutti pronti a muoversi all’unisono per ottenere fondi pubblici, cambi di destinazione per i terreni, e nomine. Nella lettera si legge “Caro presidente…la direzione dell’importante Organismo (il Sismi Ndr) per noi Raffaeliani consiste nella possibilità di sostenere adeguatamente i progetti di consolidamento economico e sviluppo futuro attraverso interventi che potranno assumere la seguente articolazione…”.

Tra i sette progetti prioritari, Pompa indicava al punto 3 (come si può leggere sotto) quello di Mostacciano: “costituzione di un ‘centro studi’ utilizzando in affitto la villa limitrofa al Parco biomedico. Da tale struttura sarà anche possibile dare un forte impulso allo sviluppo delle attività di ricerca e del business complessivo del Parco…in considerazione soprattutto delle prospettive e della mission sottese a Castel Romano. In tal senso abbiamo la possibilità di avvalerci degli ottimi rapporti di amicizia resi disponibili dall’amico N. (Pollari Ndr) con i vertici del Polo tecnologico, il presidente Geronzi e i responsabili degli organismi deputati al finanziamento dei progetti di ricerca”.

Pompa, in sostanza, sta dicendo: “Caro don Verzé, tu fai nominare Pollari al Sismi e, grazie a lui, riusciremo a fare tanti affari. Per esempio, potremo metterci insieme al Sismi per fare ricerca con fondi pubblici da usare anche per sviluppare il campus che stiamo costruendo a Castel romano, vicino a Roma. Non solo: potremo prendere due piccioni con una fava, usando come ufficio per la ricerca comune (affittandola) la villetta che sorge accanto alla sede del Parco biomedico del San Raffaele a Mostacciano”.

Pompa nei suoi documenti nomina altre tre operazioni immobiliari da effettuarsi a Roma e Olbia. Questi affari, avevano insospettito anche la Procura di Milano, che scrive nel dicembre 2006: “Deve essere devoluta alla valutazione della Procura di Roma la valutazione di documenti riguardanti operazioni immobiliari, pure sequestrati in via Nazionale a Roma, apparendone opportuno l’approfondimento”.

A Roma però nessuno avvista la storia di villa Pollari. Ma cosa accade dopo quella lettera di Pompa dell’estate 2001? Berlusconi sceglie Pollari come capo del Sismi a settembre. Nel 2002 parte il campus del San Raffaele a Castel Romano. Nel 2004 Pollari assume Poma e, da capo del Sismi gradito ai “Raffaeliani”, compra una villa dal San Raffaele proprio accanto alla sede del parco biomedico che sembra proprio quella descritta da Pompa nella lettera del 2001. Nel 2006 Francesco Bonazzi su L’Espresso scrive che in quella villa è attiva una sede del Sismi, in affitto da don Verzé. Sarà quella di Pollari?

Il Fatto Quotidiano ha contattato l’avvocato Titta Madia, legale di Pollari, che – dopo essersi consultato con il cliente – replica: “È un errore. La villa acquistata dal generale non è quella”. Sarà. Resta il fatto che i “raffaeliani”, dopo aver perorato la nomina di Pollari, hanno fatto un affare con lui. E resta un dubbio: la villetta di Pollari è stata venduta a un prezzo basso al generale per essere poi ristrutturata e usata dal Sismi?Ieri nel cortile della villa si vedeva una casetta e un canestro giocattolo. Ma non c’erano bimbi. Solo una station wagon, una Bmw Roadster Z4 cabrio e un furgone blu.

Chissà chi ci vive. Una cosa è certa, Pollari ha fatto un affarone. La magione di Mostacciano è disposta su quattro livelli: due ingressi, due saloni, sei camere, due soggiorni, cinque bagni, due vani guardaroba, lavanderia e garage, tre terrazze, giardino di 1.400 metri e una bella piscina con trampolino. La villa era stata comprata nel 1994 dal San Raffaele a un prezzo di 2 miliardi e 400 milioni, più del doppio di quanto ha pagato Pollari. Quando il 28 luglio del 2005, davanti al notaio Giancarlo Mazza, acquista la casa, il generale rappresenta con apposita procura anche la moglie. Nell’abitazione sono stati eseguiti alcuni abusi edilizi e il San Raffaele garantisce che, se il condono presentato negli anni Ottanta non andrà a buon fine, Pollari non tirerà fuori un euro per integrare la sanatoria.

Probabilmente per giustificare il prezzo basso, i contraenti allegano una perizia dell’ingegnere Santino Tosini nella quale si fa notare lo stato pietoso dell’immobile: gli infissi divelti dagli occupanti abusivi della casa, abbandonata per anni dal San Raffaele, gli impianti non funzionanti, le erbacce e il cancello divelto. La perizia si conclude con una frase: “lo stato del fabbricato sito in Roma (…) è totalmente fatiscente e sicuramente non agibile a meno dell’effettuazione di radicali lavori di ripristino strutturale e di rifacimento di pavimentazioni, impianti, infissi, ecc..”.
Che sono stati fatti senza badare a spese. Chissà chi li ha pagati.

Da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2009

fonte:  http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2410132&yy=2009&mm=12&dd=31&title=laffare_di_villa_pollari

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