Archivio | maggio 4, 2010

DOVE STIAMO ANDANDO – Povera mamma, in Italia più di un milione in miseria / «Orfani» con i genitori e figli della nuova Russia

Povera mamma, in Italia più di un milione in miseria

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di Rachele Gonnelli

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«Si può sapere cosa succede in Italia? Dal baby boom siete alla crescita zero…», pare abbia chiesto la principessa Margaret, presidente onoraria di Save The Children. «Fortunatamente – racconta l’interpellato, presidente italiano dell’ong, Claudio Tesauro – nel rigido protocollo reale non c’è stato tempo per articolare una risposta». La risposta viene dal rapporto presentato ieri a Roma <i>Le condizioni di povertà tra le madri in Italia</i>. Succede che da noi fare figli vuol dire impoverirsi. Il rapporto, realizzato dalla Fondazione Cittalia e dell’Anci in collaborazione con Istat e Caritas, è la radiografia di una malattia sociale del Belpaese, in un anno calato dal 16° al 17° posto nel mondo quanto a condizioni di vita delle madri e dei bambini.

Dalla culla al niente
Un Paese davvero strano, il nostro, con un tasso tra i più bassi al mondo di mortalità infantile (4 su mille) e di complicazioni post partum (il rischio di morte delle partorienti è 1 su 26mila) e contemporaneamente all’ultimo posto in Europa quanto ad occupazione femminile. Siamo penultimi tra i 27 Paesi dell’Unione europea, superati solo da Malta. Cosa c’entra? Il nodo – dicono i dati – sta proprio in questa divaricazione tra l’assistenza sanitaria alla nascita, che in Italia ha ancora ottimi standard, e l’assenza quasi totale di servizi e opportunità che accompagnino la madre e i suoi bambini nella crescita, a cominciare dagli asili nido per finire in una rigida organizzazione dei tempi di lavoro e dei ruoli familiari, un tutto che fa ricadere i costi e l’impegno di allevare i figli sulle madri, troppo spesso impedendo loro di lavorare e contribuire così al reddito. La donna è relegata in casa nel ruolo esclusivo di madre e questo che è tutt’altro che un bene per loro e per i bimbi. La povertà relativa, che significa vivere in due con nemmeno mille euro al mese, è largamente più alta dove la donna non trova o rinuncia a lavorare fuori casa. Le famiglie «relativamente povere» sono 2 milioni e 737 milioni, pari a quasi cinque milioni di individui, l’11,3 percento della popolazione. Le donne sono più della metà della «torta». Un fenomeno tutt’altro che marginale. Né riguarda in particolare gli immigrati, dove anzi il lavoro femminile, legato com’è al permesso di soggiorno, è generalmente diffuso tra i residenti, presi in esame nell’indagine, e concentrati al Nord. Mentre l’incidenza di madri povere è notevolmente più alta nel Meridione.

Non c’è neanche una prevalenza di nuclei monoparentali, cioè di madri sole o separate. Le madri che non riescono ad arrivare a fine mese, devono tagliare sul cibo, trascurare visite mediche e spese scolastiche, non riescono a pagare con regolarità affitto, mutuo e bollette sono un milione e 678 mila. Solo il 7,5% è sola con i figli, l’86,3% vive in coppia, con il padre dei bambini o con un secondo marito. In stragrande maggioranza si tratta di casalinghe e la loro povertà si appesantisce all’aumentare del numero dei figli. Non è così nel resto d’Europa, dove il disagio sociale inizia a farsi avanti dal terzo figlio in su. In Italia molto dipende dalla rete parentale di supporto, che però deve sobbarcarsi anche altri compiti di welfare autogestito e secondo Linda Sabbadini dell’Istat «è ormai profondamente sotto stress», un pilastro del nostro collante sociale che sta per rompersi. Dove ancora c’è una nonna in forze, è più facile che la giovane madre lavori e meno probabile un suo impoverimento. Nel biennio 2005-2006 – governo Prodi – c’era stato un miglioramento della condizione economica della madri single, che poi è calata di nuovo.

Il governo del Family Day
Ieri alla presentazione del rapporto di Save The Children è comparso all’improvviso il sottosegretario con delega alla Famiglia Carlo Giovanardi, tra gli inventori del Family Day. Ha tentato una giustificazione acrobatica del perché l’attuale governo non abbia fatto nulla per arginare l’impoverimento crescente delle madri, addossando le colpe alla congiuntura economica, al «rischio Grecia», e alla fine ha dato pilatescamente la responsabilità agli enti locali. Non ha convinto neanche Maria Luisa Tezza, rappresentante dell’Anci, Pdl, che con molti sorrisi gli ha ricordato la mancata introduzione del quoziente familiare. Dando atto che le misure prese sono state nel solco del governo precedente. «Il primo governo Prodi fece una finanziaria di sacrifici per l’euro – ricorda l’ex ministra Livia Turco – però non tagliò del 550% i fondi per la cooperazione». «Eppure gli italiani dimostrano di avere ancora tra le priorità gli aiuti internazionali e il sociale», dice il presidente Tesauro. Con la crisi le donazioni individuali a Save The Children sono aumentate. Abituati a fare da sé.

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04 maggio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=98239

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Il dramma di un paese

«Orfani» con i genitori
e figli della nuova Russia

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di Giovanni Bensi

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Per quanto possa sembrare strano, nella Russia di oggi sono registrati come orfani “ufficiali” più bambini che durante la Seconda guerra mondiale: attualmente essi sono 697.000 e allora, quando infuriava la distruzione, negli anni ’40, erano 678.000. Ma due terzi degli attuali «orfani» sono in realtà «orfani sociali», vale a dire i loro genitori sono ancora vivi. Lo ha dichiarato alla Duma Elena Mizulina, presidente della commissione parlamentare per la famiglia, le donne e i bambini.

Come si spiega questo paradosso? Due anni fa il Parlamento approvò una legge sull’assistenza agli orfani, e da allora «di quasi due volte è aumentato il numero delle restituzioni di orfani dalle famiglie adottive agli orfanotrofi». «Gli esperti – ha detto Mizulina – ritengono che ciò rappresenti uno schiaffo umanitario contro i bambini: prima i loro genitori biologici li hanno rifiutati, e poi anche quelli adottivi». Secondo la deputata, negli ultimi due anni sono stati restituiti agli orfanotrofi circa 30.000 bambini adottati.

Questa situazione si è creata perché nessuno si prende cura dei genitori adottivi, non offre loro varie forme di assistenza, afferma Elena Mizulina. Inoltre, a suo parere, le tendenze negative sono in gran parte provocate dalla «commercializzazione stessa del processo di adozione degli orfani».
«Molti – afferma la deputata – adottano dei figli per ottenere beni materiali che poi in realtà non arrivano, per cui i genitori adottivi si vedono incentivati a restituire i bambini, senza preoccuparsi dei danni psicologici che infliggono loro».

Una situazione dovuta al degrado sociale delle grandi città come Mosca e San Pietroburgo, dove molta gente, nelle periferie, ma non solo, vive ancora nelle “khrushchoby” (le “baracche di Khrusciov”), i casermoni costruiti in fretta negli anni ’60 del secolo scorso, oggi spesso fatiscenti o insufficientemente restaurati, a fronte dei nuovi condomini che sorgono in città o nei dintorni più attraenti (come la Rubljovka a Mosca per i “New Russians” e gli oligarchi). Una tale situazione riguardante l’abuso nel settore delle adozioni, si intreccia con dati ancora più drammatici che vengono denunciati, ma con scarso successo, da vari esponenti del mondo politico e dell’assistenza umanitaria.

Sono stati citati i dati forniti nei giorni scorsi alla radio Ekho Moskvy dal commissario per i diritti dell’infanzia Pavel Astakhov, il quale ha richiamato cifre che in sé non sono nuove, ma vengono per vari motivi quasi ignorate dai responsabili. Astakhov ha ricordato che nell’ultimo anno ben 100.000 e più bambini sono stati vittime di violenze da parte di adulti. «Noi – ha detto il commissario – ogni anno perdiamo circa 2.000 bambini che vengono uccisi (spesso in episodi legati alla criminalità organizzata, ndr) e circa 6.000 che vengono adottati fuori dalla Russia». Astakhov ha proposto che nel Paese venga riorganizzato e umanizzato il sistema di mantenimento e istruzione negli internati per i bambini che hanno problemi sociali in famiglia.

«Gli internati – ha lamentato il commissario – sono una forma di istituto molto chiusa, bisogna riorganizzarli, trasformarli in case-famiglia per bambini, costruite secondo il principio delle piccole famiglie. La riorganizzazione degli internati – ha aggiunto – è un nostro dovere per i bambini che vivono sotto la protezione dello Stato».

E poi c’è il problema dei bambini che scappano di casa e semplicemente scompaiono. «Spariscono e non  si trovano più – ammette Astakhov. E ogni anno il loro numero aumenta. Sommando i casi degli ultimi anni arriviamo a circa 600 minori spariti nel nulla. Non dobbiamo dire che sono pochi: è una cifra enorme».

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30 aprile 2010

fonte:  http://www.avvenire.it/Mondo/Orfani+con+i+genitori+e+figli+della+nuova+Russia_201004300815112930000.htm

Vulcano Islanda, scatta il nuovo allarme: chiusi aeroporti in Scozia e Irlanda Nord

http://www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100504_vulcano9.jpg

Vulcano Islanda, scatta il nuovo allarme: chiusi aeroporti in Scozia e Irlanda Nord

Tajani: aiuti di Stato anche ai tour operator

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ROMA (4 maggio) – Mercoledì 5 maggio nuova chiusura, dalle 8 ora italiana, dello spazio aereo su Scozia e Irlanda del nord a causa della nube prodotta dal vulcano islandese in eruzione. Lo ha annunciato l’Autorità dell’aviazione civile britannica senza indicare la durata del provvedimento, deciso in serata al termine di una giornat in cui lo spazio aereo era stato prima chiuso e poi nuovamente riaperto. La temporanea chiusura ha provocato la cancellazione di circa 150 voli.

Dalle 14.0 ora italiana sono stati autorizzati a riaprire gli scali di Dublino, Shannon, Cork, Knock, Donegal, Waterford e Kerry. Ieri l’Irlanda aveva annunciato una nuova chiusura dello spazio aereo a causa delle ceneri vulcaniche sprigionatesi dall’eruzione in Islanda, che aveva provocato la paralisi dei voli sull’Europa due settimane fa. Le autorità hanno aggiunto che nei prossimi giorni la situazione sarà monitorata con ulteriore attenzione perché secondo le previsioni i venti continueranno a trasportare le ceneri vulcaniche.

Sono 4 tra partenze e arrivi i voli per l’Irlanda cancellati questa mattina negli aeroporti di Fiumicino e Ciampino. A Fiumicino risultano per ora soppressi 2 collegamenti per Dublino (uno in partenza alle 12.15 e uno in arrivo alle 11.20) della compagnia irlandese Aer Lingus. A Ciampino il vettore low cost Ryanair ha cancellato il volo Roma-Dublino delle 10.55 e quello che arrivare alle 10.25 nella capitale. L’autorità per l’aviazione civile irlandese ha confermato oggi la riapertura dello spazio aereo e la ripresa dei voli a partire alle 14 ora italiana. Sono stati autorizzati a riaprire gli scali di Dublino, Shannon, Cork, Knock, Donegal, Waterford e Kerrydoveva. Le stesse autorità hanno, peraltro, aggiunto che nei prossimi giorni la situazione sarà monitorata con ulteriore attenzione perchè, stando alle previsioni, i venti continueranno a trasportare le ceneri vulcaniche.

Includere i tour operator e le agenzie di viaggio «in qualsiasi comunicazione riguardante eventuali aiuti di Stato» legati alla nuvola di cenere islandese. È quanto ha chiesto il vicepresidente della Commissione Ue, responsabile per Trasporti e turismo, Antonio Tajani, che, durante un’audizione all’Europarlamento, ha riferito che il settore turistico italiano è stato fra i più colpiti dagli effetti dalle nube vulcanica. «Siamo consapevoli che oltre alle compagnie aeree questa crisi, che non ha precedenti, ha avuto un impatto diretto sull’industria del turismo», ha sottolineato Tajani. Le prime cifre preliminari sui danni subiti dall’industria turistica europea, ha spiegato Tajani, indicano che la Francia ha perso 260 milioni di euro, Italia e Spagna duecento, Germania cento e Grecia sessanta. Nel complesso le perdite del settore, ha ribadito il vicepresidente della Commissione Ue, ammontano a circa un miliardo di euro.

Commissario Ue: non c’è formula aiuti di Stato. Non c’è «una formula aritmetica» che consenta un automatismo nella concessione di eventuali aiuti di Stato per fronteggiare i danni subiti dalle compagnie aeree europee per colpa dalla nuvola vulcanica islandese. Lo ha indicato il commissario Ue ai Trasporti Siim Kallas al termine di una riunione straordinaria dei responsabili europei convocati per cercare meccanismi di maggiore coordinamento in caso di crisi simili. «La posizione della Commissione Ue è che in circostanze eccezionali è possibile concedere aiuti di Stato ma non c’e una formula automatica. Serve un margine di interpretazione e una idea chiara dei danni», ha sottolineato il commissario che ha ribadito come la Commissione esaminerà eventuali richieste provenienti dagli Stati Ue. La proposta di ritardare i pagamenti dei diritti aeroportuali e ai gestori del traffico aereo da parte delle compagnie è stata accolta «tiepidamente» dai rappresentanti dei governi europei, ha riferito Kallas.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=100333&sez=HOME_NELMONDO

LA LETTERA – “Niente aereo perché ho la pelle gialla”. Il ministro: “L’Enac faccia chiarezza”

LA LETTERA

“Niente aereo perché ho la pelle gialla”
Il ministro: “L’Enac faccia chiarezza”

Un lettore di origini coreane denuncia in una e-mail: “All’aeroporto di Bergamo sono stato deriso dagli addetti alla sicurezza e non ho potuto prendere un volo per Roma. Il nostro paese è sempre più razzista”. La replica dell’aeroporto: “Trattato con gentilezza e professionalità”. Matteoli invita ad accertare i fatti

"Niente aereo perché ho la pelle gialla" Il ministro:  "L'Enac faccia chiarezza" La carta d’imbarco di Yoon Cometti

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La lettera
Ecco il testo dell’e-mail inviata da Yoon Cometti, cittadino italiano di origini coreane, a Repubblica.it

Spettabile redazione,

mi chiamo Yoon Cometti (in arte Yoon C. Joyce) e sono un attore di origini coreane adottato ancora in fasce da genitori bergamaschi. Ho recitato in film come “Gangs of New York” di Martin Scorsese, “Ti amo in tutte le lingue del mondo” di Leonardo Pieraccioni, “Cemento armato” Marco Martani. Ma stavolta vi scrivo per raccontare un episodio avvenuto all’aereoporto di Orio al Serio (Bergamo) di cui vorrei la gente sapesse, perché fatti del genere sono davvero deplorevoli.

In data 27 Aprile 2010 mi reco in aeroporto con destinazione Roma, dove devo incontrare un produttore. Parto la sera prima dell’appuntamento per sicurezza. Già al metal detector incappo nella prima noia quando la guardia addetta al controllo vedendomi comincia a fare dei versi alla Bruce Lee e a ripetere “Liso, liso, saionara, saionara” a mo’ di sfottò. Io infastidito rispondo in bergamasco e lui viene colto di sorpresa.

Alle 21,30 sono in coda per imbarcarmi. Quando giungo al banco, il ragazzo che sta al terminale mi osserva facendo una smorfia, e mentre le altre persone erano state fatte passare senza verifiche scrupolose al biglietto, al mio turno l’addetto prende la mia carta di identità, controlla che la foto corrisponda alla faccia e controlla meticolosamente i dati. Poi mi fa notare che anziché “YOON COMETTI”, sul biglietto (emesso dalla Ryanair) c’è scritto “YOON COGNOME”. Io non me ne ero accorto, evidentemente al momento della prenotazione il computer ha commesso un piccolo errore, ma da una veloce verifica i dati della carta di identità nonché quelli della carta di credito corrispondevano. Malgrado questo l’addetto dice he non posso salire a bordo, perché nessuno gli garantiva che il tizio il cui nome era riportato sul biglietto, ovvero Yoon Cognome, corrispondesse a me.

Faccio notare che ho un impegno importante, la collega suggerisce di aggiungere il cognome a penna, non avrebbe comportato nulla di grave, ma lui  è irremovibile. Mi arrabbio e chiedo di parlare con un direttore o con qualcuno, loro mi ridono in faccia aggiungono che non avrei ricevuto alcun rimborso. Fanno chiudere le porte. Ormai l’aereo parte, io rimango basito, loro mi invitano ad andarmene altrimenti avrebbero chiamato la polizia.

A questo punto me ne vado. Cerco il primo treno e alle 5 parto dalla stazione di Bergamo da cui prendo la Freccia Rossa per Roma e pur non avendo praticamente dormito sbrigo i miei impegni. La sera infine mi imbarco dall’aereoporto di Ciampino con il biglietto di ritorno con la medesima intestazione – “YOON COGNOME” – ma stavolta la ragazza al banco lo guarda e senza dire nulla mi fa salirere. Tornato a casa, ho strappato il biglietto, (che era rimasto in mio possesso)  preso ancora dalla rabbia, ma poi l’ho ricomposto e ho pensato di allegarlo a questa lettera.

Racconto questo episodio per denunciare il clima di razzismo che c’è nel nostro Paese: quando ero bambino, e ne ero già vittima per il colore della mia pelle (ho subito pesanti pestaggi) si trattava di un razzismo ignorante; adesso è ancora peggiore, perché è diventato un razzismo consapevole. E se la prima volta che mi sono sentito chiamare “sporco muso giallo” avevo 14 anni, ed ero a Bergamo, lo scorso anno è andata peggio: ho cercato casa in affitto in città, ma tutti me l’hanno negata. Pensate che i proprietari mi spiegavano il loro “no” dicendo cose tipo “non vorrei che si formassero dei ghetti cinesi”.

Cordiali saluti,
Yoon C. Joyce

La replica dell’aeroporto
E’ affidata a una nota dell’ufficio stampa di Sacbo, società di gestione dell’aeroporto di Bergamo. Che, oltre a respingere ogni accusa di discriminazione, ricorda come “il rispetto delle norme che presiedono alla sicurezza è una prerogativa di tutti gli aeroporti”, quindi “l’identificazione del passeggero” è “un atto dovuto”. Nel caso specifico, spiega l’ufficio stampa, “il signor Yoon Cometti si è presentato al gate alle ore 22,09, a imbarco già chiuso”, mentre l’orario entro cui “avrebbe dovuto presentarsi era fissato alle 21,45 come riportato sulla carta d’imbarco”.

Secondo Sacbo, due addetti al gate hanno “suggerito” al passeggero di effettuare il cambio del nominativo per avere la possibilità di essere riprotetto sul volo successivo dell’indomani mattina. “Mai  -  spiega la nota – avrebbero potuto suggerire di apporre a penna il cognome mancante in quanto procedura inammissibile”.
“Il passeggero  -  conclude l’ufficio stampa – è stato assistito con la consueta professionalità ed educazione dal personale Sacbo che, dopo aver ribadito le ragioni e le alternative possibili, lo ha invitato a lasciare il terminal partenze dove, a conclusione delle operazioni di imbarco, non è consentito sostare”.

Il ministro: “L’Enac faccia chiarezza”
Attraverso una nota del suo ufficio stampa, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Altero Matteoli fa sapere di avere “invitato l’Enac a compiere gli accertamenti del caso”. Se quanto raccontato a Repubblica.it da Yoon C. Joyce sarà confermato, Matteoli chiede all’Ente per l’aviazione civile di provvedere “alle dovute sanzioni nei confronti dei responsabili”.

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30 aprile 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/30/news/yoon_lettera-3707714/

Università, una settimana di blocco. I ricercatori: “Per noi nessun futuro”

Università, una settimana di blocco
I ricercatori: “Per noi nessun futuro”

Dal 17 al 22 maggio è previsto uno stop della didattica in tutti gli atenei italiani. Il 19 una manifestazione davanti al Parlamento

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di MANUEL MASSIMO

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Università, una settimana di blocco I ricercatori: "Per noi  nessun futuro"

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Un fatto è certo: se i ricercatori decideranno di non salire in cattedra molti corsi di laurea non potranno partire per mancanza dei requisiti minimi di docenza. L’offerta formativa del prossimo anno accademico è dunque legata a doppio filo alla piega che prenderà il disegno di legge Gelmini sull’Università, ora all’esame della Commissione Istruzione del Senato. La principale questione che tiene banco – completamente bypassata dal ddl e non proposta neanche in uno degli 800 emendamenti presentati – riguarda la figura del ricercatore universitario cui non viene riconosciuto lo status giuridico di docente, nonostante siano proprio i ricercatori a ricoprire attualmente il 40% della didattica ufficiale.

La mobilitazione. L’assemblea dei ricercatori del 29 aprile a Milano, con delegazioni da 32 atenei italiani, ha confermato la settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio, con blocco della didattica, occupazione simbolica degli atenei il 18 e manifestazione nazionale davanti al Parlamento mercoledì 19. Se il disegno di legge dovesse passare senza modifiche sostanziali, l’assemblea ha inoltre ribadito “l’indisponibilità a tutte le forme di didattica frontale non obbligatoria richiamando formalmente i nuclei di valutazione a non considerare i ricercatori per la formulazione dell’offerta formativa 2010/2011″.

Il documento. Al termine dell’assemblea è stata approvata una mozione unitaria in cui si esprime “forte preoccupazione” per i contenuti del ddl, in particolare per “la precarizzazione della ricerca” e per “la deriva aziendalistica e dirigistica delle università”. I punti più “caldi” che sono stati discussi riguardano la riorganizzazione delle fasce di docenza e le progressioni di carriera, senza dimenticare l’inquadramento della nuovissima figura pre-ruolo introdotta dal ddl, quella del “ricercatore a tempo determinato” che dura al massimo 6 anni (3+3).

Tenure track. Un tema strettamente connesso alla figura del ricercatore a tempo determinato è quello della cosiddetta tenure track, ovvero il percorso certo dell’immissione in ruolo. Una certezza in realtà molto aleatoria: in base al ddl, trascorsi i due trienni previsti e ottenuta l’abilitazione, gli atenei “possono procedere” alla loro chiamata diretta con funzioni di professore associato. Ma senza l’assegnazione di risorse specifiche e  in mancanza di un’adeguata programmazione negli anni la stabilizzazione resta legata a mere ragioni di budget. In un sistema, peraltro, già sottofinanziato.

Senza status. La riforma Gelmini articola la docenza in due fasce (ordinari e associati) e non prevede che i ricercatori abbiano lo status di “docenti”. Secondo il coordinatore del Cnru (Coordinamento nazionale ricercatori universitari) Marco Merafina si tratta di un’evidente disparità: “Vogliamo una rimodulazione delle fasce di docenza verso una piramide effettiva, non con una larghissima base fatta di precari. Per questo dove sussistano i requisiti di didattica e ricerca chiediamo che i ricercatori siano inquadrati come docenti di seconda fascia cioè associati, senza oneri per lo Stato”.

Ruolo unico. Di tutt’altro avviso è Alessandro Ferretti, ricercatore del Dipartimento di Fisica sperimentale dell’Università di Torino e portavoce del Coordinamento UniTo: “Chiediamo un ruolo unico della docenza che non implichi una subordinazione gerarchica all’interno dell’ateneo. Se i ricercatori dovessero diventare professori associati ‘ope legis’ sarebbe disastroso soprattutto per i giovani precari della ricerca: il ruolo verrebbe saturato e l’università non assumerebbe più nessuno”. E aggiunge: “Una cosa è certa: non ci interessa fare i professori ordinari tra le macerie, senza un’università pubblica che funzioni”.

Il dialogo necessario
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I nodi da sciogliere e gli aspetti da limare sono molteplici e – in vista della votazione in aula a Palazzo Madama (prevista per il 18 maggio) – si moltiplicano le richieste di incontri e chiarimenti. Si profila un tavolo tecnico al ministero dell’Università che coinvolga tutte le componenti interessate, per affrontare le questioni più spinose.

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04 maggio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2010/05/04/news/universit_una_settimana_di_blocco_i_ricercatori_per_noi_nessun_futuro-3818367/?rss

Grecia, iniziato sciopero di 48 ore Manifestanti occupano l’Acropoli

Grecia, iniziato sciopero di 48 ore
Manifestanti occupano l’Acropoli

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La protesta dei dipendenti pubblici contro il piano di austerità deciso dal governo. Domani tocca al settore privato. Bandiere rosse sul Partenone dove appare lo striscione “Popoli d’Europa sollevatevi”

Grecia, iniziato sciopero di 48 ore Manifestanti occupano  l'Acropoli
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ATENE - Ha preso il via questa mattina lo sciopero di 48 ore dei dipendenti pubblici greci che protestano contro il nuovo piano di austerità concordato dal governo di Giorgio Papandreou con Fmi e Ue in cambio di aiuti per 110 miliardi di euro per far fronte alla crisi finanziaria del Paese. Domani si uniranno anche i lavoratori del settore privato paralizzando aerei, treni, trasporti urbani, scuole, ospedali, banche e uffici pubblici nel terzo sciopero generale quest’anno. In coincidenza con l’inizio della protesta, alcune centinaia di militanti del sindacato comunista Pame hanno simbolicamente occupato l’Acropoli ateniese sventolando bandiere rosse e appendendo sul Partenone un grande striscione con la scritta “Popoli d’Europa sollevatevi”.

Oggi ministeri, uffici delle tasse, scuole, ospedali e servizi pubblici sono chiusi in previsione della manifestazione dei dipendenti pubblici all’esterno della sede del Parlamento e organizzata dal principale sindacato del settore Adedy. “Vogliamo porre fine alla caduta libera dei nostri standard di vita”, ha detto Spyros Papaspyros, il numero uno dell’Adedy, che rappresenta circa mezzo milione di lavoratori. “Penso che questa sarà una delle più grandi proteste che abbiamo visto nell’ultimo decennio”.

Anche dopo il via libera agli aiuti a favore di Atene da parte di Ue e Fmi le Borse europee tornano a calare e l’euro finisce a nuovi minimi da un anno a questa parte rispetto al dollaro, sotto quota 1,31, a 1,3088 rispetto alla divisa americana, mentre permangono scetticismi sul mercato sulle prospettive della Grecia e di altri Paesi in forte deficit di bilancio dell’area.

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Cassa integrazione, +52,9% in un anno “Ma cala per la prima volta sul mese”

Cassa integrazione, +52,9% in un anno
“Ma cala per la prima volta sul mese”

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L’Inps comunica il dato di aprile: ore autorizzate in discesa del 5,7% rispetto a marzo, mentre le autorizzazioni di quella ordinaria scendono del 22,5%. E’ il primo rallentamento del 2010

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Cassa integrazione, +52,9% in un anno "Ma cala per la prima  volta sul mese"
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ROMA - Nel mese di aprile, per la prima volta nel 2010, si registra una frenata congiunturale per le richieste di cassa integrazione. Lo comunica l’Inps, spiegando che, rispetto a marzo, nell’ultimo mese si è registrato un calo delle ore autorizzate del 5,7%, passando da 122,6 milioni a 115,6 milioni. Più significativa la diminuzione per le autorizzazioni di cassa integrazione ordinaria (cigo): -22,5% rispetto a marzo, con flessione significativa soprattutto nel comparto industria, -27,3%.

Rispetto all’aprile 2009, invece, le ore autorizzate di cig sono complessivamente aumentate del 52,9% (erano state 75,6 milioni), in gran parte attribuibili alla cassa integrazione in deroga (cigd), che come tutti gli ammortizzatori in deroga fu varata proprio nell’aprile 2009.  Nel solo mese di aprile 2010 sono state 25,6 milioni le ore di cigd autorizzate, che valgono quasi il 25% del totale del mese (in leggero calo rispetto a marzo: -5,9%).

“E’ la prima volta nel corso del 2010 che le ore autorizzate di cig diminuiscono, mese su mese – commenta il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua – e si nota un comportamento differenziato nelle regioni e nei comparti. Nell’industria ad esempio, quindi nelle regioni del Nord più industrializzate, il ricorso alla cigo è più basso dello scorso anno”.

Cresce invece il ricorso alla cassa integrazione straordinaria (cigs): in aprile autorizzate 56,8 milioni di ore, con un incremento dell’8% rispetto a marzo (+192% rispetto ad aprile 2009). Nel complesso dei primi quattro mesi 2010, le ore autorizzate di cig (ordinaria, straordinaria e in deroga) sono state 415,7 milioni contro 204,8 milioni del primo quadrimestre 2009 (con un incremento che sul periodo è stato del 103%). Incremento sensibile, ma con forti segni di decelerazione: nel 2009 le ore autorizzate di cig, rispetto al 2008 erano cresciute del 302%.

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Bertolaso contro la Guzzanti “Draquila, che brutta figura”

Bertolaso contro la Guzzanti
“Draquila, che brutta figura”

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Il capo della Protezione civile contesta la tesi contenuta nel docufilm in uscita al cinema il 7 maggio. Sarà presentato anche al Festival di Cannes: “L’Italia non farà una bella figura”

Bertolaso contro la Guzzanti "Draquila, che brutta  figura" Guido Bertolaso

ROMA - A Guido Bertolaso non piace il docufilm di Sabina Guzzanti. Presentato ieri a Roma e destinato – come “Evento speciale” – alla passerella dell’imminente Festival del cinema di Cannes, Draquila – L’Italia che trema 1 in realtà, secondo il capo dipratimento della Protezione civile, racconta al pubblico una versione dei fatti cher rappresenta solo “una delle verità” e che, soprattutto, non giova all’immagine dell’Italia. Il film, in uscita nelle sale il 7 maggio, è un lungo reportage in stile Michael Moore su quel che accadde all’indomani del terremoto all’Aquila, un anno fa, dalla militarizzazione delle tendopoli alla Protezione civile che – come racconta nel film una sua ex dirigente – è pronta a “infilarsi nella ricostruzione” dopo aver tuttavia evitato di “gestire la prevenzione”. E poi la cricca legata alla gestione dei Grandi eventi e gli scandali che hanno coinvolto lo stesso Bertolaso. Insomma, tutto quel che si nasconde dietro alla facciata delle “casette” e della sbandierata ricostruzione di una città distrutta.

“L’Italia non farà una bella figura con quel film - dice Bertolaso a margine della presentazione, a Palazzo Chigi, del volume Memento Aquila dedicato, appunto, al terremoto d’Abruzzo. “Presto, prestissimo si parlerà di noi – dice, riferendosi all’uscita del film e al suo passaggio a Cannes – e questo a proposito dello stravolgimento della verità. A breve verrà presentato un film a un festival e in questo film ci sarà una verità, che non è la verità, ma solo una delle verità. E l’Italia non farà una grande figura. Invece, credo che il sistema Paese ha saputo gestire l’emergenza terremoto in maniera ottimale e questo ci è stato riconosciuto a livello sia nazionale che internazionale”.

“Noi – continua Bertolaso - quelli che erano i rischi, i pericoli, i drammi che l’Aquila avrebbe vissuto li abbiamo capiti immediatamente quella mattina del 6 di aprile. Altri, in altri Paesi, non hanno capito subito le conseguenze catastrofiche che li stavano per colpire su certe situazioni e oggi si ritrovano a dover rincorrere una stalla che è stata già completamente svuotata degli animali che ci stavano dentro”. In precedenza, Bertolaso, nel suo intervento, aveva affermato che, “un giorno ci sarà pure bisogno di scrivere un libro per dire che se oggi siamo qui a spiegare che se non si fosse fatto quello che si è fatto nei dodici mesi passati, nessuno oggi potrebbe parlare della ricostruzione dell’Aquila”. E ha ricordato i tanti interventi realizzati, citando in particolare la riapertura delle scuole, quella dei corsi universitari e dell’ospedale, senza i quali, ha detto, “l’Aquila non sarebbe ripartita”.

fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/04/news/bertolaso_draquila-3809455/?rss

“In Italia c’è troppa libertà di stampa”. Berlusconi: no al Paese delle invidie

“In Italia c’è troppa libertà di stampa”
Berlusconi: no al Paese delle invidie

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Il premier critica il rapporto Rsf.
Il Pd: “Una battuta irresponsabile, sono frasi da regime dittatoriale”

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ROMA – «Se c’è una cosa che è sotto gli occhi di tutti» è che in Italia «c’è fin troppa libertà di stampa». La battuta pronunciata da Berlusconi davanti ad Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse, nella sala dei galeoni a palazzo Chigi, innesca una nuova polemica con l’opposizione pronta a dare battaglia. Una affermazione fatta in occasione della presentazione del rapporto Ocse sulla capacità di risposta alle catastrofi naturali, in cui c’è una valutazione favorevole del nostro Paese. All’indomani della bocciatura contenuta nel rapporto di Freedom House, che vede il nostro Paese al 72esimo posto nel mondo in fatto di libertà di stampa e al 24esimo tra le 25 nazioni dell’Europa occidentale, il capo del governo italiano non si lascia sfuggire l’occasione per una nuova bacchettata. E lo fa approfittando della presentazione del rapporto Ocse, commissionato dal governo italiano, sul sistema della protezione civile italiano e sulla capacità di risposta alle catastrofi naturale, rapporto molto favorevole all’Italia.

Al segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Gurria, Berlusconi si rivolge per ringraziarla: per «l’oggettività della vostra ricerca». «Altre volte abbiamo avuto degli esami fatti al nostro sistema e cito l’ultimo fatto sulla libertà di stampa e ci siamo visti mettere in situazione di grande distanza dai primi: ora credo che se c’è una cosa in Italia che è sotto gli occhi di tutti e su cui c’è la sicurezza di tutti è che abbiamo fin troppa libertà di stampa: credo che questo sia un fatto che non è discutibile». Affermazioni, queste del premier, subito contestata dalle opposizioni: «Ci risiamo», rileva il responsabile dell’informazione del Pd, Matteo Orfini «si sapeva già che Berlusconi è ossessionato da stampa e televisione, visto che passa le giornate a lamentarsi contro i giornalisti non graditi e a telefonare a esponenti dell’Authority per le telecomunicazioni al fine di condizionare i contenuti delle trasmissioni. Ma stavolta è andato ancora oltre».

Orfini ricorda al premier che la libertà di informazione in democrazia «non è mai troppa. Soprattutto in Italia, visto che secondo l’annuale rapporto di Freedom House siamo l’unico Paese della zona euro ad essere classificato come parzialmente libero (partly free) e ci attestiamo così ancora una volta oltre la settantesima posizione, a pari merito con India e Benin, dietro persino al Cile e alla Corea del Sud». E anche Giorgio Merlo, vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, ha ricordato al premier che «l’Italia in materia è in fondo alla classifica dei paesi più sviluppati». E che «dal 1994, e cioè dalla discesa in campo di Berlusconi», c’è un «rapporto anomalo e singolare tra la politica e l’informazione, che esiste tuttora». Durissima la replica del presidente dell’Italia dei Valori, Antonio di Pietro: Berlusconi «vorrebbe realizzare un sistema fascista e piduista senza voci libere».

“Così venne ucciso Pasolini” La verità del docufilm di Martone

“Così venne ucciso Pasolini”
La verità del docufilm di Martone

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Sergio Citti riporta la testimonianza di un pescatore che abitava in una delle casette che circondano l’area dell’idroscalo, e che avrebbe assistito all’assassinio dello scrittore. Un documento che ora fa parte del fascicolo per la nuova inchiesta sull’omicidio del ’75

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di LAURA LARCAN

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"Così venne ucciso Pasolini" La verità del docufilm di  Martone

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TRENTA minuti di verità sconosciuta e scomoda, raccontata con la voce affaticata dalla malattia. Sergio Citti commenta le immagini mute del video che girò all’idroscalo di Ostia subito dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini avvenuto il 2 novembre del 1975, mentre sullo sfondo il fratello Franco allettato lo guarda. E’ il “film nel film” che Mario Martone ha girato nel 2005 1, in collaborazione con l’avvocato Guido Calvi e l’allora assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, poco prima della morte di Sergio Citti e che è stato depositato una settimana fa al pm Francesco Minisci per la riapertura dell’inchiesta sull’uccisione dello scrittore e regista. Il documento, che è stato illustrato oggi alla casa del Cinema di Roma dal senatore Calvi incaricato dal Comune di Roma che nel 2005 (a trent’anni dalla morte) si costituiva parte civile nell’indagine, rimette in discussione le “verità” di Pino Pelosi (l’unico accusato ufficialmente della morte di Pasolini) rivelandone tutte le incongruenze “incontrovertibili”, come ci tiene a sottolineare anche lo stesso Martone.

La novità sta nel fatto che Citti riporta la testimonianza di un pescatore che abitava in una delle casette che circondano l’area dell’idroscalo, e che avrebbe assistito all’assassinio. “Il pescatore mi aveva raccontato cosa aveva visto quella notte ma non voleva essere ripreso perché aveva paura”, dice Citti. “Aveva visto entrare due macchine nell’area, e non una sola. E diverse persone. Pasolini fu preso e tirato fuori da almeno quattro, che l’hanno portato contro una rete e cominciato a picchiare”. I passaggi più intensi sono poi quelli che documentano la fine quando il pescatore diceva di sentire Pasolini urlare. Sembrerebbe che ad un certo punto Pasolini avesse fatto finta di essere “finito”, e allontanatisi quegli uomini, s’era tolto la camicia insanguinata e s’era asciugato, ma che poi una macchina era tornata coi fari accesi, e quegli uomini lo avrebbero inseguito a piedi. Citti ricorda che il pescatore aveva detto di aver visto “sto poveretto alzarsi e scappare, ma poi di non averlo più visto”.

E insiste Sergio Citti nella ricostruzione delle manovre della macchina, “assurde e strane” in considerazione delle possibili vie d’uscita dall’area, e quindi evidentemente finalizzare a investire il corpo di Pasolini. “Non credo sia stata la macchina di Pasolini ad investirlo  -  ribadisce Citti – ma l’altra, la seconda”. E proprio su questa macchina entra in scena anche il contributo della testimonianza di Silvio Parrello, 67 anni, uno dei “ragazzi di vita”, l’unico intellettuale del gruppo, come si definisce, perche oggi è poeta e pittore, che con un’indagine personale “per affetto e riconoscenza verso la madre di Pasolini, donna che ha sofferto tanto”, avrebbe individuato i nomi di alcuni “ignoti”: il carrozziere che riparò e ripulì da sangue e fango la macchina che materialmente uccise lo scrittore, e la persona che quella notte gliela portò.

“I nomi li so e l’ho fatti un mese fa al giudice – dice Silvio – Come l’ho scoperto? È’ una lunga storia. La seconda macchina, non quella di Pasolini, fu portata quella notte prima ad un carrozziere sulla Portuense che si rifiutò di pulirla e sistemarla, poi ad un secondo che la prese in custodia. Poi, stranamente, il 16 febbraio del ’76 a processo iniziato, quella stessa persona che aveva portato la macchina, scomparve. Quattro anni dopo però il suo nome ricompare perché fermato con patente scaduta. Ma il suo caso risultava top secret”.

Racconta, nel dettaglio, Parrello, che nel frattempo si era fatto vivo un figlio di quest’uomo, nato da una relazione extraconiugale, sconosciuto anche dai più intimi familiari, chevoleva conoscere il padre. E nella ricerca s’era fatto aiutare da un amico che lavorava alla Digos, che ha scoperto quanto fosse “top secret” la sua posizione. “Quindi non ci vuole una laurea per capire che è un protetto”. “Questo Stato ha un grande debito nei confronti dell’indagine  -  dice Guido Calvi – La morte di Pasolini fu chiusa subito dopo l’arresto di Pelosi, e non fu fatto più nulla con la cancellazione di elementi fondamentali. Stavolta qualche speranza in più la nutro. Anche perché c’è tutta la vicenda strana di Petrolio innescata dalle dichiarazioni di Dell’Utri, che ha dato materia per riaprire l’istruttoria”.

Sul fronte del Comune di Roma, l’assessore alla Cultura Umberto Croppi conferma l’impegno a “spingere la nuova amministrazione a continuare a sentirsi parte offesa riguardo ad un possibile omicidio”, anche perché , “l’ipotesi politica che verrebbe confortata dal capitolo inedito e scomparso di Petrolio evoca uno scenario inquietante sull’epoca, alludendo a connivenze che hanno forse ancora vitalità oggi se non siamo riusciti a scioglierle in trent’anni”. Colpo di scena, Dino Pedriali il fotografo di Pasolini dichiara oggi di aver visto “con i suoi occhi” gli scritti di Petrolio e che lo stesso Pasolini gli aveva confidato di aver scritto seicento cartelle del finale.

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04 maggio 2010

fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/05/04/news/film_pasolini-3817829/?rss

Le dimissioni di Scajola, Berlusconi: «Alto senso dello Stato»

Le dimissioni di Scajola,
Berlusconi: «Alto senso dello Stato»

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04 maggio 2010

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Le dimissioni:

Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, sotto pressione da giorni per essere rimasto coinvolto nelle indagini di Perugia sugli appalti per i cosiddetti “grandi eventi”, ha dato le dimissioni nella conferenza stampa tenuta alle 11.30 nella sede del ministero.

«Per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni – ha detto Claudio Scajola – Mi trovo esposto ogni giorno a ricostruzioni giornalistiche contraddittorie. In questa situazione, che non auguro a nessuno, mi devo difendere. E per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni, senza mai risparmiarmi. Ne siete testimoni, ho dedicato tutte le mie energie e il mio tempo commettendo sbagli, ma pensando di fare il bene».

«Non posso sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri», ha aggiunto il ministro. Al termine della conferenza stampa Scajola è uscito senza rispondere alle domande dei giornalisti

Fonti politiche riferiscono che le ipotesi più probabili al momento sono che le redini dello Sviluppo Economico vadano ad interim al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, o all’attuale viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani: avvicinato dai cronisti a Milano, l’ex manager di televisioni ha preferito non fare commenti.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto una telefonata del ministro Claudio Scajola che gli ha illustrato le motivazioni delle sue dimissioni e gli ha annunciato l’invio, per conoscenza, della lettera con cui ha spiegato il suo gesto al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La lettera è stata recapitata al Quirinale mentre il capo dello Stato si recava al Teatro Carlo Felice di Genova per assistere a un concerto.

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da YouTube, un momento della conferenza stampa


Le reazioni

Berlusconi: «Decisione che conferma un alto senso dello Stato»
«Il Ministro Scajola ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo alto senso dello Stato, per poter dimostrare la sua totale estraneità ai fatti e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito». Lo afferma il premier Silvio Berlusconi. «Al Ministro Scajola va l’apprezzamento mio e di tutto il Governo per come ha interpretato il ruolo di ministro dello Sviluppo Economico in una fase difficile e delicata che, anche grazie al suo contributo, l’Italia sta superando meglio di altri Paesi», conclude.

Bersani (Pd): «Sconcertato dalle sue parole»
«Tutto questo ci lascia veramente sconcertati: questo mi viene da dire, ascoltato le parole di Scajola». Lo ha detto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, commentando su Repubblica Tv le dimissioni del ministro Claudio Scajola. «Ne abbiamo viste tante – ha aggiunto riferendosi alle parole del ministro in conferenza stampa sull’acquisto del suo appartamento a Roma – forse siamo in presenza di benefattori sconosciuti: così siamo nella tipicità italiana. Mi auguro che Scajola sia in grado di dimostrare le cose che dice».

Bersani ha commentato le decisioni del ministro proprio mentre questi stava tenendo la conferenza stampa. «Le cose dette fin qui per tentare di dare spiegazioni – ha detto il segretario del Pd – non sono convincenti per nessuno. Se non ha altro da aggiungere, mi sembra inevitabile che Scajola rassegni le dimissioni». «Voglio credere – ha poi proseguito – che questo verminaio che è emerso a proposito di meccanismi di appalti con procedure secretate o straordinarie, venga scavato fino in fondo, che la magistratura sia messa in condizioni di fare quello che deve fare. Tutto questo è intollerabile; non possiamo accettare che nel cuore dello Stato ci sia un conto aperto per la corruzione».

Commentando le conseguenze politiche delle dimissioni, Bersani ha detto che esse rappresentano «uno scossone piuttosto forte, soprattutto perché avviene in una fase in cui l’ impasse politica di questa maggioranza sia conclamata. Siamo in una fase in cui l’alternativa sia tra palude e blocco totale delle decisioni del governo e che ci sia una precipitazione della situazione politica. È un passaggio delicato» «Dopo i litigi della maggioranza e le posizioni di Fini – ha detto ancora – questi fatti di corruzioni portano a una situazione veramente intricata e paludosa». Bersani ha poi commentato le parole di Scajola a proposito della possibilità che il suo appartamento sia stato pagato da altri a sua insaputa: «Ne abbiamo viste tante – ha ironizzato – forse siamo in presenza di benefattori sconosciuti, così siamo nella tipicità italiana. Mi auguro che Scajola sia in grado di dimostrare le cose che dice».

Bersani ha ricordato che domani al Ministero per lo sviluppo economico «c’è la riunione al per gli operai della Chimica, che si troveranno davanti un funzionario. Speriamo bene» ha commentato. «Siamo in una situazione in cui le condizioni reali non riescono a trovare un canale di comunicazione col governo. È una situazione complicata. Stiamo parlando di un Ministero che ha le mani nell’economia reale, che è invaso da problemi, e ora è in una situazione sconcertante. Sono molto colpito, conosco il rilievo di quel Ministero. Ci guarda il mondo – ha sottolineato – perché siamo un grande Paese, e questo ci lascia veramente sconcertati. Questo mi viene da dire ascoltando le parole di Scajola».

Di Pietro: «Gli italiani onesti sono contenti»
«A essere contenti per le dimissioni di Scajola non è l’Idv , sono tutti gli italiani di buon senso e onesti». Lo dice il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. «Non si può pretendere che al governo ci siano ministri che non si fanno processare», aggiunge Di Pietro, che critica il comportamento del ministro nella vicenda dell’acquisto dell’appartamento del Colosseo. «Nessuno di noi ha scritto in fronte Giocondo. L’idea che che un imprenditore ha consegnato i soldi senza che il ministro sapesse cozza contro il buon senso e la realtà. Scajola dica dunque ai magistrati come stanno le cose: e spieghi non solo la faccenda degli assegni in enro ma anche per quale motivo gli sono stati verstai quei soldi» Dice ancora Di Pietro: «Sul piano processuale le verifiche le faranno i magistrati, sul piano politico la sua posizione è insostenibile».

La colf: «Sarà una lunga giornata»
È sceso questa mattina per andare al ministero ad annunciare le dimissioni con lo sguardo basso, uscendo dal proprio appartamento romano in Via del Fagutale, quello che lo ha portato al centro della bufera e spinto a lasciare il suo incarico. Claudio Scajola, nei suoi ultimi minuti da ministro, si è infilato nell’auto blu, tra le due vetture della scorta, intorno alle 11, incalzato dalle domande di un giornalista. Poi la conferenza stampa. L’ultima da ministro dello Sviluppo economico. «Non so quando tornerà, ma sarà una lunga giornata» dice triste ed esausta alla porta dell’abitazione la colf del ministro, una donna asiatica in divisa rossa da lavoro. «Hanno messo ko un pugile che picchiava forte» ha poi aggiunto un condomino subito dopo la notizia delle dimissioni. «Ho sentito Scajola al telefono qualche giorno fa – ha raccontato il segretario del Partito Repubblicano, Francesco Nucara, che abita nell’appartamento sopra a quello dell’ex ministro – mi ha detto che non c’era nulla che non potesse spiegare» ma «non aveva già meditato le dimissioni».

Vincenzi (Pd): «Apprezzo il gesto»
Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, dichiara di apprezzare il gesto del ministro Scajola ma afferma di provare «una tristezza infinita per questo nostro Paese nel quale sembra impossibile uscire da un vortice di inchieste giudiziarie, da questioni legate a conflitti di interessi, a un’impostazione sempre più distruttiva tra governo, istituzioni, magistratura, dove si perde quasi il senso della legalità e della forza che deve avere la classe dirigente nel guidare in un momento così difficile». «Avrei preferito di gran lunga – ha continuato il primo cittadino di Genova – scontrarmi sulle idee, ad esempio sulla questione del nucleare che ho sempre considerato sbagliata ma mi cadono le braccia a dover valutare che su comportamenti individuali di questo tipo c’è una mancanza di trasparenza».
«Io che sono un’oppositrice politica dell’idea di sviluppo ma anche di Paese che spesso il ministro Scajola ha espresso – ha proseguito Marta Vincenzi – auspico un Paese nel quale destra e sinistra si contrappongano sui contenuti e non debbano ogni volta fare i conti con questa che sembra una maledizione infinita, quella di una classe politica che cade su questioni che non c’entrano con scelte di sviluppo».

Foto ricordo sotto casa Scajola
Ha scatenato interesse e curiosità in cittadini e turisti, l’abitazione romana del ministro Claudio Scajola, al centro delle polemiche per un’inchiesta della Procura. Qualcuno si ferma in Via del Fagutale, vicino al Colosseo, ad osservare il palazzo di sei piani, azzardando il proprio parere sul prezzo degli appartamenti. Un trentenne, ospitato a Roma da un amico, ha voluto passare sotto l’appartamento del ministro per farsi immortalare in una foto-ricordo «sotto uno degli appartamenti più invidiati della capitale». Alcuni giovani studenti della vicina facoltà di ingegneria, al Colle Oppio, dopo le lezioni sono andati incuriositi a visitare quello che per loro è diventato «quasi un luogo di culto».

Forza Nuova: «Duro colpo alla casta politica ed economica»
Il coordinamento ligure di Forza Nuova in una nota «esprime soddisfazione per le dimissioni del ministro Claudio Scajola, che risulterà come un duro colpo alla casta politica ed economica» ed auspica che «non torni al timone tra qualche mese con qualsivoglia incarico di comodo». «Ricordiamo che l’impero politico costruito in questi anni, soprattutto in Liguria – si prosegue nel comunicato – nuoce tutt’ora alla nostra regione, vincolata da un lato dalle cooperative rosse e dall’altro dalla piramide liberale e liberista messa in gioco da Scajola». FN ribadisce inoltre «con orgoglio di non appartenere a nessuno schieramento ma di essere solo dalla parte degli italiani».

Pdl Savona: «Vittima di farsa mediatica»
Il coordinatore provinciale del Pdl di Savona Roberta Gasco ed i suoi due vice coordinatori Matteo De Benedetti e Santiago Vacca, in una breve nota stampa, esprimono «vicinanza e solidarietà» al ministro Claudio Scajola. «Non possiamo che ribadire tutta la nostra amicizia e la nostra stima in questo momento difficile – si legge nel comunicato -. Il profondo rispetto per la scelta di dimettersi riconferma ancora una volta le qualità morali ed istituzionali del nostro ministro, vittima di una farsa mediatica». «Ribadiamo quindi – concludono Gasco, De Benedetti e Vacca – tutto il nostro sostegno, certi che saprà dimostrare la sua estraneità e lontananza da queste accuse».

Berruti (Pd): «Presunzione d’innocenza»
«Partecipiamo con interessata preoccupazione alle vicende che vedono coinvolto il ministro Scajola. Se egli ha deciso di rassegnare le dimissioni avrà sicuramente fatto le sue attente valutazioni del caso»: lo ha detto il sindaco di Savona Federico Berruti commentando la notizia delle dimissioni del ministro Claudio Scajola. «Ci auguriamo che possa dimostrare la sua estraneità ai fatti – ha aggiunto Berruti – in una situazione che coinvolge uno dei politici più importanti e più in vista del Paese. Fino a prova contraria e noi lo ribadiamo esiste la presunzione di innocenza».

Vaccarezza (Pdl): «Ingiustizia è fatta»
«Sono vicino a Claudio Scajola politicamente, ma soprattutto umanamente: è una persona che stimo per la rettitudine morale e per la grande capacità che ha sempre dimostrato nella gestione della “cosa pubblica”, nell’interesse di tutti»: lo ha detto stamane il presidente della Provincia di Savona Angelo Vaccarezza (Pdl) dopo aver appreso la notizia delle dimissioni del ministro. «Ancora una volta – ha affermato Vaccarezza – siamo costretti a prendere atto come, in questo Paese, un uomo che rappresenta le Istituzioni, scelto dalla gente per governare ed eletto con voto popolare, possa essere sottoposto – in qualsiasi momento della sua vita e per qualsiasi accadimento – a processi mediatici che non solo non consentono di poter esprimere le proprie posizioni e le proprie ragioni, ma si accaniscono ad emettere verdetti di colpevolezza prima che eventuali accuse possano essere provate».
«Comprendo l’uomo, che ha scelto di potersi difendere liberamente per tutelare la Sua dignità e quella della Sua famiglia – ha concluso il presidente della Provincia di Savona – ma non posso non rilevare come, oggi, sia un giorno profondamente triste per le nostre comunità. Con le dimissioni del Ministro Scajola, possiamo solamente osservare come, ancora una volta, ingiustizia sia stata fatta».

Capezzone (Pdl): «Più rispetto per Scajola»
«Credo che tutti, anche nell’opposizione, avrebbero dovuto e dovrebbero manifestare più rispetto per la scelta di Claudio Scajola, che ha compiuto un atto di linearità e di coraggio non comuni nella politica italiana. Quale che sia l’opinione di ciascuno su questa vicenda, è evidente che Scajola ha scelto una via molto dignitosa e non certo facile, e sarebbe giusto che tutti, ma proprio tutti, glielo riconoscessero». Questo il commento del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone.

Burlando (Pd): «Gesto obbligato»
«Di fronte alle ricostruzioni dettagliate di un fatto che, se dimostrato, sarebbe di enorme gravità, la scelta delle dimissioni da parte del ministro Scajola mi sembrano un gesto di responsabilità ormai praticamente obbligato»: è quanto afferma il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando alla notizia delle dimissioni del ministro Claudio Scajola. «Certamente il periodico riproporsi all’opinione pubblica di vicende che minano così fortemente la credibilità di chi ha responsabilità pubbliche anche molto alte è alla base della disaffezione per la politica e del sempre maggiore distacco dei cittadini dal voto. La politica – ha proseguito Burlando – deve reagire, dar prova sempre di assoluta trasparenza e correttezza».

«Va chiusa una volta per tutte la pagina delle leggi che limitano anzichè favorire l’accertamento della verità, tanto più necessario quanto più alto è il ruolo pubblico delle persone coinvolte. Questo episodio – conclude il presidente della Regione – apre poi interrogativi drammatici sulla capacità del governo di affrontare la crisi economica e anche i problemi della Liguria».

Ronchi (Pdl): «Un gesto di responsabilità»
«Prendiamo atto delle dimissioni, è un gesto di responsabilità che gli fa onore». Lo ha affermato il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, rispondendo ai giornalisti sulle dimissioni di Scajola. Ronchi ha espresso al collega «vicinanza umana». «Lo considero – ha aggiunto – una persona perbene». «Ritengo – ha quindi proseguito Ronchi sollecitato dai cronisti – che partiti che dovessero avanzare candidature a fini politici sbagliano tempi e soprattutto modi e sostanza». Ronchi ha quindi sottolineato che «certamente Berlusconi saprà fare la scelta migliore».

Agnoletto (Gsf): «Se ne va il responsabile delle violenze del 2001»
«Una buona notizia: Scajola se ne va! Uno dei massimi responsabili politici (era ministro dell’ Interno) delle violenze poliziesche a Genova nel luglio 2001». Lo dichiara Vittorio Agnoletto portavoce del Genoa Social Forum(GSF) a Genova nel luglio 2001. «Allora il GSF ne chiese con forza le dimissioni – dice Agnoletto- che per altro lui stesso aveva precedentemente assicurato qualora le forze dell’ordine avessero usato armi da fuoco in piazza. Dopo la morte di Carlo Giuliani, le violenze alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto negò qualunque responsabilità e rimase al suo posto, salvo poi smentirsi quando rivelò “al G8 ordinai di sparare”». Secondo Agnoletto,«oggi quindi non si fa certo peccato a dubitare delle sue dichiarazioni d’innocenza. Forse in questo caso non sarà neppure necessario aspettare qualche mese per avere una nuova versione dei fatti». «Per le violenze di Genova non fu mai processato – conclude – forse questa volta sarà costretto a comparire davanti ai giudici come tutti i normali cittadini».

Finocchiaro (Pd): «Decisive le intercettazioni»
«Se il ddl sulle intercettazioni venisse approvato sui giornali non verrebbe pubblicato nulla del caso che ha portato alle dimissioni di Scajola». Lo sostiene la capogruppo dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, che seguirà personalmente in commissione Giustizia al Senato l’iter del disegno di legge. Un giudizio sul quale il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, non è affatto d’accordo: «Da quanto ho letto sui giornali mi pare che in questa vicenda non vi siano delle intercettazioni».

Il nipote Marco: «Vittima di un’ingiustizia»
«Sono molto addolorato per quello che è successo, perché sono convinto che mio zio abbia subito una grave ingiustizia. Presto uscirà la verità»: Marco Scajola, nipote del dimissionario ministro dello Sviluppo Economico ed attuale consigliere regionale e vice capogruppo del Pdl in Regione Liguria, commenta così le dimissioni dello zio. «Non voglio dire altro – conclude Marco, che è stato uno dei consiglieri regionali eletti un mese fa con maggior numero di voti di preferenza – se non che Claudio Scajola è una persona seria, per bene e con un grande cuore».

Sappa: un gesto nobile
«Un gesto nobile, all’interno di un processo che sinora è esclusivamente mediatico, per tutelare la propria dignità personale, umana e famigliare». Giudica così le dimissioni del ministro Scajola l’ex sindaco e neoeletto presidente della Provincia di Imperia, Luigi Sappa. «La scelta di fare un passo indietro – dice ancora Sappa – una scelta che crediamo sofferta dopo giorni e giorni in cui il rappresentante del Governo è stato il bersaglio di un incessante processo mediatico, non può che farci riflettere. La nostra amarezza nasce dal fatto che, con le dimissioni di Claudio Scajola, il Governo perde una persona che da sempre ha dato grande lustro alla nostra terra e che ha sapientemente condotto il Paese verso la ripresa economica. Dall’altro lato però, non si può tacere il coraggio di una scelta, quella delle dimissioni, che nasce da una vicenda che non ha assolutamente delineato responsabilità del ministro, e dalla quale lo stesso ministro si ritiene estraneo». Conclude il Presidente della Provincia: «Ma Claudio Scajola ha preferito comunque, nell’attesa di chiarire la vicenda nelle sedi competenti, fare un gesto nobile. Ribadiamo quindi il grande rispetto per le dimissioni date, esprimendo una profonda stima per Claudio Scajola».

Le reazioni dell’opposizione
Per l’Italia dei Valori, che ieri aveva annunciato una mozione di sfiducia contro il ministro, Scajola «non aveva altra scelta», secondo quanto commentato in una nota da Antonio Borghesi, vicecapogruppo dell’Idv alla Camera.

Per il Pd si tratta di «un primo momento di chiarezza che il Partito Democratico aveva auspicato fin dall’inizio», come ha detto in un comunicato Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati democratici: «Le dimissioni permetteranno all’uomo Scajola di difendersi come fa un qualunque cittadino italiano, per il quale vale sino in fondo la presunzione d’innocenza. Ma sono soprattutto un gesto dovuto per restituire dignità alla classe politica e alle istituzioni che non possono neanche essere sfiorate da sospetti così gravi»…

L’inchiesta e i dubbi sull’acquisto della casa di Roma
Secondo quanto riportato su quasi tutti i quotidiani negli ultimi giorni (oggi anche su Libero e sul Giornale, solitamente su posizioni più vicine al centrodestra), Scajola avrebbe pagato un appartamento nel centro di Roma in parte con denaro suo (610.000 euro) e in parte con 80 assegni circolari da 12.500 euro ciascuno (per un totale di un milione di euro), forniti dal costruttore Diego Anemone, attualmente in carcere nell’ambito della stessa inchiesta perugina su un presunto giro di corruzione nell’assegnazione degli appalti.

Il ministro, che al momento non risulta indagato, ha sempre negato ogni addebito. Oggi, dopo le indiscrezioni di ieri, fonti giudiziarie hanno confermato che i magistrati di Perugia lo ascolteranno il 14 maggio come «persona informata dei fatti». Anche Anemone ha negato il passaggio di denaro, ma le proprietarie dell’appartamento, sempre secondo quanto fatto mettere a verbale durante gli interrogatori e riportato dai giornali, avrebbero confermato agli inquirenti di avere ricevuto gli assegni dal ministro.

L’inchiesta, che vede indagato anche il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ha portato all’arresto di diverse persone, oltre ad Anemone, tra cui Angelo Balducci, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, che fa capo al ministero delle Infrastrutture.

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/italia/2010/05/04/AMpHKCfD-scajola_dimissioni_berlusconi.shtml

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