Fiat: la Panda sarà costruita a Pomigliano. Lettera di Marchionne ai dipendenti – Da Nardo’ a Pomigliano. tutti per tutti nessuno per uno.
Fiat: la Panda sarà costruita a Pomigliano. Lettera di Marchionne ai dipendenti
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La nuova Fiat Panda si farà a Pomigliano d’Arco. La casa torinese lo ha annunciato ufficialmente e il suo amministratore delegato Sergio Marchionne ha scritto una lunga lettera ai lavoratori del sito produttivo campano e a tutti i dipendenti Fiat in Italia, riportata da Milano Finanza Dow Jones.
Nel seguito vi proponiamo il testo completo della missiva. In essa, Marchionne sottolinea come a scrivere non sia tanto Fiat come entità astratta, ma egli stesso “come persona”. L’ad, parla ai dipendenti della “possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo” e al contempo sottolinea la necessità di adeguare azienda e paese a quanto accade al di fuori.
Niente più chiusure pregiudiziali, niente più rischio d’isolamento sul piano internazionale e capacità di attrarre e trattenere gli investimenti stranieri sono le nuove parole d’ordine della lettera di Marchionne. Insomma: il manager chiede -come già fatto negli ultimi tempi- una flessibilità e una capacità di adeguarsi alle mutate condizioni dell’economia globale da parte di tutti.
Particolarmente significativo uno dei passaggi conclusivi del pensiero esposto da Marchionne, in cui rende atto al lavoro dei dipendenti che dal 2004 a oggi hanno contribuito in maniera decisiva a salvare Fiat e a gettare le basi per il suo rilancio, che l’ha proiettata e la sta presentando come player credibile sullo scenario automotive internazionale.
Proprio in questo momento, sostiene il manager “non può esistere nessuna logica di contrapposizione interna”. Il delicato passaggio richiede invece “uno sforzo collettivo, una specie di patto sociale”. Ecco, a seguire, il testo integrale.
“A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia
Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente. Se ho deciso di farlo è perché la cosa che mi sta più a cuore in questo momento è potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non è la Fiat a scrivere questa lettera, non è quell’entità astratta che chiamiamo “azienda” e non è, come direbbe qualcuno, il “padrone”. Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare. Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese.
Ed è questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che succede intorno. Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo. Prendete questa lettera come il modo più diretto e più umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro. Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale. Basta pensare a quanto è basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravità della situazione.
Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi. La crisi ha reso più evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana. La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente -e senza colpa- le conseguenze. Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” è invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni. Ma il vero obiettivo del progetto è colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro. Non ci sono alternative.
La Fiat è una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo. Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunità di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo. Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono.
L’unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco. Non c’è nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”. Abbiamo solo la necessità di garantire normali livelli di competitività ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato. Non c’è niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per
adeguarlo a quello che succede a livello mondiale.
Eccezionale semmai -per un’azienda- è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire. Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia. L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attività lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo. Insieme ci impegneremo perché si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilità dello stabilimento. So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere. Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serietà del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo. Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana. Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere. È una delle piu’ grandi assurdità che si possa sostenere.
Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui è fondata la Repubblica Italiana. L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo è la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi. Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.
Voi lo avete dimostrato nel modo più evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si è guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali. Quando, come
adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non può esistere nessuna logica di contrapposizione interna. Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo. Ed è una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.
Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale. Questo è il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni.
Questo è il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore. Oggi è una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilità di realizzare questa visione. Cerchiamo di non sprecarla. Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualità e la loro passione per fare la differenza.
Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne”.
Da Nardò a Pomigliano. Tutti per tutti nessuno per uno.
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Ai lavoratori e alle lavoratrici di Pomigliano che non si piegano.
Vi scriviamo da un campo di accoglienza per lavoratori bracciantili che stiamo sostenendo nella provincia di Lecce, nella città di Nardò. Qui non sappiamo ancora se quello che vediamo, l’assenza di diritti, lo sfruttamento, la guerra tra poveri, riguardi il futuro del mondo del lavoro o il nostro passato. Certo è che proviamo a contrastarlo per quello che possiamo. Dopo Rosarno abbiamo deciso di tirarci su le maniche e andare direttamente nel cuore dei bisogni, come abbiamo fatto quest’ inverno, in tante realtà di lotta, dove attraverso Arancia Metalmeccanica abbiamo provato a rimettere in piedi quella solidarietà di classe, quel tutti per tutti, che permette di tenere le testa alta. Vi scriviamo, per dire di continuare a tenere botta, per dirvi che il vostro esempio può essere d’aiuto anche per chi non sa ancora cosa siano i diritti, la lotta, la solidarietà di classe. La competizione tra i penultimi contro gli ultimi, è il ricatto continuo con il quale governano il conflitto sociale e lo trasformano in guerra tra poveri. Lo sfruttamento del lavoro bracciantile in Italia, assume dimensioni simili a quello del prima novecento, soprattutto nel sud , la legalità che si afferma è quella del controllo della forza lavoro attraverso il caporalato, ed il prezzo dello sfruttamento lo fa direttamente la grande distribuzione.
Il lavoro è il luogo per ricostruire la dignità delle persone o per degradarla, per questo quando qualcuno vince una partita come avete fatto voi, è come se vincessero tutti.
TENETE DURO!
Uniti Siamo tutti divisi sian canaglia.
Un abbraccio.
Brigate della Solidarietà Attiva
fonte: http://rifondazionenichelino.blogspot.com/2010/07/da-nardo-pomigliano-tutti-per-tutti.html
Elogia l’ayatollah su Twitter: licenziata giornalista Cnn
Elogia l’ayatollah su Twitter: licenziata giornalista Cnn
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Octavia Nasr, che lavorava per la compagnia da vent’anni, ha spiegato che intendeva riferirsi all’atteggiamento di Fadlallah sui diritti delle donne
La giornalista Octavia Nasr
BEIRUT - Licenziare una giornalista per un commento su Twitter: succede negli Stati Uniti, patria della libertà d’opinione e di stampa, e in una delle testate più importanti del mondo, la Cnn. La colpa di Octavia Nasr, incaricata della copertura mediatica del Medioriente, è quella di aver postato sul social network Twitter una frase di ammirazione nei confronti dell’ayatollah sciita Mohammed Hussein Fadlallah, morto domenica a 75 anni dopo una lunga malattia. La giornalista ha lasciato ieri il suo ufficio di Atlanta, ma l’episodio fa discutere.
Fadlallah, negli anni Ottanta vicino agli Hezbollah e da tempo considerato il mentore del movimento sciita libanese, era noto per le sue posizioni anti-americane e anti-israeliane. La Nasr si è riferita a lui dichiarando “massimo rispetto per uno dei giganti di Hezbollah” ma il micro-messaggio è stato subito attaccato dai difensori di Israele (“E’ anche lei una simpatizzante di Hezbollah?”, si è chiesto il sito Honest Reporting, impegnato a difendere Israele “dal pregiudizio dei media”). In un post successivo la Nasr ha cercato di correggere il tiro (“Sembra che appoggi tutte le opinioni di Fadlallah. Non è cosi”) ma ormai la polemica era scoppiata.
La giornalista, che lavorava per la Cnn da vent’anni, ha chiesto scusa pubblicamente per la frase pubblicata, ma non è servito: secondo il vice presidente del settore news, Parisa Khosravi, la credibilità professionale della Nasr è infatti ormai compromessa e questo le impedisce di continuare a lavorare per la tv americana.
Martedì il network tv ha diffuso un comunicato definendo un “errore” il giudizio espresso “in modo così semplicistico” dalla sua (ormai ex) dipendente e la Nasr ha replicato in un blog che intendeva riferirsi all’atteggiamento di Fadlallah sui diritti delle donne: il religioso aveva infatti emesso delle fatwa contro il “crimine d’onore” e riconosciuto il diritto delle donne a difendersi da mariti violenti.
La giornalista ha concluso precisando che l’uomo era “riverito oltre confine anche se descritto come un terrorista. La sua non è una vita che si può commentare in un breve tweet. E’ una cosa di cui mi rammarico profondamente”.
08 luglio 2010
… ed ecco che gli Americani non ci lasciano soli con i nostri problemi di libertà di stampa e di opinione! Sarà contento Berlusconi, suppongo. Ma io dico: se un essere umano pensa che le posizioni di una persona siano condivisibili, anche solo su un determinato punto, anche se questa persona è anti-USA e lui invece è americano, perché non lo può dire? Possibile che tutti gli americani siano buoni e tutti gli ayatollah siano dei mostri? Ma da quando il mondo è solo in bianco e nero? Sarà che sto leggendo un libro sulla persecuzione alle “streghe” (fatta dalla chiesa cattolica, ma non solo…), però io tutta questa arroganza mica la digerisco troppo… non se ne potrebbe almeno parlare??? elena
Ddl Intercettazioni: la norma chiave che salva la Chiesa e preserva il potere
Ddl Intercettazioni: la norma chiave che salva la Chiesa e preserva il potere
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Indagini quasi impossibili nei confronti dei componenti del clero: il ddl Intercettazioni, ricordiamocene, è anche questo.

Cionondimeno, di potere e sua perpetuazione, si tratta. E tocca raccontarlo: questo disegno di legge, già forte del sì di una Camera, ne è la sua costruzione ideale, che ne testimonia l’esistenza fattiva: il potere si muove, il potere tenta di riprodursi. Il potere riproduce altro potere, e ne protegge altri. L’articolo 1 comma 25 del disegno già approvato al Senato lo scorso 10 giugno: “se un pubblico ministero intercetta o indaga un uomo di Chiesa deve darne immediato avviso al Vaticano”.
La norma, a leggerla, punta a cautelare gli esponenti del clero come questi godessero di un’immunità sacra, come a normare lo status di alterità del corpo ecclesiastico rispetto al mero mondo terreno. Un’affermazione nient’affatto laica, come si dovrebbe, lo svisamento della logica paritaria della Carta Costituzionale, mille implicazioni morali. Si potrebbe dire. Ma non basta: trattasi di un articolo peggiorativo, se possibile, dell’intera impalcatura normativa. Per intercettare o indagare il prete, in breve, si rende necessario il placet del vescovado. Dal vescovo in su, è dal Vaticano che si deve attendere il via libera.
E’ una forma di conservazione del potere, poteri coabitativi, intrecciati in gambi, steli e conflitti interessati, che rende quindi più insopportabile l’intero disegno di legge. Una guarantigia al potere ecclesiastico, di contro spesso protagonista di fatti di cronaca, di politica, di malaffare. Don Bancomat Biasini, i preti accusati di pedofilia, il presunto torbidume che va diradandosi attorno al monsignor Sepe. Le basse gerarchie dedite all’apologia di reato e, tutta la narrativa e la contabilità della finanza vaticana. Un capitolo, un volume della storia italiana, recente e passata. Quella peggiore.
Una norma, c’è da aggiungere, ben poco conforme ai principi esposti durante il Concilio Vaticano II, nel “la Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti ove constatasse che il loro uso potesse fare dubitare della sincerità della sua testimonianza” del “Gaudium et spes”. Carta straccia, inutili propositi già derisi sotto Craxi col Concordato del 1984, una congerie di privilegi sociali, giuridici, culturali ed economici. Craxi, peraltro. Potere.
Non può stupire che un governo come quello attuale decida di favorire la vita che umbratile si staglia sotto i campanili. Deve, stupire. In certi Palazzi potrà sembrare norma la conservazione della subalternità dei cittadini comuni, riproposta carta e penna in un disegno che, punto per punto, farebbe del nostro paese non solo una democrazia dimezzata, ma uno Stato per metà confessionale (essendo riconosciuto ai membri ecclesiastici uno status ben più tutelato che per i cittadini stranieri sul suolo italiano). E’ l’altra metà di tutto che stiamo cercando di tenere con forza.
E’ l’intero disegno a costituire l’attentato al regolare svolgimento della vita sociale e pubblica. Al di là del ludibrio del padrone, forse il più uguale degli altri, ma non l’unico. E’ il potere, tutto, quasi fosse braccato, che cerca la sopravvivenza. E l’articolo 1 comma 25 ne è la spia, la garanzia di una tutela palingenetica per ogni sua forma. Tra queste, la peggiore – occorre ricordarlo – quella ecclesiastica.
fonte: http://www.agoravox.it/Ddl-Intercettazioni-la-norma.html
La nuova P2 di Denis Verdini Ecco perché B. vuole il bavaglio
La nuova P2 di Denis Verdini
Ecco perché B. vuole il bavaglio
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Il cuore del Popolo della libertà ha una vita segreta, un’attività sotterranea. Una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni. Le intercettazioni la svelano. Ed è per questo che Silvio Berlusconi dice che questa legge “è sacrosanta”
Il satrapo anziano vuole il bavaglio. “È sacrosanto”, ha detto a Studio Aperto, dopo aver fatto il giro delle radio e delle tv compiacenti, Tg1, Tg2, Tg4, per tentare di fermare gli smottamenti di consenso nella sua maggioranza e nel paese. L’eco delle sue parole risuona ancora in questo giorno di silenzio della stampa italiana. Un giorno in cui è più facile comprendere perché lo vuole a tutti i costi, il bavaglio: sono proprio le intercettazioni a permettere di sviluppare indagini come quella che ha scoperto una “nuova P2” coagulata attorno al faccendiere Flavio Carboni, non senza contatti con il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Le intercettazioni, impietose, continuano a disvelare il fondo melmoso e occulto del potere italiano. Scoprono i giochi segreti che si svolgono attorno a Silvio Berlusconi.
Carboni, finito in manette giovedì con altre due persone, è un “campione d’Italia”. Ha attraversato la storia di questo paese almeno a partire dagli anni Settanta, quando ha avviato affari con Berlusconi, sotto l’ombrello della P2, quella classica, quella di Licio Gelli, di Roberto Calvi (e, appunto, di Silvio Berlusconi, tessera numero 1816). C’è un rapporto storico tra Carboni e i fratelli Silvio e Paolo, fin dai tempi dei progetti edilizi in Costa Turchese, degli investimenti per Olbia 2. C’è una vecchia frequentazione tra Carboni e Marcello Dell’Utri.
Ma non è archeologia investigativa, quella che emerge dall’inchiesta di Roma sulla “nuova P2”. Ci sono, da una parte, gli affari da realizzare oggi: nel settore dell’energia eolica in Sardegna, per esempio, con rapporti stretti con i vertici del potere politico dell’isola, su su fino al presidente della Regione Ugo Cappellacci. Ma, dall’altra, c’è di più. Quello che emerge è un sistema di potere. Il vecchio metodo della vecchia P2: determinare le scelte della politica, pilotare le decisioni della magistratura, teleguidare l’informazione, dirottare soldi e affari. Quel metodo continua anche oggi. Per esempio nei tentativi di influire sulla Corte costituzionale che nel 2009 doveva decidere sul Lodo Alfano (cioè sulla salvezza totale, sull’improcessabilità di Silvio Berlusconi alle prese con il processo Mills). A maggio 2009, a casa del giudice della Consulta Luigi Mazzella, a Roma, arrivano il suo collega Paolo Maria Napolitano, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Carlo Vizzini e lui, Silvio Berlusconi in persona. Una delle più imbarazzanti cene nella storia della Repubblica. Sui giornali esplode lo scandalo. Appare chiaro il tentativo di condizionare la Corte. Eppure il progetto non viene abbandonato. Quattro mesi dopo, a pochi giorni dal giudizio della Consulta, il lavoro iniziato è proseguito da Denis Verdini: il 23 settembre, infatti, il coordinatore del Pdl riunisce nella sua abitazione romana Carboni, Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, i magistrati Antonio Martone e Arcibaldo Miller, oltre ad Arcangelo Martino e Raffaele Lombardi (i due personaggi arrestati con Carboni nell’inchiesta romana).
L’obiettivo è influire sulla Corte perché non bocci (come invece farà) il Lodo Salvaberlusconi. Ma la superlobby segreta lavora anche per influire sulla decisione della Corte d’appello di Milano che deve valutare l’esclusione della lista Formigoni alle Regionali. Per pesare sull’attività del Consiglio superiore della magistratura. Per sostenere la candidatura di Nicola Cosentino alle regionali in Campania…
Il fatto che le manovre non riescano non assolve chi comunque le mette in atto, non sminuisce di un grammo le sue responsabilità. La “nuova P2” lavora a tempo pieno per sostituire gli interessi degli “affiliati” alle regole istituzionali, ai percorsi della democrazia. In questo sodalizio, che somma influenze massoniche e presenze opusdeiste (Dell’Utri), ha un ruolo centrale Denis Verdini. Ruolo politico, anche al di là dell’eventuale qualificazione giudiziaria. Verdini è, al tempo stesso, potente coordinatore del Pdl, banchiere di un piccolo Banco Ambrosiano pronto a finanziare gli amici, punto di riferimento degli uomini della “cricca”.
Il Popolo della libertà ha un cuore segreto, un’attività sotterranea. Le indagini dei magistrati, con le intercettazioni telefoniche e ambientali, possono svelarli. Ecco perché per Silvio Berlusconi, massimo punto d’equilibrio politico della “nuova P2”, la legge bavaglio “è sacrosanta”.
Per una tassa una tassa sulle transazioni finanziarie
Per una tassa una tassa sulle transazioni finanziarie
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Il sistema Banca Etica sostiene la Campagna che chiede di introdurre una piccola tassa sulle transazioni finanziarie per finanziare l’uscita dalla crisi. Firma e fai firmare: www.zerozerocinque.it
Tassa sulle transazioni finanziarie: dopo il sì dell’Europa, ora anche il governo italiano deve fare la sua parte, a partire dal G20 di Toronto
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Roma, 18 giugno 2010 - La campagna “zero zero cinque” (1), accoglie con favore la decisione del Consiglio UE di promuovere una tassa sulle transazioni finanziarie al prossimo G20 di Toronto, in Canada.
Un segnale importante e atteso da lungo tempo dalle organizzazione della società civile che da tempo chiedono l’introduzione di questa misura, considerata tra le più efficaci per contrastare la speculazione che è tra le principali cause della crisi e dell’instabilità dei mercati finanziari, e contemporaneamente in grado di generare un gettito stimato in 655 miliardi di dollari l’anno su scala mondiale. Risorse fondamentali per ridare fiato ai conti pubblici segnati dai piani di salvataggio di banche e finanza, per la cooperazione e la solidarietà internazionali, per la lotta ai cambiamenti climatici.
Nelle parole di Angela Merkel, “chi ha provocato la crisi, paghi”. Proprio la Cancelliera tedesca, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy, ha guidato la decisione del Consiglio UE. Assieme alla richiesta di promuovere in sede G20 la tassa sulle transazioni finanziarie, il Consilgio Europeo ha deciso di introdurre una “tassa sulle banche”. Le due proposte sono molto diverse, e devono essere viste come complementari. La “tassa sulle banche” e’ sicuramente interessante, ma non frenerebbe in alcun modo le attività’ speculative, il gettito sarebbe molto limitato, e non avrebbe nessun effetto su alcuni degli attori considerati tra i maggiori responsabili della crisi e dell’instabilità’ dei mercati, quali gli hedge fund. Tutte cose, al contrario, che una tassa sulle transazioni finanziarie sarebbe in grado di assicurare.
Ora anche il governo italiano è chiamato a svolgere un ruolo di primo piano, impegnandosi concretamente per vincere le resistenze delle lobby finanziarie e per fare si che, già dal prossimo G20 del 26 e 27 giugno, si giunga a un accordo internazionale per una tassa sulle transazioni finanziarie.
In questo senso, proprio in questi giorni sono state approvate tre diverse risoluzioni presentate in Parlamento dagli Onorevoli Zacchera (PdL), Barbi (PD), Evangelisti (IdV) che hanno fatto proprie le istanze della società civile.
Queste risoluzioni impegnano il governo, “qualora emerga il necessario consenso internazionale a collaborare con le istituzioni internazionali e gli altri Governi che si sono già espressi a favore della tassa sulle transazioni finanziarie al fine di predisporre una proposta per la sua implementazione”.
Ora che questo consenso sta emergendo e che finalmente l’Unione Europea ha deciso di muoversi compatta per arginare lo strapotere dei mercati finanziari e proponendo una misura efficace per rispondere alla peggiore crisi degli ultimi decenni, – ha dichiarato Andrea Baranes della campagna “zero zero cinque” – ci aspettiamo che il governo italiano giochi finalmente un ruolo da protagonista, e si impegni da subito perché questa proposta venga adottata dal G20 di Toronto e si trasformi in un piano d’azione concreta.
Tassa sulle transazioni finanziarie: al via la discussione anche nel parlamento italiano
Intervista all’On. Marco Barbi (PD) promotore – insieme all’on. Zacchera (PDL) – di due risoluzioni per impegnare il Governo Italiano a schierarsi a favore dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. La discussione mercoledì 16 giugno in Commissione Esteri di Montecitorio
Onorevole Barbi, la commissione Esteri della Camera dei Deputati sta per discutere la risoluzione che Lei ha proposto per impegnare il Governo Italiano a farsi promotore dell’applicazione a livello internazionale di una tassa sulle transazioni finanziarie. Perché secondo lei è importante che l’Italia si schieri in questo senso?
L’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe rappresentare un significativo contributo per contrastare gli effetti della crisi economia mondiale: un’imposta in percentuale molto bassa sul valore delle transazioni (ad esempio lo 0,05%) inciderebbe in modo quasi irrilevante sulla liquidità dei mercati finanziari ma produrrebbe un gettito significativo per ridare ossigeno alle casse degli Stati e per finanziare le politiche sociali e di cooperazione allo sviluppo.
L’Italia è a tutti gli effetti una delle grandi economie mondiali. Sediamo in tutte le organizzazioni internazionali: Nazioni Unite, G20, G8, Ocse e tante altre. E’ innegabile che le posizioni assunte dal nostro Governo in questi contesti possono avere un peso. Già i governi di altri Paesi – penso a Francia, Belgio, Germania – si sono espressi in senso favorevole per l’approvazione di questa tassa. Se anche l’Italia prendesse chiaramente posizione potremmo far pendere la bilancia in questa direzione.
Sulla carta l’ipotesi di introdurre questa tassa sembra molto efficace. Chi è che si oppone e che potrebbe opporsi in seno al G20?
L’opposizione arriva e arriverà, naturalmente,e da parte degli operatori finanziari e dei loro apparati di lobbying. Si tratta però a mio parere di un’opposizione di principio: un atteggiamento ideologico, una sorta di riflesso condizionato che fa dire “no” a ogni ipotesi di normativa. Storicamente i professionisti della finanza pensano che i mercati non debbano essere normati, in virtù di una loro presunta capacità di autoregolamentazione. Eppure la crisi che sta mordendo l’intero globo da più di due anni ci ha dimostrato chiaramente che i mercati non sono perfetti. Che lasciarli agire senza regole e senza responsabilità provoca danni enormi che rapidamente si spostano dal terreno della finanza all’economia reale e alla vita delle persone.
Lei crede che tra i membri del G20 potrà prevalere la scelta di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie che – oltre a produrre un gettito di rilievo – avrebbe anche la funzione di frenare la speculazione: pagare 0,05% per chi opera sui mercati in un’ottica di medio lungo periodo non è certo un disincentivo, mentre per gli speculatori che comprano e vendono lo stesso titolo anche migliaia di volte in un giorno lo 0,05% rappresenterebbe senz’altro un deterrente…
I leaders del G20 a questo punto hanno toccato con mano l’impatto dei rischi eccessivi e del potere eccessivo che è stato accordato alla finanza negli ultimi decenni. Il clima è senz’altri diverso da quello che si respirava prima della crisi quando ipotesi come quella di tassare le transazioni finanziarie venivano viste come eccentriche o accademiche. Ora si tratta di una proposta concreta, che tra l’altro a mio parere incontrerebbe il favore dell’opinione pubblica. L’idea è un po’ quella di tassare chi gioca con la speculazione così come si tassa il gioco d’azzardo.
L’opinione pubblica sarebbe favorevole anche perché probabilmente è stanca di vedere che a pagare i costi della crisi innescata da ricchi speculatori, poi, sono sempre le persone più fragili: i precari (e non solo!) che perdono il posto, i cittadini in condizione di bisogno che si vedono ridurre i servizi sociali…
Nella mia visione e in quella di gran parte di coloro che promuovono l’adozione di questa tassazione si immagina che il gettito potrebbe essere utilizzato proprio per la difesa dei diritti delle persone più fragili, o comunque per tutelare interessi collettivi come la difesa dell’ambiente in cui viviamo. Io come membro della commissione esteri ho raccomandato nella mia risoluzione che parte del gettito venga utilizzata per finanziare le politiche destinate al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio fissati dalle Nazioni Uniti in termini di riduzione della povertà e della mortalità nei paesi in via di sviluppo e di accesso all’istruzione.
Per saperne di più:
Firma e fai firmare su http://www.zerozerocinque.it/
fonte: http://www.bancaetica.com/Content.ep3?CAT_ID=31844&ID=785430
Acqua lombarda vendesi
Acqua lombarda vendesi

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“Grandi società pronte a spartirsi la Lombardia”. Il Sole24 Ore non ha dubbi e mercoledì 7 luglio dedicava l’apertura del suo inserto lombardo alla caccia alle concessioni in monopolio dei servizi idrici. Secondo le indiscrezioni del quotidiano degli industriali in pole position ci sarebbero Acea (che sta già provando ad inserirsi a Cremona), Hera, Iren (nata dalla fusione di Iride ed Enìa) e poi le francesi Veolia e Suez, le spagnole Acciona e Aqualia e l’inglese Severn Trent. Le prede più ambite, neanche a dirlo, Milano e la sua Provincia, più Monza. Secondo Il Sole grazie al decreto Ronchi, tutto filerebbe liscio: gare dal 2010, nuova legge regionale (perché con l’abolizione delle autorità d’ambito bisogna riassegnare le competenze), affidamento della scelta del gestore in concessione da parte delle Province (i Comuni cancellati). Non solo. Verrebbe anche rilanciato il “modello lombardo”, già bocciato dalla Corte Costituzionale nel novembre 2009, perché sottraeva allo Stato e alle competenze fondamentali dei Comuni la decisione finale sull’organizzazione di un servizio pubblico locale fondamentale. La legge regionale lombarda, contro cui si erano appellati 144 Comuni di ogni colore politico, prevedeva infatti l’obbligo di separazione tra reti ed erogazioni: le reti a un’azienda patrimoniale pubblica che doveva garantire gli investimenti, l’erogazione, la manutenzione e la depurazione (dove ci sono i migliori margini di profitto) a gara con l’entrata dei privati. Un modello che piace tantissimo ai liberalizzatori ma pessimo per i difensori del bene comune – forse il più pericoloso – perché regala i rubinetti e le bollette a chi fa “industria”, sganciato da perdite, responsabilità delle reti, obbiettivi di risparmio, carattere universale del servizio ecc.
Si realizzerebbe così lo spezzatino del servizio idrico integrato tanto rivendicato dai liberalizzatori negli ultimi 15 anni, senza nessun guadagno di efficienza. È dimostrato proprio in Lombardia dove il “modello” è già stato avviato: nella Provincia di Milano, uno dei più grandi ambiti italiani con oltre due milioni di cittadini serviti. Finché nel milanese l’intero servizio idrico integrato era affidato alla S.p.A. pubblica Cap (Consorzio acque potabili) tutto andava per il meglio, almeno secondo i dati di Mediobanca del 2008 che assegnava al Cap una serie di record nazionali: investimenti pari al 35% del fatturato, migliori incrementi di produttività per chilometro di rete gestita, migliore produttività per addetto. Il tutto con uno dei più bassi costi del ciclo idrico (0,66 centesimi al metro cubo), con solo il 15% delle perdite e a tariffe ferme dal 2002, senza nemmeno l’adeguamento Istat. In Italia nessuno riusciva a fare meglio. Riusciva. Perché, nel 2009, prima il centrosinistra e poi il centrodestra decidono di smembrare il Cap, dividendo rete ed erogazione e l’eccellenza milanese dell’acqua comincia a scricchiolare. Il motivo è abbastanza logico: doppi uffici, doppie sedi, doppi controlli… nessuna visione complessiva. Liti sugli investimenti, le responsabilità e l’attribuzione della tariffa. Anche nelle altre due realtà dove esiste la separazione, la Provincia di Monza e quella di Pavia, la situazione è identica: il servizio al cittadino arranca con pochi mezzi destinati a supplire gli interventi del gestore reti accusato di lesinare gli investimenti, mentre quest’ultimo accusa a sua volta gli erogatori di non collaborare. Ma il senso del servizio idrico integrato introdotto dalla Legge Galli non era proprio quello di una gestione unica, senza scaricabarili e con una visione complessiva della risorsa (potabile, fognatura, depurazione, sprechi, sostenibilità, ecc.)?
Pur di aprire i rubinetti e i portafogli dei cittadini ai privati, questo governo è disposto a tutto, anche a rimangiarsi l’integrazione del servizio. E il ministro Ronchi – che continuiamo a non capire perché si occupi d’acqua visto che ha le deleghe per le politiche europee e non per l’Ambiente, il Territorio o le Infrastrutture nazionali – avrebbe anche fatto un incontro con la Regione Lombardia per verificare le “linee guida“ lombarde e probabilmente farne tesoro per il regolamento attuativo del suo decreto che ancora non vede la luce dopo 9 mesi di gestazione. Sarà il “modello lombardo” la ricetta finale della privatizzazione in corso? Se così fosse, ci vorrebbe un altro intervento legislativo per aggirare la sentenza della Corte Costituzionale (Il Sole scrive “un escamotage nel testo unico sull’ambiente”, sigh!) oppure blindare il consenso di tutti i Comuni interessati. Più facile la prima ipotesi, perché come ben si sa, è più facile far votare alla Lega Nord lo scippo di risorse e controlli ai Comuni a Roma, mentre “sul territorio” sembra francamente impossibile che possano mai accettarlo. Qualcuno avvisi i 144 sindaci che si opposero alla prima legge lombarda e che ora rischiano di vederla ritornare dalla finestra che Formigoni e Ronchi sono pronti a riprovarci.
L’assedio israeliano a Gaza è illegale, lo sostiene pure la Croce Rossa Internazionale
L’assedio israeliano a Gaza è illegale, lo sostiene pure la Croce Rossa Internazionale

Per la prima volta il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha detto pubblicamente le cose come stanno: l’assedio imposto da Israele a Gaza è illegale in quanto viola il diritto umanitario internazionale.
Ai sensi dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra infatti “nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate … Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni“.
L’assedio israeliano a Gaza iniziato all’indomani della vittoria elettorale di Hamas in elezioni libere e democratiche, e ferocemente inasprito subito dopo la cattura del soldato Shalit, è chiaramente una punizione collettiva ai danni di un milione e mezzo di persone, quindi in fragranze violazione di queste Convenzioni.
Oltre a denunciare il crimine israeliano elencando le sofferenze della popolazione causate dall’assedio, dall’economia collassata sino all’assistenza sanitaria precaria per la carenza di medicinali, il recente comunicato della Croce Rossa Internazionale è interessante perché tratta anche della cosiddetta “buffer zone”, quella porzione di terra nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque osi avvicinarsi.
Secondo i dati in possesso della Croce Rossa, la “buffer zone” che riguarda terreni fertili dal confine fino a un chilometro nell’entroterra palestinese, ricopre circa 50 chilometri quadrati, cioè circa un terzo del totale dei terreni coltivabili a Gaza e che ora sono lasciati incolti.
Solo pochi coraggiosi contadini si avventurano ad andare a lavorare nei campi “proibiti”, li conosciamo bene perché spesso come attivisti dell’ISM li accompagniamo, da Beit Hanoun a Khan Younis.
L’ultima volta sabato scorso a Khoza, sud est della Striscia. Nonostante avessimo con noi tre troupe televisive, i cecchini israeliani ci hanno osservato per una mezz’ora raccogliere a mani nude coi contadini palestinesi il mais, poi hanno aperto il fuoco. Abbiamo dovuto ritirarci, noi internazionali a mani alzate, i contadini indigeni muovendosi a terra terrorizzati mentre i proiettili ci passavano a centimetri dai corpi.
I pochi giornalisti che vengono con noi al confine rimangono sempre colpiti, più che dalle pallottole dall’incredibile coraggio di questi temerari coltivatori nella loro sfida quotidiana contro la morte nel cercare di procurasi il necessario con cui sfamare le famiglie.
Con noi, sabato, c’era oltre ad Al Jazeera English, una televisione cinese e una brasiliana. Le telecamere della RAI con noi ci sono venute solo una volta, e ce le hanno condotte Manolo Luppichini.
Mi riferiscono che i telegiornali nazionali in questi giorni intasano l’etere illuminando i riflettori sulla vicenda del soldato Gilad Shalit, unico prigioniero israeliano nelle mani dei palestinesi, prigioniero di guerra. Ben inteso, illuminare Shalit oscurando le migliaia di prigionieri politici sepolti vivi nelle prigioni sparse in Israele, le quali sorti pare proprio non interessi a nessuno. 7.500 prigionieri (politici, non di guerra), soggetti ai più atroci supplizi in una pseudo-democrazia dove la tortura è una prassi consolidata.
Milano, Torino e Roma hanno spento i loro caratteristici monumenti per accendere l’ipocrisia di un messaggio secondo il quale la libertà di un soldato vale più di quella di centinaia di minori palestinesi reclusi senza regolare processo e abitualmente abusati sessualmente nelle 25 prigioni e centri di detenzione israeliani.
Mentre il Colosseo si spegnava per un soldato sulla scalinata del Campidoglio gli attivisti della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese accendevano dei lumi per ricordare proprio questi migliaia di prigionieri innocenti e dimenticati. Almeno sino a quando non stati aggrediti “da parte di un gruppo di squadristi riconducibili come appartenenti alla Comunità Ebraica Romana”, secondo quanto dichiarato dagli stessi attivisti.
6 ragazzi della Rete hanno dovuto ricorrere alle cure mediche dopo il vile assalto da parte di chi sotto la bandiera israeliana ritiene di godere di quell’impunità che quel vessillo rappresenta all’interno della comunità internazionale.
Evidentemente la solidarietà alla causa palestinese si paga col sangue, da Gaza a Roma fin sopra la nave turca Mavi Marmara.
Ma come quei temerari contadini continuano a sfidare i proiettili rivendicando il diritto alla loro terra, la solidarietà per i diritti umani conquistano e consenso maggior terreno ingiustizia dopo ingiustizia, affronto dopo affronto squadrista.
Nel frattempo anche Israele ha spento le luci per Shalit: qui a Gaza abbiamo a malapena 6 ore di elettricità al giorno.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni
Ps. Come attivisti dell’ISM Gaza ci autofinanziamo con il sostegno di chi ritiene utile la nostra presenza in queste lande oppresse, se potete, sostenete. Via Paypal o scrivendo a guerrillaingaza@gmail.com
PETIZIONE A FAVORE DELL’ASSISTENZA FAMILIARE PER I DISABILI
PETIZIONE A FAVORE DELL’ASSISTENZA FAMILIARE PER I DISABILI
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Molti disabili potrebbero essere supportati dalla loro famiglia. Vivere nella propria casa e provare l’affetto dei parenti e degli amici, in un ambiente confortevole ed a loro amico. Lo Stato paga 2500 euro mensili per ogni posto letto negli istituti per disabili. Istituti che spesso non riescono a prendersi cura dei propri ospiti, né fisicamente né umanamente. Per questo motivo, dove possibile, lo Stato deve intervenire affinchè il disabile possa vivere nella propria casa con le cure e l’amore della propria famiglia.
Con questa petizione si vuole supportare la battaglia quotidiana di Alessandra Incorononato.
PROMOTORI:
- IL TULIPANO MAGAZINE
- INFORMARE PER RESISTERE
- M.A.I.
- NO RAZZISMO DAY
. IL POPOLO VIOLA
Potete firmare qui: http://www.firmiamo.it/a-favore-dell-assistenza-familiare-per-i-disabili

Fiat, Panda a Pomigliano d’Arco: intesa sull’attuazione del piano
Fiat, Panda a Pomigliano d’Arco: intesa sull’attuazione del piano
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Roma, 9 lug. – (Adnkronos/Labitalia) – La Fiat e le organizzazioni sindacali Fim-Cisl, Uil-Uilm e Fismic, al termine di un incontro tenutosi oggi a Torino, hanno convenuto di dare attuazione all’accordo raggiunto il 15 giugno scorso per la produzione della futura Panda a Pomigliano d’Arco. Lo comunica, in una nota, la casa automobilistica torinese.
Alla riunione erano presenti, tra gli altri, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, e l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne. L’Ugl, firmataria anch’essa dell’accordo del 15 giugno, non ha partecipato all’incontro di oggi, ma aveva già incontrato l’azienda in precedenza.
Tutti i firmatari dell’accordo, come si legge nella nota, “considerando che la grande maggioranza dei lavoratori ha dato il proprio assenso con il referendum, hanno convenuto sulla necessità di dare continuità produttiva allo stabilimento e a tutto il sistema della componentistica locale, offrendo così prospettive future ai dipendenti dell’impianto di Pomigliano”.
“L’azienda e le organizzazioni sindacali che hanno firmato l’accordo – si legge ancora nella nota – si impegneranno per la sua applicazione con modalità che possano assicurare tutte le condizioni di governabilità dello stabilimento”.
“L’esecuzione di questo accordo nei tempi e nei termini concordati – conclude il comunicato della Fiat – è la condizione necessaria per la continuità dell’impegno della Fiat nella realizzazione del progetto ‘Fabbrica Italia’”.
“Il governo saluta con grande soddisfazione la decisione delle parti firmatarie dell’accordo, relativo a nuovi investimenti per la produzione di vetture Panda a Pomigliano, di procedere all’attuazione dell’accordo stesso”, ha commentato il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi.
“Si tratta di una decisone altamente significativa -continua- per l’interesse nazionale e per quello in particolare del Mezzogiorno non solo perche’ rappresenta un consistente investimento destinato a garantire grandi volumi di lavoro ma anche perche’ esso e’ per la prima volta il frutto non di interventi pubblici ma dell’autonoma capacita’ delle parti sociali di creare condizioni tali da rendere conveniente lo stesso investimento”.
“L’accordo corrisponde pertanto a quell’idea di sussidiarieta’ in favore della duttile capacita’ delle parti sociali di adattarsi reciprocamente nelle diverse situazioni aziendali e territoriali che il governo e’ ulteriormente impegnato a promuovere attraverso l’ormai prossimo Piano triennale per il lavoro. Perdono tutti i profeti di sventura che ogni giorno hanno, come al solito, scommesso sul declino del Paese”, ha concluso Sacconi.
“E’ una svolta che senza enfasi si puo’ definire storica sia per le relazioni industriali sia per tutta l’economia italiana. Un segnale positivo di fiducia nei confronti del Mezzogiorno che ne ha tanto bisogno in questo momento, ma anche per tutto il sistema produttivo italiano”. Questo il commento del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha partecipato oggi all’incontro a Torino tra Fiat e sindacati, sull’avvio operativo dell’accordo sullo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, sottoscritto il 15 giugno scorso.
“Nonostante tutti i profeti di sventura e le chiusure ideologiche e politiche di una minoranza rissosa -ha continuato Bonanni- la Fiat non si e’ tirata indietro confermando gli impegni per Pomigliano. E’ anche la migliore risposta a una politica che si divide e fa fatica a cogliere gli interessi nazionali. La Fiat dimostra invece -ha aggiunto- con senso di responsabilita’ che si puo’ investire bene nel nostro paese”.
“Anche sul piano internazionale e’ una iniezione di fiducia positiva per tutto il ‘made in Italy’. Spero che altre imprese -ha concluso il leader della Cisl- seguano l’esempio della Fiat di riportare le produzioni in Italia, sfidando chi pensa di poter risollevare le sorti del nostro paese solo con le chiacchere”.
“A seguito dell’incontro con i vertici della Fiat, svoltosi questa mattina al Lingotto a Torino, abbiamo convenuto che l’accordo siglato lo scorso mese di giugno sara’ applicato. Il progetto va avanti”. Cosi’ in una nota il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. “Grazie alla nostra intesa -ha concluso Angeletti- la Panda sara’ prodotta nello stabilimento di Pomigliano”.
“La Fiat ha scelto di procedere con le altre organizzazioni sindacali sulla base dell’accordo separato che contiene deroghe al contratto nazionale, alle leggi e violazioni costituzionali, che puo’ aprire la strada alla demolizione del contratto collettivo nazionale e un peggioramento delle condizioni di lavoro. Cio’ puo’ contribuire al progetto del governo di smantellamento dello Statuto dei lavoratori”. Cosi’ Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, e’ intervenuto, in una nota, sull’intesa tra Fiat e e sindacati Fim-Cisl, Uil-Uilm e Fismic per l’avvio operativo dell’accordo sul sito Fiat di Pomigliano d’Arco, siglato lo scorso 15 giugno, ma non dalla Fiom.
“Si e’ convenuto di dare seguito all’accordo del 15 giugno scorso riguardante il progetto ‘Futura Panda a Pomigliano’ decidendone l’avvio operativo. A tale scopo si attiveranno delle riunioni, in tempi brevi, per attuare il progetto”. Cosi’, in una nota unitaria, le segreterie nazionali di Cisl, Uil, Fim-Cisl, Uilm-Uil e Fismic hanno commentato l’esito dell’incontro svoltosi oggi a Torino tra la Fiat, le segreterie nazionali dei sindacati di categoria, e i segretari generali di Cisl, Raffaele Bonanni, e Uil, Luigi Angeletti, sul futuro dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco. Per la Fiat era presente l’amministratore delegato, Sergio Marchionne.
“In questo modo -si legge ancora nella nota dei sindacati- si raccoglie anche il grande consenso dei lavoratori ottenuto nel referendum del 22 giugno. L’avvio dei piani operativi su Pomigliano consentira’ anche lo sblocco del piano complessivo della Fiat sugli altri stabilimenti italiani, finalizzato all’incremento delle produzioni e alla stabilizzazione dell’occupazione, denominato ‘Fabbrica Italia’. Le organizzazioni sindacali -conclude la nota- esprimono grande soddisfazione e si ritengono impegnate nel massimo sforzo in questa grande opportunita’ per i lavoratori italiani della Fiat e del Paese”.
“Siamo riusciti a ottenere lo sblocco dell’investimento della Panda per Pomigliano. Marchionne ci ha detto che l’investimento e’ sbloccato gia’ da ieri. E’ un impegno reciproco per portare la Panda a Pomigliano, un impegno molto forte di Fiat, che da’ il via anche agli investimenti sugli altri stabilimenti”, ha detto all’ADNKRONOS Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, secondo cui si tratta di ”una giornata importante”
”Marchionne ha confessato durante l’incontro di essere stato molto combattuto in questi giorni, di aver valutato e aver detto: ‘Io mi sento italiano a tutti gli effetti, un non accordo sarebbe un disastro per Pomigliano e per l’Italia intera’. Vuole il coinvolgimento dei lavoratori -ha sottolineato Palombella- ha voluto sapere se eravamo d’accordo a condividere un’avventura del genere”.
”Il Gruppo Fiat ha dato seguito alla firma dell’accordo anche per rispetto dei lavoratori della fabbrica di Pomigliano. La decisione a cui si e’ arrivati oggi e’ importante inoltre per la salvaguardia dell’occupazione nell’intera regione. A questo punto sara’ ancora piu’ necessario un forte senso di responsabilita’ da parte di tutti affinche’ non si verifichino rallentamenti nell’attuazione del progetto di Pomigliano e di conseguenza quello di Fabbrica Italiana”, ha affermato il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella.
LA PALESTINA CHIAMA LA RETE ROMANA RISPONDE!!! 9 LUGLIO 2010: 5°Anniversario del lancio della CAMPAGNA BDS
LA PALESTINA CHIAMA LA RETE ROMANA RISPONDE!!! 9 LUGLIO 2010: 5°Anniversario del lancio della CAMPAGNA BDS
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9 LUGLIO 2010: V anniversario del lancio della Campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) verso Israele da parte della società civile palestinese
Venerdì, 9 luglio 2010 segna cinque anni dal lancio da parte di 170 organizzazioni della società civile palestinese della campagna di Boicottaggio,
Disinvestimento e Sanzioni contro Israele. Ispirata alle lotte che uniscono persone di coscienza in tutto il mondo, come accadde durante la battaglia mondiale contro l’Apartheid in Sud Africa, la campagna BDS rappresenta la risposta nonviolenta della società civile all’occupazione Israeliana laddove gli Stati hanno fallito nei loro obblighi a far rispettare il diritto internazionale.
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A Roma, i vari gruppi che fanno capo alla Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese metteranno in campo varie iniziative volte a sensibilizzare il pubblico sull´importanza della campagna BDS e sulle complicità politiche ed economiche italiane con il sistema coloniale israeliano.
La Federazione Nazionale della Sinistra ha organizzato per venerdì un presidio alle ore 17.00 davanti alla Regione Lazio per denunciare i rapporti sia economici che nel campo della ricerca che la Regione intrattiene da tempo con Israele. In particolare, Forum Palestina chiama alla mobilitazione contro il piano regionale per l’acquisto della tecnologia volta al trattamento dei rifiuti della israeliana Arrow Bio, azienda già bloccata l’anno scorso da una mobilitazione in Toscana.
I gruppi Free Palestine e Stop Agrexco Roma invece, puntano sempre venerdì sul boicottaggio dei consumatori con azioni dimostrative nei supermercati della città, facendo appello ai clienti affinchè non comprino i prodotti israeliani, denunciando, in particolare, la commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane costruite illegalmente nei territori occupati e gli interessi economici a sostegno
dell’occupazione.
Le iniziative di Roma sono solo una parte del crescente movimento BDS in tutt’Italia. ISM-Italia ha lanciato in questi giorni una campagna per il boicottaggio della Teva, azienda farmaceutica israeliana. A Padova il Gruppo BDS ha svolto un’azione davanti alla nuova sede di H&M, multinazionale d’abbigliamento con massicci investimenti economici in Israele.

Stop Agrexco Italia continua la campagna nazionale contro l’Agrexco, il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani, che commercializza il 70% di frutta, verdura, fiori ed erbe aromatiche prodotti nelle colonie. Altre manifestazioni e iniziative BDS sono previste a Milano (sotto l’azienda israeliana Teva), Napoli (Piazza San Domenico), Torino (Piazza Castello), Aprilia (ex Mattatoio), Bologna (un supermercato COOP Italia), Viareggio, Novara ed altre città.
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LA RETE ROMANA DI SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE
reteromanapalestina@gmail.




































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