Archivio | luglio 24, 2010

Il Pdl a Granata: «Fuori o ai probiviri». Il finiano: sì, ma con Verdini e Cosentino

Il Pdl a Granata: «Fuori o ai probiviri»

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Il finiano: sì, ma con Verdini e Cosentino

Scontro sulle stragi di mafia, caos nel partito. Matteoli contro Fini. Augello: probiviri? Allora in Campania corte marziale

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Fabio Granata ROMA (24 luglio) - Durissima polemica all’interno del Pdl nei confronti del finiano Fabio Granata, reo di aver espresso nei giorni scorsi alcune posizioni dissonanti a proposito di inchieste di mafia. A Orvieto, durante la seconda giornata del convegno dei circoli Nuova Italia di Gianni Alemanno, è un fuoco di fila contro Granata, ma nel mirino c’è tutta la componente finiana, che ormai viene vissuta come un vero e proprio corpo estraneo al partito. Il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi appoggia così la richiesta di Mario Valducci di provvedimenti disciplinari e parla di deferimento ai probiviri. Granata risponde “sì, ma in compagnia di Verdini e Cosentino”. Granata, vicepresidente della Commissione nazionale antimafia, nei giorni scorsi, parlando delle stragi del 92, aveva ribadito l’attendibilità di Spatuzza sulla ricostruzione dell’attentato, aggiungendo che «pezzi dello Stato e del governo ostacolano la ricerca della verità sulle stragi di mafia».

«Lo statuto che Granata ha votato è chiaro, netto e preciso. Coloro che hanno parole durissime e strumentali o vanno via dal partito, oppure nel partito c’è un luogo, che è quello dei probiviri, dove deve essere giudicato – dice Lupi, – Tutti si ricordino che senza Berlusconi non sarebbero stati in Parlamento e tutti si ricordino che sono stati eletti nel Pdl e hanno sottoscritto il programma del partito».

Frattini: respingiamo con sdegno le accuse di Granata. «Non possiamo accettare chi adombra semplicemente il pericolo che ci siano collusioni con ambienti criminali – dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini – E’ molto triste che lo faccia Fabio Granata, un esponente del Pdl, quando questo governo è quello che più di tutti negli ultimi venti anni si è impegnato nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. Respingiamo con sdegno queste insinuazioni. Io conosco Berlusconi dal 1993 e lui ha sempre mantenuto le promesse. Bisogna però essere in due per essere d’accordo. Certo, non aiutano frasi che evocano il pericolo di una questione morale. La legalità è nel nostro dna, non accettiamo lezioni da nessuno. Noi siamo convinti che in un grande partito si debba favorire la libera espressione del pensiero, non un’opposizione interna continua e costante. Noi pensiamo ad un partito che non segue il teatrino della politica e le logiche pesanti degli apparati. Anche il congresso rappresenta un’occasione».

Granata: felice di andare dai probiviri, ma con Verdini e Cosentino. «Attendo che mi convochino i probiviri con assoluta tranquillità – replica Granata – Mi piacerebbe conoscere quali sono le frasi tanto incriminate da me pronunciate che dovrebbero passare il loro vaglio e attendo di capire se i probiviri si dovrebbero interessare anche di quei dirigenti accusati di comportamenti gravi e non compatibili con la politica di un grande partito nazionale e conservatore che dovrebbe preoccuparsi del bene comune, anziché di azioni lobbistiche, affari o di rapporti con ambienti oscuri. Sarei felice di andare dai probiviri, insomma, insieme a Nicola Cosentino e a Denis Verdini».

«Frattini riservi il suo sdegno per vicende molto più concrete e squallide che riguardano alcuni esponenti del partito – continua Granata – piuttosto che per interpretazioni fantasiose e strumentali delle mie dichiarazioni sulle stragi del 92, rispetto alle quali ho solo ribadito l’attendibilità piena di Spatuzza sulla ricostruzione dell’attentato; attendibilità certificata e difesa, non da me, ma da ben tre Procure e da un magistrato come Lari, lodato da Alfano e personaggio di assoluto equilibrio. Non ho mai detto né tantomeno pensato, che Spatuzza sia attendibile nelle ricostruzioni “de relato” sui referenti politici, tantomeno ho mai detto o pensato che Silvio Berlusconi possa essere coinvolto in queste inchieste. Frattini riservi il suo sdegno per i protagonisti di tante vicende torbide che rischiano di distruggere il Pdl e per gli amici che strumentalmente filtrano alcune prese di posizione distorcendone senso e finalità».

E’ sul tema della legalità che parte l’affondo più pesante contro i finiani accusati di usarla «in modo strumentale» per fare battaglie interne al partito: «Ricordo che nel vecchio Movimento Sociale Italiano avevamo le correnti che si scontravano in modo cattivo ma se c’era qualcuno di noi che cadeva in disgrazie il partito faceva quadrato» sottolinea Altero Matteoli che poi non si lascia sfuggire una frecciata contro Gianfranco Fini. Il presidente della Camera non è citato ma pare essere lui il bersaglio: «A me viene anche da ridere quando sento chi ha una storia come la mia alle spalle che contesta il leader carismatico, la nostra storia è fatta da leader carismatici e anche quando abbiamo avuto chi non l’aveva il partito glielo ha costruito perchè diventasse tale».

Cicchitto: «Ogni giorno ha il suo affanno. Una volta conclusi i lavori parlamentari sulla manovra e le intercettazioni esamineremo la situazione interna al partito», nell’ambito della quale vanno esaminati gli «attacchi che vengono portati dall’interno del Pdl – interviene il presidente dei deputati Pdl – Granata è un «polemista che per di più ignora quel che è accaduto, negli anni della fine della prima Repubblica. Non è certamente Berlusconi che può temere che si verifichi quel che accadde nel 92-93, perchè allora altri erano in attesa di ereditare il lascito della prima Repubblica».

«Reputiamo un valore fondante di questo partito il garantismo a 360 gradi che deve valere per tutti, amici e avversari – dice Cicchitto – Garantismo e legalità non sono in contraddizione. È stato giustamente ricordato Borsellino, un eroe, ma l’eroe per antonomasia per molti di noi è Falcone. Falcone combatteva la mafia ed era un rigoroso garantista egli, proprio per questo, fu attaccato dall’Unità, dai comunisti e da Magistratura democratica. Il Granata dell’epoca si chiamava Leoluca Orlando Cascio», ha detto Cicchitto al convegno dei circoli Nuova Italia. Parole accompagnate da un lungo applauso in mentre qualcuno gridava “bravo-bravo”.

Augello: allora in Campania corte marziale. «Non sono sicuro che nel Pdl abbiamo eletto dei probiviri. Ritengo che Granata abbia detto delle cose che non condivido e che sono sopra le righe. Mi spingerei anche a dire che Granata ha detto una sciocchezza. Ma se convochiamo i probiviri per una sciocchezza, credo che in Campania per capire quello che è successo a Caldoro bisognerà convocare la corte marziale», commenta il senatore del Pdl.

Lehner: trovato l’anello mancante. «Anche nella regressione si notano gli anelli mancanti. Ad esempio, nella involuzione da homo sapiens sapiens ad homo retinus insapiens, i darwiniani pare abbiano individuato l’anello mancante nell’homo finianus, tipo Fabio Granata. Non è una bella notizia per i probiviri del Popolo della Libertà, ma per l’antropologia culturale il ritrovamento configura una pietra miliare nella conoscenza delle origini dell’olio di ricino e del manganello»,commento sarcastico il deputato del Pdl.

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24 luglio 2010

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=112100&sez=HOME_INITALIA

Ma come parla la cricca? Ovvero, come il degrado morale diventa anche degrado linguistico

Ma come parla la cricca?

«Stongo da te». «Ce lo dicetti a Berlusconi». «Vuoi appiccicà sto cazzo de telefono?». «Salutami a Nicò e pure a Giacomì». Ovvero, come il degrado morale diventa anche degrado linguistico

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di Denise Pardo

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Stefano Ricucci? Quasi Jean Paul Sartre. E dire che al tempo degli scandali delle scalate bancarie non pochi tormenti, ma anche molte risate certo, gli aveva procurato la metafora che oggi potremo considerare da Goncourt “Stamo a fa’ i froci con il culo degli altri”. Dietro, è il caso di dirlo, c’era un che di zeitgeist, un che di filosofico. Nulla a che vedere con il lessico micidiale e scalcagnato, tra Mario Merola e Pappagone, delle intercettazioni telefoniche alla cosiddetta P3, ennesima cricca fra le varie cricche che governano l’Italia, inquietante comitato d’affari per pilotare nomine, di politici e giudici, per aggiudicarsi appalti e capitali, desolante campione del fallimento della scuola italiana dell’obbligo (“io ce lo dicette a Berlusconi” e sembra davvero una barzelletta).

Quindicimila pagine il rapporto dei carabinieri, denso di un lessico da Sud story così caricaturale da apparire inverosimile se non comico fatto di massime di venerati maestri (“Con la bocca si mangiano i maccheroni diceva Totò”, però!), di soprannomi più borbonici che Unione europea (“Ho già chiamato a Fofò gli ho detto domani stongo da te” e Fofò non è mica uno qualunque, ma Alfonso Marra, presidente della Corte d’Appello di Milano), di un birignao molto in voga nelle bettole più trendy dell’Irpinia e del casertano (“Vuoi appiccià sto cazzo di telefono?”, zufola Martino al sottosegretario Nicola Cosentino).

Un salotto poco buono frequentato da sottosegretari, Giacomo Caliendo (alla Giustizia) e il suddetto Cosentino (all’Economia, costretto alle dimissioni dal governo ma non da coordinatore Pdl della Campania, salvato dal carcere grazie alla giunta della Camera dei deputati), da plenipotenziari cheeck to cheeck con il premier (Denis Verdini e Marcello Dell’Utri, presenzialista che non si perde nessuna inchiesta giudiziaria del paese) e altri galantuomini del ramo Pdl, tributaristi (Pasquale Lombardi), imprenditori (Arcangelo Martino).

Diranno in Padania, il solito meridione, la solita questione. Invece no. Anche se con un cammeo, svetta la partecipazione straordinaria di Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, scoperto a parlare pure lui con termini “aum-aum” (“Malgrado la neve ci saranno passeggiate?”, si informa dell’arrivo degli ispettori per sbloccare la lista collegata a lui durante le ultime regionali). E la presenza, da protagonista, invece, di un rappresentante di una regione a statuto speciale, la Sardegna, con il faccendiere Flavio Carboni, socio di lunga data della star di tutte le logge, la P2, l’unico a dare un tocco esistenziale al tono delle conversazioni straripanti di citazioni urologiche (“A volte provo dardi di noia” e chissà che avranno capito i suoi sodali, rustici, se si vuol esser buoni).

Alla fine, è il sipario alzato su una politica arcaica che si sperava sepolta, sulla rappresentazione di una sclerosi amministrativa locale e nazionale a dir poco border line e da terzo mondo, su un modello culturale quasi tribale. Con figure inedite, perfino.

“Non sono un fesso”, rivela Martino a Cosentino commentando il ritardo dell’arrivo del dossier commissionato per colpire Stefano Caldoro e i suoi presunti amori gay”sono pure un poco laureato”. Un poco laureato? Dopo il laureato intero, anche quello a fette? Dev’essere un progetto sperimentale per la Campania ideato dal ministro Gelmini.

Cesare in primis, il nome in codice del grande capo da accontentare e a cui obbedire, presumibilmente Berlusconi, in seconda ipotesi Dell’Utri. E poi giù per li rami, tutto il sistema, i membri dell’associazione segreta, i piani per controllare la macchina della giustizia, le importantissime elezioni del governatore della Campania. Roba seria gestita con un linguaggio a dir poco imbarazzante, una realtà del tutto surreale. “Dobbiamo capire andò sta o’ buono e andò sta o’ malamente” (cioè su quali giudici della Consulta si può contare). “Amn’ fa nu poc’ na conta a vedè quanto sonn’ i nostri e quanti songo i loro”, spiega Lombardi a Caliendo. Pasqualino Lombardi è l’uomo che ha il compito di tenere i rapporti con i magistrati. Un ruolo fondamentale decisivo per la P3 e per il governo. Roba da accapponare la pelle.

Ma la telefonata con il giudice Francesco Castellano che gli deve comunicare il nome del rivale di Marra per la nomina della Corte d’Appello sembra il replay di una scena da Totò e Peppino, da lettera dei “fratelli Caponi che siamo noi”. In effetti, povero Lombardi, il cognome è piuttosto complicato: Rordorf. “Come, come?”, chiede lui sconvolto che si aspettava, Cutolo, Esposito, Caiazzo. “Scandisci un poco le parole, incomincia dal primo, come inizia?”. Castellano si sgola. E glielo dovrà ripetere ben dodici volte, sillaba per sillaba (“O come Otranto”) per riuscire finalmente a fargli comporre il nome in modo corretto.

Visto l’andazzo, bisogna ammettere che, da un punto di vista linguistico, il commento del presidente del Consiglio è stato all’altezza della situazione: “Si tratta di quattro sfigati pensionati”, ha decretato Silvio Berlusconi in purissimo stile istituzionale. E avrà detto sfigati, sicuramente perché, pasticcioni, si sono fatti beccare dalla giustizia comunista. Sfigata o non sfigata, la cricca comunque lavora sodo e gioca duro. Sul lodo Alfano e il parere della Consulta. Sugli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia. Sulla scacchiera delle procure da inzeppare di magistrati amici.

Il metro che va per la maggiore da quelle parti è quello dell’idraulica. Nicola Mancino, vice presidente Csm? “Chillu cess’e Nicola”. Stefano Caldoro, odiato candidato alla regione Campania poi eletto, usurpatore, secondo il club, della poltrona che spettava a Cosentino?”Quell’altro cesso”. Domanda mellifluo Cosentino: “Come stai?”. “Una chiavica”, risponde quel principe di Galles di Arcangelo Martino, bel pelo sullo stomaco ma naso che si arriccia di fronte a chi come Lombardi si inzacchera come un poppante: “Tengo davanti a me quello là che si butta il sugo sopra la cravatta”, racconta disgustato al cellulare, lasciando immaginare gli untuosi schizzi di pummarola in fase di lancio.

Emergono perfino considerazioni moralistiche sulla casta e ci vuole proprio una bella faccia tosta: “Questi se ne fottono”, è Martino in persona a deprecare il malcostume politico a proposito del fatto che nel Partito delle Libertà si insiste sulla candidatura Caldoro. “Io questa la chiamo arroganza”. Cosentino, dicasi Cosentino, condanna esacerbato l’insopportabile atteggiamento, quoque lui. E figuriamoci se i metodi dell’organizzazione non sono proprio concilianti verso chi prova a resistere alle decisioni della cricca.

“A quello gli devo dare un cazzotto in bocca”, parola di Fofò a proposito del giudice Giuseppe Maria Berruti che non condivide e non appoggia la sua candidatura alla Corte d’appello “e far saltare tutti i denti”. Come minimo, convincente.

D’altra parte, le posizioni della cricca sono molto chiare su vari fronti. Non solo politici. Anche culturali. Per esempio, l’omofobia? All’avanguardia, in un certo senso. Nel mondo dei Cosentino e dei Lombardi non esistono gay, né omosessuali. Girano invece e a piede libero “ricchioni, femminielli e frocetti”. O “culattoni”, altra variante ammessa. Arriva un sms: “Che fine abbiamo fatto. Siamo finiti in un mondo di froci, povero Berlusconi”. Martino si raccomanda a Cosentino che ha abbracciato Caldoro “Fai attenzione all’Aids”. Naturalmente, in questa metafisica di volgarità non potevano mancare apprezzabili e simpatiche divagazioni sul cognome di Italo Bocchino, acerrimo nemico anti Cosentino.

In un tripudio di diminutivi, “Pascualì” (Lombardi), “Padre Pio” (Martino) “Giacomì” (Caliendo), “Nicò” (Cosentino), e quando si trattava di personaggi a cui mostrare rispetto, di soprannomi come Sua Eccellenza, il Segretario generale, l’uomo verde (il potente Denis Verdini), la cricca ha davvero pensato di poter organizzare e mandare avanti una struttura clandestina e parallela al di là dello Stato e della legalità. Un progetto ambizioso e ancora una volta sventato. E certo, dopo tutto quel daffare, la cricca non si meritava di essere liquidata da Silvio Berlusconi come una banda di sfigati pensionati. Ma è anche vero che non è riuscita a dare a Cesare quel che Cesare voleva.

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23 luglio 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ma-come-parla-la-cricca/2131348

L’Italia delle case fantasma: Due milioni non denunciate

http://www.immobiliareblog.it/wp-content/uploads/2008/03/casa-fantasma.jpg

Immobili – L’evasione

L’Italia delle case fantasma
Due milioni non denunciate

Scoperte con le foto aeree. In vetta Salerno, Roma e Cosenza

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ROMA—Nell’ordine: Salerno, Roma, Cosenza, Napoli, Avellino, Lecce, Palermo, Catania, Bari, Vicenza, Reggio Calabria, Agrigento, Caserta, Potenza, Cuneo. Bisogna arrivare al decimo posto e poi al 15esimo per trovare due nomi del Nord nella classifica delle province con più «immobili fantasma», le case cioè che per il catasto non esistono, ma sono state scoperte grazie alle foto aeree. Un lavoro che ha fatto l’Agenzia del Territorio (ministero dell’Economia) su quasi tutti i comuni italiani. Nella classifica elaborata dalla stessa Agenzia, su 101 province le prime 13 del Mezzogiorno (quindi senza Vicenza) collezionano da sole ben 703.150 fabbricati fantasma su un totale di 2.077.048 finora scoperti, cioè uno su tre (il 33,8%). Che la casa sia al primo posto nei pensieri degli italiani è risaputo. Non per niente il 75% delle famiglie possiede l’abitazione in cui vive. Poi ci sono le seconde case, per vacanza e investimento. Insomma, un popolo di proprietari. Ma anche di evasori, come noto. Soprattutto nel Sud, in questo caso.

Roma: prima e dopo la costruzione di due fabbricati
Roma: prima e dopo la costruzione di due fabbricati

ROMA BATTE MILANO 16-1 - Vediamo qualche esempio. Nella provincia di Salerno sono stati «verificati » 139 comuni e sono saltate fuori ben 93.389 case fantasma. Nella provincia di Bergamo la caccia ha fruttato meno: in 165 comuni, trovati 17.874 immobili sconosciuti al catasto. Nell’area di Roma l’indagine ha riguardato 114 comuni per una scoperta di 68.779 edifici. In quella di Milano 129 municipi, ma le case fantasma riportate alla luce non più di 4.241, 16 volte meno. Nella provincia di Cosenza sono stati stanati 61.672 fabbricati in 154 comuni. In quella di Udine 7.944 in 122 municipi. Le differenze sono enormi anche restringendo il campo di osservazione ai singoli comuni. A Torino solo 56 immobili fantasma, a Napoli 6.891. A Milano 22, a Roma 6.372. In parte dipende, spiegano i tecnici, dal fatto che nelle città è molto più difficile individuare case costruite dal nulla, mentre sono più diffuse sopraelevazioni e aumenti di cubature non rilevabili con le foto aeree. Ma è chiaro che molto pesa la diversa propensione a evadere. Nella città di Genova sono stati scovati 717 immobili fantasma, a Reggio Calabria 6.237. A Treviso 1.300, a Taranto 2.103.

SCOPERTI CON LE FOTO AEREE – L’operazione è stata condotta dall’Agenzia del Territorio guidata da due anni da Gabriella Alemanno, in seguito al decreto legge 262 del 3 ottobre 2006 (governo Prodi). Come sono riusciti a individuare uno ad uno gli immobili fantasma? Il meccanismo è apparentemente semplice, anche se richiede tecnologie sofisticate. Il territorio italiano è stato completamente fotografato dall’alto e le immagini aeree digitali, con un altissimo grado di risoluzione (in grado di riconoscere un oggetto sul terreno con un margine di errore di appena 50 centimetri), sono state sovrapposte alle mappe catastali attraverso un software ad hoc che ha immediatamente individuato gli «oggetti emergenti dal terreno» non presenti sulle carte. Sono stati quindi scartati quelli diversi dagli immobili (alberi, pali, cumuli di terra e altro) e identificati i nuovi «corpi di fabbrica». A quel punto, bisognava risalire al proprietario. Si sono quindi prese le particelle del catasto terreni sul quale l’immobile sorge e si è individuato il titolare. Le liste delle particelle di terreno sulle quali stanno gli immobili fantasma, comune per comune, sono state quindi pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale e consegnate agli stessi municipi (oltre che pubblicate sul sito dell’Agenzia).

Una casa spuntata nella campagna romana
Una casa spuntata nella campagna romana

FINO A UN MILIARDO DI RENDITA – Una volta scoperto, il proprietario poteva accatastare spontaneamente l’immobile oppure, passati 7 mesi, subiva l’accertamento dell’Agenzia e infine l’accatastamento d’ufficio, contro il quale eventualmente ricorrere. Al 30 aprile scorso erano già stati messi in regola 531mila edifici, 209mila dei quali volontariamente, per una rendita catastale emersa di 257 milioni di euro. Al 30 giugno il dato complessivo è salito a 864.065 immobili accatastati per un rendita totale di 452 milioni di euro, dicono all’Agenzia del Territorio. Insomma, quasi la metà degli immobili fantasma è stata regolarizzata, con le buone o le cattive. Di questo passo non è irragionevole prevedere che il risultato finale potrebbe avvicinarsi a un’emersione della rendita vicina al miliardo di euro. La cautela è d’obbligo, dicono i tecnici, perché una parte dei presunti immobili fantasma potrebbe rivelarsi composta di baracche o altre strutture non accatastabili, ma alla fine questi casi dovrebbero comunque essere una minoranza. E un forte aumento del gettito è sicuro. Sulle nuove rendite catastali si pagano infatti le relative imposte, nazionali e comunali, dall’Irpef all’Ici alla Tarsu, la tassa sullo smaltimento dei rifiuti. Il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, si è spinto a dire che si potrebbero ottenere fino a 5 miliardi di euro in più all’anno. Stime più prudenti, di fonte tecnica, parlano di 3 miliardi.

L’ULTIMA OPPORTUNITÀ – Con questo obiettivo in testa, il governo ha utilizzato la manovra economia (in dirittura d’arrivo alla Camera) per dare una spinta alla regolarizzazione della restante parte di immobili fantasma, concedendo fino al 31 dicembre di quest’anno per l’accatastamento spontaneo, pagando il costo della pratica di regolarizzazione, oltre agli oneri di costruzione (concessione edilizia) e alle imposte dovute (Ici, Tarsu) per i cinque anni precedenti, che dovrebbero essere richieste dai comuni. Per chi non si metterà in regola, dal primo gennaio 2011, l’Agenzia del Territorio procederà all’attribuzione di una rendita catastale presunta, con maggiori spese per il proprietario. Senza contare che in questo caso le sanzioni aumentano.

UNA SFIDA PER I COMUNI – Per ora il nuovo gettito viene diviso tra Stato ed enti locali, ma è chiaro che con il federalismo fiscale, tutta questa partita diventerà di competenza dei comuni. Il decreto legislativo sull’autonomia impositiva degli enti locali, che il governo dovrebbe varare la prossima settimana, prevederà infatti, al termine di un percorso graduale di almeno tre anni, il passaggio della titolarità delle imposte immobiliari ai comuni, magari con l’accorpamento degli stessi (l’ipotesi dell’Imu, l’imposta immobiliare unica). È interesse dei municipi, quindi, che tutte le case fantasma vengano alla luce e sarà compito degli stessi rifarsi di tutte le imposte e tasse dovute. Ci vorrà insomma competenza, efficienza degli uffici, volontà di combattere l’evasione. Per non parlare dell’aspetto urbanistico, che è tutto un altro capitolo. L’operazione immobili fantasma, infatti, riguarda la regolarizzazione col catasto, per il pagamento delle relative imposte. Ma poi bisogna vedere se la casa emersa è a posto dal punto di vista dei vincoli urbanistici. Il governo sottolinea questo aspetto per dimostrare che non c’è alcun nuovo condono edilizio. Se per esempio una casa fantasma è stata costruita su una spiaggia o in un parco naturale, spetta al Comune demolirla e da questo punto di vista nulla è cambiato. Il decreto della manovra dice infatti che l’Agenzia del Territorio gira ai comuni i dati sui nuovi accatastamenti «per i controlli di conformità urbanistico-edilizia », perché, aggiunge lo stesso articolo 19, «restano fermi i poteri dei comuni in materia urbanistico-edilizia e l’applicabilità delle relative sanzioni ». Li eserciteranno? Al Sud come al Nord?

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Enrico Marro
24 luglio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_24/italia-case-fantasma-marro_e4b060e6-96ec-11df-bd32-00144f02aabe.shtml

GERMANIA Love Parade, 15 morti nella ressa. E la gente continua a ballare

GERMANIA

Love Parade, 15 morti nella ressa
E la gente continua a ballare

Love Parade, le immagini della tragedia

A Duisburg, la polizia tenta di impedire a migliaia di persone di raggiungere l’area dove è in corso il festival della techno music. La pressione scatena la paura nel tunnel della Karl-Lehr-Strasse. Nella calca muoiono nove donne e sei uomini

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Love Parade, 15 morti nella ressa E la gente continua a ballare

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BERLINO - C’è chi scappa, chi piange, chi continua a ballare. E ci sono dei corpi lì, vicino all’entrata. Secondo la Bild, sono almeno 15 le persone rimaste uccise e un centinaio i feriti a seguito della ressa scatenata dal panico alla Love Parade di Duisburg, in Germania. La parata della musica techno attira ogni anno un milione e mezzo di giovani da tutta Europa. Per questo, anche l’Unità di crisi della Farnesina, in contatto con il consolato italiano a Duisburg, ha avviato le verifiche sull’eventuale coinvolgimento di connazionali nella tragedia.

Aggiornando il primo bilancio, anche la polizia conferma in 15 il numero dei morti, specificando che si tratta di nove donne e sei uomini. Quanto ai feriti, secondo le autorità sarebbero una quindicina, mentre una decina sono le persone sottoposte a pratiche di riaminazione. Le forze dell’ordine riferiscono che il panico si è scatenato nel tunnel della Karl-Lehr-Strasse, ma non forniscono al momento spiegazioni su cosa abbia scatenato la calca mortale.

L’agenzia di stampa Dapd sostiene che la ressa è iniziata quando le autorità hanno cercato di impedire a migliaia di persone di accedere alla zona dove la parata era in svolgimento. Dapd riferisce che le vittime sono state schiacciate, i soccorritori hanno dovuto faticare moltissimo per riuscire a raggiungerle. Nel pomeriggio le autorità avevano deciso di interrompere il traffico ferroviario: i binari erano stati invasi da una moltitudine enorme di persone in marcia verso il luogo del raduno. Il servizio d’ordine previsto dalla polizia era formato da 1200 agenti.

Un giornalista della Bild, presente sul luogo della tragedia, ha riferito al sito del tabloid tedesco che i cadaveri erano già stati coperti con teli. Secondo il testimone, tutto è accaduto “all’entrata principale, un vero e proprio collo di bottiglia. A causa del sovraffollamento, migliaia di persone volevano abbandonare l’area della Vecchia stazione merci. Al tempo stesso, in migliaia volevano raggiungere il palcoscenico. Così, migliaia di persone si sono scontrate, si sono ritrovate stritolate, capovolte nella ressa, hanno dovuto essere rianimate da personale sanitario”. Ancora alla Bild, un partecipante alla manifestazione, Marius, 18 anni, ha raccontato:  “Non c’è stata possibilità di fuga, la gente faceva come un muro. Ho avuto paura di morire”. “Ho avuto fortuna: ho trovato un piccolo buco, ma accanto a me sono morte due donne”, ha raccontato una ragazza.

E mentre il bilancio delle vittime è in via di aggiornamento, alla Love Parade la folla lontana dall’accaduto continua a ballare del tutto ignara. Un portavoce della municipalità di Duisburg ha affermato che le autorità, temendo altre ondate di panico, si sono rifiutate per il momento di far evacuare l’area. Secondo gli organizzatori, anche quest’anno sono quasi un milione e mezzo i partecipanti alla kermesse, che aveva come tema, oltre alla celebrazione della techno music, la rivendicazione di uguali diritti per gli omosessuali. Prima dell’incidente tutto sembrava svolgersi nella calma e nell’allegria, come consuetudine, con la folla danzante attorno ai carri trasformati in potenti diffusori di musica, ritmo, luci, colori. Poi, la ressa e la morte.

Il sabato di sangue alla Love Parade farà certamente decollare le polemiche che da sempre accompagnano ogni edizione del festival della techno music. Un appuntamento entrato nel calendario dei principali eventi giovanili sin dalla sua prima edizione, nel 1989, nella Berlino ormai pronta alla caduta del Muro, a cui parteciparono poche centinaia di appassionati. Dieci anni dopo, la Love Parade portava nelle strade berlinesi un milione e mezzo di persone, scatenando le proteste di quella cittadinanza spaventata dal fluire per le strade di un fiume umano seminudo e pazzo di gioia incontrollabile al suono ipnotico dei potentissimi bassi, penetrato da frequenze sonore inesplorate, mosso a comando dai deejay.

Ma la Love Parade andò avanti, fermata nel 2004 e 2005 solo dalla scarsità delle risorse finanziarie. Nel 2006, grazie a nuove sponsorizzazioni, la serie ripartì da Berlino, per poi emigrare a Essen nel 2007 perché la giunta berlinese negò nuovi permessi e trasformandosi definitivamente in un evento itinerante. Nel 2008 la Love Parade si tenne a Dortmund, l’anno scorso avrebbe dovuto sfilare a Bochum ma fu cancellata. Quest’anno a Duisburg. Nel 2011 sarebbe toccato a Gelsenkirchen. Ma adesso, con i corpi ancora distesi sull’asfalto, è davvero difficile parlare al futuro.

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24 luglio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/24/news/ressa_alla_love_parade_10_morti-5804529/?rss

Fiat, lettera di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto»

http://faidate.bloggit.it/wp-content/uploads/yacht_blog.jpg‘operai’ Fiat in vacanza..

Fiat, lettera di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto»

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Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro

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24 luglio 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=101621


APPLE AVVISATA.. – L’iPad indiano costa solo 35 dollari

24/7/2010 – COSTA UN QUATTORDICESIMO DELL’IPAD DI APPLE

L’iPad indiano costa solo 35 dollari

http://gyangang.com/images/stories/notion_ink_adam_1.jpg

Il governo intende colmare il digital divide fornendo il tablet agli studenti

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L’India lancia la sfida all’iPad e svela un nuovo prototipo di tablet PC con touch pad a prezzo stracciato. Il dispositivo, messo a punto dai ricercatori dell’Indian Institute of Technology e dall’Indian Institute of Science, costa solamente 35 dollari, quattordici volte meno del gemello glamour di Apple, e sfrutta un software libero. Kapil Sibal, ministro delle Risorse Umane e lo Sviluppo, ha annunciato che il governo indiano intende metterlo a disposizione di tutti gli studenti del Paese, dalla scuola elementare fino all’università.

Creato con l’idea di colmare il «digital divide» che grava sulla società indiana e stimolare una nuova spinta economica, i ricercatori indiani hanno scommesso su un software open source basato su Linux e un design più convenzionale. Dotato di memoria ram di 2Gb, connessione Wi-Fi, porte Usb e ricarica solare opzionale, il tablet consente l’accesso ad un browser e supporta la lettura dei formati Office più comuni, PDF e video.

Il ministro Kapil Sibal ha specificato che non potrà avere tutte le funzionalità di un moderno PC, ma sarà in grado di effettuare le operazioni di base. Il primo lotto sarà composto da circa un milione di esemplari, poi se si riusciranno a contenere ulteriormente i costi di produzione, verrà prodotto in nuovi lotti.

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fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=7891&ID_sezione=38&sezione=

ROMA – Uccide il datore di lavoro e occulta il corpo. “Un dittatore. Temevo di essere licenziato”

http://www.notiziediprato.it/wp-content/uploads/2010/03/mortamontecuccoli.jpg

Uccide il datore di lavoro e occulta il corpo
“Un dittatore. Temevo di essere licenziato”

Un assicuratore romano di 30 anni, Flavio Pennetti, ha assassinato il titolare della sua agenzia, Massimo Carpifave 51 anni, con una mazza da baseball al culmine di un violento litigio. Il cadavere gettato lungo la strada tra Leonessa e Rieti. L’uomo ha confessato

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“Avevo paura di essere licenziato”. Sarebbe questo il motivo che ha spinto un assicuratore romano di 30 anni a uccidere il titolare della sua agenzia di 51 anni al culmine di un violento litigio, a gettarne il cadavere in una scarpata lungo la strada che collega Leonessa a Rieti e a ad occultarlo ricoprendolo con sassi e terriccio. Una mazza da baseball l’arma usata per il delitto. L’uomo, Flavio Pennetti, ha confessato alla polizia ed è stato sottoposto a fermo per omicidio volontario ed occultamento di cadavere.

Secondo le ricostruzioni
degli agenti, ieri mattina i due erano andati insieme con l’auto del giovane a Leonessa per concludere un affare, ma nel tardo pomeriggio tornando verso Roma, sono nate tra i due alcune incomprensioni e diverbi che hanno spinto il 30enne, temendo di essere licenziato, a colpire violentemente e ripetutamente la sua vittima con una mazza da baseball, fino ad ucciderlo. Il giovane si è poi disfatto della mazza utilizzata per compiere il delitto, gettandola nella boscaglia, è ripartito in macchina durante il tragitto ha gettato alcuni oggetti appartenuti alla vittima.

“Era un dittatore. Mi ha insultato in tutti i modi, poi quando ha cominciato a parlare della subagenzia ho accumulato uno stress nervoso impressionante. E quando sono sceso per far rientrare il parafango con la mazza non ce l’ho fatta più e l’ho ucciso”. è la confessione di Flavio Pennetti, subagente dell’Assirisk di Massimo Carpifave.

Ieri sera, intorno alle 21, la moglie della vittima ha denunciato la scomparsa del marito alla polizia telefonando al commissariato Tor Carbone, la donna ha raccontato agli agenti che  il giovane collega che era con il marito, era già arrivato a Roma e le aveva detto di aver lasciato il marito presso la sede dell’agenzia. Ma l’uomo, più volte da lei chiamato, non rispondeva alle telefonate.

I poliziotti del commissariato Tor Carbone, “sulla base di fondati sospetti”, sottolinea la questura, hanno richiesto immediatamente all’autorità giudiziaria l’emissione di un decreto per poter individuare il tracciato telefonico dello scomparso, e questa notte gli agenti della squadra mobile delle questure di Roma e di Rieti, ne hanno ritrovato il corpo senza vita.

Pennetti ha cercato di mentire
alla polizia di Rieti che l’ha convocato in commissariato, continuando a sostenere di aver lasciato Carpifave a Roma. Ma il controllo delle microcelle dei due telefonini – quello di Pennetti e quello di Carpifave – ha smentito le parole dell’assicuratore che non ha retto all’interrogatorio ed è crollato. L’assicuratore ha pianto, poi ha raccontato le cose esattamente come sono successe e ha portato la polizia nel luogo dove aveva occultato il corpo di Carpifave e dove aveva gettato gli abiti sporchi di sangue.

Nel 2001 Massimo Carpifave
si candidò nella lista di An alle comunali di Roma ed ottenne 420 preferenze non riuscendo ad essere eletto. Donna Assunta Almirante e l’ex assessore regionale e attuale consigliere regionale del Lazio Antonio Cicchetti furono testimoni di nozze di Massimo Carpifave, l’assicuratore di 51 anni ucciso ieri da un suo collega a colpi di mazze da baseball. “Si sposò due-tre anni fa – ha raccontato Cicchetti – e siamo stati io e Donna Assunta ad essere suoi testimoni. Sono quelle amicizie che si coltivano a distanza perché ci vede raramente. Con la moglie avevano una casa in una frazione di Leonessa e qualche volta sono andato a pranzo a casa loro. Lui – ha concluso – di sicuro era più assorbito dal suo lavoro di assicuratore che dalla politica”.

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24 luglio 2010

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/07/24/news/uccide_collega_di_lavoro-5797861/?rss

Dossier Telecom: Tronchetti indagato

Milano – L’inchiesta sugli illeciti compiuti dalla «Security» di Telecom

Dossier Telecom: Tronchetti indagato


Ipotesi di associazione a delinquere anche per Buora

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MILANO—Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora sono indagati a Milano nell’inchiesta sul dossieraggio illegale praticato dalla «Security» di Telecom negli anni in cui a guidarla era Giuliano Tavaroli. E la loro messa sotto inchiesta non avviene ora, ma è rimasta «blindata» da almeno 6 mesi. A cavallo, peraltro, degli uffici giudiziari di Roma e Milano.

Gli ex presidente e vicepresidente di Telecom, infatti, non sono indagati ora come conseguenza del supplemento di indagini sollecitato di fatto alla Procura milanese dal giudice Mariolina Panasiti con la trasmissione il 28 maggio ai pm di alcuni atti dell’udienza preliminare, e in particolare degli interrogatori dei testi ammessi dal gup su richiesta delle difese degli imputati (come lo 007 privato Cipriani) o delle parti civili (come il giornalista Mucchetti) più attive nel sostenere la consapevolezza dei vertici aziendali rispetto agli illeciti commessi dalla loro «Security» e sinora sanzionati con sedici patteggiamenti (tra cui quelli di Tavaroli e delle persone giuridiche Telecom e Pirelli per corruzione in base alla legge 231) e dodici rinvii a giudizio al 22 settembre.

Carlo Buora e Marco Tronchetti Provera (Imagoeconomica)
Carlo Buora e Marco Tronchetti Provera (Imagoeconomica)

L’emersione dell’indagine su Tronchetti e Buora è invece l’ultimo atto di una carambola giudiziaria nata nel 2006 a Roma dove, dopo i primi arresti milanesi di settembre, il procuratore aggiunto Pietro Saviotti era titolare di un fascicolo di modesta origine (beghe di un divorzio nel quale la moglie aveva rinfacciato al marito circostanze tratte da suoi tabulati telefonici) ma di importante materia: il mercimonio di tabulati telefonici (registri di chi e quando parla con chi) attuato all’epoca in Telecom grazie a un applicativo informatico della Tim (il sistema Radar) che, nato per contrastare legalmente le frodi contrattuali, era però poi stato utilizzato per le impreviste potenzialità di un suo difetto, e cioè il fatto che consentiva di conoscere il traffico telefonico di qualunque persona senza che rimanesse traccia di chi aveva interrogato il sistema. A Roma il pm Saviotti inizia dunque a procedere «contro ignoti» e finisce per chiedere al gip Aldo Morgigni l’archiviazione. Ma il gip la respinge perché non condivide l’impostazione «contro ignoti» e valuta, alla luce di quanto le indagini milanesi avevano via via evidenziato, che, se il sistema Radar aveva quelle caratteristiche, esse non potevano che rientrare in una responsabilità aziendale in ipotesi riportabile ai vertici societari. Così ordina al pm di formulare un’imputazione a carico di Tronchetti e Buora, nel contempo ravvisando un profilo di incompetenza territoriale.

Dalla Procura di Roma, dunque, alla fine del 2009 vengono trasmesse per competenza territoriale a Milano le posizioni di Tronchetti e Buora, indagati per alcune delle stesse ipotesi che Milano stava contestando a Tavaroli-Cipriani-Mancini nell’inchiesta principale, e cioè associazione a delinquere finalizzata agli accessi abusivi informatici e alla corruzione dei pubblici ufficiali prestatisi a consultare abusivamente le banche dati. A Milano, a quell’epoca, i pm Napoleone-Civardi-Piacente avevano già chiesto il rinvio a giudizio di una trentina di indagati e delle due società, ma non di Tronchetti e Buora, sui quali non avevano ritenuto di avere elementi per procedere a una iscrizione nel registro degli indagati: neppure per la vicenda del sistema Radar, che pure avevano vagliato sin da quando a segnalarla era stata la stessa Telecom in un esposto presentato nel giugno 2006.

A posteriori, adesso, sono dunque logicamente ricostruibili le due scelte dei pm milanesi tra fine 2009 e inizio 2010. Da un lato non hanno archiviato il fascicolo romano, ritenendo invece di coltivarlo nei primi 6 mesi di termini e, al loro scadere qualche settimana fa, anche di chiedere al gip una proroga per altri 6 mesi di indagini, sulla quale il difensore Roberto Rampioni non ritiene oggi di fare commenti non avendone ancora notizia formale dagli ufficiali giudiziari: tanto che solo ora si comprende perché nella primavera scorsa circolarono voci, evidentemente mezze sbagliate ma nel contempo mezze giuste, che indicavano i vertici Telecom indagati sulla scorta di un’imprecisata denuncia proveniente da Roma, si diceva forse di associazioni di consumatori.

Dall’altro lato i pm hanno scelto di «blindare» totalmente la notizia. Dovunque. E con tutti. Con le parti processuali, anche a costo di subire le critiche degli imputati e delle parti civili che rimproveravano ai pm d’aver risparmiato penalmente Tronchetti. E perfino con la giudice dell’udienza preliminare su Tavaroli e gli altri. Quando infatti la giudice Panasiti, nell’ammettere alcuni testi (compreso Tronchetti) invocati da Cipriani, in febbraio chiese alla Procura in quale veste giuridica (testi o indagati) dovessero essere convocati, la Procura rispose che non riteneva di dover fornire, e quindi non avrebbero mai dato, alcuna indicazione sull’iscrizione o meno delle varie persone nel registro degli indagati. Una risposta sibillina, che non a caso aveva fatto ripartire l’odierno tam tam sul coinvolgimento degli ex vertici Telecom. Il primo segnale che qualcosa di nuovo fosse accaduto.

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Luigi Ferrarella
24 luglio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/economia/10_luglio_24/ferrarella-telecom-tronchetti_267f6836-96e9-11df-bd32-00144f02aabe.shtml

Uffici immigrazione, si rischia la paralisi: il 70% del personale è “precario in scadenza”

Uffici immigrazione, si rischia la paralisi
il 70% del personale è “precario in scadenza”

Allarme dalle questure e dagli Sportelli unici delle prefetture di mezza Italia: a fine luglio via gli interinali, a fine anno gli assunti con contratto a tempo. Il governo non ha soldi per i rinnovi e dietro gli sportelli dovrebbero tornare gli agenti di polizia

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di VLADIMIRO POLCHI

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Uffici immigrazione, si rischia la paralisi il 70% del personale è  "precario in scadenza"

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ROMA - L’allarme circola da giorni tra prefetture e questure di mezz’Italia: “Senza di loro, saltano gli Sportelli unici”. A rischio sono i precari assunti per le pratiche dell’immigrazione: 1.300 lavoratori a tempo determinato o interinali. Un esercito di impiegati, alle prese ogni giorno con domande per sanatorie, decreti flussi, ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno. Tutti in scadenza, però: a fine luglio gli interinali, a fine anno i contratti a tempo determinato. Il governo esclude la stabilizzazione. Le conseguenze? La paralisi burocratica, a meno di non togliere altrettanti agenti di polizia dalle strade e metterli dietro agli sportelli.

A mandare avanti gli Uffici immigrazione delle questure e gli Sportelli unici delle Prefetture sono infatti da anni i lavoratori precari. La prima infornata avvenne nel 2003: per sveltire le pratiche della grande sanatoria seguita alla legge Bossi-Fini, vennero reclutati 650 lavoratori interinali. Dopo tre anni e mezzo di rinnovi, nel 2007 arrivò il concorso per 650 contratti a tempo determinato. Ora, dopo una proroga di un anno, il 31 dicembre 2010 tutti questi lavoratori scadranno: un incubo per loro e per gli oltre quattro milioni e mezzo di “nuovi italiani” che si affidano ogni giorno al loro lavoro.

Non solo. L’8 gennaio 2010, il Viminale ha aperto le porte ad altri interinali: 650 nuovi impiegati, reclutati dall’agenzia GI Group e affiancati da quest’anno ai 650 precari di lungo corso, nelle prefetture più gravate dal lavoro. Quest’ultimi lavoratori scadranno ancora prima: precisamente il 31 luglio prossimo, salvo rinnovi.

“Con noi sono nati gli Sportelli Unici -  spiega Alessia Pantone che con Cristiano Ceccotti presiede il “Comitato 650″ dei lavoratori a tempo determinato (attivo su Facebook 1)  -  , smaltiamo tutte le pratiche della sanatoria del lavoro domestico, seguiamo i ricongiungimenti familiari e i decreti flussi, aiutiamo gli agenti di polizia per i permessi di soggiorno e presto dovremo gestire anche i nuovi test d’italiano per chi chiede la carta di soggiorno. Come andrà avanti ora questa mole di lavoro? In tutta Italia -  sostiene Pantone  -  i precari sono ben oltre il 70% degli impiegati degli Sportelli Unici. Un esempio? A Roma su circa 80 lavoratori, quelli a tempo indeterminato sono solo sette”.

Sul caso, rispondendo a un’interpellanza parlamentare del Pd, si è espresso l’8 luglio scorso il sottosegretario all’Interno, Francesco Nitto Palma: “La stabilizzazione non è al momento consentita dalle esigenze di contenimento del disavanzo pubblico, che ha portato ad interventi di eccezionale rigore. Peraltro, le misure di razionalizzazione e di contenimento dei costi delle pubbliche amministrazioni hanno imposto al ministero dell’Interno un ulteriore riduzione delle dotazioni organiche del personale”. Insomma, cattive notizie per i precari e per le famiglie migranti.

“Come faranno senza di noi? -  si chiede Alessia Pantone  -  Impiegheranno gli agenti di polizia o con un’ordinanza di protezione civile prenderanno al volo nuovi interinali?”.

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24 luglio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/24/news/uffici_immigrazione_allarme_dei_precari-5798545/?rss

Immigrati, la Toscana batte il governo: “Sanità gratis anche ai clandestini”

Immigrati, la Toscana batte il governo
“Sanità gratis anche ai clandestini”

La Consulta boccia il ricorso. La legge regionale consente agli immigrati il trattamento sanitario gratuito. Rossi: fatta giustizia. La Lega: vergogna. Il governatore rilancia: ora al lavoro per i diritti di cittadinanza e quelli politici

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di MICHELE BOCCI

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Immigrati, la Toscana batte il governo "Sanità gratis anche  ai clandestini"

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FIRENZE - Berlusconi lo annunciò in tv da Vespa: il Governo farà ricorso contro la legge toscana sull’immigrazione. Era il 3 giugno e il testo che prevede uguali diritti per immigrati regolari e cittadini italiani oltre all’assistenza sociale e sanitaria urgente e indifferibile per i clandestini stava per essere approvato dal consiglio regionale. Poco più di un anno dopo la Corte Costituzionale boccia su tutta la linea la presa di posizione dell’esecutivo, dichiarando inammissibile e non fondato il ricorso. “La nostra è una legge all’avanguardia – esulta il presidente toscano Enrico Rossi – La sentenza è una vittoria della ragione e della civiltà, giustizia è fatta”.

Attorno al testo, fortemente voluto dall’allora governatore Claudio Martini, si sono consumati violenti scontri tra centrodestra e centrosinistra in Toscana e non solo, con prese di posizione a tutti i livelli politici e istituzionali. La parte più criticata è quella che assicura trattamento sanitario e in certi casi sociale dei clandestini. “Cureremo e soccorreremo tutti gli stranieri – spiegano dalla Regione – anche se privi del permesso di soggiorno”. Per gli irregolari sono previsti anche, in caso di estrema gravità e di emergenza, l’accesso a dormitori e mense in via temporanea: “Non garantiamo diritti aggiuntivi, ma quelli previsti, e troppo spesso disattesi, dalle Convenzioni e dai principi del diritto internazionale e dalla nostra Costituzione”. Il tutto, viene assicurato, senza maggior costi per i cittadini. Nella legge si parla molto di immigrati regolari, dei loro diritti in fatto di accesso ai servizi come asili nido e alloggi di edilizia pubblica. Si vogliono promuovere tra l’altro lo sviluppo di associazioni di stranieri, l’avvio di attività di formazione professionale degli immigrati e la creazione di una rete regionale di sportelli informativi.

Mentre un pezzo del Pdl toscano minaccia una legge di iniziativa popolare per contrastare il testo su cui si è espressa la Consulta, la Lega attacca: “Non sarà certo la sentenza della Corte Costituzionale a legittimare una norma ingiusta e razzista verso i cittadini toscani. Questa legge è vergognosa”.

Incassata la vittoria, il governatore Rossi rilancia, vuole il voto per gli immigrati regolari. “Il Governo farebbe bene, anziché ricorrere su una legge così saldamente ancorata ai diritti costituzionali, ad operarsi per garantire i diritti di cittadinanza e i diritti politici degli immigrati. Non è possibile che chi nasce nel nostro paese debba aspettare 18 anni prima di iniziare la procedura per diventare italiano, non è possibile che all’immigrato residente da tanti anni qui, che lavora regolarmente, non sia garantito anche l’esercizio del diritto politico di voto, in particolare a quello amministrativo. Sul primo punto ci auguriamo che il Parlamento approvi quanto prima un disegno di legge perché i figli di immigrati nati da noi, un quinto di tutti i nostri bambini, possano sentirsi presto fratelli d’Italia, cittadini a pieno titolo del nostro paese. Sul secondo punto promuoveremo un disegno di legge regionale che consenta intanto la partecipazione al voto amministrativo a chi è regolare”.

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24 luglio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/24/news/immigrati_consulta_toscana-5789495/?rss

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