Archivio | luglio 25, 2010

Napoli, dossier della polizia su ufficiale dei carabinieri: accomodante con i clan

Napoli, dossier della polizia su ufficiale dei carabinieri: accomodante con i clan

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di Maurizio Cerino
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NAPOLI (25 luglio) – Un’informativa inviata alla procura, nella quale si ipotizza una «connivenza con la camorra» da parte di un ufficiale dei carabinieri. Nel documento non viene indicato alcun nome ma, per una singolare coincidenza con un trasferimento, i riflettori dell’attenzione mediatica sono stati puntati sul tenente colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, comandante del nucleo investigativo del gruppo territoriale di Castello di Cisterna, ufficiale di prim’ordine e autore di numerose inchieste che hanno portato alla cattura di latitanti inseriti nell’elenco dei trenta più pericolosi d’Italia.

A firmare il documento il capo della squadra mobile napoletana, Vittorio Pisani, che avrebbe raccolto dichiarazioni di personaggi gravitanti nell’area del cosiddetto «clan degli scissionisti» di Secondigliano, la cosca Amato-Pagano. E proprio due domeniche fa, l’11 luglio, la squadra mobile aveva arrestato Elio Amato, rispettivamente fratello e cognato dei boss Raffaele Amato e Cesare Pagano, quest’ultimo arrestato giovedì 8 luglio sempre dalla polizia.

È ipotizzabile che, nell’ambito di questa proficua attività investigativa, siano state raccolte «confidenze giudiziarie» da un collaboratore di giustizia o da un “informatore” che, con il marchio di «atto dovuto», sono state inviate alla procura della Repubblica. Ed è proprio il massimo vertice della magistratura inquirente a dare un barlume di chiarezza alla vicenda, il procuratore capo Giandomenico Lepore, che smentisce in maniera netta un’iscrizione nel registro degli indagati dell’ufficiale dei carabinieri: «È una cosa assurda, di questa iscrizione non ne so assolutamente nulla».

Secondo quanto riferito da altri organi d’informazione proprio a seguito di questa vicenda il colonnello Cagnazzo sarebbe stato trasferito a Foggia, ma con l’incarico di comandante del reparto operativo: una promozione, dunque. E Foggia, contrariamente al comune pensare, è una città per la quale un recente comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha disposto una massiccia «attenzione investigativa».

Dal canto suo il colonnello Cagnazzo non mostra preoccupazione: «Non sono neanche arrabbiato per queste accuse di connivenza con la camorra, tanto sono tranquillo: sono in vacanza con la mia famiglia – dice l’ufficiale dei carabinieri – La giustizia farà il suo corso, nel bene e nel male. Io, nella lotta contro la camorra, ho vinto. Il mio reparto ha vinto, la giustizia ha vinto. I risultati parlano e parleranno. In giro ci sono tanti millantatori». Il rapporto con Vittorio Pisani? «È un amico che stimo, una stima che non metto in discussione», risponde il tenente colonnello.

Nelle alte sfere del comando dell’Arma viene smentita una correlazione tra l’invio dell’informativa alla procura della repubblica di Napoli e il trasferimento dell’ufficiale che da otto anni – un tempo lungo per gli incarichi di comando dei carabinieri – guida il nucleo informativo di Castello di Cisterna: «Si tratta di normali avvicendamenti da tempo programmati».

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fonte: http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=112237&sez=NAPOLI

Trivella Bp al largo della Libia: Mediterraneo a rischio, polemiche feroci

Trivella Bp al largo della Libia
Mediterraneo a rischio, polemiche feroci

http://www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20100725_bp.jpg

Gli ambientalisti: un disastro come in Usa sarebbe irreversibile
Il Wwf: troppe specie di animali esposte al rischio

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ROMA (25 luglio) – C’è già chi, tra i più pessimisti, vede allungarsi sulle coste del Mediterraneo l’incubo limaccioso di una nuova marea nera. E quanti invece, come il capo della compagnia petrolifera libica, non si scompongono affatto, perchè «uno non smette di volare solo perchè ci sono gli incidenti aerei». Così la British Petroleum – messa alla gogna negli Stati Uniti per la gigantesca chiazza che infesta dallo scorso aprile le acque del Golfo del Messico – comincerà presto nuove perforazioni, stavolta nel cuore del Mediterraneo, e più precisamente nel Golfo libico della Sirte, a poco più di 500 chilometri dalle coste siciliane. La notizia, anticipata dal Financial Times, è stata confermata in giornata da un portavoce della compagnia britannica: «Entro le prossime settimane», ha fatto sapere David Nicholas, la Bp darà il via alla prima delle cinque trivellazioni previste da un accordo da 900 milioni di dollari stipulato nel 2007 con la Libia di Muammar Gheddafi e sbloccato di recente.

Passando così all’incasso, è la lettura di qualche analista, dopo il pressing esercitato l’anno scorso sulle autorità britanniche per la liberazione di Abdelbaset al-Megrahi, il libico condannato per la strage di Lockerbie del 1988 in cui morirono 259 persone, in gran parte americani.

Proprio sulla vicenda della liberazione di al-Meghrai, non a caso, sta indagando la commissione Esteri del Senato americano, che ha convocato per il prossimo 29 luglio l’amministratore delegato della Bp Tony Hayward per far luce sulla questione. Al largo delle coste libiche, comunque, le perforazioni avranno luogo ad una profondità di circa 5.700 piedi (1.700 metri), 200 metri più giù rispetto a quelle della Deepwater Horizon, la piattaforma situata al largo della Louisiana la cui esplosione lo scorso 20 aprile ha scatenato la gigantesca marea nera che inquina il Golfo del Messico e l’ondata di polemiche che ha investito la compagnia britannica.

E anche se la Bp ha assicurato che farà tesoro della nefasta esperienza, c’è – tra gli ambientalisti e non solo – chi pensa al peggio. Come il presidente della Commissione Ambiente del Senato italiano Antonio D’Alì che, citato dall’Ft, si dice «preoccupatissimo» per i piani della compagnia britannica. «Il problema – afferma il senatore siciliano – non è la Bp o la Libia. Il fatto è che il mare non ha confini e se capitano incidenti, che siano in acque nazionali o internazionali, gli effetti si fanno sentire in tutto il Mediterraneo. Considerato che stiamo parlando già di uno dei mari più inquinati dal petrolio di tutto il mondo, le conseguenze di un disastro potrebbero essere irreversibili».

In effetti ogni anno il Mare Nostrum è attraversato da circa un milione di tonnellate di petrolio e, secondo alcune stime, centinaia di migliaia di tonnellate già vengono involontariamente disperse in mare da petroliere, raffinerie e oleodotti vari, con effetti devastanti su balene, delfini e su tutta la fauna marina. Ma la Bp mette le mani avanti, e ha già fatto sapere che nella remota eventualità di un nuovo disastro, ha già in cantiere «dettagliati piani d’emergenza». Nella speranza, ovviamente, di non doverli tirare fuori dal cassetto.

«Assurdo: il Mediterraneo non è un mare qualsiasi; pur rappresentando solo l’1% della superficie dei mari del mondo, presenta un concentrato di biodiversità, di ambienti e di paesaggi introvabile altrove». Così il presidente onorario del Wwf Italia Fulco Pratesi commenta, dalla sede del Giffoni Film Festival, l’annuncio da parte della Bp di aprire una esplorazione petrolifera al largo del Golfo della Sirte in Libia.

«La minaccia che incombe su questo gioiello non solo naturalistico – osserva ancora Pratesi -, con la previsione di trivellazioni petrolifere nel Golfo della Sirte a ben 1700 metri di profondità (superiore a quelli del Golfo del Messico), potrebbe rappresentare un colpo gravissimo alle numerosissime specie. Molte delle quali uniche al mondo, come la posidonia, una pianta marina che solo in Mediterraneo vegeta, il corallo rosso, la foca monaca, il gabbiano corso, una sottospecie endemica di balenottera, e, dal punto di vista della loro riproduzione, alcune specie di tartarughe marine. Ci preoccupa moltissimo la mancanza a oggi di regole e norme, trattati internazionali e convenzioni globali che mettano al riparo questo piccolo e prezioso mare dalle minacce petrolifere che stanno assassinando le coste meridionali degli Usa. E anche la saggia decisione del nostro governo di impedire queste perforazioni a meno di 10 miglia dal litorale non basta a tranquillizzarci. Le precauzioni già adottate in Norvegia per le piattaforme nel Mare del Nord e la moratoria imposta dal presidente Obama alle trivellazioni marine possono rappresentare un primo passo. Ma per il Mediterraneo, un mare chiuso su cui si affacciano centinaia di milioni di abitanti, di pescatori e di turisti, occorre molto di più».

«L’indifferenza del governo italiano rispetto alle trivellazioni che la BP, la compagnia petrolifera responsabile del disastro ambientale nel Golfo del Messico, comincerà a largo delle coste libiche è vergognoso». Lo afferma il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che aggiunge: «Il governo italiano convochi immediatamente l’ambasciatore libico o, se preferisce, il premier Berlusconi, vista la sua intima amicizia con il colonnello libico, telefoni a Gheddafi». Alla base dell’incidente della marea nera in Lousiana, continua il presidente dei Verdi, «potrebbe esserci qualcosa legato alla tecnologia usata dalla Bp per le trivellazioni: un incidente di quel tipo, quindi, potrebbe verificarsi in qualunque parte del mondo, compreso nel Mediterraneo. E un incidente come quello avvenuto nel Golfo del Messico avrebbe conseguenze devastanti per i mari italiani e per tutto il Mediterraneo pregiudicando turismo e pesca. Chiediamo all’Europa di intervenire immediatamente, perch‚ il via libera della Libia alla Bo potrebbe essere un corpo mortale all’intero bacino del Mediterraneo».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=112198&sez=HOME_NELMONDO

Il primo nero della politica russa combatte contro la corruzione: «È il nostro Obama»

Originario del Benin, è arrivato in Unione Sovietica nel 1982 per studiare

Il primo nero della politica russa combatte contro la corruzione: «È il nostro Obama»

Jean Gregoire Sagbo è stato eletto consigliere in una città a nord di Mosca. E ha cominciato a cambiarle faccia

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Jean Gregoire Sagbo
Jean Gregoire Sagbo

MILANO – Nella cittadina russa di Novozavidovo la gente non finiva di sbalordirsi a causa di Jean Gregoire Sagbo perché non avevano mai visto un uomo di colore. Adesso che Sagbo si è lanciato in politica vedono in lui un’altra cosa molto rara, ovvero un politico onesto. Originario del Benin, un mese fa è stato eletto consigliere municipale. Un fatto straordinario in un Paese dove il razzismo è radicato e spesso violento. Fatto sta che ora il 48enne è visto semplicemente come uno che difende il benessere dei suoi diecimila concittadini.

PROGRAMMA - Ha promesso di ridare vitalità alla città impoverita e sporca di immondizia dove ha vissuto per 21 anno con la sua famiglia. Nel suo programma c’è la diminuzione della tossicodipendenza, la bonifica di un lago inquinato e il riscaldamento in tutte le case. «Novozavidovo sta morendo – ha detto in un’intervista -. Questa è la mia casa, la mia città. Non possiamo vivere così». «La sua pelle è nera ma la sua anima è russa» è stato il commento del sindaco Vyacheslav Arakelov. Ma Sagbo non è il primo nero nella politica russa: Joaquin Crima, della Guinea-Bissau, ha partecipato alle elezioni amministrative in un distretto del sud un anno fa ma è stato sconfitto, nonostante la stampa lo definisca “l’Obama russo”. Titolo che adesso è toccato a Sagbo. Ma lui si schernisce: «Il mio nome non è Obama. Questo è solo sensazionalismo. Lui è nero e io sono nero, ma la situazione è completamente diversa». Attratto dall’ideologia comunista, Sagbo è arrivato in Unione Sovietica in 1982 per studiare economia a Mosca. Là ha incontrato sua moglie, nativa di Novozavidovo. Nel 1989 la coppia è andata a vivere nella città a 100 chilometri dalla capitale per stare vicina ai suoceri.

AGENTE IMMOBILIARE - Oggi Sagbo è un padre di due figli e di lavoro fa l’agente immobiliare, dato come consigliere non è pagato. Non aveva intenzione di entrare in politica ma i suoi concittadini lo hanno convinto a farlo, vedendo il suo impegno nel rendere più bella la strada dove vive, pulendola e piantando fiori. Dieci anni fa ha organizzato un gruppo di volontari e ha iniziato un progetto che si è trasformato in un giorno annuale di raccolta dell’immondizia. Denis Voronin, un 33enne di Novozavidovo, non ha dubbi: «I politici di prima erano tutti criminali». E dice che i soldi del bilancio cittadino sparivano continuamente. I residenti pagano il riscaldamento e l’acqua calda, ma arriva poco di entrambi. Nel municipio c’è un solo bagno, che consiste in un buco a terra. Ma Sagbo ha già ottenuto dei successi: per esempio ha avviato una raccolta di fondi per sistemare i campi da gioco. «È l’unico miglioramento che ho visto negli ultimi cinque anni – dice una donna -. Lui è uno di noi».

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Redazione online
25 luglio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/10_luglio_25/russia-uomo-politico-nero_785aafb4-9813-11df-8aa9-00144f02aabe.shtml

Di Pietro: io assolto da accusa di truffa, mi sono difeso senza gridare ai complotti

Di Pietro: io assolto da accusa di truffa, mi sono difeso senza gridare ai complotti

Inchiesta sui rimborsi elettorali: il pm chiede l’archiviazione
Il leader Idv: «Chi è innocente si affida alla magistratura»

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Il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro ROMA (25 luglio) – «L’inchiesta avviata dai magistrati contro il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, per truffa e falso sui rimborsi elettorali si è conclusa. E il pm ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale, anche questa volta, per totale insussistenza dei fatti»: lo ha comunicato lo stesso Di Pietro nel suo blog per sopperire al «silenzio» dei giornali. «Ritengo doveroso informare l’opinione pubblica di un fatto che mi riguarda – scrive Di Pietro – e di cui, a giugno, tutti gli organi di informazione avevano dato notizia con ampie aperture in prima pagina. Ora, invece, a vicenda conclusa, in molti fanno finta di non sapere. Il mese scorso tutti gli organi di informazione dettero la notizia che la Procura della Repubblica di Roma aveva aperto un’indagine nei miei confronti per truffa e falso». Ma lui, precisa, invece di farsene «un cruccio», di «imprecare contro i magistrati» e di «sparare al vento accuse di complotti o ritorsioni», si è difeso e ora dice di essere pronto «a stringere la mano» agli accusatori «qualora essi – almeno ora, alla luce degli accertamenti svolti dalla magistratura – ne accettino le conclusioni».

Di Pietro racconta la sua vicenda giudiziaria illustrando tutte le accuse che gli sono state mosse. E riferisce della conclusione a cui sono arrivati i magistrati, secondo i quali «non appare configurabile una non trasparente gestione» dei fondi elettorali, visto che questi «risultano depositati presso il conto corrente bancario intestato al partito». Il pm, prosegue il leader dell’Idv, dice anche che «dalla documentazione acquisita emerge che i fondi erogati e depositati sul conto corrente dell’Idv non risultano poi essere transitati su altri conti intestati a diverse persone giuridiche. Si deve pertanto escludere l’esistenza – sottolineano i magistrati – di quelle condotte censurabili che si evidenziano nell’esposto».

Questo, osserva Di Pietro, «mette una pietra tombale sulle mille illazioni che sono state fatte circolare a proposito della gestione finanziaria dell’Italia dei valori. Invito tutti dunque ad avere fiducia nella magistratura e ad affidarsi ad essa per far valere le proprie ragioni. Anche se questa è una strada che possono scegliere solo coloro che sanno di non aver commesso nulla di male».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=112222&sez=HOME_INITALIA

Addio a Luigi De Marchi, lo psicologo che inventò l’Aied

CULTURA

Addio a Luigi De Marchi
lo psicologo che inventò l’Aied

E’ morto a Roma a 83 anni. Era considerato il padre della psicosociologia italiana. Noto per le battaglie a favore di contraccezione, divorzio e eutanasia, nel 1953 aveva fondato l’Associazione italiana per l’educazione demografica

Addio a Luigi De Marchi lo psicologo che inventò l'Aied Luigi De Marchi

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ROMA - E’ morto da uomo libero, racconta chi gli è stato accanto fino alla fine. E così si era raccontato anche lui in Il solista – Autobiografia di un italiano fuori dal coro. Luigi De Marchi, psicologo clinico e sociale, se n’è andato ieri a 83 anni, a Roma. Liberale laico noto per le sue battaglie a favore della contraccezione, del divorzio e dell’eutanasia, era considerato il padre della psicosociologia italiana. Referente per l’Italia, fondatore e presidente di tre importanti scuole di psicoterapia – quella psicocorporea di Wilhelm Reich, quella bioenergetica di Alexander Lowen e quella umanistica di Carl Rogers – era presidente onorario della Società italiana di psicologia politica ed è stato direttore della Società europea di psicologia umanistica. I funerali si svolgeranno domani in forma laica a Roma. Il luogo e l’ora non sono stati ancora resi noti.

De Marchi era nato a Brescia il 17 luglio 1937, aveva fondato l’Aied, l’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica nel 1953 e l’aveva guidata per oltre vent’anni anni con un impegno particolare nello sviluppo della cultura della contraccezione in Italia. Ed era stato animatore di tante battaglie per i diritti civili riuscendo tra l’altro, nel 1971, con una storica sentenza della Corte Costituzionale, a ottenere la revoca dei divieti penali all’informazione e all’assistenza anticoncezionale.

Nel dibattito sui delitti in famiglia, De Marchi aveva evidenziato come il nucleo familiare resti il luogo principale in cui avvengono gli omicidi, un fenomeno a suo giudizio “frutto del fallimento” della legge 180 sulla salute mentale, la cosiddetta legge Basaglia. Da qui la richiesta di “una riforma radicale e l’apertura di cliniche psichiatriche che non siano affatto i vecchi manicomi ma strutture umanizzate, oltre che di centri per l’attività riabilitativa”.

Nell’84 aveva lanciato una nuova teoria della cultura e della nevrosi con il suo libro Lo shock primario, nell’86 aveva fondato a Roma l’Istituto di psicologia umanistica esistenziale, che ha diretto fino all’ultimo giorno. Un “pioniere delle scelte umane della sessuologia, profeta del libero pensiero” lo ricorda Antonella Filastro, allieva amica e compagna di studi, che sottolinea anche quanto fosse “pronto a cogliere tutti gli aspetti del mistero umano senza dogmatismi, senza ideologismi ma con curiosità, con la vera sapienza e con lo sterminato amore per il fenomeno umano”.

E’ stato anche un politologo e un convinto assertore dei rischi collegati all’esplosione demografica. “Anche la politica è un luogo di solitudine – sosteneva – l’uomo politico, che dovrebbe rappresentare il popolo, in realtà ne è lontano anni luce, anche per via del linguaggio che usa, il politichese, estraneo alle emozioni della vita reale di tutti i giorni. Spesso più si è in alto nella scala del potere, e più si è soli, proprio come accade a molti leader che con i propri compagni di partito hanno un rapporto pedagogico”.

De Marchi ha scritto numerosi saggi fra il 1960 al 2008. Tra questi, Sesso e civiltà (Laterza 1960), Repressione sessuale e oppressione sociale (SugarCo, 1964), Perché la Lega (Mondadori,1993), Aids. La grande truffa (con Fabio Franchi, Seam, 1996).

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25 luglio 2010

fonte: http://www.repubblica.it/persone/2010/07/25/news/luigi_de_marchi-5825748/?rss

VITTIME USURA – Boccassini: «Al Nord omertà inaccettabile»

CRIMINALITA’ E SILENZIO

In carcere la vittima dell’usura
«Al Nord omertà inaccettabile»

Linea dura della Boccassini: qui non comanda la criminalità, chi tace dà appoggio alle cosche

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Ilda Boccassini  (Ap Photo)
Ilda Boccassini (Ap Photo)

MILANO— È stato strozzato dai tassi di interesse del 20% mensile impostigli da una famiglia di ’ndrangheta. Ma alla polizia, perfino dopo l’arresto del clan 15 giorni fa, continua a negare di essere mai stato vittima di usura. E anzi spaventa un altro usurato che invece sta parlando, gli dice «sei pazzo a dire quelle cose», gli prospetta che quando i clan lo verranno a sapere reagiranno male: «Magari anche verso tuo figlio». Così, per la prima volta, l’antimafia milanese ha fatto arrestare una vittima di usura per «favoreggiamento» dei suoi usurai, con la speciale aggravante della finalità di «voler avvantaggiare non questo o quel singolo indagato ma la famiglia di ’ndrangheta in quanto tale».

« Questi comportamenti e atteggiamenti omertosi vanno immediatamente bloccati e repressi perché l’idea che sia meglio avere i clan alle spalle piuttosto che il rischio di un procedimento penale è semplicemente inaccettabile», motiva il giudice delle indagini preliminari Giuseppe Gennari nell’ordinare l’arresto di Francesco A., 53 anni, gestore di un bar e di alcune società immobiliari. «O si dà atto che il territorio lombardo è in totale balia della criminalità organizzata, il che non è, oppure — argomenta il giudice— condotte omertose vanno giustamente sanzionate per quello che sono: favoreggiamento di un gruppo criminale che non può pensare di sostituirsi allo Stato». È la linea dura con la «società civile» che il nuovo procuratore aggiunto del Direzione distrettuale antimafia milanese, Ilda Boccassini, sta incarnando da mesi insieme alla collega Alessandra Dolci e agli «esperimenti» giuridici del pm Paolo Storari, teorico dello smantellamento di quel «capitale sociale dell’organizzazione criminale» costituito dalle «relazioni con imprenditori e politici coinvolti in un rapporto sistematico di cointeressenze».

Ecco così non soltanto gli ormai continui sequestri di beni e società, che seguono le retate antimafia come quella recente dei 300 arresti, ma anche ad esempio la fresca condanna a 4 anni e mezzo di un imprenditore che si rappresentava come vittima della pressione intimidatoria di una cosca sui lavori di movimentazione terra nell’hinterland milanese. Ecco, in un altro processo, la Procura teorizzare che un imprenditore non affiliato alla ’ndrangheta, non prestanome dei boss, e nemmeno finanziato dai clan, di fatto «contribuisce a realizzare un utile strumento di appoggio» alle cosche anche solo se «con il libero esercizio della sua attività imprenditoriale agevola l’attività di indagati per usura, estorsione riciclaggio e associazione mafiosa»: col risultato di andare incontro alla «sospensione» giudiziaria della sua impresa «dall’attività economica Calabria») e la più prosaica realtà documentata dalle intercettazioni e dalle ammissioni di un altro degli usurati: «I Valle padre e figlio (Francesco e Fortunato), con la mediazione di una terza persona, hanno finanziato l’imprenditore e intendono rientrare della loro prestazione— riassume il giudice —. Nella fase di recupero interviene anche Ciccio Lampada», personaggio di spicco di un’altra famiglia di ’ndrangheta imparentata con i Valle, «il quale rintraccia il debitore» (che per la paura aveva addirittura chiuso il bar ed era scappato da casa), «lo accompagna dal “nonno” Valle e lo invita caldamente a trovare una soluzione al suo problema, magari anche cedendo il suo bar. I metodi sono sempre gli stessi: minacce più o meno esplicite, riunioni davanti a tutta la “famiglia”, induzione di una forte condizione di preoccupazione e pressione in capo al debitore».

E come negli altri casi, aggiunge il giudice, «il debitore è un imprenditore con beni immobili, sui quali i Valle allungano le loro mire» attraverso i cancelli da aggiustare, come nelle intercettazioni gli usurai chiamano i prestiti man mano rinegoziati per strozzare il debitore: «…più tardi io ho un appuntamento con uno che mi deve aggiustare un altro cancello, tu devi sapere quanto vuole e quanto non vuole… E se ci conviene di aggiustarlo…». esercitata e in particolare dall’utilizzo del complesso aziendale, ivi comprese le partecipazioni societarie detenute». Nel caso di ieri, invece, l’arresto dell’usurato per favoreggiamento degli usurai nasce dall’abisso tra le bucoliche deposizioni rese dalla vittima in Questura aMilano dopo l’arresto a inizio mese della famiglia Valle («i miei rapporti con loro erano e sono tuttora di amicizia, essendo essi miei compaesani e precisamente della città di Reggio

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Luigi Ferrarella
25 luglio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_25/ferrarella_afaf8d64-97e0-11df-8aa9-00144f02aabe.shtml

L’INTERVISTA – Granata sotto l’attacco dei berluscones: “Mi chiedo se ha senso rimanere”

L’INTERVISTA

Granata sotto l’attacco dei berluscones
“Mi chiedo se ha senso rimanere”

Granata sotto l'attacco dei berluscones "Mi chiedo se ha senso rimanere" Fabio Granata

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ROMA -  “La verità è che hanno bisogno di capri espiatori”.

La vogliono cacciare dal Pdl, onorevole Fabio Granata?
“Sì, è chiaro: nel Pdl c’è bisogno di trovare un capro espiatorio. Per dimostrare che c’è una congregazione interessata a sabotare il partito, per fare andare avanti questo andazzo, per non permettere nessuna tregua”.

E hanno pensato a lei e a Italo Bocchino. Ora rischiate di essere giudicati dai probiviri. E magari espulsi.
“Ma è ridicolo. Noi chiediamo azioni di trasparenza che ogni partito conservatore europeo sottoscriverebbe in pieno. Chiedere la verità sulle stragi di mafia, scindere la responsabilità giudiziaria da quella politica, esprimere la necessità di democrazia interna. A questo punto bisognerebbe sapere che idea di partito hanno loro. Perché se queste sono le motivazioni legate alla nostra espulsione dovremmo essere noi a chiederci che ci stiamo a fare nel Pdl”.

Ma lei cosa ha detto di così scandaloso?
“Dicono che avrei sostenuto l’attendibilità del pentito Spatuzza in funzione anti-Berlusconi. Peccato che io non l’abbia mai né detto né pensato. Ho solo difeso la ricostruzione di Spatuzza, sostenuta da tre procure, esclusivamente riguardo alle dinamiche della strage di via D’Amelio. Cosa c’entra questo con Berlusconi?”

Ma che succede nel Pdl?
“Noi veniamo additati come i distruttori del partito. Che rischia piuttosto di essere distrutto da chi ha scambiato la politica con azioni di lobby o affaristiche”.

Ma per voi il progetto del Pdl ha ancora prospettive?
“Guardando a Orvieto direi poche. La verità è che c’è una parte del Pdl che punta alla rottura. E per farlo non si fa problemi a interpretare liberamente le cose che diciamo. Ora succederà la stessa cosa ad Alemanno che l’altro giorno ha sparigliato in modo intelligente e ora verrà indicato al pubblico ludibrio come potenziale traditore della leadership di Berlusconi”.

E chi sarebbero i responsabili di queste operazioni?
“Ci sono alcune “menti raffinatissime” e tra loro anche quegli ex colonnelli di An che vogliono evitare che si apra una nuova fase che azzeri gli attuali vertici”.

E voi invece? A cosa puntate?
“Direi che la nostra è la stessa scommessa di Berlusconi: una nuova fase di apertura, un azzeramento dei vertici e una ripartenza. Ma noi crediamo che per fare questo ci sia bisogno di un nuovo patto fondativo tra Berlusconi e Fini”.

Di Pietro vi lancia un’esca e vi chiede di unirvi in una “coalizione della legalità contro il Male”.
“Non siamo interessati alle ammucchiate. Per noi la prospettiva politica non è quella di creare governi di salute pubblica. Detto questo, se le cose dovessero precipitare le valutazioni finali le farà Fini”.
(m. fv)

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25 luglio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/07/25/news/granata_sotto_l_attacco_dei_berluscones_mi_chiedo_se_ha_senso_rimanere-5811930/?rss


Stragi, la lettera segreta di don Vito

Stragi, la lettera segreta di don Vito

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http://www.lastampa.it/redazione/cmssezioni/cronache/201007images/ciancimino01g_0.jpgL’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino

Ciancimino jr la consegna ai pm: «Borsellino contro la trattativa Stato-mafia»

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di GUIDO RUOTOLO
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ROMA
In tempi non sospetti,
siamo al novembre del 1992, don Vito Ciancimino lascia tracce dei suoi incontri con il Ros dei carabinieri, con il colonnello Mario Mori, prima della strage di via D’Amelio. Come tanti altri materiali riaffiorati dagli archivi della famiglia Ciancimino 18 anni dopo quella tragica stagione, anche questo documento è stato consegnato alla Procura di Palermo.
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Si tratta di una lettera indirizzata a un dirigente di Bankitalia il cui nome era compreso in una rosa di candidati a occupare la poltrona di presidente del Consiglio, in quel convulso autunno del ’92.
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Mercoledì Massimo Ciancimino sarà di nuovo in pellegrinaggio a Palermo, e poi a Caltanissetta, per una nuova serie di colloqui-interrogatori con i magistrati che indagano sulla presunta trattativa tra Stato e Cosa nostra, e sulla strage di via D’Amelio. E mercoledì Ciancimino jr dovrà anche spiegare la lettera nella quale il padre si assunse un ruolo di compartecipe di quella «cricca» – una decina di personalità, tra ministri in carica, funzionari e generali degli apparati di sicurezza – che, mentre crollava la Prima Repubblica abbattuta da Mani Pulite, lavorava a creare le condizioni per «una nuova entità politica».
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L’incipit di questa lettera è chiarissimo: «Sono Vito Ciancimino il noto, questa mia lettera, a futura memoria, vuole essere un promemoria da ben conservare se realmente Lei deciderà di scendere in politica come da amici di regime mi è stato sussurrato. Ritengo mio dovere precisare che direttamente e indirettamente faccio parte di quel “regime” che oggi, a causa di tutti loro e anche i miei sbagli costringeranno Ella, sicuramente persona super partes, e da me stimata e apprezzata nel tempo, nel tentativo di convincerla a prendere le redini di un Paese destinato allo sfascio. Sono stato condannato su indicazione del regime per il reato di mafia per mano di persone che a confronto con alcuni mafiosi sono dei veri galantuomini».
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Non veste solo i panni del «profeta» don Vito Ciancimino. Scrive al suo interlocutore: «Faccio parte di questo regime e sono consapevole che solo per averne fatto parte ne sarò presto escluso. Al momento, sono utile per i loro ultimi disegni prima del “capolavoro finale”».
E’ come se don Vito avvertisse che ben presto sarebbe finito in carcere, e ciò avvenne puntualmente un paio di settimane dopo aver spedito questa lettera.
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«Dopo un primo scellerato tentativo di soluzione avanzato dal colonnello Mori per bloccare questo attacco terroristico ad opera della mafia, ennesimo strumento nelle mani del regime, e di fatto interrotto con l’omicidio del giudice Borsellino sicuramente oppositore fermo di questo accordo, si è deciso finalmente, costretti dai fatti, di accettare l’unica soluzione possibile per poter cercare di rallentare questa ondata di sangue, che al momento rappresenta solo una parte di questo piano eversivo».
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Dunque, Ciancimino rivela al suo interlocutore che il colonnello Mori propone – anche se la ritiene «scellerata» – una soluzione per bloccare l’offensiva stragista. In tutti questi mesi, il figlio Massimo ha sempre sostenuto che, secondo don Vito, Mori, il signor Franco, lo stesso Provenzano suggerivano di trattare con Totò Riina e che suo padre era contrario: «Con quell’animale – diceva papà – non si può trattare».
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Nella lettera spedita nel novembre del ’92, don Vito ammette che la trattativa si avvia dopo la strage di Capaci e prima di quella di via D’Amelio. Nello stesso tempo l’ex sindaco mafioso di Palermo rivela implicitamente che Paolo Borsellino era stato informato dei contatti in corso tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, e che si opponeva.
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Da questo punto di vista, la lettera consegnata da Ciancimino jr ai magistrati siciliani è una conferma a quanto ha ricostruito la Procura di Caltanissetta.
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La missiva di don Vito Ciancimino si conclude così: «Tutta la vecchia gerarchia politica sarà destinata ad allinearsi a questo nuovo corso della storia della nostra Repubblica, che sta buttando le sue basi non più su un semplice imbroglio (quale fu secondo don Vito il referendum monarchia-repubblica, ndr), ma su “una vera e propria carneficina”. Di tutto questo posso fornirle documentazione come prove e nomi e cognomi».
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25 luglio 2010
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Prodi: il ministero vuoto dello Sviluppo, un’amnesia nel Paese dei ritardi

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Prodi: il ministero vuoto dello Sviluppo, un’amnesia nel Paese dei ritardi

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di Romano Prodi
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ROMA (24 luglio) – Da mesi le voci che chiedono la nomina di un nuovo ministro per lo Sviluppo si susseguono invano e la poltrona di un dicastero così importante è rimasta desolantemente vuota fino a che un robusto richiamo del Presidente della Repubblica ha indotto il presidente del Consiglio a ripensarci. Finalmente la prossima settimana dovremmo quindi avere qualcuno incaricato di curarsi dell’economia reale e delle politiche da seguire per riparare almeno parzialmente i danni provocati dalla più grave crisi industriale degli ultimi decenni.

Questo vuoto di potere, forse dovuto soprattutto alla difficoltà di trovare un successore, è stato ripetutamente motivato da un avversione al concetto stesso di politica industriale, come se l’azione del governo fosse un elemento di freno e non di spinta per lo sviluppo economico. Tutto questo in un momento in cui, anche senza chiamarla per nome, la politica industriale costituisce il pezzo forte anche dei Paesi che più si fondano sull’economia di mercato.

Lo è in Germania dove accanto al ministero responsabile per la politica finanziaria vi è un’istituzione simmetrica che guida l’economia reale, lo è negli Stati Uniti, dove risorse impressionanti sono indirizzate verso settori innovativi, a partire dalla ricerca e dalla produzione delle nuove fonti di energia. Non parliamo naturalmente della Francia dove gli interessi nazionali vengono difesi con strumenti che vanno forse anche al di là delle condivise regole europee.

In Italia si è lasciata per mesi e mesi la poltrona vuota mentre, ovviamente, gli altri ministri cercavano di spolpare i vari fondi e le varie competenze del ministero dello Sviluppo togliendogli non solo le risorse ma i poteri di coordinamento che erano stati alla base della sua nascita, anche se raramente tali poteri erano stati effettivamente esercitati.

Una volta posto termine a questo periodo di cannibalismo
e ripristinata la propria autorità, il nuovo ministro avrà sul suo tavolo un’agenda con alcuni compiti precisi.

In primo luogo dovrà riprendere la promozione di un efficace funzionamento delle regole della concorrenza e del mercato, regole che non possono essere fatte rispettare separatamente dai diversi ministeri. Frammentando la politica della concorrenza, ogni ministro controllore finisce nelle mani dei propri controllati. I mercati hanno bisogno di ben altro.

In secondo luogo ci vuole qualcuno che coordini tutti gli strumenti necessari per l’ingresso nei settori innovativi, come le scienze della vita e le energie pulite, e che aiuti la riorganizzazione e la strategia globale dei nostri settori forti come il made in Italy e i beni strumentali. Bisogna inoltre che abbia la capacità di aiutare la produzione di nuove idee e di assicurare che le idee creative si trasferiscano rapidamente dalle università e dai centri di ricerca verso il mondo produttivo. E che le politiche fiscali e le politiche scolastiche tengano conto non solo dei propri sacri e inviolabili obiettivi ma anche delle future necessità del Paese.

Vi è un terzo compito che mi sembra particolarmente vitale per noi, cioè quello di coordinare tutti gli strumenti per fare in modo che gli investitori esteri ritornino a considerare l’Italia come un Paese attraente per i loro investimenti. Il progresso dell’industria, in un mercato aperto, non può fare a meno del contributo di innovazione portato dagli investimenti esteri, mentre anche le statistiche più recenti provano che i grandi investitori internazionali si tengono sempre più alla larga dal nostro Paese.

In un periodo di diffuse crisi aziendali come quello in cui viviamo non possiamo inoltre continuare a non avere un centro di riflessione e di organizzazione degli strumenti per fare fronte a queste crisi, lasciandone la responsabilità politica alle sole competenze del ministero del Lavoro, per sua natura deputato a trovare rimedi e non a ricercare soluzioni.

Come ulteriore osservazione vedo la necessità di riprendere i fili della politica territoriale, sia riguardo alla reinterpretazione del ruolo dei distretti industriali che al ripensamento della politica per il Mezzogiorno, oggi definitivamente abbandonata.

Mi auguro infine che su questi temi si apra finalmente un dibattito che coinvolga tutte le parti interessate, a cominciare da Confindustria, che ho visto più interessata a dettare le ricette macroeconomiche al governo che non ad approfondire analiticamente e concretamente i nuovi problemi e le nuove esigenze dell’industria, che è e dovrà rimanere un pilastro fondamentale ed insostituibile della nostra economia.

È quindi necessario rispondere subito all’invito del Presidente della Repubblica prima che il ministero dello Sviluppo venga completamente svuotato delle competenze e dei poteri necessari per una nuova politica industriale.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=112124&sez=HOME_ECONOMIA

Love Parade, sono 19 le vittime della ressa. Morta una ragazza italiana, un’altra è ferita

LA TRAGEDIA

Love Parade, sono 19 le vittime della ressa
Morta una ragazza italiana, un’altra è ferita

La giovane italiana morta nella calca del raduno techno di Duisburg si chiamava Giulia Minoli, 21enne bresciana. Era assieme a un’atra ragazza, che risulta nell’elenco dei feriti: non è grave. Un connazionale su Facebook: “L’unica musica che ho sentito sono state le sirene”

ROMA – C’è anche una cittadina italiana tra le vittime della strage di ieri a Duisburg 1durante la ressa scatenatasi alla “Love Parade 2“. Si chiamava Giulia Minoli, bresciana di 21 anni. Intorno all’una di notte, i carabinieri si sono recati presso la sua famiglia. Quando i militari hanno detto alla madre di Giulia che il console italiano in Germania doveva parlarle, la donna ha capito subito di cosa si trattasse, anche perché era dal pomeriggio che cercava di mettersi inutilmente in contatto con la figlia. Giulia era alla Love Parade assieme a un’altra ragazza, la cui identità non è stata resa nota e che figura nell’elenco dei feriti. Lo riferiscono fonti del Consolato italiano a Colonia. La giovane è ricoverata in ospedale a Duisburg, le sue condizioni non sono gravi.

E cresce il bilancio
della tragedia al festival tedesco di musica techno: i morti sono saliti a 19, mentre resta stabile il numero di feriti, 340. La presenza tra le vittime di una donna italiana è stata confermata questa mattina dal capo dell’Unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano. La sua identità non è stata resa nota e sarà comunicata non appena arriverà il consenso della famiglia, che è già stata informata.

Dal tardo pomeriggio di ieri, quando si è diffusa la notizia della calca mortale alla Love Parade, per tante famiglie italiane è iniziato un autentico incubo. Il raduno tedesco della musica techno, nato nel 1989 a Berlino con poche centinaia di partecipanti, nel corso degli anni è arrivato ad attirare fino a un milione e mezzo di persone, come ieri a Duisburg. Tra queste, tanti nostri connazionali. “Abbiamo ricevuto molte telefonate nella notte” di famiglie in apprensione, conferma il ministero degli Esteri. “E’ stato un crescendo, l’unità di crisi ha assicurato una cellula di risposta rinforzata tutta la notte per raccogliere informazioni e poi riscontrarle”.  Anche le autorità di Duisburg hanno attivato una linea telefonica di emergenza per chi cerca notizie di familiari. Il numero da chiamare è 0049 203 94 000.

Italiano su Facebook: “Non ci potevo credere”. Tra gli italiani alla Love Parade 2010 c’era Marco, originario di Belluno e residente in Germania. Che su Facebook racconta l’incubo. “Sono rientrato dalla Love Parade. Doveva essere la festa dell’anno. L’unica musica che ho sentito sono state le sirene e gli elicotteri!! Non riuscivamo a credere a quello che stava succedendo”. Il suo messaggio si conclude con un pensiero per le vittime: “Riposate in pace”. Altre testimonianze dal “day after” 3 del sangue sulla techno music. “Ho visto i morti. Altri erano ancora vivi ma incoscienti”, racconta uno tra i migliaia di partecipanti. Questo il racconto di Anneke, 18 anni, neozelandese: “Ho fatto un corso di pronto soccorso, ho cercato di aiutare. La gente era disidratata, alcuni continuavano a bere alcol e assumere droghe. Poi sono andata a ballare, aveva bisogno di rilassarmi. Ma ho perso i contatti con i miei due amici, che avevano i miei soldi e il mio telefono”.

La morte non ferma le danze. Anneke va a ballare per rilassarsi dopo lo shock. Migliaia di altri hanno continuato a farlo fino a notte fonda, ignari dell’accaduto. Un altro aspetto della vicenda che innesca commenti rabbiosi. Uno per tutti quello di Lubbert, 3enne di Hannover. “E’ pazzesco, la festa è proseguita! – dice indignato -. Tutti hanno continuato a ballare, anche quelli che avevano perso un amico”, continua il giovane, arrabbiato perché gli organizzatori alla fine dai microfoni hanno ringraziato il pubblico “per la splendida giornata”. “L’organizzazione era carente. Non c’era molto da bere se non alcol. E anche se il parco era pieno, hanno continuato a far arrivare gente”, denuncia Patrick, 22 anni.

“Colpa degli organizzatori“. Le cronache raccontano che il dramma si è consumato verso le 17 ieri, quando una massa di giovani ha premuto contro il tunnel della Karl-Lehr-Strasse, unico ingresso allestito dall’organizzazione per l’area del festival, la grande spianata della “Gueterbahnfof”, lo scalo merci abbandonato della Deutsche Bahn, le ferrovie tedesche, completamente transennato. A scatenare la ressa forse il tentativo della polizia di bloccare l’ingresso alla folla in attesa all’esterno del tunnel. Ma col passare delle ore, sono sempre di più gli indici puntati contro le scelte degli organizzatori della Love Parade. In particolare, l’aver delimitato con transenne tutta l’area della manifestazione e l’aver individuato in un tunnel, un autentico collo di bottiglia, l’unica via di accesso e di uscita dalla zona. Contro di loro si scaglia il dj Matthias Roeingh, meglio noto come Dr Motte, che nel 1989 fondò la Love Parade abbandonandola nel 2006 per contrasti con l’organizzazione. “Hanno commesso un errore tremendo – dice oggi il deejay -. Come si può lasciare un unico accesso al recinto attraverso un tunnel? E’ uno scandalo”.

David Zard: “Mancavano le vie di fuga”. Dello stesso avviso David Zard, storico organizzatore di concerti, che a Repubblica spiega: “Non dovevano dare il permesso per quell’area: il tunnel era pericoloso, mancavano le vie di deflusso”. “Per evitare incidenti – prosegue Zard – vanno stabilite le vie di accesso e di deflusso, un tot di metri per ogni tot di persone. Un prato è la salvezza in caso di terremoto  ma se non puoi raggiungerlo?”.

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25 luglio 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/25/news/love_parade_sono_19_i_morti_nella_ressa_anche_una_ragazza_italiana_tra_le_vitttime-5811629/?rss

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