L’IDEA DI UNO STUDENTE INGLESE – Lo sciacquone genera energia elettrica
L’IDEA DI UNO STUDENTE INGLESE
Lo sciacquone genera energia elettrica

Il sistema HyDro-Power usa anche l’acqua della doccia e del lavandino. Nei condomini promette grandi risparmi
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MILANO - Come trasformare acque che andrebbero perse negli scarichi e nelle fogne in energia elettrica gratuita, per illuminare casa e accendere gli elettrodomestici? Uno studente inglese di design industriale ha inventato un sistema che trasforma le acque reflue di casa (che scendono da doccia, lavandini, e dallo sciacquone del wc) in watt. Non un affare da poco, visto che metà del mondo utilizza la toilette e in media lascia scivolare nelle tubature, dopo aver tirato la catena, 7 mila litri di acqua all’anno. HyDro-Power, questo il nome del progetto, è un generatore di corrente dedicato ai condomini. Collegato alle tubature degli scarichi, si occupa di trasformare e creare potenza. Promettendo costi e soprattutto risparmi interessanti.
IL SISTEMA - L’apparecchio funziona così: l’acqua che scende dalle tubature del palazzo viene raccolta e incanalata nella macchina, che con quattro turbine permette subito di azionare un generatore elettrico e ridistribuire l’energia creata o nel palazzo stesso, magari per azionare l’ascensore, o le luci delle scale, o gli impianti di condizionamento condominiali, oppure può essere rivenduta all’operatore elettrico nazionale, come avviene sempre più con gli impianti fotovoltaici. È stato calcolato che, se applicato a un palazzo di sette piani, potrebbe portare a un risparmio medio annuo di circa 1.500 dollari (circa 1.160 euro).
CONCEPT – Per ora Hydro-Power è solo un concept in attesa di trovare un’azienda che voglia produrlo in larga scala. L’idea è di uno studente inglese, Tom Broadbent, iscritto al corso di design industriale dell’università De Montfort nel Leicester, che ha candidamente dichiarato come l’idea gli sia venuta mentre, in hotel, osservava come l’acqua scorreva velocemente nel gabinetto dopo aver tirato la catena.
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Eva Perasso
26 luglio 2010
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Don Verzè e Barbara Berlusconi, uno studente racconta l’umiliazione vissuta quella mattina / Una insegnante: “Non in mio nome”
Don Verzè e Barbara Berlusconi, uno studente racconta l’umiliazione vissuta quella mattina

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di Andrea Tito Nespola
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Mi chiamo Andrea Tito Nespola e sono uno studente che ha ormai concluso il terz’anno di Filosofia all’Università Vita – Salute San Raffaele di Milano.
Ho vinto la mia ritrosia a intervenire in un dibattito ormai pubblico quando all’umiliazione si è sommata altra umiliazione. Scrivo a titolo personale, ma l’uso del plurale mi si impone quando so che i pensieri ivi esposti non riguardano solo chi firmerà questa lettera. La mattina del 20 luglio ero presente alla Cerimonia di conferimento delle Lauree che ha visto protagonisti cinque brillanti studenti del San Raffaele; tre di costoro mi onorano della loro amicizia, e in particolare con due neolaureate, ormai, ho condiviso tutto il mio percorso umano e accademico nell’università milanese.
Io c’ero quella mattina quando ho visto disegnarsi nei volti di molti miei compagni lì presenti l’imbarazzo e l’umiliazione; io c’ero quella mattina quando ho assistito a un discorso istituzionale fatto dalla più alta personalità in carica nell’Ateneo che, per qualche difficile minuto, è sembrato incrinare la fondamentale equidistanza dell’istituzione universitaria da tutti i suoi studenti, equidistanza che mai in anni di intensa partecipazione all’attività accademica mi è parso fosse venuta meno. Ho sentito pronunciare parole più adatte a una privata manifestazione di stima nei confronti di una sola protagonista, di quella cerimonia per cinque, da un uomo togato, con un microfono in mano, in un’occasione pubblica e di rilievo istituzionale. Ho sentito pronunciare in tale formale occasione, e non in privato, un auspicio (ben lungi dall’essere stata “un’offerta di posto di lavoro”) di grande peso, che sottende apprezzamento per il lavoro svolto, come prima, da una sola protagonista di quella cerimonia per cinque.
Ho affrontato l’amarezza di quei momenti con lo sbigottimento di chi ha avuto la fortuna di crescere intellettualmente in un ambiente lontano da logiche di preferenza e di favore e da quelle maleodoranti infiltrazioni politiche che affliggono ben altri ambienti universitari, e che vede in pochi minuti slittare il piano dei rapporti privati tra il Rettore e alcune eminenti personalità politiche ed economiche del Paese, rapporti privati che mai hanno leso fino ad allora la dignità di un solo studente del San Raffaele, sul piano della istituzionalizzazione pubblica, nel bel mezzo di una cerimonia di grande importanza simbolica per tutti gli studenti e, immagino, per tutto il corpo docente.
Ho visto l’imbarazzo nei volti dei miei compagni, dicevo, e l’ho visto anche nei volti di alcuni nostri professori. Non tutti si sono astenuti dal denunciare pubblicamente, in modo autonomo ma legittimo, quanto è accaduto. Per amore della Facoltà e della sua integrità cui tutti, docenti e studenti, eravamo consueti, sono state spese parole amare sulle pagine di un noto quotidiano nazionale. Esse hanno suscitato reazioni dall’interno dell’Università che sono ormai note, accapigliandosi, purtroppo, mi duole scriverlo, sulle distinzioni tra auspici e offerte di lavoro, tra ciò che è legittimo e ciò che non lo sarebbe stato, senza voler vedere l’umiliazione sui nostri volti, troppo spontanea, udendo quelle parole, per essere cervelloticamente fondata su analisi di liceità.
Immagino la delicatezza e la difficoltà cui dall’interno del Consiglio dei Docenti di Facoltà si sia dovuta affrontare la situazione; ma l’immagino soltanto, perché lì non c’ero. Ho letto che quella lettera pubblicata sulle pagine di un noto quotidiano nazionale, avrebbe infangato l’immagine di tutto l’Ateneo. Capisco che è dovere di ognuno calcolare le conseguenze di quello che scrive e chiede di pubblicare sui quotidiani; ma il prezzo della serenità non può essere il silenzio.
Come dicevo, all’umiliazione si è sommata altra umiliazione, quando aprendo le pagine dei siti di informazione e dei social network che frequento quotidianamente, ho assistito al formarsi di una dicotomia tra chi ha fatto di queste tristi vicende una strumentalizzazione politica e chi invece in virtù di sani ideali e tanta ignoranza ha considerato quei fatti, che meriterebbero analisi ben più accurate, una gogna con cui il mio Ateneo, il mio amato Ateneo, si è esposto al pubblico ludibrio. Persone, amici, che mi sono sempre stati affini per ideali politici e intellettuali, hanno finito per avere opinioni che li porterebbe a ritenere inspiegabile la mia attuale alta media universitaria, non essendo io un “figlio illustre” di nessuno.
La riflessione che dovrebbe seguire da questi tristi eventi, ora, è sul valore sociale della laurea con cui noi studenti del San Raffaele concluderemo il nostro percorso di studi.
Tutti si dovrebbero spendere nel cercare di capire le complesse dinamiche che regolano un’istituzione scientifica che sta offrendo a molti studenti come me un percorso universitario di altissimo livello, equidistante e da sempre, anche grazie al suo Rettore, libero da quei cancri di cui ho già parlato, prima di umiliare i suoi studenti e i suoi professori con denigrazioni troppo fangose, e purtroppo, ora, troppo popolari, per essere riportate.
Ci si dovrebbe, inoltre, tutti domandare, entro questa grande istituzione scientifica, se a rendere opaco il legno pregiato sia la polvere o chi si rifiuta, per amore della verità, di nasconderla sotto il tappeto.
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26 luglio 2010
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Non in mio nome
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di Roberta De Monticelli
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Insegno Filosofia della Persona alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita Salute San Raffaele. Scrivo queste righe per dire: non in mio nome. Non è certamente in mio nome che oggi (ieri, ndr) il nostro Rettore, don Luigi Verzé, intervenendo come è suo diritto alla cerimonia delle proclamazioni delle lauree, si è rivolto alla sola candidata Barbara Berlusconi, che giungeva oggi a conclusione del suo percorso triennale, chiedendole se riteneva che potesse nascere una Facoltà di economia del San Raffaele basata sul pensiero dell’autore sul quale verteva la sua tesi (Amartya Sen), e invitandola a diventare docente di questa Università, in presenza del Presidente del Consiglio, il quale assisteva alla cerimonia.
Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il Rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira ad essere.
Tengo a dissociarmi nettamente e pubblicamente e da queste parole e dalla logica che le sottende, logica che da una vita combatto, come combatto da sempre il corporativismo e i sistemi clientelari dell’Università italiana, e il progressivo affossamento di tutti i criteri di eccellenza e di merito, oltre che dell’Università stessa come scuola di libertà.
Me ne dissocio individualmente, anche se spero che la deprecazione dell’accaduto sia unanime fra il corpo docente. Ma tengo a ribadire con questa mia serena dichiarazione che non sono né di principio né di fatto corresponsabile dell’andamento di questa cerimonia: non di principio per le profonde ragioni di dissenso che ho qui espresso, non di fatto, perché in effetti non figuravo fra i membri della commissione relativa alla candidata in questione, e certamente non perché avessi chiesto di esserne esonerata.
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21 luglio 2010
fonte immagine: http://ilpuntorosso.webnode.com/news/renzo-bossi-eletto-gelmini-visto-luniversita-non-serve-/
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CASO FIAT – Questo Marchionne pare Silvio
Questo Marchionne pare Silvio

Come Berlusconi, il capo del Lingotto è convinto che il potere debba avere mano libera. Ed entrambi sembrano stupiti quando scoprono che i sottoposti non gradiscano

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di Giorgio Bocca
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L’idea che il potere, in un’impresa come in uno Stato, debba avere mano libera sui dipendenti e sui cittadini è di quelle dure a morire. Il manager della Fiat Marchionne in questo è simile al capo del governo Berlusconi, entrambi stupiti e quasi delusi che i lavoratori sottoposti non capiscano, non gradiscano il ricatto del capitalismo globale: o mangiate questa minestra o saltate dalla finestra.
Appartiene alla filosofia del potere la convinzione che la legge del più forte, nel caso del mercato globale, sia anche la più giusta. Ma è un’idea di comodo, cara a chi sta al potere, smentita dalla storia, cioè dalla lotta di classe e dal progresso produttivo e sociale: se l’automazione è arrivata nelle fabbriche rivoluzionando e migliorando il modo di produrre lo si deve anche alla lotta di classe, alle rivendicazioni operaie. Marchionne è certamente un manager intelligente come lo fu prima di lui Cesare Romiti, e magari i toni ricattatori e autoritari possono servire nel tempo breve, ma non alla creazione di una durevole crescita civile.
Non sembra il caso di ricorrere di continuo nei rapporti di lavoro alle superiori, indiscutibili esigenze del mercato globale, cioè della facoltà che il capitale scambia per un suo inalienabile diritto: trasferire la produzione dove più gli comoda. È una pretesa inaccettabile da un paese civile: non si può compiere la prima accumulazione del capitale, la prima crescita produttiva e tecnica usando le risorse umane locali e poi trasferirsi dove al capitale conviene. Soprattutto in paesi come il nostro dove la formazione di una società industriale è avvenuta anche grazie ai privilegi e alle discipline autoritarie, anche grazie ai riarmi e ai bagni di sangue delle guerre mondiali.
Come Cesare Romiti, come altri manager e imprenditori, Marchionne è convinto che la crescita economica di un paese sia la stessa cosa della sua crescita civile e che essa sia possibile solo se si rispettano le regole fondamentali che legano il lavoro al salario e che rifiutano come utopie suicide quelle sessantottesche del più salario e meno lavoro. Ma questo rispetto delle regole non può essere una prerogativa dell’imprenditore razionale da imporre ai dipendenti immaturi che preferiscono la partita della Nazionale di calcio al lavoro, non può essere la richiesta di rinunciare nel nome della produzione ai diritti conquistati con duri sacrifici.
Anche il capitale, anche il potere capitalistico inseguono utopie come quella che sia possibile e augurabile abolire la lotta di classe. Non è così, sia che i padroni siano liberali, sia che siano comunisti come la Cina, dove i grandi balzi produttivi maoisti stanno finendo secondo logica nella ripresa degli scioperi e nelle lotte per i diritti umani.
Ha detto Marchionne: “Stiamo facendo discussioni su principi e ideologie che ormai non hanno più corrispondenza nella realtà. Parliamo di storie vecchie di trenta o quarant’anni, stiamo a parlare del padrone contro il lavoratore. Sono cose che non esistono più”.
Davvero? Forse il Ceo della Fiat si sbaglia o si illude. I padroni esistono ancora, come i lavoratori che dai padroni dipendono. E per governarli occorre anche modestia, pazienza e sapersi mettere, come usa dire, nei loro panni.
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- Sindacato
Camusso: cosa ci insegna Pomigliano - L’analisi
Se quaranta ore vi sembrano poche - Massimo Riva
La volpe Marchionne
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22 luglio 2010
fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questo-marchionne-pare-silvio/2131274
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P3, affondo di Fini al Pdl: «Chi è indagato lasci l’incarico»
P3, affondo di Fini al Pdl: «Chi è indagato lasci l’incarico»

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Presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva, ma al tempo stesso «mi chiedo se è opportuno che chi sia indagato continui ad avere incarichi politici». Lo dice Gianfranco Fini, in collegamento telefonico con la prima convention campana di Generazione Italia, l’associazione presieduta da Italo Bocchino. Riferendosi ai «giudizi su alcuni comportamenti emersi in questi mesi», il Presidente della Camera spiega che devono esserci «due stelle polari. Il garantismo, per cui chi è indagato è innocente fino a prova del contrario», ma poi la valutazione sulla «opportunità» di conservare incarichi politici per chi viene indagato. Perchè, ragiona Fini, «legalità significa rispetto delle regole da parte di coloro che hanno maggiori responsabilità.
Significa senso del dovere, cultura civica, etica di comportamenti per chi ha delle responsabilità: credo sia essenziale se vogliamo insegnare ai più giovani ad avere comportamenti analoghi. E significa rispetto della magistratura, senza prestare il fianco a polemiche che rischiano di dare del Pdl un’immagine distorta». Ecco perchè «occorre discutere tra di noi su come selezionare la classe dirigente. Non voglio gettare sale su ferite recenti, ma quello che è accaduto in Campania deve far riflettere. Occorre candidare coloro che hanno la qualità per onorare bene la carica».. Fini ironizza anche sui disturbi di linea durante la conversazione: «Sulla legalità c’è qualche interferenza… lo dico scherzando».
«Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».
L’attacco a Verdini e Cosentino
Presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva, ma al tempo stesso «mi chiedo se è opportuno che chi sia indagato continui ad avere incarichi politici». Il riferimento è al coordinatore regionale della Campania Nicola Cosentino: «Non capisco – dice Fini – come mai si è dimesso da sottosegretario e non si è dimesso dalla carica di partito».
E ne ha anche per la Lega
«Le leggi non possono servire per tutelare i furbi e garantire un salvacondotto… Devono servire a ben altro». Un discorso generale, ma che il Presidente della Camera sintetizza con un esempio recente, la vicenda delle quote latte: «Per compiacere la Lega si è messo un emendamento che comporterà sanzioni europee».
Le reazioni politiche
«Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno in questo modo ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia». Lo scrive in una nota il coordinatore nazionale del Pdl, Sandro Bondi, commentando l’intervento di Gianfranco Fini ad una convention di Generazione Italia a Napoli.
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26 luglio 2010
fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=101713
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LOVE PARADE Si aggrava il bilancio della ressa: 20 i morti. Oltre mille ragazzi ancora non rintracciati / «Noi nella calca, la polizia era immobile»
LOVE PARADE
Si aggrava il bilancio della ressa: 20 i morti
Oltre mille ragazzi ancora non rintracciati
Spira una ragazza tedesca tenuta in vita dalle macchine. Il primo cittadino di Duisburg duramente contestato per la tragedia: l’area poteva ospitare meno di un quarto dei partecipanti. Parla Irina Di Vincenzo, giovane torinese ferita nella calca: “Nessuno faceva niente”
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Una delle lapidi commemorative sul luogo della tragedia
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DUISBURG - A due giorni da quella che verrà ricordata come la tragedia di Duisburg 1, la polizia aggiorna il bilancio delle vittime: uno dei feriti non ce l’ha fatta, portando a 20 il numero dei morti nella calca infernale all’ingresso del festival della techno music. Si tratta di una ragazza tedesca di 21 anni, tenuta in vita dai macchinari da sabato scorso, deceduta oggi. E la Germania comincia a ricomporre i pezzi di una vicenda che ha ancora tanti punti da chiarire. La domanda fondamentale è una: quei 20 morti e 510 feriti si potevano evitare? Le testimonianze di chi ha assistito al massacro descrivono una situazione di panico mal gestita dalle forze dell’ordine, prima durante e dopo il massacro. Anche secondo Irina Di Vincenzo, la giovane torinese ferita nella ressa, “la tragedia si poteva evitare”.
“La polizia ha sbagliato, nessuna via di fuga”. Durante una conferenza stampa (video 2), la ragazza ha detto che la tragedia “poteva essere evitata”. “La polizia era poca – ha aggiunto la ragazza – e la cosa che mi rende più triste è che si poteva evitare, mentre non è stato fatto niente, le cose sono state lasciate andare”. Irina era al festival con Giulia Minola, la 21enne di Brescia rimasta uccisa 3 nella calca, i cui funerali si terranno il prossimo venerdì alle 15.30. La camera ardente verrà allestita presso la poliambulanza di Brescia o il cimitero Vantiniano, mentre i funerali dovrebbero essere celebrati nel Duomo vecchio.
Ancora più di mille giovani non rintracciati. E mentre le accuse rimbalzano, centinaia di famiglie in tutto il mondo restano col fiato sospeso. Sono ancora 1.138 i ragazzi dispersi. Molti potrebbero essere tornati a casa, e per evitare inutili allarmismi le autorità invitano chi ha notizie a comunicarle al più presto alle forze di polizia. Inizialmente il numero dei partecipanti non trovati ammontava a 2.367, ragazzi fuggiti in preda al panico dopo aver capito che qualcuno all’interno del tunnel era morto, e che l’ondata avrebbe potuto travolgerli ancora. Nelle ultime 48 ore circa 1.200 di questi sono stati rintracciati, e una quarantina di agenti è adesso al lavoro per ritrovare quelli che ancora mancano all’appello.
Sotto accusa il sindaco di Duisburg. Secondo il tipo di autorizzazioni concesse dalle autorità agli organizzatori, la Love Parade avrebbe dovuto (e potuto) ospitare al massimo 250mila persone. Non un milione e 400mila, il numero effettivo dei partecipanti che hanno affollato il piazzale del megaraduno sabato scorso.
I giornali tedeschi Der Spiegel e Kolner Stadt-Anzeiger fanno riferimento ai limiti infranti citando fonti ufficiali e puntano il dito contro il sindaco di Duisburg, Adolf Sauerland. Già nell’ottobre 2009 il primo cittadino era stato avvertito dal sindacato della polizia tedesca che il luogo individuato per la Love Parade era troppo piccolo per un evento del genere. ”La città e gli organizzatori devono essere incolpati per questa tragedia”, ha detto il capo del sindacato Rainer Wendt. ”Li ho messi in guardia un anno fa che Duisburg non era il posto adatto per la Love Parade. La città è troppo piccola e stretta per un evento del genere”.
Il sindaco ha spiegato che l’indagine è ora nelle mani dei procuratori e ha difeso ciò che considera ”un solido piano di sicurezza”. ”So che tutti vogliono una risposta. Ma chiedo alla gente di non giungere a conclusioni premature”, ha detto nel corso di una conferenza. Proprio ieri però Sauerland è stato duramente contestato sul posto della strage e solo grazie all’intervento del suo portavoce e di alcuni operatori televisivi è riuscito a fuggire illeso. Il primo cittadino era andato sul luogo della tragedia verso le 19:30: nei pressi del tunnel un centinaio di persone deponevano fiori, discutevano, qualcuno piangeva. Quando la folla lo ha riconosciuto, ha cominciato a insultarlo e ha tentato di aggredirlo.
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26 luglio 2010
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Ma gli agenti si difendono: «Noi l’avevamo detto». Il sindaco scampa ad un linciaggio
«Noi nella calca, la polizia era immobile»
Parla Irina Di Vincenzo, l’amica della ragazza morta nella strage di Duisburg: «La tragedia si poteva evitare»
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Irina Di Vicenzo durante l’incontro con i cronisti al suo rientro in Italia
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MILANO – Le cose di Giulia erano ancora lì, nell’appartamento che condividevano insieme a Milano nei giorni di lezione al Politecnico. Rivederle, per Irina Di Vincenzo, è stato come un pugno allo stomaco. Erano partite insieme, lei e Giulia Minola, per una breve vacanza in Europa che aveva tra le tappe anche una giornata spensierata alla Love Parade di Duisburg. Erano insieme sotto quel tunnel maledetto quando la folla ha iniziato a premere da tutte le parti e nella calca in centinaia sono rimasti schiacciati e soffocati. Lei se l’è cavata con qualche escoriazione non grave. Ma Giulia, da quella che doveva essere solo una giornata di festa, non è più tornata. E tra quelle mura la sua voce non risuonerà più. La sua salma rientrerà in Italia giovedì, i funerali si svolgeranno venerdì pomeriggio a Brescia, nel Duomo vecchio.
«SI POTEVA EVITARE» - Non è stata semplice per lei la tappa in quell’appartamento prima di tornare nel suo paese di origine, Grugliasco, nel Torinese. Irina, però, non ha intenzione di chiudersi nel silenzio del suo dolore. Quello che è successo non deve andare dimenticato, perché 19 persone hanno perso la vita come topi in trappola mentre a pochi metri la musica continuava a pompare e la gente ignara ballava come se nulla fosse. Ripensarci ora fa riesplodere il dolore, ma anche e soprattutto la rabbia. Perché lei ne è convinta: «Questa tragedia poteva essere evitata, dirottando la gente verso il parco che era quasi vuoto». «Mi indigna soprattutto l’atteggiamento dei poliziotti che presidiavano l’aera – dice ora la ragazza -. Erano quasi indifferenti. Molti stavano nelle loro postazioni, senza mai muoversi. In giro ad aiutare non ne ho visti molti. E la stessa cosa si può dire per i soccorsi, che sicuramente erano troppo pochi per la gente che è stata male. Molti di noi sono stati salvati dai nostri compagni». A portarla in ospedale, tuttavia, è stata la polizia.
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«NON HANNO IMPARATO LA LEZIONE»- Irina punta il dito contro l’organizzazione. «Aver convogliato migliaia di persone in un vicolo cieco senza vie di fuga e claustrofobico è stato un gravissimo errore – dice -. Ma ancora più grave è stato non avervi posto rimedio, mentre si creavano le condizioni per la tragedia. Le persone si accumulavano eppure il flusso non è stato arrestato o diretto altrove». La giovane piemontese pensa ora anche ad una denuncia formale «perchè gli organizzatori imparino la lezione». «Una cosa simile – sottolinea – era già accaduta a Berlino anni fa, ma la lezione non l’hanno imparata. Spero che sentendo le nostre voci queste cose non si ripetano».
LE VITTIME AUMENTANO – Intanto sale a 20 il numero delle vittime. L’ultima è una ragazza tedesca di 21 anni, morta per le ferite riportate nella calca terrificante della Love Parade. Era ricoverata in ospedale, con diverse fratture. Ha lottato con la morte per quasi due giorni, poi è spirata per le gravi lesioni interne. Alle 20 vittime vanno poi sommate le oltre 500 persone rimaste ferite, molte delle quali per fortuna in maniera lieve. E i dispersi, 1.138 persone di cui cioé ufficialmente non si ha notizia da dopo la manifestazione. Sull’intera vicenda la magistratura ha avviato un’inchiesta (e la cancelliera Angela Merkel, che interromperà le vacanze in Tirolo per partecipare ai funerali collettivi, ha auspicato che sia «scrupolosamente profonda) e la polemica continua a tenere banco sui media tedeschi. L’ex conduttrice di telegiornale Eva Herman ha paragonato la kermesse di Duisburg a «Sodoma e Gomorra». La polizia si difende e fa sapere di avere lanciato degli allarmi alla vigilia dell’evento sui possibili incidenti. «Li ho avvertiti un anno fa che Duisburg non è il posto adatto per la Love Parade. E’ troppo piccolo e stretto», ha detto Rainer Wendt, alto funzionario di polizia nonché leader del sindacato nazionale degli agenti. Wendt, nato a Duisburg e influente in virtù della sua leadership nel sindacato che conta 170.000 membri, ha detto che gli avvertimenti sono stati ignorati. Le autorità di una città paragonabile per dimensioni, Bochum, hanno invece ascoltato le indicazioni della polizia, annullando nel 2009 la Love Parade in programma. «Il sindaco era terribilmente sotto pressione – non voleva fare il guastafeste», ha detto Wendt alla stampa tedesca. In Bochum, non c’è stato il festival techno perché «la città ha ascoltato le nostre preoccupazioni in materia di sicurezza. A Duisburg non le hanno ascoltate».
L’INCHIESTA - Gli investigatori stanno considerando la possibilità di indagare per omicidio colposo e il procuratore statale a Duisburg, Rolf Haferkamp, ha detto che esaminerà i piani di sicurezza, cercando di capire perché un evento che avrebbe dovuto accogliere al massimo 250.000 è finito con un numero di persone compreso tra 500.000 e 1 milione. «Dobbiamo analizzare attentamente la questione ma adesso è troppo presto per prendere la decisione se considerare responsabile una specifica persona», ha detto Haferkamp alla televisione N-24, aggiungendo che i procuratori hanno già sequestrato i documenti.
SINDACO MESSO IN FUGA – Il sindaco di Duisburg, Adolf Sauerland, ha detto che la città sta cooperando con i procuratori. «Risponderemo alle domande non appena avremo dato risposta al procuratore di Stato – ha detto -. Tutta la città è in lutto. Aiuteremo a fare luce su quello che è successo. Abbiamo fatto tutto il possibile per renderlo un posto sicuro». Tuttavia sono in molti a pensare che le principali responsabilità siano le sue. Domenica sera è stato violentemente contestato nei pressi del tunnel della strage, dove si era recato per commemorare le vittime. Solo grazie all’intervento del suo portavoce e di alcuni operatori televisivi, e poi della polizia, Sauerland è riuscito a fuggire illeso. Nei pressi del tunnel vi erano un centinaio di persone. Chi deponeva fiori, chi discuteva, chi piangeva. Improvvisamente si sono sentiti fischi e grida, quando il sindaco è stato riconosciuto. Qualcuno gli ha gettato addosso spazzatura, altri hanno fischiato: «Idiota, lo sapevi quello che stava accadendo», gli ha gridato un uomo. «Dimettiti, vigliacco», ha aggiunto una donna. Sauerland è stato costretto a fare retromarcia, qualcuno lo ha tirato per la giacca. Solo a quel punto la polizia si è accorta di quanto stava accadendo e cinque agenti sono intervenuti: hanno scortato Sauerland fino all’auto di servizio che si è allontanata velocemente.
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Redazione online
26 luglio 2010
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Il Pdl lo assedia, ma Fini non indietreggia; «Io al governo? Ipotesi ridicola»
Il Pdl lo assedia, ma Fini non indietreggia
«Io al governo? Ipotesi ridicola»
Il presidente della Camera teme una trappola sulle intercettazioni. Granata: attaccano me ma puntano a lui
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ROMA (26 luglio) – Sapeva Gianfranco Fini che stava per scattare la reazione del Cavaliere contro di lui. Non solo Silvio Berlusconi non ha digerito i cambiamenti al ddl intercettazioni che gli sono stati «imposti», ma intende il martellamento del presidente della Camera e dei finiani su «legalità» e «questione morale» come un sostegno all’opera di delegittimazione del governo, che oggi monta sull’onda dalle inchieste sulla P3 e da quelle siciliane.
Come al solito, al fuoco di fila dei fedelissimi del premier, Fini risponde alzando la guardia e chiudendosi a riccio. Berlusconi vuole che lui si esponga per difendere Fabio Granata o per scaricarlo? E Fini tace. Berlusconi vuole che sieda sul banco degli imputati per rispondere di slealtà o tradimento? E Fini si sottrae. La sua tattica difensiva prevede di accettare sfide in campo aperto solo su tre questioni: la democrazia interna al Pdl, l’unità nazionale, la legalità appunto. Sono i terreni su cui Fini si sente più forte. Mentre quella battuta di Ignazio La Russa sul passaggio di Fini al governo è giudicata dall’interessato come un’«ipotesi ridicola». È chiaro che Fini non ha la minima intenzione di lasciare la presidenza della Camera.
Certo, a Granata spesso scappa qualche parola di troppo. Ieri lo hanno ripreso pubblicamente altri due finiani come Silvano Moffa e Pasquale Viespoli (per le accuse a Mantovano). Ed è probabile che anche Fini la pensi così. Ma per ora mantiene la massima prudenza. Granata dice che gli attacchi contro di lui sono «strumentali» e che «il vero obiettivo è Fini». Era questa ieri la ragione dell’irritazione di Fini. Ma il suo problema principale è capire quale altra mossa si prepara e se l’obiettivo di Berlusconi è arrivare davvero a una resa dei conti.
Guardando l’agenda politica dei prossimi giorni, scontato il varo della manovra economica con voto di fiducia, la sola vera incognita riguarda il ddl intercettazioni. E il timore dei finiani, confessato ieri in giro dei telefonate, si concentra su una possibile «trappola»: l’autoaffondamento della legge da parte degli ultrà berlusconiani, favorito dallo scrutinio segreto. «Potrebbero votare contro e dare la colpa a noi» dice qualche deputato vicino a Fini. Perché è chiaro che la fine traumatica del ddl intercettazioni innescherebbe una vera e propria crisi politica e, a quel punto, nessuna tattica difensiva potrebbe impedire il più duro degli scontri, per di più sul terreno mediatico più congeniale al Cavaliere.
I finiani spingono per un rinvio del ddl intercettazioni anche per questo. Berlusconi invece insiste per il voto finale alla Camera nella prima settimana di agosto. L’opposizione prepara barricate e ostruzionismi. Ma il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità sarà inevitabile probabilmente già il 29 luglio. Le pregiudiziali verranno votate a scrutinio segreto e la trappola è in astratto possibile. Del resto gli uomini di Fini negano di aver il minimo interesse, oggi, ad inasprire i rapporti nel Pdl tanto in tema di manovra economica che di intercettazioni (dove, anzi, Fini rivendica la «vittoria»).
E semmai leggono gli attacchi di Sandro Bondi e Ignazio La Russa come un tentativo di spostare i riflettori lontano dalla sconfitte che Fini ha inflitto a Berlusconi: non solo sul ddl intercettazioni, ma anche su Brancher e Cosentino, costretti alle dimissioni dopo pochi giorni di inutile difesa da parte di Palazzo Chigi. Fini non esclude che, se oggi sarà evitata la guerra, a settembre si potrebbe tornare a tessere il dialogo con Berlusconi: c’è un pezzo di Pdl che vede nell’asse Tremonti-Bossi il pericolo maggiore. Ma nessuno esclude una rottura definitiva: «È una situazione da momento finale» confida il finiano Luca Barbareschi.
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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=112319&sez=HOME_INITALIA
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Afghanistan, Wikileaks svela la guerra: Pubblicati i rapporti Usa sul flop
Afghanistan, Wikileaks svela la guerra Pubblicati i rapporti Usa sul flop

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Civili morti e di cui non si è mai saputo nulla, un’unità segreta incaricata di «uccidere o catturare» ogni talebano senza alcun processo, i droni Reaper telecomandati a distanza da una base del Nevada, la collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani: gli archivi segreti della guerra in Afghanistan sono stati svelati da Wikileaks -il portale Internet creato proprio per pubblicare documenti riservati, autore nel passato di numerosi scoop- al New York Times (in Usa), al Guardian (in Gran Bretagna) e a Der Spiegel (in Spagna).
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Emergono 92.000 rapporti classificati del Pentagono che coprono sei anni di Guerra in Afghanistan, dal gennaio 2004 al dicembre 2009, sia sotto l’amministrazione Bush che quella Obama. Si tratta della maggiore fuga di notizie della storia militare americana: una quantità enorme di documenti da cui emerge un’immagine devastante di quello che è effettivamente successo in Afghanistan: le truppe che hanno ucciso centinaia di civili in scontri che non sono mai emersi, gli attacchi dei talebani che hanno rafforzato la Nato e stanno alimentando la guerriglia nei vicini Pakistan e Iran.
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Amara la considerazione finale: «dopo aver speso 300 miliardi di dollari in Afghanistan, gli studenti coranici sono più forti ora di quanto non lo fossero nel 2001». Furente la Casa Bianca che ha condannato «con forza» la pubblicazione del materiale riservato: «Possono mettere a rischio -ha detto non il solito portavoce, ma addirittura il consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, il generale James Jones- la vita degli americani e dei nostri alleati, e minacciare la nostra sicurezza nazionale». Indispettito anche l’ambasciatore del Pakistan negli Stati Uniti, Husain Haqqani, che ha definito «irresponsabile» la pubblicazione del materiale riservato. La Casa Bianca ha fatto comunque notare che il materiale copre l’arco di tempo dal gennaio 2004 al dicembre 2009».
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Tra le carte emerge, tra l’altro, che «il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segreti per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani»; e che «l’intelligence pakistana (Directorate for Inter-Services-Intelligence) lavorava al fianco di al Qaeda per progettare attacchi» e «faceva il doppio gioco».
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vai al link
http://file.wikileaks.org/file/cia-afghanistan.pdf
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26 luglio 2010
fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=101693
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L’Aquila, sulla ricostruzione l’ombra del lavoro nero
INCHIESTA

L’Aquila, sulla ricostruzione
l’ombra del lavoro nero
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di Alessia Guerrieri
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Al’Aquila una ditta su due non è in regola e un operaio su tre neanche. Il 12 per cento poi è totalmente in nero. Nella città delle impalcature, le mille facce dei forestieri che, alle prime luci dell’alba, vedi aggirarsi nella via dei caporali o davanti ai cantieri ad elemosinare la giornata, fanno rumore quanto i numeri del dipartimento provinciale per il lavoro (Dpl). Così si scoperchia un vaso di Pandora che rende i racconti della disperazione tutt’altro che meteore.
Nei primi sei mesi dell’anno, infatti, il 50% delle aziende della ricostruzione controllate è irregolare, una tendenza già evidenziata nell’ultimo semestre 2009, che però non accenna a fermarsi. Sulle 237 imprese ispezionate, infatti ben 148 sono fuori norma per la sicurezza nel cantiere o per la posizione contrattuale. Se si guarda agli operai, poi, su 411 controllati 123 hanno contratti irregolari e 53 sono addirittura senza contratto. E a poco serve sventolare che anche il lavoro nero qui è al 10%, in linea dunque con la media nazionale (9,6%). L’Aquila è il più imparagonabile scenario lavorativo d’Italia per grandezza e profondità di interventi.
Lo precisa anche il direttore ispettivo del Dpl Maria Carmela Vecchio «C’è un’irregolarità non di poco contro – ammette. – I controlli ci sono, ma all’Aquila si incontra un cantiere aperto ogni dieci passi». Quasi a sminuire una situazione allarmante (e ad accennare, tra le righe, che è impossibile fare controlli abnormi con organici nella norma) aggiunge: «Non c’è mai stato un numero così elevato di aziende al lavoro qui finora». In sostanza, cioè, non si può controllarle tutte senza rinforzi. Ma alla parzialità dei dati si affianca il mondo taciuto, celato, e sfuggito ai controlli, delle centinaia di lavoratori giunti da tutta Italia attirati dal profumo dei soldi.
Una ricostruzione in nero, insomma. «C’è la crisi, non c’è più lavoro per te qui; vai in Abruzzo lì ce n’è per tutti», così si è sentito dire Alì un mese fa dal suo datore di lavoro in Veneto. E lui, con speranza di mandare qualche risparmio alla famiglia in Tunisia, sono due settimane che girovaga per i cantieri dell’Abruzzo. «Mi pagano 40 euro al giorno – dice – l’importante è dire di avere una sistemazione all’Aquila altrimenti non ti prendono». Fa spallucce quando gli si chiede dove abbia passato la notte. La paura di rivelare un nido abusivo è grande quando il morso allo stomaco che ha al passaggio di una volante della polizia. Ma adesso è anche un altro il suo timore, quello di non essere di nuovo pagato; «l’impresa dice di passare domani per i soldi, poi se ne va, prende un altro cantiere e non sai dove ritrovarla», chiosa.
Gli angeli della rinascita, però, parlano anche italiano e li vedi dividersi le brande nei punti di raccolta; qui per meno di trenta euro i privati offrono un posto letto senza chiedere troppi documenti. Gino e Rosario arrivano dalla Sicilia, consigliati da amici di amici. Dormono cinque ore a testa per pagare solo un letto nei container in periferia; sono in nero, ma non si lamentano. «Dalle nostre parti – dicono – non avremmo mai guadagnando cento euro al giorno, le ditte ci fanno i soldi, ma noi almeno prendiamo qualcosa in più per vivere». Come dire no al lavoro, anche irregolare, mormorano «quando l’offerta di lavoro è dieci volte più grande della domanda».
Concussione e corruzione: Arrestati giudici e avvocati a Roma
Concussione e corruzione
arrestati giudici e avvocati a Roma
Quattro dei cinque i fermi sono componenti di una stessa famiglia. I due avvocati avrebbero dato o promesso denaro al giudice Dionesalvi se questi avesse ritardato o non eseguito alcune transazioni immobiliari

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ROMA - Un ex imprenditore edile, sua moglie e i due figli, entrambi avvocati, tutti residenti a Roma: sono quattro dei cinque arrestati dai carabinieri nelle ultime ore al termine di un’indagine che ha portato anche all’arresto di un giudice della Capitale.
Accusati di corruzione, concussione e altri reati, i cinque sono stati arrestati grazie a un’operazione condotta dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura di Perugia. Gli atti d’indagine erano già stati vagliati dal procuratore di Roma, Giovanni Ferrara, che poi li ha poi trasmessi per competenza al capoluogo umbro.
I primi sospetti sono scaturiti da una denuncia dell’avvocatura generale dello Stato riguardo alcuni rapporti sospetti tra il ministero della Difesa e la ditta dell’imprenditore arrestato. Il magistrato arrestato si chiama Giovanni Dionesalvi ed è un giudice onorario che lavora presso il Tribunale civile. Gli altri fermi sono l’imprenditore Giampaolo Mascia, i suoi figli Vittorio e Gianmarco, entrambi avvocati, e la loro madre Piera Balconi.
Tutti sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. In particolare, i due avvocati avrebbero dato o promesso denaro al giudice Dionesalvi se questi avesse ritardato o non eseguito alcune transazioni immobiliari.
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26 luglio 2010
fonte: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/26/news/roma_arresti_giudici-5833665/?rss
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LEGGE BAVAGLIO & BLOG – La diabolica rettifica
La diabolica rettifica
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tutti gli articoli dell’autore
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Certo che noialtri blog siamo sempre così allarmisti. Non è bello poter scrivere quel che ci pare senza responsabilità? E invece no, siamo sempre preoccupati che la pacchia stia per finire. C’è sempre in discussione un decreto, un disegno, un codicillo che minaccia la nostra stessa esistenza. Eppure in un qualche modo ce l’abbiamo sempre fatta, da dieci anni in qua. Cerchiamo di capire cosa rischiamo stavolta con quel comma 29 che l’onorevole Bongiorno non vuole assolutamente modificare.
Allora, mettiamo che io sia una tranquillissima persona con un blog, che aggiorno un paio di volte alla settimana. Un blog di foto di gatti, che ne dite? Più innocuo di così. Io ovviamente sto molto attento a non diffamare mai nessuno, gatti o padroni di gatti. Mettiamo che io venerdì pubblichi la foto del mio gatto in una scatola, prima di partire per il week end.
Il mio blog però è aperto ai commenti: che blog sarebbe, altrimenti. Ora accade che nella mattina di sabato tra i miei commentatori scoppi una polemica virulenta tra i sostenitori di due varietà diverse di cibo per gatti. In particolare c’è un commentatore anonimo che lascia una critica fortissima, anche se un po’ campata per aria, nei confronti delle scatolette XYX. Tutto questo avviene mentre io sono in spiaggia a pigliare il sole, e il blog è l’ultimo dei miei pensieri (sì, ci abbronziamo anche noi blogghisti. Non siamo vampiri, non tutti). Le accuse contenute nel commento sono veramente infamanti e arrivano quasi subito sul tavolo dell’ufficio stampa dell’azienda XYX, che in realtà è il signor XYX medesimo, che appena ha cinque minuti liberi va a guglarsi il cognome. Insomma, verso mezzogiorno nella mia casella mail c’è già una richiesta di rettifica. Io nel frattempo sto affrontando un piatto di spaghetti alle vongole, con l’appetito dei giusti. L’ultima cosa che mi può venire in mente è controllare la mia mail per vedere se per caso qualche commentatore non abbia diffamato un’azienda di cibo per gatti a mia insaputa.
La domenica sera arrivo a casa stanco e mi corico senza aver aperto la mail. Lunedì ho la sveglia alle sette, perché lavoro anch’io, cosa credete? I blog di gatti non danno il pane. Alle due, prima di finire la pausa pranzo, finalmente scorro la mail personale. Scopro di essere responsabile di una grave diffamazione ai danni della ditta XYX. Cancello immediatamente il commento anonimo, e in due minuti pubblico la rettifica. Ma è troppo tardi, sono già scadute 48 ore, devo pagare una multa. Quanto fa? Dodicimila euro. Sono sconvolto.
Magari voi pensate che me la sia cercata. Chi me l’ha fatto fare di lasciare i commenti aperti al pubblico? È ammissibile che al giorno d’oggi il responsabile di un blog di gatti non controlli la mail per 48 ore di fila? Forse avete ragione, ma nel frattempo io ho un buco di dodicimila euro. Come lo riempirò?
D’un tratto, un’idea: come un lampo nel buio.
Mi metto a caccia di blog. Devono essere poco importanti, amatoriali come il mio. Scritti da gente che lascia i commenti aperti, ma poi magari non aggiorna per intere settimane. Ce n’è a bizzeffe, ma alla fine scelgo quello del vostro figlio quindicenne metallaro, che non ha mai scritto un post tra il martedì e il giovedì. Proprio la finestra temporale che fa per me. Aspetto fino a martedì sera, e poi colpisco. In fondo a un post di quattro anni fa, scrivo un commento anonimo ferocissimo… su me stesso. Mi autodenuncio come sequestratore e seviziatore di felini. Sì, pare che io abbia un garage pieno di gattini bonsai. E mercoledì mattina, di buon ora, con la mia mail ufficiale, mando a vostro figlio metallaro una richiesta di rettifica. Perché non è possibile che sul suo blog si legga che io sevizio i gatti, ma dico, ma come si permette? Questa è diffamazione bella e buona, non siete d’accordo? Lui comunque la mia mail non la legge, è da due anni che non apre nemmeno la posta, perché tanto coi suoi amici si trova su Facebook. Non importa, dopo una settimana arriva la multa. Dodicimila euro.
Lui ci rimane così male che in un raptus distrugge tutti i vinile dei Sepultura. Si chiude a chiave e non accende più la luce. Cosa starà combinando? Dopo qualche ora sfondate la porta. È al computer. Sta cercando un blog dove autodiffamarsi. Ne ha appena scelto uno tutto cuoricini ed hello kitty. Diabolico!
Il comma 29 della Legge Bavaglio imporrà a qualsiasi autore di blog (anche un quindicenne metallaro, anche una dodicenne hellokittymaniaca) l’obbligo di rettifica entro 48 ore, pena una sanzione fino a 12.500 euro. Se ti sembra un po’ esagerato puoi leggere e firmare qui.
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