Parla da una località segreta il pentito di mafia Vincenzo Calcara: “Via D’Amelio, regia esterna” / Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara
Esclusiva de l’Espresso
‘Via D’Amelio, regia esterna’
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Strage Via D’ Amelio 19 luglio 1992 – fonte immagine
“La strage in cui morì Borsellino non fu decisa e attuata solo dai clan. C’era dietro un’entità diversa da Cosa Nostra. Noi l’abbiamo sempre saputo”. Parla da una località segreta il pentito di mafia Vincenzo Calcara

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di Umberto Lucentini
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“Dietro la strage di via D’Amelio non c’è solo Cosa Nostra. C’è anche un’entità esterna alla mafia. E chi sa, oggi, non abbia più paura e parli: ci sono finalmente le condizioni perché si faccia chiarezza fino in fondo sull’attentato del ’92 costato la vita a Borsellino e ai cinque poliziotti della sua scorta”.
Vincenzo Calcara parla da una località del Nord Italia dove vive da ex collaboratore di giustizia. Nel ’91, da affiliato a Cosa nostra, guardò in faccia Paolo Borsellino nel carcere di Favignana e gli rivelò: “Dottore, dovevo ucciderla per ordine della famiglia mafiosa di Castelvetrano”. Calcara era un “soldato” del clan di Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo, il super-latitante oggi al vertice di Cosa nostra e protagonista della stagione delle bombe del ’92-’93. Calcara decise di collaborare con la giustizia, chiedendo di parlare proprio con Borsellino, perché si rifiutò di ucciderlo in un attentato progettato dalla potente cosca legata al sanguinario Totò Riina e a Bernardo Provenzano.
Calcara oggi segue le evoluzioni delle indagini di Caltanissetta sulla strage Borsellino, delle inchieste di Palermo sul “patto” tra pezzi deviati dei servizi segreti e Cosa nostra negli anni delle stragi, quelle di Firenze sugli attentati del ’93. E spiega: “Io l’ho sempre detto, conoscevo i movimenti e i segreti della cosca di Castelvetrano: dietro la morte di Borsellino c’è una “entità” esterna che agisce e pilota Cosa nostra. Quando parlai per primo di una valigetta piena di soldi dei boss siciliani destinata allo Ior (la banca del Vaticano, ndr), o delle complicità e dei legami dei Messina Denaro, non mentivo. E’ stato tutto riscontrato nei processi”.
E oggi che Gaspare Spatuzza sta ricostruendo le verità nascoste sull’attentato a Borsellino, lei cosa pensa?
“Che lui e anche il pentito Nino Giuffrè dicono le mie stesse parole. Se gli inquirenti mi chiamassero, ripeterei loro che non c’è solo Cosa nostra dietro l’attentato a Borsellino, che Cosa nostra da sola sarebbe vulnerabile. Ecco perché parlo di quelle “entità” esterne che fanno diventare Cosa nostra così forte”.
E sulle parole di Vincenzo Scarantino, il “falso” pentito che accusa la squadra di poliziotti guidata allora da Arnaldo La Barbera di averlo costretto a inventarsi tutto e adesso chiede scusa ad Agnese Borsellino, la vedova di Paolo?
“Scarantino dovrebbe dire molto di più rispetto a quanto scritto di recente alla signora Agnese e alla sua famiglia. Dice di essere stato costretto ad accusare? E’ bene che chiarisca tutto. Non si può correre il rischio di un nuovo depistaggio delle indagini”.
Lei è mai stato minacciato per la sua scelta di collaborare con la giustizia?
“Minacce sì, ne ho ricevute molte. Ma quella più mirata, e non credo sia un caso, è stata alla vigilia della mia testimonianza al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Allora lavoravo come custode per conto del vescovo di Ivrea. Mi lasciarono davanti casa alcuni pesci morti e diversi proiettili di calibro 357 magnum. Ma io sono andato avanti: e ho raccontato di quella valigia di soldi per la banca del Vaticano partita dalla Sicilia”.
E adesso lancia un appello a chi sa qualcosa sulla strage di Borsellino…
“Io dal giorno in cui ho incontrato Borsellino in carcere sono cambiato. La sua umanità, il suo senso religioso, mi hanno provocato una rivoluzione interiore. Sì, sono cambiato grazie a Borsellino. In carcere, quando gli svelai che era in grave pericolo di vita, mi rispose: “Vincenzo, chi non ha paura muore una volta sola, chi ha paura muore ogni giorno a poco a poco”. E io adesso, riprendendo le sue parole, anche se non ne sono degno fino in fondo, dico ai mafiosi o ai pentiti: è legittimo avere paura, ma la verità va detta tutta. Dovevate farlo anni fa, ma non è mai troppo tardi… E anche se chi decise la morte di Borsellino ha eredi ancora oggi in attività, voi dovete andare avanti”.
Lei era un soldato della cosca dei Messina Denaro. Quando ha visto l’ultima volta Matteo, oggi indicato da molti come il numero uno di Cosa nostra?
“Matteo abitava a Castelvetrano a 300 metri da casa mia. Io ero latitante, era il ’91, lui mi vide in lontananza, mi sorrise e mi salutò calando la testa più volte: non aveva ancora pendenze con la giustizia, aveva 29 anni. Suo padre, Francesco, era al vertice della cosca. E fu lui a trasmettermi l’ordine di uccidere Borsellino. Un ordine che io non ho eseguito”.
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01 novembre 2010
fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/via-damelio-regia-esterna/2137403
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Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara (parte 1)
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di Salvatore Borsellino
30 Maggio 2008
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Ho conosciuto di persona Vincenzo durante la trasmissione Top Secret ma quasi mi sembrava di conoscerlo da tanto tempo. Me ne avevano parlato la moglie e i figli di Paolo che hanno continuato ad aiutarlo e stargli vicino da quando lo Stato, nella sua costante opera di scoraggiamento dei testimoni di Giustizia, dei collaboratori di Giustiza e dei (pochi) veri pentiti, lo ha abbandonato al suo destino. Me ne aveva parlato già lo stesso Paolo negli ultimi mesi della sua vita, quando stava raccogliendo le sue rivelazioni nello stesso periodo in cui ascoltava anche Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, ma con Vincenzo Paolo aveva stabilito un rapporto particolare perchè era quello che gli aveva confessato di avere avuto, dalla famiglia di Francesco Messina Denaro, la famiglia che deteneva saldamente il controllo della zona di Castelvetrano, alla quale apparteneva come uomo d’onore “riservato”, l’incarico di ucciderlo con un fucile di precisione in un agguato sulla statale tra Palermo ed Agrigento.
Gli uomini d’onore “riservati” sono quelli che non rientrano nella normale gerarchia della “famiglia” mafiosa e la cui affiliazione viene decisa direttamente dal capo famiglia, spesso sul modello e con i riti “massonici”, informando della sua qualità soltanto i capi dell’organizzazione e restando poi segreti all’interno dell’organizzazione segreta. Come dice Antonio Ingroja “solo i capi di Cosa Nostra possono decidere, naturalmente in maniera segreta, simili affiliazioni, che rimangono assolutamente riservate rispetto agli altri aderenti alle varia famiglie mafiose sparse nel territorio. L’uomo d’onore riservato serve anche per difendersi del fenomeno dei collaboratori di giustizia…..“. Ad essi vengono affidate le operazioni più delicate, e certamente l’assassinio di Paolo Borsellino era tra questi, nel caso in cui, come spesso succede, non vengano svolte direttamente dal “capo famiglia” insieme con gli uomini più fidati ed esperti del “gruppo di fuoco” della famiglia stessa.
Vincenzo Calcara è uno dei pochi collaboratori di Giustizia che possono veramente essere chiamati “pentiti”.
In lui, come leggerete dalle sue parole, l’incontro con Paolo Borsellino provocò una profonda crisi e un sovvertimento dei valori ai quali era stato indotto a credere fin da bambino. Oggi per lui la “Giustizia” e il “Bene” sono al di sopra di tutto ed è tanto più da ammirare in quanto quelle Istituzioni nelle quali oggi lui crede fermamente le vede ogni giorno infangate da chi, indegnamente, le occupa e quello Stato che per lui rappresentava il nemico da combattere o nel quale infiltrarsi capisce oggi come abbia contribuito all’assassinio del “suo” Giudice e come non voglia e non possa, perchè esso stesso responsabile, rendergli Giustizia.
Ma Calcara non è stato mai messo a confronto con altri pentiti come Leonardo Messina o Gaspare Mutolo o come Giuffrè, che, quindici anni dopo di lui, ha parlato di quelle stesse cose di cui lui aveva già parlato tanti anni prima.
Non è stato mai chiamato a deporre nel processo Andreotti anche se aveva parlato del notaio Albano quando nessuno ne conosceva neppure il nome, non è stato mai chiamato nel processo Canale, non è stato mai utilizzato nell’istruttoria sui Mandanti Occulti delle stragi del 92 o nell’istruttoria del processo, mai arrivato alla fase dibattimentale, sulla sottrazione dell’Agenda Rossa, nonostante io stesso avessi portato al tribunale di Caltanissetta le parti del memoriale dove di quell’agenda proprio si parlava.
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Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara (parte 2)
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di Salvatore Borsellino
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Tralascio qualsiasi tipo di commento, i fatti raccontati parlano da soli.
Mi chiedo quante persone, in Italia, siano al corrente di questi fatti, quanti organi di informazione li abbiano riportati.
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Dissi al Dr.Borsellino che Michele Lucchese era un imprenditore ed un uomo politico ed era un uomo di grande fiducia di Messina Denaro Francesco. Lucchese nutriva per me grande affetto e fiducia al punto di farmi chiamare la residenza a casa sua. Ed essendo il Lucchese appartenente ad una Loggia Massonica segreta, ha chiesto autorizzazione a Messina Denaro Francesco di potermi preparare a farmi conoscere le regole del RITO SCOZZESE affinchè anch’io entrassi a far parte insieme a lui in questa Loggia Massonica.
(6)
(Mi sembra o il SEGRETARIO DI STATO o il SEGRETARIO del PAPA.
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Provo anche un sentimento di profonda COLPA per averlo fatto soffrire!
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A poca distanza bruciammo i vestiti e il Passaporto in quanto prima avevamo spogliato il Cadavere. Preciso che il Cadavere è stato trascinato per alcune decine di metri dal posto in cui è stato ucciso e portato in aperta campagna dove c’era un campo di Granturco.
(12)
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Maltempo, esondazioni al nord, Veneto, 2.500 sfollati / Nubifragi sul Lazio, allagamenti a Roma
Maltempo, esondazioni al nord, Veneto, 2.500 sfollati
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Maltempo, tre morti per frane a Massa Carrara. Deragliato un treno in Liguria
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Oltre che ad aver provocato la frana di Lavacchio (Massa Carrara) con la morte della madre e del piccolo figlio, il maltempo sta flagellando buona parte d’Italia. Problemi o situazioni critiche al Nord, con l’allerta per i fiumi ed esondazioni: trovata la persona che era dispersa nel vicentino a causa il fiume Bacchiglione, che ha tracimato a Cresole di Caldogno e dintorni. Nel varesotto un tratto dell’A4 invaso dall’acqua. Al Sud, molte difficoltà per i collegamenti con alcune isole. Due uomini sono stati salvati alle Eolie: la loro barca ha fatto naufragio.
Il Po ha raggiunto i 3,5 metri di quota massima. È stato chiuso al traffico, alle 16.30, il ponte provvisorio sul Po tra Piacenza e San Rocco al Porto.
In Veneto, nel veronese centinaia le case sarebbero invase dall’acqua e migliaia, forse 2.500, le persone che potrebbero evacuare le loro abitazioni. Preoccupano soprattutto Caldiero, Belfiore e Monteforte d’Alpone, che rischia di essere evacuato interamente per l’esondazione del fiume Alpone.
A Vicenza, ha tracimato in più punti il Bacchiglione, con l’allagamento del 30% del suolo cittadino: evacuate alcune decine di persone. Chiusa anche l’autostrada A4, tra Montebello (Vicenza) e Verona est per allagamenti dovuti due piccoli fiumi, il Trampigna e l’Alpone, che hanno tracimato. Sull’A4 c’è stato anche un incidente stradale mortale: una donna che era su una Fiat Punto, ferma in coda per la chiusura del tratto autostradale, è stata tamponata da una Porsche. A Vicenza è rimasta allagata la sede della Caristas. Sommersi gli scantinati del Teatro Olimpico, gioiello rinascimentale firmato dall’architetto Palladio.
In Lombardia, a Milano, esondati nella notte i fiumi Lambro e Seveso. In Liguria la protezione civile regionale ha esteso l’allerta 2 fino alla mezzanotte di oggi per un previsto peggioramento delle condizioni meteorologiche. Critiche restano le condizioni nello spezzino: in corso evacuazioni di alcune abitazioni minacciate dalle frane. Il fiume Magra ha esondato in zone depresse. Sempre in Liguria un treno regionale, proveniente da Torino e diretto a Ventimiglia, è deragliato per una frana tra Ospedaletti e Bordighera, in provincia di Imperia. L’incidente è avvenuto poco prima delle 13. Sono rimaste ferite sei persone, di cui quattro trasportate in codice giallo in ospedale per traumi e contusioni. Altri passeggeri sarebbero rimasti leggermente contusi ma hanno rifiutato di farsi accompagnare al pronto soccorso e sono stati curati sul posto. La linea è stata riattivata su un unico binario.
Il livello del Po è salito di quasi 2,5 metri in un solo giorno. Lo calcola la Coldiretti a Piacenza. La situazione del principale fiume italiano è significativa – sottolinea la Coldiretti – delle difficoltà degli altri corsi d’acqua con esondazioni ed allagamenti nelle campagne. Un pericolo per il territorio nazionale dove – precisa la Coldiretti – sette comuni italiani su dieci sono a rischio per frane ed alluvioni.
Dalla mezzanotte l’alta Valcellina, in Friuli Venezia Giulia, è isolata dal versante pordenonese per la tracimazione del torrente Varma in comune di Barcis (Pordenone). In Piemonte, pioggia battente da ieri su tutto il Verbano Cusio Ossola. Allerta fiumi nell’Astigiano e il Monferrato. In Emilia Romagna caduti nella notte 230 mm di pioggia: preallarme per il livello del Reno, dell’Enza e per il Secchia.
Al Sud d’Italia ci sono problemi per raggiungere le isole: il vento di scirocco ha interrotto i collegamenti via mare con Lampedusa, Pantelleria e Ustica. Da Trapani per le Egadi le corse sono irregolari. Salvati da una nave da crociera due uomini che erano a bordo di una barca a vela affondata al largo delle Eolie. Sospese le corse degli aliscafi che collegano le isole di Capri, Ischia e Procida con Napoli.
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01 novembre 2010
fonte: http://www.unita.it/news/italia/105317/maltempo_esondazioni_al_nord_veneto_sfollati
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Nubifragi sul Lazio, allagamenti a Roma
Alberi caduti, smottamenti nel Viterbese
Metro A ferma per ore da Anagnina a Subagusta per allagamento
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ROMA (1° novembre) – Disagi anche a Roma per il maltempo. A causa di un allagamento provocato dalla pioggia il servizio della metro A di Roma è stato interrotto dalle 14.15 tra Subaugusta e Anagnina. Il servizio fra le tre stazioni (Subaugusta, Cinecittà e Anagnina) è stato sostituito da bus navette ed è stato riattivato solo intorno alle 17. L’allagamento della stazione è stato causato dalla grande quantità di acqua che non è riuscita a defluire in altro modo.
Nubifragi sul Lazio Nord. Una violenta ondata di maltempo ha flagellato l’intero Lazio Nord, fino alla provincia di Viterbo. Le aree più colpite in provincia di Roma sono Cerveteri e la zona di Cerenova – Campo di Mare, dove il sistema fognario non riesce a smaltire le forte piogge. I distaccamenti dei vigili del fuoco di Bracciano, Cerveteri e Cerenova hanno ricevuto oltre cento richieste d’intervento per locali allagati. Fino all’ora del pranzo hanno eseguito 70 interventi.
Situazione difficile anche nel Viterbese, dove da alcune ore sta cadendo una pioggia battente. In particolare, a Tuscania, i vigili del fuoco sono dovuti intervenire per uno smottamento di terreno che creava problemi alla circolazione. Vicino a Bolsena è stato rimosso un masso caduto sul ciglio della strada. Altri interventi si sono resi necessari a Tarquinia, in località Marina Velka, dove il forte vento di scirocco ha abbattuto alcuni alberi.
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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=125044&sez=HOME_ROMA
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Il Brasile ha il primo presidente donna. Eletta Dilma Rousseff: sradicare miseria
Il Brasile ha il primo presidente donna
Eletta Dilma Rousseff: sradicare miseria
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BRASILIA (1 novembre) – «Sradicare la miseria dal Brasile e dare opportunità a tutti»: è l’impegno preso da Dilma Rousseff, che nel suo primo discorso quale presidente eletto del paese ha sottolineato l’importanza del fatto di essere il primo capo dello Stato donna della nazione sudamericana.
La Rousseff ha avuto il 56% delle preferenze, pari a 55,5 milioni di voti, a fronte del 44% (43,5 milioni di voti) andato al suo rivale, il socialdemocratico Josè Serra. Intervenendo in un albergo a Brasilia dopo la vittoria al ballottaggio di ieri, con un lungo discorso che di fatto è un programma politico, la presidente eletta ha citato una serie di punti che si è «impegnata» a rispettare a partire dal primo gennaio, quando s’insedierà per quattro anni al Planalto, sede della presidenza.
Al primo discorso della “presidenta” Dilma era assente il capo dello Stato uscente Lula, il quale aveva già preavvisato di non voler partecipare per lasciare tutto lo spazio – in questa giornata storica per il Partido dos Trabalhadores – proprio a Dilma. «Saluto Lula con emozione, il suo sostegno e la sua saggezza. Un leader appassionato e giusto, so che non sarà mai lontano dal nostro popolo», ha detto Dilma, che nel pronunciare queste parole si è più volte emozionata, tra gli applausi dei sostenitori del Pt.
Rivolgendosi a «tutti i brasiliani in questa notte così speciale», la Rousseff ha rilevato che le elezioni di ieri «sono una dimostrazione dei progressi democratici del Brasile, per la prima volta sarà guidato da una donna. Il mio primo impegno è quindi proprio questo, quello di onorare la fiducia ricevuto dalle donne e di costruire una società con eguali opportunità per uomini e donne: questo – ha sottolineato – è un principio chiave della democrazia».
Rilevando un altro «impegno» della sua presidenza, l’erede di Lula ha sottolineato di voler «valorizzare la democrazia in tutte le sue dimensioni», lavorando così per dare ai brasiliani «una serie di diritti chiave, dall’alimentazione, ad una dimora degna e alla pace sociale», impegnandosi inoltre a «combattere la droga».
«Sarò presidente di tutti i brasiliani ed estendo la mia mano ai partiti dell’opposizione», ha concluso Dilma, sottolineando «l’incredibile capacità di creazione del nostro paese», rilevando inoltre i risultati raggiunti da Lula, che nei suoi anni di governo ha tra l’altro «dato al paese una grande mobilità sociale».
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01 novembre 2010
fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=125011&sez=HOME_NELMONDO
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CENTRODESTRA La Lega: “Rivolta contro il governo tecnico”. Berlusconi: “Se mollo faccio un danno all’Italia”

Maroni l’imprudente dichiara che sul caso Ruby tutto è stato fatto secondo le regole e, guarda caso, i fatti lo smentiscono. E sempre, guarda caso, l’ex questore di Milano Indolfi viene ‘promosso’ tamburo battente alla carica di Prefetto, proprio da Maroni.. Collegare l’ingerenza di B. a tale improvvida manovra di Maroni, senza prove, non è lecito. Ma certo è che il sospetto resta. E forte.
LEGGI
Ruby, interrogato l’ex questore Indolfi il 9 ottobre era stato promosso
La denuncia del Popolo viola sulla promozione
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CENTRODESTRA
La Lega: “Rivolta contro il governo tecnico”
Berlusconi: “Se mollo faccio un danno all’Italia”
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La vignetta di Gianni Carino
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Il premier: “Mi auguro che l’Udc ci dia l’appoggio esterno”. I finiani: “Non esiste un Berlusconi privato”

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ROMA – Nel giorno del suo diciottesimo compleanno Ruby, la giovane marocchina al centro dell’ultima inchiesta scandalo condotta alla procura di Milano, 1 tace. Parla invece Silvio Berlusconi, tramite le ennesime anticipazioni del libro di Bruno Vespa. “Una mia defezione procurerebbe danni seri al centrodestra e a tutto il Paese” assicura il premier. Che lancia un messaggio all’Udc, di cui gradirebbe “un appoggio alla nostra maggioranza e al governo. Mi auguro che Casini ci pensi”.
Al conduttore di Porta a Porta, il presidente del Consiglio torna a ripetere la carta del “sacrificio personale” a cui si sottoporrebbe per il bene del Paese: “Non sono mosso da ambizioni politiche, a volte gli impegni sono disumani, ancorché sia aiutato nella quotidianità dell’azione di governo da quella straordinaria persona che è Gianni Letta, ma sto qui per senso di responsabilità”. Ed ancora: “So bene che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili, ma credo che se dovessi ritirarmi ora mancherei a un mio dovere e perderei la stima dei tanti italiani che mi hanno dato la loro fiducia”
Sul fronte politico, intanto, le acque restano agitate. Con l’ombra di un governo tecnico che si allunga sull’esecutivo. Soprattutto dopo le parole pronunciate da Fini sul caso Ruby. Eventualità che la maggioranza vede come il fumo negli occhi: “Spero che quelle del presidente della camera siano solo battute. Ma se qualcuno provocasse una crisi di governo l’unica via sarebbe quella del voto” dice il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.
Ultimativi i toni del Carroccio. “Macché governo tecnico, macché Lega interessata a un governo tecnico! Io sono preoccupato che qui, profittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei fighetta, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti. Ma se c’è colpo di Stato la rivolta del popolo è legittima” sbotta il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli.
Ma proprio dai finiani arriva un nuovo affondo. “Chi dice che bisogna parlare solo delle cose da fare o fatte da questo governo, fa finta di non capire che Berlusconi non è, non può essere, ‘Berlusconi Silvio’ privato cittadino. Sarebbe bello per lui ma non è così – dice Filippo Rossi su Ffwebmagazine, periodico online di Farefuturo -. Qualsiasi cosa voglia essere l’uomo di Arcore, gli italiani, tutti gli italiani, sono comunque coinvolti. Ed è per questo che parlare di Berlusconi è fare la cosa giusta”.
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01 novembre 2010
fonte: http://www.repubblica.it/politica/2010/11/01/news/ghedini_ruby-8634588/
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Iraq, 55 morti e 70 feriti nell’attacco alla chiesa siro-cattolica di Bagdad
Iraq, 55 morti e 70 feriti nell’attacco alla chiesa siro-cattolica di Bagdad
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Al Qaeda rivendica l’attacco: mujaheddin in collera hanno effettuato il raid in uno dei rifugi osceni contro l’Islam
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BAGDAD (1 novembre) – Almeno 55 persone hanno perso la vita e 70 sono rimaste ferite nel massacro avvenuto ieri nella chiesa siro-cattolica Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, dopo il blitz delle forze irachene per liberare i fedeli presi in ostaggio da al-Qaeda. Ma il bilancio dei morti potrebbe salire ancora a causa delle gravi ferite riportate dalle vittime, ha spiegato all’agenzia tedesca Dpa, Pascal Warda, membro della comunità siro-cristiana.
Secondo quanto riferiscono fonti locali, tra i morti si sono anche due preti, uno dei quali sarebbe stato colpito da uno sparo di arma da fuoco di un terrorista. Tra le vittime anche dieci donne ed otto bambini. Quanto ai morti tra i terroristi, il capo della sicurezza di Baghada, Qassem Atta, ha parlato di otto militanti. Per liberare gli ostaggi i terroristi chiedevano il rilascio entro 48 ore di donne musulmane che secondo loro erano tenute segregate nei monasteri copti in Egitto. L’Organizzazione per lo Stato islamico in Iraq, braccio iracheno di al-Qaeda, ha rivendicato l’attentato in un comunicato posto su un sito islamista, in cui avverte che quello di ieri è solo il primo di una serie di attentati contro i cristiani che vivono in Iraq.
Un gruppo iracheno legato ad Al Qaida, lo Stato islamico dell’Iraq (ISI), ha rivendicato l’attacco di ieri a una chiesa cattolica di rito orientale a Baghdad. «Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah – si legge in un comunicato del gruppo terrorista – ha effettuato un raid su uno dei rifugi osceni dell’idolatria, che era stato sempre usato dai cristiani dell’Iraq come quartier generale per la lotta contro la religione dell’islam e il sostegno a quelli che combattono questa religione».
«Un’assurda» e «feroce violenza» contro «persone inermi»: così Papa Benedetto XVI ha definito oggi la strage avvenuta ieri in una chiesa siro-cattolica di Baghdad, dove un gruppo di terroristi ha preso in ostaggio i fedeli e i preti durante la messa domenicale e , nel successivo blitz della polizia, sono morte 30 persone e 50 sono rimaste ferite. Un giovane prete è stato ucciso sull’altare.
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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=125010&sez=HOME_NELMONDO
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Bunga bunga, la Boccassini interroga su Ruby l’ex questore di Milano
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Bunga bunga, la Boccassini interroga su Ruby l’ex questore di Milano
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L’ex igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti, ora deputato regionale in Lombardia..
Il Corriere pubblica una foto della ragazza con Fabrizio Corona. Fini: “Se la storia è vera, Berlusconi si dimetta”. Il premier: “Non ci penso”
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Quante e quali telefonate – si chiede, tra l’altro la Boccassini – errivano da Palazzo Chigi?
Oggi Ruby compie 18 anni
Fini: “Se il caso è vero, Berlusconi si dimetta”
Berlusconi: “Non mi dimetto”
Maroni ieri ha detto che tutto era in regola, ma…
Il Pm aveva deciso che Ruby andasse in una casa protetta
Fini: “Sono amareggiato, l’Italia fa brutta figura”
Il Corriere della Sera, intanto, parla di due telefonate partite per Ruby da Palazzo Chigi: una del presidente del Consiglio e una del suo caposcorta. E rivela che a Ruby era stato lasciato il cellulare.
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01 novembre 2010
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Caso Ruby, il capo della comunità egiziana vuole denunciare Silvio
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Pronta una manifestazione di protesta per le parole su Mubarak. Ma anche un’azione legale, con l’accusa di diffamazione
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di Alessandro D’Amato (Gregorj)
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Lo scrive il giornale egiziano Al-Masry-Al-Youm: Adel Amer, presidente dell’associazione egiziani del Lazio (una comunità con 15mila iscritti) vuole denunciare il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi perché ha cercato di spacciare la marocchina Karima El Marough alias Ruby Rubacuori per nipote del presidente Mubarak.
LA STORIA - Della storia parla anche il Corriere della Sera, che riporta le parole di Adel Amer: “Mubarak va rispettato. E’ un uomo corretto e perbene. Per noi non è accettabile mettere in questa situazione il capo dello Stato”. Sul sito internet però si dice anche altro:
Amer ha dichiarato di voler citare in giudizio Berlusconi con l’accusa di diffamazione. Nei prossimi giorni, Amer intende inviare una lettera di protesta al presidente italiano Giorgio Napolitano, ha aggiunto. Amer ha continuato a dire che, se necessario, i membri della comunità egiziana di Roma metterà in scena una protesta davanti al palazzo presidenziale italiano per esigere scuse ufficiali al popolo egiziano.
Mentre il Corriere ricorda anche che a Parigi nel maggio 2009 una malattia uccise una nipote di Mubarak.
“IN NESSUN PAESE DEL MONDO” – Quanto fatto da Berlusconi, riporta ancora il Corriere, secondo Adel Amer “non è stato mai compiuto da nessuno al mondo”. E anche se il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato che “Il caso Ruby non ha inciso negativamente sulla capacita’ dell’Italia di dire la sua in modo importante al Consiglio europeo di venerdi’ quando si sono decise le nuove misure di stabilita’ finanziaria”, e ha aggiunto che le cancellerie straniere non fanno domande sul caso Ruby, spiega Frattini, chiedono, invece, “informazioni sulle possibili elezioni anticipate, sugli strappi di mezza estate della maggioranza. Chiedono conto del continuo stillicidio che riguarda la stabilita’ di Governo, che e’ un valore per un Paese”, la situazione con l’Egitto sarebbe comunque tesa. Secondo molti, il rischio sarebbe la convocazione dell’ambasciatore italiano al Cairo per chiedere ufficialmente spiegazioni, oppure – e sarebbe molto più rumoroso – con una dichiarazione ufficiale di richiesta di spiegazioni al governo italiano da diffondere attraverso i media. E così il caso internazionale sarebbe servito.
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01 novembre 2010
fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/92310/caso-ruby-capo-della-comunita/
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Per la Fiat ottobre rosso: le vendite crollate del 39,5% / L’ANALISI DI 7 ANNI FA – Fiat: storia di un management orientato al fallimento
Per la Fiat ottobre rosso
le vendite crollate del 39,5%
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La Federauto, l’associazione dei concessionari, ha diffuso i dati sull’andamento del mercato. Il gruppo del Lingotto in calo di oltre 10 punti più della media di tutte le marche e quasi il doppio rispetto ai marchi stranieri
L’Ad della Fiat Sergio Marchionne
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ROMA – Il gruppo Fiat, inteso come Fiat, Alfa e Lancia, segnerà ad ottobre un calo delle vendite del 39,5%, ben oltre il -29% dell’intero mercato dell’auto. Lo prevede Federauto 1, l’associazione che raggruppa i concessionari di tutti i brand commercializzati in Italia, fornendo dati più dettagliati rispetto alle previsioni diffuse già ieri. “I marchi esteri, tutti insieme, contengono le perdite a un -22,9% circa”, ha detto il presidente di Federauto.
Piero Carlomagno, presidente dell’Unione Concessionari del Gruppo Fiat (UCIF) ha commentato: “è vero, in questo momento siamo in difficoltà, è sotto gli occhi di tutti. I fattori sono molteplici e articolati. Però Fiat sta ponendo in atto delle strategie volte a riconquistare il terreno perduto. Con un po’ di pazienza arriveranno i nuovi modelli previsti dal piano industriale, ma stiamo già lavorando, con la Casa, per trovare nuove strategie, nuove iniziative, e ridisegnare le regole della distribuzione. Anche il cambio di management, con l’inserimento del nuovo amministratore delegato Andrea Formica, va in questa direzione”.
Proprio la mancanza di nuovi modelli è la critica che viene da più parti espressa all’Ad del Lingotto, Sergio Marchionne, artefice dell’imminente spin-off del gruppo in Fiat SpA e Fiat Industrial. Al prossimo Salone dell’auto di Ginevra, in programma dal 3 al 13 marzo 2011, i modelli che Fiat metterà in vetrina saranno la nuova Lancia Ypsilon, la 300C e la Grand Voyager, due modelli Chrysler che in Europa saranno targati Lancia. Nel 2011 Fiat lancerà sul mercato, entro il primo semestre, la nuova Ypsilon, il nuovo Jeep Grand Cherokee nella versione diesel, il lifting della Jeep Wrangler e Jeep Patriot e il Suv Dodge Journey, che verrà battezzato con un nuovo nome e sarà targato Fiat. Dalla seconda metà del 2011 sarà la volta della 300C e della Grand Voyager e, dulcis in fundo, la nuova Panda prodotta a Pomigliano. Non passa inosservata, naturalmente, l’assenza di nuovi modelli Alfa Romeo, per i quali bisognerà aspettare il 2012. Sempre che, come ammoniscono alcuni osservatori del settore, “non vengano annunciati altri rinvii, per esempio per il Suv Alfa”, attualmente previsto al 2012.
Commentando il risultato di ottobre in Italia per le case estere Adolfo De Stefani Cosentino, presidente dei concessionari Mercedes (UCISM), ha rilevato: “se devo esaminare la situazione dei marchi premium, noi perdiamo meno perché avevamo già subito una forte contrazione negli anni precedenti. Per cui, nello specifico, ci parametriamo con un 2009 che già era stato avaro nei nostri confronti. Sui marchi premium pende sempre il problema irrisolto della fiscalità delle auto aziendali, completamente fuori linea rispetto agli altri paesi europei. Se il governo sistemerà questa anomalia, le aziende torneranno a svecchiare i loro parchi auto con indubbi vantaggi per l’ambiente, la sicurezza, l’occupazione del nostro comparto e le tasse incassate dallo Stato. Un meccanismo virtuoso dove tutti uscirebbero vincenti”.
L’automobile in Italia, sommando costruttori, concessionari e indotto impiega circa un milione di addetti e la debacle del mercato avrà “pesanti ripercussioni sul settore”, afferma il presidente di Federauto, Filippo Pavan Bernacchi, che precisa che “l’auto incide per il 20% del Pil” nel nostro paese. Pavan Bernacchi rileva “di aver chiesto già il 5 ottobre un incontro urgente al nuovo ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, ma la nostra voce resta per ora inascoltata”.
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01 novembre 2010
fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/11/01/news/vendite_di_ottobre_per_la_fiat_-39_5_-8636945/?rss
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Questa l’analisi che si faceva 7 anni fa..
Fiat: storia di un management orientato al fallimento
Mario Rosso spiega il clamoroso fallimento manageriale della Fiat, ovvero come praticando il quality management al contrario l’azienda sia arrivata al fallimento
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Il cosiddetto «caso Fiat» è stato negli ultimi giorni oggetto di ogni tipo di commento. E ben lo merita, per la gravità della crisi, le sue dimensioni e l’impatto sull’economia, sugli equilibri di potere, per la straordinaria complessità di qualsiasi piano di intervento, e per l’apparente rapidità e imprevedibilità di questo livello di disastro.
Perché di disastro si tratta, come sa chi ha seguito dall’interno dell’azienda, o da posizioni molto vicine al management e ai meccanismi decisionali, l’incredibile sequenza di errori, superficialità, mistificazioni, che hanno portato in quattro, cinque anni, la Fiat a questo punto.
Mi sembra che nei commenti e lamenti che stanno accompagnando questa storia italiana, quella che continua a mancare sia una serena critica e autocritica di come e perché questo è accaduto, e almeno una piccola riflessione su come fare per evitare che accada ancora.
Intanto, gli attori di questo dramma sono diversi: in prima approssimazione almeno la «proprietà», poi il management, quindi i politici, i giornalisti, e, non ultimo, il sindacato. Ripercorriamo quindi, senza pretese di scientificità e oggettività, le vicende più recenti.
Con l’uscita di Vittorio Ghidella, e in particolare con quel tipo di uscita violenta, senza l’onore delle armi, Fiat Auto ha perso una leadership insostituibile, non per qualità o doti sovrumane di Ghidella (rimasto non a caso «l’ingegnere» per antonomasia nel lessico dei quadri di Fiat Auto) ma per un raro mix di competenza sul prodotto, di passione, di determinazione, di carisma specifico per quella fase strategica di quella Fiat.
Eppure, per tutta la successiva gestione Romiti, nonostante evidenti debolezze commerciali, la Fiat è riuscita a mantenere una struttura relativamente solida, un’identità operativa che faceva comunque guardare alle difficoltà con preoccupazione, ma con la consapevolezza di avere le risorse per affrontarle.
Dall’uscita di Romiti, comincia una spaventosa accelerazione del declino. Una serie di scelte sugli uomini, sbagliate in modo evidente, spesso ambigue e paralizzanti: Roberto Testore viene nominato amministratore delegato di Fiat Auto e presentato al costernato consesso degli «alti direttori» del Gruppo: «E’ di ottima famiglia, abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare le qualità di suo padre…».
Tuttavia Cantarella, nominato contestualmente amministratore delegato del Gruppo Fiat, manterrà per sé le deleghe relative alla progettazione e allo sviluppo dei prodotti. Questo rende monco e delegittimato il ruolo di Testore, ed espone la Progettazione di Fiat Auto a una totale mancanza di guida, di indirizzi, di sostegno e sicurezza. Stilisti, tecnici, tecnologi sono esposti alle incursioni di Cantarella, che interviene anche su aspetti di dettaglio, modifica il disegno delle maniglie e dei bocchettoni per la benzina, rifiutandosi di ascoltare qualsiasi critica, e intanto si sbagliano alcune delle decisioni fondamentali: la richiesta del Marketing di fare una vettura per città piccola a quattro porte viene bollata come «ignorante», perché «ingegneristicamente sbagliata».
Un anno dopo, il mercato viene invaso dai modelli giapponesi a quattro porte, devastando le quote di mercato Fiat.
Anno dopo anno viene rimandato lo sviluppo di un Suv (Sport utility vehicle), nella convinzione, più volte ribadita, che il consumatore affluente ed evoluto non potrà mai accettare auto sostanzialmente scomode, meno veloci e confortevoli delle grandi berline di lusso (Mercedes, Bmw, Lancia). Si manca totalmente di quel minimo di apertura al mercato, o di disponibilità a imparare, che consentirebbe al management di aprirsi ai nuovi modelli di consumo.
Tutti capiscono che il boato che viene dalla folla prelude a una rivolta, e non a un trionfo. Tranne l’imperatore, che parla di programmi e obiettivi impossibili, che nessuno gli contesta con i fatti, tantomeno una corte delusa e intimorita. Intanto Rover, Toyota, Chrysler, Gm si incuneano nel nuovo segmento (ad alta profittabilità), lo fanno crescere e lo occupano in modo irreversibile.
World car
Ma vogliamo parlare di globalizzazione? Anzitutto, ancora, sul prodotto. Alla prima dichiarazione sullo sviluppo di una world car, cioè di un modello medio economico sostanzialmente uguale per il pubblico meno abbiente dei Paesi evoluti e per le nuovi classi medie delle nazioni in sviluppo (Sud America, India, Cina, Est Europa), i grandi concorrenti gongolano. E’ infatti noto a tutti che i tentativi finora compiuti (principalmente da General Motors e da Renault) hanno dimostrato che si tratta di un’idea fallimentare dal punto di vista del marketing. Un’ossessione di ottimizzazione ingegneristica non vuole o non sa tener conto del fatto che bisogni e percezioni dei consumatori sono ancora in fasi troppo diverse per poter essere soddisfatte da un’offerta identica e venduta come identica.
Inoltre la necessità di standardizzare costringe all’allineamento delle soluzioni tecniche e di design verso il basso, dando vita a uno dei modelli meno riusciti degli ultimi anni, la Palio, superata in negativo solo dalla Duna, che rialimenta così l’aneddotica deteriore sulla qualità del prodotto Fiat, cui in gran parte risale la distruzione di valore del marchio operata negli ultimi anni.
Ma, a parte il prodotto, con quale cultura si vuol fare la globalizzazione? Pochi esempi.
In India
Si deve costruire uno stabilimento in India. I manager della società locale predispongono progetti e piani tramite società di ingegneria e di costruzione indiani; infatti essi conoscono normativa, prassi, esigenze locali di chi concretamente ci lavorerà, e sanno come sveltire i lavori e risparmiare.
Ma al momento di partire con la costruzione, arriva un diktat: bisogna utilizzare la società interna di Fiat, Fiat Engineering, all’interno ribattezzata Fiat Geometring per la sua burocrazia, costi alti e rigidità di soluzioni. Risultato: ritardo di sei mesi, costi più alti del 35%, soluzioni organizzative e strutturali che niente hanno a che fare con le modalità operative locali. A un timido accenno a questi e altri problemi operativi, nel corso di un incontro di Progress Report, si replica con rabbioso fastidio: «Ma vi rendete conto della soddisfazione di aver sentito parlare piemontese in India?».
Allo sgomento gruppo di manager che assiste alla scena rimane solo l’amara consolazione di aver capito, forse prima di altri, uno dei motivi dell’inevitabile insuccesso Fiat: perché dietro «Gianduja a Bangalore» (come viene immediatamente soprannominata questa filosofia di globalizzazione), sta non solo una svuotata riedizione della vecchia teoria della «one best way», ma una sua interpretazione provinciale e arrogante, installata e radicata su un sistema di potere che non si riesce a scuotere.
A gestire gli organici della nuova società in India viene inviata una responsabile del personale piemontese che non parla inglese.
Argentina
Un altro semplice esempio: a metà degli anni ’90, improvvisamente, prende corpo la decisione di investire in un nuovo stabilimento per la produzione di automobili in Argentina. Non un solo elemento delle analisi conforta questa decisione, anzi. I vecchi manager Fiat Auto, al solo sentire il nome «Argentina», rabbrividiscono: ricordano ancora con preoccupazione le storie della precedente avventura argentina di Fiat Auto: volatilità del mercato, corruzione, problemi sociali, sequestri di persona: un fallimento ben presente nella memoria.
Inoltre tutti sanno che la capacità produttiva installata in Brasile è più che sufficiente a soddisfare le necessità dell’Argentina, anche perché il Brasile è ben noto per le sue accentuate ciclicità, e quindi si presta bene a espansioni e contrazioni della capacità produttiva. Nonostante tutto – e malgrado gli altri «Capi Settore», che si tenta di coinvolgere nella avventura, facciano una rabbiosa resistenza e opera di dissuasione (Giancarlo Boschetti per Iveco e Riccardo Ruggeri per New Holland) – il processo decisionale va avanti inarrestabile, tra la sfiducia e lo scoraggiamento generale.
Oggi le attività argentine sono letteralmente un cumulo di macerie. I veri numeri non si sapranno mai. Ma come minimo, parlando solo dei costi diretti, si possono approssimare per difetto a duemila miliardi di vecchie lire di perdite, tra investimento iniziale (mille miliardi?) e perdite dei successivi tre anni (altri mille?).
Outsourcing
Intanto all’interno di Fiat Auto procede a grandi passi una politica di outsourcing sbagliata: si spezzetta il ciclo operativo e produttivo in decine di segmenti che vengono venduti all’esterno, appaltati a specialisti o fornitori. Prima tocca a logistica, trasporti e manutenzioni. Poi si passa alle fasi del ciclo produttivo: stampaggio, verniciatura. Così la complessità aumenta invece che diminuire, si perde il controllo della catena del valore, i dipendenti della Fiat Auto passano da 85.000 a 25.000.
Questo processo, che richiede rigorose procedure sindacali, passa totalmente ignorato da tutti: il sindacato, ipnotizzato dalla faccia di Gorgone del nome Fiat, o ricattato dalla logica del male minore, o malamente coinvolto, o semplicemente incapace e inadeguato (ricordo che gran parte di questo disastro avviene durante il governo del centrosinistra) si affanna a salvare l’albero mentre si distrugge la foresta; contratta le «garanzie» ad ogni spin-off, mentre è chiaro a tutti che è l’intero apparato aziendale a scivolare verso il collasso.
E il management? Viene sistematicamente sottoposto a un processo di «omologazione», tramite la marginalizzazione del diverso, la criminalizzazione del dissenso e il controllo/restringimento delle deleghe operative. Si verifica il ben noto processo di involuzione per cui i problemi nati da errori di eccessivo accentramento cominciano a richiedere una gestione di emergenza, che a sua volta legittima un ulteriore accentramento del potere, potere che però finisce nelle stesse mani del gruppo che ha generato i problemi.
E che dunque non può riconoscerli, ma anzi è portato a ripeterli. Se un gruppo di manager in qualche modo si distingue, l’intervento è immediato ed esemplare.
Guardate il caso New Holland, il Settore Trattori e Macchine Movimento Terra. Ho il privilegio di aver fatto parte di un management un po’ fuori schema – e anche meno «sotto controllo» della Corporate perché localizzato a Londra – che si è reso protagonista di una delle svolte più straordinarie, portando l’azienda da una situazione pre-fallimentare a una posizione di profitto netto di 600 milioni di dollari in tre anni (sulla vicenda, che costituisce uno dei casi di studio della Bocconi, è stato scritto un libro).
Ebbene, questo gruppo di manager – realmente internazionale e globale avendo gestito per sette anni all’estero – invece di essere valorizzato e utilizzato per risanare altre situazioni critiche, viene brutalmente spazzato via e disperso, per l’unica colpa, in realtà, di non essere omogeneo, organico, allineato al nuovo vertice. Tre anni dopo la stessa New Holland, divenuta Cnh Case New Holland dopo la sciagurata acquisizione dell’americana Case, sarà di nuovo sull’orlo del baratro. Quanto altro valore distrutto, tra denaro, asset, professionalità e motivazione?
Fin qui la storia, alcune storie. Ma perché è successo tutto questo, e come è potuto succedere? E soprattutto: come possiamo almeno diminuire la possibilità, se non evitare, che accadano cose simili in futuro?
Non credo che dal caso Fiat si possano derivare insegnamenti e regole astratte, perché le motivazioni e le diagnosi devono fare riferimento alla specifica storia e alle condizioni politiche culturali ed economiche in cui la vicenda si è svolta: ma forse qualche indicazione generale può essere tratta.
Appena nominato, il nuovo presidente Fresco visitò in modo informale varie sedi del gruppo, incontrando parecchi alti manager. E a tutti usava fare la stessa domanda: «Quali sono secondo Lei i tre principali punti deboli della Fiat?».
Colpa del cliente
Ebbene, a più di quattro anni, posso ripetere la stessa risposta che gli diedi allora, con l’amara consapevolezza che nulla è stato fatto e che anzi forse oggi c’è qualcosa da aggiungere. Ecco, in estrema sintesi:
Una cultura d’azienda abissalmente lontana dal cliente, e di chi lo rappresenta, cioè la rete commerciale, mai ascoltata e sempre disistimata. La carenza di adeguata formazione commerciale, marginalizzazione degli uomini di vendita e di marketing nelle carriere interne, ideologia monopolistica e specialmente la dominanza del «pregiudizio ingegneristico», cioè la convinzione diffusa e radicata che il «saper fare» il prodotto risiede nella competenza progettuale e tecnico-produttiva, che sa sempre, prima e meglio del cliente, come si fa una buona macchina. Se poi il cliente non capisce, e compra un’auto della concorrenza, peggio per lui, rimarrà ignorante.
Avanti, Savoia
L’esperienza dimostra che molto sovente i fattori di successo di una certa fase possono rapidamente trasformarsi, al variare delle condizioni di mercato, in zavorre mortali. Ebbene, il radicamento piemontese di Fiat è stato per anni un elemento straordinario di forza: laboriosità, frugalità, obbedienza e rispetto per la gerarchia, precisione e talento per la meccanica, conservatorismo e rifiuto del rischio, pragmatismo e riservatezza, sono stati gli elementi di forza distintivi su cui si è creata e sviluppata la fortuna del Gruppo.
Per non parlare dell’eccellenza di un management della cui formazione il Gruppo Fiat è stato la vera «accademia italiana» negli anni ’70 e ’80, in linea con la locale tradizione culturale e universitaria.
Ma poi, rapidamente, tutto cambia: il mercato si apre, il sistema politico cessa di essere un riferimento affidabile, è necessario competere all’estero, e le doti si rivoltano nel proprio contrario. La riservatezza diventa diffidenza, e non aiuta la multiculturalità; il conservatorismo diventa opposizione al diverso; frugalità e rifiuto del rischio limitano la visione e la volontà di investire nel futuro; fedeltà e rispetto della gerarchia diventano subordinazione, acquiescenza, passività e rinuncia.
Lo straordinario asset costituito da una tecnostruttura capace, fedele e laboriosa viene così, non gestito, lasciato degradare, e quasi ormai dissolversi. Il gruppo di potere, invece di correggere la deformazione, la accentua. All’inizio del ’98 quasi il 70% dei vertici del Gruppo e dei principali settori erano piemontesi, e di questi l’80% di una ristretta area della regione, compresa tra le province di Cuneo e Asti.
E pensare che da anni qualcuno dibatteva il tema di un giusto mix intercontinentale di management!
Poco ascolto
Una delle caratteristiche del «caso Fiat», e che lo rende in un certo senso più inesplicabile di altre crisi aziendali, è il suo essere, in modo clamoroso, un disastro annunciato. Se infatti si riguarda l’andamento economico e di mercato della Fiat balza agli occhi un’alternanza vistosissima tra fasi di successo e profittabilità e momenti di crisi e perdite. Fatto ancora più significativo, i periodi di alternanza si accorciano sempre di più, fino alla crisi attuale. Il vertice sembra aver perso ogni capacità (o volontà?) di leggere e capire ciò che succede, e gestisce «per crisi», cioè affannosamente re-agisce solo quando i sintomi del problema hanno talmente superato il livello di guardia (e di dissimulabilità) che sono innegabili.
E allora casse integrazioni, mobilità, outsourcing, rottamazioni, prepensionamenti di centinaia di dirigenti e migliaia di tecnici e quadri, progetti di riduzione costi, work-out, campagne d’opinione sul problema della competitività del sistema Italia (come se all’estero si stessero mietendo chissà quali successi), e specialmente belle campagne di disinformazione, sostenute dall’allegro e disincantato opinionismo dei giornalisti amici, succubi di molti fascini, sempre pronti a spiegare alla pubblica opinione perché la colpa è dei giapponesi, del sistema Italia, del sindacato, qualche volta del governo, ma mai del vertice del gruppo, del management, e meno che mai della proprietà, intoccabile icona italiana.
Ma tutto questo succede anzitutto perché nella rocca di Corso Marconi, e poi di Lingotto (dove si sono ricostruiti, se possibile in modo ancora più oppressivo, i simboli di un potere imbalsamato nel proprio passato: corridoi marmorei, sale riunioni obitoriali, ferrea divisione tra reparti e uffici, atmosfera di intimorita rassegnazione…) nulla può essere detto di ciò che realmente accade all’esterno. La critica non è ammessa, l’evidenziazione dei problemi è vista, e quindi sanzionata, come aggressione al potere legittimo, che si circonda sempre più di ex professionisti, trasformati in ciambellani compiacenti, o, nei casi migliori (e ce ne sono stati tanti) statue silenti impegnate, quasi di nascosto, a salvare il salvabile.
Ma non è solo un problema di stile manageriale: è l‘intero sistema di funzionamento dell’azienda a scoprirsi improvvisamente, anche se tardivamente, inadeguato a fronte della spaventosa accelerazione dei ritmi di cambiamento e del tasso di complessità nella gestione del settore.
Il management Fiat, infatti, ha «mancato» completamente la grande stagione di cambiamento delle tecniche e delle culture manageriali che ha investito, stravolto e rigenerato la grande industria e tutte le migliori aziende mondiali a partire dalla prima metà degli anni ’80. Quel «new management system» che – partendo dalle parole d’ordine delega-decentramento, process based company, informatizzazione estrema, ossessione per il cliente, attenzione totale alla qualità e motivazione delle risorse umane, networking, integrazione delle componenti del modello giapponese, miglioramento continuo, logistica integrata, e, specialmente, qualità – è diventato e si è consolidato come il modello di successo di tutti i competitor mondiali, attraverso interventi seri, continui e coerenti, volti a cambiare radicalmente il modo di essere, gestire e competere: un grande cambiamento anzitutto culturale, in Fiat mille volte proclamato e celebrato, ma mai realizzato.
Difficile sintetizzare le ragioni di un così totale fallimento, sapendo che molti, all’interno, hanno in buona fede singolarmente creduto a questi piani di cambiamento. I motivi sono complicati, e l’amara verità è che la mancanza di fiducia nella possibilità di fare collettivamente grandi cambiamenti, insomma l’incapacità di «credere», è una delle principali debolezze della cultura manageriale italiana.
Comunque alla Fiat, sarà stata mancanza di maturità direzionale del vertice, scarsità di risorse al momento dei grandi investimenti formativi, scetticismo e superficialità. Fatto sta che ci si è trovati ad affrontare una poderosa guerra di battaglie campali con il solito moschetto 91 e le scarpe di cartone.
Una El Alamein manageriale annunciata, e nemmeno combattuta con l’eroismo dei poveracci.
Attuale direttore generale dell’Ansa, Mario Rosso (57 anni), ha gestito persone, ristrutturazioni, affari internazionali per venticinque anni nel Gruppo Fiat dove è stato per dieci anni alla Direzione personale e organizzazione di Gruppo e ha passato la parte più importante della sua vita professionale all’estero. Laureato in Filosofia a Torino, dopo un periodo a Pittsburgh, è stato capo del personale di Fiat Componenti e in seguito ha ricoperto lo stesso incarico alla Rinascente. Dal ’92 al ’98 ha fatto parte del vertice di New Holland (la società di trattori e macchine movimento terra nata dalla fusione di Fiat Trattori e Ford-New Holland), prima come responsabile delle risorse umane e poi nell’ambito della pianificazione strategica. In questo periodo, da Londra, ha gestito direttamente la ristrutturazione della multinazionale (un caso di successo a livello mondiale), la fusione delle strutture e del management e le partnership in Europa, Cina, India e Messico. Per tre anni, dal ’99 al 2001, è stato responsabile delle risorse umane del gruppo Telecom Italia e per un anno è stato direttore generale di Tiscali.
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Newsletter di Mario Pagliaro, 10 marzo, 2003
fonte : http://www.qualitas1998.net/qualityreport/caso_fiat.htm
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La storia dell’arciere Cesare Zoncada: Medaglia d’oro dopo l’artrite reumatoide
GRAZIE ALLA DIAGNOSI PRECOCE
Medaglia d’oro dopo l’artrite reumatoide
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La storia dell’arciere Cesare Zoncada: da non poter muovere neanche un dito al podio italiano, in sei mesi
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| Cesare Zoncada |
MILANO – Cesare non può fare a meno della forza nelle braccia. È un arciere, gareggia da anni nel campionato italiano della Federazione Italiana Arcieri Tiro di Campagna: uno sport in cui si simulano battute di caccia dove gli atleti camminano per 5 chilometri, dalle nove del mattino fino al pomeriggio, tirando a finti animali come bersagli. «Ogni volta che si tende l’arco le braccia sostengono 24 chili – spiega Cesare Zoncada -. Oggi posso farlo, sono di nuovo al 90 per cento delle mie possibilità. Ma quando la malattia mi ha colpito non ero più capace di alzare un dito».
CALVARIO – La malattia è l’artrite reumatoide. Si è affacciata nella vita di Cesare nel 2005, durante i campionati italiani FIARC dell’agosto di quell’anno, quando lui aveva 56 anni e vinceva il suo primo oro. «La prima volta sono rimasto bloccato mentre mi allacciavo le scarpe: presi solo degli antidolorifici, senza dare troppo peso al fatto – dice Cesare -. Poi però i dolori non passavano, la febbre andava e veniva; a ottobre un dolore fortissimo al polpaccio, che saliva su fino all’anca, prima a destra poi a sinistra. Non mi muovevo più, a novembre mi si bloccarono anche le braccia. Mi sembrava che la mia vita fosse finita, non potevo fare più niente». L’arciere pensò che fosse tutta colpa del ginocchio: vent’anni prima si era operato al menisco e temeva che i problemi di quel terribile autunno dipendessero da qualche guaio ortopedico. Aveva già fissato l’operazione per inserire una protesi al ginocchio per l’inizio del 2006 quando, a fine anno, smise di muovere perfino le dita: Cesare aveva perso 17 chili, era l’ombra di se stesso e capiva che nessuno, ancora, aveva riconosciuto il suo male.
DIAGNOSI – Poi la svolta: Cesare decise di andare dai reumatologi dell’ospedale di Magenta, in provincia di Milano, e lì venne ricoverato. In breve, arrivò la diagnosi: artrite reumatoide. «Appena finiti gli esami iniziai le cure: ogni giorno facevo qualche metro in più – racconta Cesare -. Dovevo avere pazienza e soprattutto voglia di guarire, così mi sono aggrappato ai miei sport preferiti, la bici e l’arco. Mi ci sono voluti sei mesi per migliorare, un passetto alla volta, ricominciando pian piano a muovere le dita, le braccia, le gambe». Ad agosto, di nuovo i campionati. Erano passati poco più di sei mesi dalla diagnosi e dall’inizio delle terapie, ma Cesare voleva capire come reagiva il suo fisico: si è rimesso in gioco e ha vinto il suo secondo oro. Oggi è tornato a vivere quasi come prima e può praticare il suo sport: continua a vincere, poche settimane fa si è guadagnato la medaglia d’argento ai campionati italiani della sua specialità. Tutto merito della diagnosi precoce, come spiega il suo medico, Magda Scarpellini della Divisione di Reumatologia dell’ospedale di Magenta: «Fino a pochi anni fa chi aveva una malattia reumatica era in qualche modo costretto ad accettare il fatto con rassegnazione. Oggi con la diagnosi precoce e i nuovi farmaci possiamo fare molto, se interveniamo presto: riusciamo infatti a limitare i danni e rallentare la progressione della malattia, migliorando la qualità della vita attuale e garantendo quella futura. Tutto a patto di riconoscere presto i sintomi: nel nostro ospedale abbiamo creato “autostrade” preferenziali per i malati reumatici, formando i medici di medicina generale in modo che ci segnalino subito i casi sospetti e facendo sì che questi pazienti arrivino da noi con il minimo di passaggi burocratici».
DECALOGO – «Ovviamente – prosegue Scarpellini – è importante che i pazienti stessi facciano attenzione alla comparsa di indizi di malattie reumatiche: esiste un “decalogo” che può aiutare tutti a capire se i propri sintomi devono essere riferiti a un reumatologo». Sono indicativi di qualcosa che non va, per esempio, dolori e gonfiori alle articolazioni di mani e polsi che durano da più di tre settimane o una rigidità articolare che al mattino persiste oltre un’ora dal risveglio; da tenere d’occhio anche i gonfiori o gli arrossamenti delle articolazioni in assenza di traumi, la sensazione di secchezza di occhi e bocca associata a dolori articolari o muscolari, lo sbiancamento delle mani in presenza di freddo o forti emozioni; va riferito al medico anche un arrossamento della pelle del viso, peggiorato dall’esposizione al sole e accompagnato da dolori articolari. «Nei giovani le malattie reumatiche possono presentarsi con un dolore tipo sciatica che va e viene, aumenta durante il riposo notturno e si attenua con l’attività fisica – spiega la reumatologa -. Negli over 50 bisogna fare attenzione ai dolori improvvisi a entrambe le spalle e alle anche, soprattutto se si accompagnano a mal di testa e calo di peso; nelle donne in post-menopausa e in chi assume cortisone, è un segnale di malattie reumatiche un dolore alla schiena improvviso dopo uno sforzo o il sollevamento di un peso. Infine, chi soffre di psoriasi dovrebbe stare attento se le articolazioni, la colonna vertebrale o i talloni iniziano a essere doloranti». In tutti questi casi è opportuno parlare dei propri disturbi al medico: potrebbero essere i primi segnali di una malattia reumatica, e riconoscerla presto e bene può fare la differenza fra vivere ancora bene o soffrire ogni giorno per i gesti più elementari.
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Elena Meli
01 novembre 2010
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LA RICERCA – “Alcol più pericoloso dell’eroina, dà dipendenza ed effetti passivi nocivi”
LA RICERCA
“Alcol più pericoloso dell’eroina
dà dipendenza e effetti passivi nocivi”
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Giuseppe Boschetti, Ubriachi – fonte immagine
L’ex consigliere del governo per le droghe e le sostanze nocive insieme ad altri studiosi pubblica su Lancet uno studio dirompente. E chiede ai politici di riclassificare gli alcolici, aumentarne il costo e adottare misure dissuasive simili a quelle usate per il fumo
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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI
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LONDRA – Bere alcolici è socialmente più dannoso che prendere eroina, cocaina o altre droghe. Lo afferma, dati alla mano, un eminente studioso britannico, che fino allo scorso anno presiedeva il gruppo di consiglieri governativi su droghe e sostanze nocive. In una nazione come il Regno Unito, dove l’alcolismo è un problema diffuso ed evidente (basta mettersi fuori da un pub il sabato sera per rendersene conto), l’allarme lanciato dal professor David Nutt, in un articolo per l’autorevole rivisita scientifica Lancet, non dovrebbe rimanere inascoltato. Lo studioso chiede al governo di riclassificare l’alcol tenendo conto della sua maggiore pericolosità sociale, suggerisce di aumentare il costo degli alcolici per dissuadere almeno i più giovani dall’abuso e propone misure per considerare gli effetti dell’alcolismo “passivo”, così come è stato già fatto per il “fumo passivo”.
Non tutti concorderanno con le sue tesi, perché il professor Nutt è uno scienziato che ha già creato controversie e polemiche nel recente passato. Lo scorso anno fu licenziato dal suo ruolo di capo dei consiglieri governativi sulle droghe dopo avere criticato il governo per la decisione di riclassificare la marijuana da droga di livello C a droga di livello B, ovvero più pericolosa. Secondo Nutt, presentarla come una sostanza più dannosa e potente avrebbe avuto l’effetto di attirare un maggiore consumo, mentre di fatto vari studi la descrivevano come non particolarmente nociva, con l’eccezione di un tipo particolare di erba. In un’altra occasione, lo studioso si era attirato critiche per avere scritto in un articolo che la probabilità di morire di ecstasy era pari a quella di morire per una caduta da cavallo, mettendo sullo stesso piano le dorghe chimiche e l’equitazione. I maligni ironizzarono all’epoca sul suo nome, Nutt, che in inglese suona come la parola “matto”.
Le credenziali scientifiche di David Nutt, tuttavia, sono ineccepibili. E all’articolo su Lancet hanno collaborato anche un noto farmacologo, Leslie King, e l’economista Lawrence Philips. Il loro studio afferma che l’alcol è tre volte più dannoso della cocaina o del tabacco e cinque volte più dannoso del mefedrone. Recenti rapporti del National Institute for Health e di altri organismi condividono sostanzialmente questa tesi. Su un massimo di 100 punti, lo studio del professor Nutt ne assegna 72 all’alcol, 55 all’eroina, 54 alla cocaina. In termini di danno individuale, l’alcol è classificato al quarto posto, ma balza al primo quando si tiene conto del danno sociale, ossia non solo del rischio di morte e malattie per chi ne fa uso, ma pure delle implicazioni sociali come conflitti familiari, costi economici, declino della coesione comunitaria. Crimini e disordini sociali legati all’abuso di alcolici costano al contribuente britannico 13 miliardi di sterline (circa 15 miliardi di euro) ogni anno.
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01 novembre 2010
fonte: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/11/01/news/alcol_pericoloso-8632878/?rss
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NON SOLO NAPOLI – San Remo: Discarica chiusa, torna l’incubo-rifiuti
Discarica chiusa, torna l’incubo-rifiuti
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Oggi e domani l’impianto di Vado resterà fermo, mentre la discarica di Collette a Sanremo non ha ancora ricevuto l’autorizzazione allo stoccaggio provvisorio nei fine settimana. Il servizio di raccolta rischia la paralisi, con le strade invase dalla spazzatura
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Il timore, soprattutto a Sanremo, è che finisca come tre settimane fa: con i cassonetti stracolmi e i cumuli di spazzatura anche per strada. L’emergenza-rifiuti continua a gravare sulla Riviera, dopo il travagliato e obbligato avvìo dello smaltimento a Vado Ligure. Oggi e domani, infatti, come in tutti i giorni festivi, la discarica del Boscaccio gestita dall’EcoSavona resterà chiusa. E questa circostanza determinata dal calendario, con l’accavallamento tra la domenica e la ricorrenza di Ognissanti, rischia di portare di nuovo alla paralisi del servizio.
Per 48 ore, ma forse anche di più, gli autocompattatori carichi di spazzatura non potranno scaricare. La chiusura dell’impianto di Vado avrà infatti come conseguenza il blocco della lavorazione dei rifiuti nella discarica di Collette Ozotto della ditta Idroedil in valle Armea, che funziona come stazione di separazione della frazione umida (il 20 per cento, che resta sul posto) da quella secca (l’80 per cento, che viene trasportata a Vado con i bilici) e di trasferimento.
Da ieri mattina alle 11, quando è stato completato l’ultimo viaggio a Vado prima della chiusura della discarica del Boscacccio, gli autocompattatori carichi di rifiuti che arrivano da Sanremo e dagli altri comuni della provincia si fermano all’ingresso di Collette Ozotto: non possono come detto scaricare e riprendere la raccolta in città, perché l’impianto situato sul crinale tra la valle Armea e il territorio di Taggia non ha ancora ottenuto l’autorizzazione allo stoccaggio provvisorio della spazzatura nei fine settimana.
Quando è stato infatti siglato l’accordo tra le parti – Provincia di Imperia e Comuni da un lato, Provincia di Savona e Comune di Vado dall’altro, più la società Idroedil di Carlo Ghiliardi e l’EcoSavona –, si sapeva infatti che la discarica del Boscaccio resta chiusa il sabato pomeriggio e la domenica. E quindi si era deciso che nei week-end l’impianto di Collette Ozotto, pur ritenuto saturo dalla Regione e non più utilizzabile anche dal punto di vista legislativo e giuridico, avrebbe potuto comunque accumulare i rifiuti provenienti dai 67 comuni imperiesi (350 tonnellate al giorno), per poi riprenderne la lavorazione e il trasferimento dal lunedì. Ma ad oggi questo stoccaggio provvisorio risulterebbe non ancora autorizzato, per cui si ripresenta (vista anche la concomitanza con la ricorrenza di Ognissanti) lo scenario del 10-12 ottobre scorsi: quando alla vigilia dell’inizio del trasferimento dei rifiuti a Vado, l’Idroedil aveva chiuso per due giorni Collette Ozotto, giustificandosi con la necessità di effettuare lavori di sbancamento e sistemazione. Le immagini di quei giorni sono ancora ben vivide: i cassonetti e le strade di Sanremo invase di rifiuti, gli autocompattatori pieni e in colonna per ore all’ingresso della discarica, tra la rabbia e l’esasperazione degli autisti. Ci vollero diversi giorni per tornare alla normalità, e adesso c’è il rischio che quell’emergenza si ripeta.
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31 ottobre 2010
fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2010/10/31/AMkbTaCE-discarica_rifiuti_incubo.shtml
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Emergenza rifiuti: la situazione è destinata a peggiorare
Sanremo – “E’ un errore separare l’azione dei tecnici da quella dei politici: bisognerebbe lavorare fianco a fianco” dichiara l’assessore Fera
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Con il «ponte» del primo novembre di mezzo, oggi la situazione dell’emergenza rifiuti è destinata a peggiorare. Perché la discarica di Vado, nuova destinazione della spazzatura della provincia d’Imperia, resta chiusa come in tutti i giorni festivi, mentre quella di Collette Ozotto, in Valle Armea, non può ancora funzionare da punto di stoccaggio provvisorio dopo il congelamento per avvenuta saturazione.
«Purtroppo, sono stato buon profeta: quanto andavo ripetendo da mesi si sta puntualmente verificando – dice con amarezza l’assessore all’ambiente Antonio Fera – E’ un errore separare l’azione dei tecnici da quella dei politici: bisognerebbe lavorare fianco a fianco. Mi dispiace, poi, continuare a leggere o sentire che è sempre Sanremo a creare i problemi maggiori, ma è la città più grande della provincia, con caratteristiche diverse dalle altre, anche per il gran numero di manifestazioni”.
Da “La Stampa”
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01 novembre 2010
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