Archivio | novembre 1, 2010

Parla da una località segreta il pentito di mafia Vincenzo Calcara: “Via D’Amelio, regia esterna” / Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara

Esclusiva de l’Espresso

‘Via D’Amelio, regia esterna’

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Strage Via D’ Amelio 19 luglio 1992 – fonte immagine

“La strage in cui morì Borsellino non fu decisa e attuata solo dai clan. C’era dietro un’entità diversa da Cosa Nostra. Noi l’abbiamo sempre saputo”. Parla da una località segreta il pentito di mafia Vincenzo Calcara

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di Umberto Lucentini

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“Dietro la strage di via D’Amelio non c’è solo Cosa Nostra. C’è anche un’entità esterna alla mafia. E chi sa, oggi, non abbia più paura e parli: ci sono finalmente le condizioni perché si faccia chiarezza fino in fondo sull’attentato del ’92 costato la vita a Borsellino e ai cinque poliziotti della sua scorta”.

Vincenzo Calcara parla da una località del Nord Italia dove vive da ex collaboratore di giustizia. Nel ’91, da affiliato a Cosa nostra, guardò in faccia Paolo Borsellino nel carcere di Favignana e gli rivelò: “Dottore, dovevo ucciderla per ordine della famiglia mafiosa di Castelvetrano”. Calcara era un “soldato” del clan di Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo, il super-latitante oggi al vertice di Cosa nostra e protagonista della stagione delle bombe del ’92-’93. Calcara decise di collaborare con la giustizia, chiedendo di parlare proprio con Borsellino, perché si rifiutò di ucciderlo in un attentato progettato dalla potente cosca legata al sanguinario Totò Riina e a Bernardo Provenzano.

Calcara oggi segue le evoluzioni delle indagini di Caltanissetta sulla strage Borsellino, delle inchieste di Palermo sul “patto” tra pezzi deviati dei servizi segreti e Cosa nostra negli anni delle stragi, quelle di Firenze sugli attentati del ’93. E spiega: “Io l’ho sempre detto, conoscevo i movimenti e i segreti della cosca di Castelvetrano: dietro la morte di Borsellino c’è una “entità” esterna che agisce e pilota Cosa nostra. Quando parlai per primo di una valigetta piena di soldi dei boss siciliani destinata allo Ior (la banca del Vaticano, ndr), o delle complicità e dei legami dei Messina Denaro, non mentivo. E’ stato tutto riscontrato nei processi”.

E oggi che Gaspare Spatuzza sta ricostruendo le verità nascoste sull’attentato a Borsellino, lei cosa pensa?
“Che lui e anche il pentito Nino Giuffrè dicono le mie stesse parole. Se gli inquirenti mi chiamassero, ripeterei loro che non c’è solo Cosa nostra dietro l’attentato a Borsellino, che Cosa nostra da sola sarebbe vulnerabile. Ecco perché parlo di quelle “entità” esterne che fanno diventare Cosa nostra così forte”.

E sulle parole di Vincenzo Scarantino, il “falso” pentito che accusa la squadra di poliziotti guidata allora da Arnaldo La Barbera di averlo costretto a inventarsi tutto e adesso chiede scusa ad Agnese Borsellino, la vedova di Paolo?
“Scarantino dovrebbe dire molto di più rispetto a quanto scritto di recente alla signora Agnese e alla sua famiglia. Dice di essere stato costretto ad accusare? E’ bene che chiarisca tutto. Non si può correre il rischio di un nuovo depistaggio delle indagini”.

Lei è mai stato minacciato per la sua scelta di collaborare con la giustizia?
“Minacce sì, ne ho ricevute molte. Ma quella più mirata, e non credo sia un caso, è stata alla vigilia della mia testimonianza al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Allora lavoravo come custode per conto del vescovo di Ivrea. Mi lasciarono davanti casa alcuni pesci morti e diversi proiettili di calibro 357 magnum. Ma io sono andato avanti: e ho raccontato di quella valigia di soldi per la banca del Vaticano partita dalla Sicilia”.

E adesso lancia un appello a chi sa qualcosa sulla strage di Borsellino…
“Io dal giorno in cui ho incontrato Borsellino in carcere sono cambiato. La sua umanità, il suo senso religioso, mi hanno provocato una rivoluzione interiore. Sì, sono cambiato grazie a Borsellino. In carcere, quando gli svelai che era in grave pericolo di vita, mi rispose: “Vincenzo, chi non ha paura muore una volta sola, chi ha paura muore ogni giorno a poco a poco”. E io adesso, riprendendo le sue parole, anche se non ne sono degno fino in fondo, dico ai mafiosi o ai pentiti: è legittimo avere paura, ma la verità va detta tutta. Dovevate farlo anni fa, ma non è mai troppo tardi… E anche se chi decise la morte di Borsellino ha eredi ancora oggi in attività, voi dovete andare avanti”.

Lei era un soldato della cosca dei Messina Denaro. Quando ha visto l’ultima volta Matteo, oggi indicato da molti come il numero uno di Cosa nostra?
“Matteo abitava a Castelvetrano a 300 metri da casa mia. Io ero latitante, era il ’91, lui mi vide in lontananza, mi sorrise e mi salutò calando la testa più volte: non aveva ancora pendenze con la giustizia, aveva 29 anni. Suo padre, Francesco, era al vertice della cosca. E fu lui a trasmettermi l’ordine di uccidere Borsellino. Un ordine che io non ho eseguito”.

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01 novembre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/via-damelio-regia-esterna/2137403

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fonte immagine

Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara (parte 1)

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di Salvatore Borsellino

30 Maggio 2008

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Inizio con oggi, dopo averne ottenuto l’autorizzazione da parte dell’interessato, la pubblicazione di alcune lettere e di un memoriale che mi è stato consegnato da Vincenzo Calcara.
Ho conosciuto di persona Vincenzo durante la trasmissione Top Secret ma quasi mi sembrava di conoscerlo da tanto tempo. Me ne avevano parlato la moglie e i figli di Paolo che hanno continuato ad aiutarlo e stargli vicino da quando lo Stato, nella sua costante opera di scoraggiamento dei testimoni di Giustizia, dei collaboratori di Giustiza e dei (pochi) veri pentiti, lo ha abbandonato al suo destino. Me ne aveva parlato già lo stesso Paolo negli ultimi mesi della sua vita, quando stava raccogliendo le sue rivelazioni nello stesso periodo in cui ascoltava anche Gaspare Mutolo e Leonardo Messina, ma con Vincenzo Paolo aveva stabilito un rapporto particolare perchè era quello che gli aveva confessato di avere avuto, dalla famiglia di Francesco Messina Denaro, la famiglia che deteneva saldamente il controllo della zona di Castelvetrano, alla quale apparteneva come uomo d’onore “riservato”, l’incarico di ucciderlo con un fucile di precisione in un agguato sulla statale tra Palermo ed Agrigento.
Gli uomini d’onore “riservati” sono quelli che non rientrano nella normale gerarchia della “famiglia” mafiosa e la cui affiliazione viene decisa direttamente dal capo famiglia, spesso sul modello e con i riti “massonici”, informando della sua qualità soltanto i capi dell’organizzazione e restando poi segreti all’interno dell’organizzazione segreta. Come dice Antonio Ingroja “solo i capi di Cosa Nostra possono decidere, naturalmente in maniera segreta, simili affiliazioni, che rimangono assolutamente riservate rispetto agli altri aderenti alle varia famiglie mafiose sparse nel territorio. L’uomo d’onore riservato serve anche per difendersi del fenomeno dei collaboratori di giustizia…..“. Ad essi vengono affidate le operazioni più delicate, e certamente l’assassinio di Paolo Borsellino era tra questi, nel caso in cui, come spesso succede, non vengano svolte direttamente dal “capo famiglia” insieme  con gli uomini più fidati ed esperti del “gruppo di fuoco” della famiglia stessa.
Come leggerete c’erano due piani alternativi per uccidere Paolo, il primo prevedeva l’uso di un fucile di precisione ed era affidato a Vincenzo Calcara, il secondo l’uso di un’autobomba ed in questto Vincenzo avrebbe svolto soltanto un lavoro di copertura. Da Palermo arrivò poi però, direttamente da Totò Riina, l’ordine che avrebbe dovuto essere ucciso prima Giovanni Falcone  e così i piani furono  momentaneamente accantonati.
Vincenzo Calcara è uno dei pochi collaboratori di Giustizia che possono veramente essere chiamati “pentiti”.
In lui, come leggerete dalle sue parole, l’incontro con Paolo Borsellino provocò una profonda crisi e un sovvertimento dei valori ai quali era stato indotto a credere fin da bambino. Oggi per lui la “Giustizia” e il “Bene” sono al di sopra di tutto ed è tanto più da ammirare in quanto quelle Istituzioni nelle quali oggi lui crede fermamente le  vede ogni giorno infangate da chi, indegnamente, le occupa e quello Stato che per lui rappresentava il nemico da combattere o nel quale infiltrarsi  capisce oggi come abbia contribuito all’assassinio del “suo” Giudice e come non voglia e non possa, perchè esso stesso responsabile, rendergli Giustizia.
Oggi Vincenzo Calcara, uscito volontariamente dal programma di protezione, vive con la nuova compagna e le quattro figlie avute insieme con lei, dopo che la famiglia precedente lo ha abbandonato a seguito della sua scelta.
Non ha una nuova identità, non ha un lavoro che gli permetta di vivere dignitosamente e di provvedere alla sua famiglia, lo Stato e le Istituzioni nelle quali, nonostante tutto crede fermamente, lo hanno abbandonato e rischia ogni giorno di cadere sotto la vendetta della mafia, che, diversamente dallo Stato, non dimentica mai.

Del memoriale di Vincenzo Calcara si trovano tracce  nelle motivazioni delle sentenze, di diversi processi, del processo Calvi, al processo Antonov per l’attentato al Papa, al processo Aspromonte, al processo per l’omicidio Santangelo, figlioccio di Francesco Messina Denaro, ai processi Alagna+15 e Alagna+30, alla sentenza del Giudice Almerighi, nei quali tutti si è dimostrata la piena attendibilità di Calcara nononostante i numerosi tentativi di screditarlo.
Ma Calcara non è stato mai messo a confronto con altri pentiti come Leonardo Messina o Gaspare Mutolo o come Giuffrè, che, quindici anni dopo di lui, ha parlato di quelle stesse cose di cui lui aveva già parlato tanti anni prima.
Non è stato mai chiamato a deporre nel processo Andreotti anche se aveva parlato del notaio Albano quando nessuno ne conosceva neppure il nome, non è stato mai chiamato nel processo Canale, non è stato mai utilizzato nell’istruttoria sui Mandanti Occulti delle stragi del 92 o nell’istruttoria del processo, mai arrivato alla fase dibattimentale, sulla sottrazione dell’Agenda Rossa, nonostante io stesso avessi portato al tribunale di Caltanissetta le parti del memoriale dove di quell’agenda proprio si parlava.

Ho deciso allora di pubblicare su questo sito. nella loro interezza, queste lettere  e questi memoriali perchè almeno arrivino ad essere conosciuti dall’opinione pubblica.

Nel trascriverli ho riportato fedelmente anche tutte quelle maiuscole che spesso Vincenzo adopera quando vuole dare più risalto a certe parole, ho evidenziato invece io in grassetto i punti che ho ritenuto essere più importanti.

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22 Marzo 2008
Mio Amatissimo e Stimatissimo Salvatore, tutto ciò che doverosamente ho comunicato a tua Cognata Agnese e a tuo Nipote Manfredi ritengo giusto dirlo anche a te.
Tutto ciò che scrivo è dettato, ponderato e pensato secondo la mia coscienza alla quale non posso mai mentire!
Qualsiasi desiderio, compresa ogni mia decisione ritenuta “DOVEROSA” e giusta, non verrà mai messa in atto da me se prima non passa attraverso la mia coscienza!
Dopo di che agisco secondo la mia coscienza che è accompagnata dai miei sentimenti e da quella RAGIONE che sa far rispettare i Sentimenti.
Ma sono anche consapevole che di fronte ad una coscienza più Grande della mia coscienza ed a Sentimenti, DOVERI e DESIDERI e DECISIONI più Grandi dei miei, tutto ciò che è passato attraverso la mia coscienza si deve fermare!
Caro Salvatore, in questi lunghi anni di intensi colloqui avuti con tua Cognata Agnese, ho percepito non solo il Suo Grande Affetto verso di me ma anche il Suo desiderio di non voltarmi più al passato e di pensare ai miei figli.
Ovviamente non posso fare a meno di apprezzare le preoccupazioni di questa Grande Donna e alle LEZIONI di VITA che con Animo sincero ha saputo darmi.
Il desiderio di Donna Agnese sicuramente “significa” che lasciando il passato ci si mette in una posizione di potere afferrare e vivere meglio il PRESENTE e l’AVVENIRE.
Una cosa è certa, e cioè, tutto quello che mi ha trasmesso questa Nobile Grande Donna, compreso quell’ ONORE che solo Donne particolari sanno AVERE, MANTENERE, DIFENDERE e METTERE IN ATTO, lo trasmetterò alle mie FIGLIE.
Se tutto quello che indegnamente ho ricevuto da Tuo Fratello Paolo, da Tua Cognata, dai Tuoi Nipoti e adesso anche da te, non riuscissi a trasmetterlo alle mie quattro figlie a causa di una mia debolezza sarebbe per me una VERGOGNOSA e TERRIBILE SCONFITTA!!!
Nelle lunghe conversazioni che ho avuto con la Grande Anima di Tuo Fratello Paolo e con Tua Cognata non posso non ricordarmi due Grandi PAROLE che mi hanno detto: “VERITA’”  e “UOMO LIBERO”.
Queste due meravigliose parole fanno parte e sono racchiuse in quel Grande Patrimonio di Valori che stavano dentro e dietro al Tuo Amato Fratello Paolo e che anche a Te Degamente APPARTENGONO!
La Verità rende Liberi è VERO! Ma è anche vero che un diamante sporco e impreganto di carbone non può mai riflettere la propria LUCE!
Sono fermanente convinto che un UOMO può essere definitivamente LIBERO solamente dopo aver fatto rispettare la VERITA’ e AMARE ciò che sta dentro e oltre la VERITA’!
La VERITA’ solo dopo essere stata AMATA più di ogni altra cosa, allora si che entra nell’Animo di un UOMO rendendolo LIBERO!
La figlia del RE di TROIA, CASSANDRA diceva la Verità ma non è stata creduta. Nessuno si è mosso in suo favore in quanto la Verità di Cassandra era una Verità di Previsione, di Presagio e quindi senza fondamento.
Solo quell’ UOMO “USATO” e comandato dai CAPI GRECI affinchè convincesse con inganno i Troiani a far entrare il CAVALLO dentro le MURA, sapeva la VERITA’.
Prima di pensare ai miei figli sono consapevole che prima devo Amare la Verità in quanto è stato il precursore e la Base della nascita delle mie FIGLIE.
Solo con questo Profondo Sentimento di Amore verso la Verità posso diventare un UOMO LIBERO e quindi evitare una triste sconfitta!
Cosa sarebbero le mie Figlie senza ONORE? Sarebbero come il cibo senza SALE!
Come posso trasmettere e insegnare a queste quattro Creature quel Sentimento d’ONORE che mi fa essere UOMO LIBERO quando poi questo ONORE è inquinato da paura ed egoismo?
Messina Denaro Francesco amava più della sua stessa vita, più di suo figlio Matteo e più di ogni altro affetto o cosa, quell’idea del MALE che ha partorito “COSA NOSTRA” e che ha fatto di essa una forte “ENTITA’” collegandola ad altre ENTITA’.
Messina Denaro Francesco era ben cosciente che solo mettendo in primo piano l’ENTITA’ di Cosa Nostra avrebbe potuto fare di suo figlio Matteo un genio e un grande CAPO.
Matteo Messina Denaro, testimonia suo Padre Francesco Messina Denaro che continua a vivere dentro suo figlio.
Al contrario di Messina Denaro Francesco io ho consacrato le mie quattro Figlie a quell’IDEA del BENE dove ci sono racchiuse tutto ciò che il mio AMATO Dr. Paolo BORSELLINO AMAVA, compresa la VERITA’, i VALORI e il CORAGGIO e anche il DOVERE.
E io se non farò il mio DOVERE non mi sento degno di pensare ai miei figli.
Sappi mio stimatissimo Salvatore che se io ho consacrato le mie quattro figlie e la Propria Madre e tutto me stesso a questa NOBILE IDEA del BENE piena di LUCE infinita è stato perchè gli ho CREDUTO!!!
E io vado a morire per ciò che credo!!!
E quindi queste mie figlie e la mia Donna hanno il Sacrosanto diritto di essere amate da me non con Amore egoistico, privo di coraggio, di Valori e di Verità che li renderebbe schiavi di quella IDEA del MALE portandoli alla distruzione fisica e Spirituale.
Le mie figlie hanno il diritto di attingere attraverso di me quella Verità che mi ha reso LIBERO e che io ho il Dovere di trasmettere con Amore altruistico unitamente a Sentimenti di Coraggio e di valori che daranno sicuramente alle mie figlie una solida Base affinchè Esse possano degnamente partecipare alla Gara di questa vita presente come DONNE LIBERE insieme alla LIBERA SOCIETA’ CIVILE e quindi proiettarsi sul futuro e avere come META la VITTORIA FINALE su quell’INFAME IDEA del MALE (che per cognizione diretta ho conosciuto) che tante AMARE LACRIME, SANGUE e DOLORE ha causaro ai figli della Grande e Nobile IDEA del BENE piena di LUCE e di VERITA’.
Sono consapevole che il mio presente di oggi è legato a quel presente ed a quei momenti che ho fatto la mia scelta e dall’incontro che ho avuto con tuo fratello Paolo.
Il Dr. Paolo Borsellino ha tolto delle ore preziose alle persone che Amava per dedicarle alla Verità e facendo della Verità lo scopo della Sua Vita.
Io non ho il suo Coraggio ma ho il dovere di far rispettare e difendere la Verità che mi ha reso LIBERO.
Carissimo Salvatore, ciò che continuo a comunicarti ha un solo “FINE”, il mio dovere verso il Dr. Paolo Borsellino e quindi quello di dirti ogni mio pensiero, Sentimento, IDEE e ogni cosa che realmente sono state e sono collegate a quel “Presente” che ho vissuto con tuo Fratello Paolo.
Quel Presente che è e sarà sempre il mio Presente! E non permetterò a nessuno di mettere questo “Presente” nel DIMENTICATOIO .
Al Cuore non si comanda ma ancor di più alla RAGIONE!
Ma sono consapevole che a un Cuore e a una RAGIONE più Grande della mia mi devo fermare e UBBIDIRE.
Farò sempre di tutto per dimostrare che dietro ogni mia parola ci sia un riscontro, una realtà.
Qualcuno che continua a dimostrarmi di volermi bene, con le BELLE PAROLE e in modo intelligente e credo con diabolica sottigliezza mi ha dato l’impressione che ha interesse a mettere nel dimenticatoio quel Presente che mi lega a Tuo Fratello Paolo.
Questa mia impressione è dovuta a queste parole: “Sono passati molti anni”.
Vorrei tanto far capire a qualcuno il quale con intelligenza sa mettere in atto la RAGIONE che ha insegnato MACCHIAVELLI di non mettere insieme a questa RAGIONE quella SOTTIGLIEZZA DIABOLICA che contribuisce a rafforzare l’IDEA del MALE.
Mi posso permettere di dire a qualcuno che vuole apparire come Paladino di Francia, facendo credere di essere all’altezza di saper combattere il MALE, che il frutto non nasce con le BELLE PAROLE ma nasce e si matura con una forte e DETERMINATA AZIONE.
Vogliono dimostratre chissà che cosa ma in realtà cercano il loro interesse! Tutti i frutti non sono uguali, ci sono FRUTTI che saziano solo il CORPO e ci sono frutti che saziano sia il Corpo che lo Spirito.
Le Belle Azioni di chi ha in mano i “SEMI” del Dr. Paolo Borsellino non devono essere egoistiche da saziare solo il Corpo ma devono essere ALTRUISTE e pieni di LEALTA’ e coraggio, per così SAZIARE CORPO e SPIRITO. Se c’è da andare che si vada BENE.
L’AZIONE più deplorevole e meschina è quella TIEPIDA, quella che non è nè fredda nè calda! Quella Società Civile a cui il Dr. Paolo Borsellino era DEVOTO e con Fedeltà Serviva deve ben sapere che quegli uomini dei “POTERI OCCULTI” degli anni 80-90 che facevano parte delle Istituzioni (comprese quelle Religiose) hannoi lasciato degli EREDI.
Questi EREDI comntinuano a portare avanti ciò che hanno ereditato!
Sicuramente come allora quando il carnefice andava al FUNERALE della VITTIMA anche oggi si fa la stessa cosa.
Ci sono tante Associazioni che sono schierate apertamente contro la MAFIA, e non solo Mafia, che continuano ancora tutt’oggi a ricordare, a difendere e a onorare le Vittime delle stragi, e sono anche consapevoli del rischio che corrono (come ad esempio Giorgio Bongiovanni).
Ma qualcuno non dovrebbe dimenticare che anche il carnefice sa piangere, è bravissimo a saper dimostrare un falso dolore e che gli EREDI dei CARNEFICI sanno anche schierarsi apertamente a ricordare con inganno e ipocrisia le vittime di questo MALE OSCURO!
Anzi in certi casi dimostrano di essere più bravi di chi veramente combatte con lealtà.
Chi ha erditato “forza e potere” a sua insaputa, se vuole essere veramente leale, per prima cosa non deve mai onorare e difendere quel NEGATIVO che l’ha creato e deve rendersi consapevole che la GUERRA non si fa come la faceva DON CHISCIOTTE.
Una volta l’ex Sindaco di CASTELVETRANO PUPILLO e DELFINO di Francesco Messina Denaro (Vaccarino n.d.r.) mi disse queste parole:
“La FORZA dell’ ANTICA ROMA e le conquiste dei Romani era dovuta esclusivamente all’ “IDEA” di ROMA. ROMA era un’ IDEA ! Sappi Caro ENZUCCIO che l’idea a cui noi apparteniamo è più forte dell’ IDEA di ROMA e in questa SUBLIME e POTENTE IDEA c’e’ racchiusa la nostra ENTITA’ insieme ad altre ENTITA’.”
Carissimo Salvatore, per vincere questa IDEA del Male si devono attaccare gli EREDI di questa IDEA che li fa essere forti e colpirli nel Cuore!
Mio Stimatissimo, devi anche sapere che l’Affetto particolare che il Tuo Amato Fratello nutriva per me è nato e si è rafforzato solo dopo aver toccato con le Sue Mani la mia lealtà verso di Lui e facendoci trovare prove e riscontri di certi “MISTERI” che per Lui erano più importanti di quella Sua Vita che io cercavo di salvargli.
Dopo di che ha fatto venire a S.E. L’Alto Commissario Finocchiaro mettendomi al sicuro nelle mani di questi e quindi salvandomi la VITA!!!
La Società Civile non deve sapere solo i rapporti d’affetto e gli Abbracci tra me e il Dr. Borsellino ma deve essere al corrente della SUA PROFESSIONALITA’ e di tutte le altre cose che hanno fatto paura e continuano a fare paura tenendoli chiusi negli Armadi.
Il Dr. Borsellino era in possesso di VERITA’ scomode, di Verità a cui tanti si devono vergognare per averlo lasciato solo al suo DESTINO.
Mi rivolgo soprattutto a quelle persone della Società Civile che anche se non COLLUSI con nessuna di queste ENTITA’ malefiche non hanno avuto il Coraggio di fare un passo avanti per così blindare e difendere la Vita e il Corpo Fisico del Dr. Borsellino.
I primi mesi del 1992 in Corte d’Assise d’Appello di Palermo dove si procedeva contro Nitto Santapaola e Mariano Agate per l’omicidio del Sindaco di Castelvetrano Vito Lipari dissi apertamente che il Dr. Borsellino doveva morire con un fucile di precisione o con un’auto bomba e che questo piano era stato organizzato da Messina Denaro Francesco.
Di questa morte annunciata la televisione di Stato ne ha parlato ampiamnente!
Quel PENTITO a “META’” di GIUFFRE’ ha confermato ciò che io dissi in Corte D’Assise di Palermo al Presidente BARRECA.
Ma per quanto riguarda ciò che va oltre “COSA NOSTRA” il Collaboratore di Giustizia Giuffrè ha paura di parlare!!!
Ripeto il Dr. Paolo Borsellino come Magistrato non era secondo a nessuno, la sua UMILTA’ da vero CRISTIANO lo faceva apparire SECONDO al Suo Amico Falcone ma in realtà la Sua Professionalità era tale che ha fatto si da accelerare la Sua Morte!
Nell’Autunno del 1991, quando il Dr. Borsellino era Procuratore a Marsala il mio Capo Assoluto Messina Denaro Francesco mi ha detto queste parole: “Di questo BORSALINO (così lo chiamava) non deve rimanere niente, neanche le sue IDEE, DEVE ANDARE nel DIMENTICATOIO. Lui deve morire e basta! Lui non deve morire solo per il danno che ha causato a “Cosa NOSTRA”, per questo si era deciso di aspettare il momento giusto, ma Lui deve morire subito in quanto non gli si deve dare la possibilità di causare un danno irreparabile verso il cuore di “Cosa Nostra” e verso il Cuore dei nostri fratelli alleati. Caro ENZUCCIO, da informazioni sicure si è venuto a conoscenza che questo Borsalino sta costruendo una solida BASE con appoggi personali e segreti e dopo di chè con il Suo Sostituto ‘Ingroia’ “ (Salvatore, per la sicurezza del Dr. Ingroia il Dr. Borsellino non voleva che io dicessi a verbale il nome Ingroia) “che gli sta a Cuore e che ne vuole fare il Suo braccio destro attaccherà come un PAZZO! Dobbiamo distruggerlo!”
Dopo aver ascoltato queste parole ho percepito e sono sicurissimo che chi ha ordinato a Messina Denaro Francesco di organizzare il piano per uccidere il tuo Amato Fratello gli ha anche manifestato la preoccupazione e la paura che questo piano fallisse. Tanto è vero che per mettersi al sicuro il Messina Denaro Francesco ha organizzato non uno ma due piani per ucciderlo affinchè sia nell’uno che nell’altro, non possa avere scampo! Doveva morire o col fucile di Precisione o con l’autobomba.
In quella cella d’isolamento in cui c’era in me un grande travaglio interiore e prima che io mi decidessi di chiamare il Dr. Borsellino, ho capito che questa Forza del Male che mi aveva PLASMATO fin dalla Giovinezza ha mostrato tutta la sua debolezza e Vigliaccheria davanti alla Professionalità e al coraggio del Dr. Borsellino dimostrando paura che li ha resi davanti ai miei occhi non invincibili come mi avevano fatto credere, ma VULNERABILI!!!
Ed io Vincenzo Calcara, che credevo a questa forza del Male ed ero pronto a morire per essa, non potevo non unirmi ad un UOMO coraggioso con il quale avevamo in comune una sola cosa, LA MORTE!!!
Vincenzo Calcara
P.S. Per quanto concerne le ENTITA’ collegate a Cosa Nostra, ne ho parlato ampiamente al Dr. Luca TESCAROLI presso la Procura di ROMA.

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fonte immagine

Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara (parte 2)

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di Salvatore Borsellino

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Continuo a pubblicare la trascrizione del memoriale di Vincenzo Calcara. In queste pagine Vincenzo racconta della sua iniziazione alla massoneria, che era quasi un obbligo per gli uomini d’onore “riservati”, della preparazione  e dell’esecuzione dell’attentato al papa, della successiva uccisione ed occultamento del cadavere di uno dei due esecutori turchi, dell’avvelenamento di Papa Luciani e dei motivi per i quali è stato eliminato, della complicità con la criminalità mafiosa del Maresciallo dei Carabinieri di Paderno Dugnano, della cricca di cardinali che pilotava Mons. Marcinkus, del notaio Albano.
Tralascio qualsiasi tipo di commento, i fatti raccontati parlano da soli.
Mi chiedo quante persone, in Italia, siano al corrente di questi fatti, quanti organi di informazione li abbiano riportati.
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(1)
Dissi al Dr.Borsellino che Michele Lucchese era un imprenditore ed un uomo politico ed era un uomo di grande fiducia di Messina Denaro Francesco. Lucchese nutriva per me grande affetto e fiducia al punto di farmi chiamare la residenza a casa sua. Ed essendo il Lucchese appartenente ad una Loggia Massonica segreta, ha chiesto autorizzazione a Messina Denaro Francesco di potermi preparare a farmi conoscere le regole del RITO SCOZZESE affinchè anch’io entrassi a far parte insieme a lui in questa Loggia Massonica.
U zù Cicciu ha detto di si!
E il Lucchese ha subito iniziato a insegnarmi le prime regole fondamentali della Massoneria. Cito qualcosa: Gran Maestro Venerabile, Gran Segretario, la Grande LUCE, 33° GRADO, IN SONNO, come si saluta e si riconosce un Fratello Massone, ci si riunisce nel Tempio etc. etc.
Ricordo che in una occasione quando il Vaccarino è venuto a trovare a Lucchese a Milano, questi mi disse di salutarlo con il Rito Massone. Il Vaccarino si è messo a ridere ed era contento che anch’io DIVENTASSI MASSONE.
(2)
Su ordine di LUCCHESE MICHELE, il 12 Maggio 1981 da Milano prendo il treno per ROMA.
Mi si dice che debbo incontrarmi dentro la stazione Termini al binario n° 3 con il Capo Decina della Famiglia di Castelvetrano, del “gruppo di fuoco”, SAVERIO FURNARI, e con SANTANGELO VINCENZO “UOMO d’ONORE” fratello di LILLO SANTANGELO, FIGLIOCCIO del Nostro Capo Assoluto FRANCESCO MESSINA DENARO.
Insieme a loro c’è ANTONOV, un UOMO BULGARO in stretto collegamento con la MAFIA TURCA e con “COSA NOSTRA”.
Tutti insieme andiamo a far colazione e dopo di che ci si avvia nei pressi di SAN PIETRO.
Il FURNARI MI DICE: “ADESSO METTITI COMPLETAMENTE a disposizione da ANTONOV ed esegui alla perfezione tutto ciò che Lui ti dice!”
Proprio quasi all’inizio che si entra in Piazza SAN PIETRO ANTONOV sceglie un punto ben preciso dicendomi che “in questo punto noi due ci dobbiamo incontrare di pomeriggio”.
Il pomeriggio del 13 MAGGIO 1981, un’ora, un’ora e mezzo prima dell’attentato al Papa mi incontro sul posto dove Antonov aveva deciso.(Ricordo che la Piazza a quell’ora era quali piena di fedeli).
Mi dice: “In questo preciso posto ti porterò due persone di nazionalità TURCA e li porterai dove ti hanno ordinato”.
(3)
Mi dice anche: “Entriamo dentro la Piazza che mi devi accompaganre per una cinquantina di metri e dopo torni al posto stabilito, ma sappi che ancora ci vuole circa 1 ora prima che mi vedi arrivare con i turchi”.
Dopo che effettivamente lo ho accompagnato dentro la piazza per una cinquantina di metri, Antonov mi dice: “Tu i due TURCHI non li conosci, ma loro in questo momento ti hanno visto insieme a me e hanno l’ordine che solo a te devono seguire”.
Mi dice ancora: “Se succede un imprevisto che io non li posso accompagnare da te, loro verranno da te nel posto dove tu ti trovi (che anche a loro ho indicato) e ti diranno queste parole: “CIAO ANTONOV” dopo di che con questo ROSARIO che adesso ti do e che fin d’ora devi tenere sempre nella mano sinistra ‘LI SALUTI CON LA MANO SINISTRA’ ”.
Antonov mi informa che i due turchi sono ARMATI.
Dopo dieci, quindici, venti MINUTI al MASSIMO che il Papa è stato sparato (RICORDO UN CASINO ENORME) vedo arrivare ANTONOV CON UN TURCO, ANTONOV era agitatissimo, mi dice di andare VIA SUBITO con questo TURCO.
Porto il Turco insieme a me alla Stazione Termini dove al BINARIO TRE c’è ad aspettarmi (come concordato prima) il Furnari e il Santangelo.
(4)
Tutti e quattro partiamo da Roma che era già sera. (Ricordo che il treno per Milano è partito con oltre 1 ora di ritardo, chi di competenza se vuole può riscontrare questo ritardo). ARRIVIAMO a Milano la mattina del 14, Furnari e il Santangelo si prendono in custodia il turco.
La sera ho un appuntamento a casa del Lucchese a Paderno DUGNANO (TERRITORIO sicuro e controllato meticolosamente dal Nostro Amico, il Maresciallo dei Carabinieri).
Gli riferisco ogni particolare di tutto ciò che ho eseguito e visto, compreso “l’agitazione” di ANTONOV.
Ricordo che prima di partire per Roma il Lucchese mi disse: Nella CITTA’ ETERNA deve scoppiare una BOMBA che rimarrà nella STORIA!
Non mi disse che si doveva fare un attentato al PAPA! Ma mi disse chiaramente che il mio compito era di prendere in custodia i due TURCHI TERRORISTI, che il BULGARO persona fidata e importante mi avrebbe consegnato, e dopodichè portarli a Paderno Dugnano e fargli fare la fine di “LU SCECCU”, cioè la fine dell’ASINO (Un Asino si usa fino a che serve “è nato per essere usato”, dopo, quando non serve più, si uccide!
La sera del 14 Maggio, in attesa che arrivassero FURNARI e SANTANGELO che erano andati via con una macchina insieme al TURCO per ucciderlo, io rimasi con Lucchese a dialogare, ed i in quella circostanza mi disse che il Papa voleva fare la stessa cosa che voleva fare Papa Luciani, e cioè ROMPERE gli EQUILIBRI ALL’INTERNO del VATICANO.
(5)
Parlandomi di Papa Luciani mi disse: Lui voleva fare una “RIVOLUZIONE” all’interno del VATICANO! Voleva che la Chiesa fosse più povera, ridimensionando la ricchezza del vaticano, e aveva studiato un piano per aiutare le famiglie povere del mondo, innanzitutto da quelle ITALIANE ovviamente, tutto ciò si doveva fare tramite e per mezzo la Banca del Vaticano, che dopo avrebbe voluto dare in mano e farla gestire a persone LAICHE con l’insegnamento di Gesù: DARE A CESARE quel che è di CESARE.
Papa Luciani non sopportava l’idea che Cardianali e Vescovi GESTISSERO tramite lo I.O.R. queste ENORMI RICCHEZZE. La prima cosa che aveva già deciso di fare è stata quella di RIMUOVERE ALCUNI CARDINALI che GESTIVANO, USAVANO e MANIPOLAVANO il VESCOVO MARCINKUS sfruttando non solo la capacità che aveva a GESTIRE LO I.O.R., ma anche e soprattutto i contatti e le potenti AMICIZIE a livello EUROPEO ed internazionali che il VESCOVO MARCINKUS AVEVA.
Se Papa Luciani non moriva da li a pochi giorni SAREBBERO STATI RIMOSSI E SOSTIRUITI IMMEDIATAMENTE sia MARCINKUS e QUATTRO CARDINALI e FORSE anche, se non penso male il SEGRETARIO.
(6)
(Mi sembra o il SEGRETARIO DI STATO o il SEGRETARIO del PAPA.
Chi sostituiva i quattro Cardinali e Marcinkus erano altrettanti Vescovi e Cardinali di massima fiducia che avevano “in segreto” preparato un piano ben determinato insiema a Papa Luciani affinchè dopo essere stati inseriti ognuno al posto giusto dovevano attivarsi per distribuiire il 90% delle ricchezze in diverse parti del mondo, costruendo case, scuole, ospedali etc. etc, dopodicè il 10% delle rimanenti ricchezze venica affidato e fatto gestire per conto e per i bisogni della Chiesa allo Stato ITALIANO.
Insomma voleva fare una vera e propria RIVOLUZIONE e cogliere tutti di sorpresa!!!
Questo piano il Povero Papa non ha potuto portarlo a termine in quanto uno dei Cardinali di fiducia lo ha tradito andando a raccontare tutto a Marcinkus e ai quattro Cardinali!!!
Questi Cardinaliche per Papa Luciani esercitavano un potere Negativo e che voleva rimuoverli, con la loro DIABOLICA INTELLIGENZA sono riusciti, e senza lasciare nessuna traccia, ad UCCIDERE CON UNA GRANDE QUANTITA’ di GOCCE di CALMANTE il loro PAPA, con l’aiuto del MEDICO PERSONALE.
(7)
Queste notizie così riservate il LUCCHESE e il Messina Denaro Francesco “questi” vero braccio destro del TRUMVIRATO della Commissione di Cosa Nostra, sono venute a saperle tramite il Notaio Albano che era di Casa nel Vaticano insieme a questi Cardinali e Marcinkus, era iscritto nell’ordine dei Cavlieri del Santo Sepolcro e quindi uomo di collegamento tra l’ENTITA’ di Cosa Nostra e l’ENTITA’ del Vaticano.
Il Nome di due Cardinali mi sono rimasti impressi nella mente! In quanto uno è uguale o quasi uguale al NOME di un mio compagno di infanzia! l’altro invece è un nome che mi sembra finisca senza la vocale! (questi nomi me li cita Lucchese) che a sua volta glieli aveva detto il notatio ALBANO.
Nella Banca del Vaticano sono transitati Migliaia e Migliaia di MILIARDI appartenenti alle CINQUE ENTITA’ OCCULTE “compresa quella di Cosa Nostra” (LEGGASI SENTENZA di ASSOLUZIONE TRASPORTO 10 MILIARDI). Questi soldi venivano riciclati, diventavano puliti e investiti.
Al Notaio Albano, in qualità di Notaio, gli venivano affidati ingenti beni immobili sia della Chiesa che da potenti uomini delle istituzioni (Se vogliono chi di competenza può riscontrare ciò che dico!). Il Dr. Borsellino l’ha saputo riscontrare! Questi riscontri li ha scritti nella sua AGENDA ROSSA!!!
(8)
Dopo il lungo dialogo durato circa due ore che ho avuto con il Lucchese, che in alcuni momenti mi chiamava (FIGGHIU MIU) MI AMAVA veramente come un figlio! Ricordo che subito dopo aver ricevuto l’incarico di uccidere il Dr. Borsellino, Messina Denaro Francesco mi disse. Vedi che lo zio MICHELE HA UN BRUTTO MALE e sta PER MORIRE. HA MANDATO A DIRE CHE PRIMA di MORIRE HA IL DESIDERIO di VEDERTI. FAI di tutto per ANDARLO ATROVARE.
Mi rendo subito conto che se a un uomo d’onore prevale il Sentimento è segno di debolezza! Mi era stato insegnato che mail il Sentimento deve prevalere sulla RAGIONE!
Dopo aver salutato Messina Denaro Francesco e il suo uomo di Grande Fiducia mentalmente mi preparo un piano per andare subito a Milano, voglio assolutamente abbracciare per l’ultima volta “u ZU MICHELE!
Per la prima volta prevale dentro di me un Grande Affetto e un AMORE verso questa persona, (mi viene subito in mente la relazione che ho avuto con sua figlia e il suo diritto di uccidermi!
Provo anche un sentimento di profonda COLPA per averlo fatto soffrire!
In quel momento me ne fotto della Ragione, della mia debolezza e delle Regole di Cosa Nostra!
Come al solito mi travesto da Monaco, mi ARMO di Crocifisso, Rosario e Bibbia compreso la pistola Automatica con due caricatori e con il treno arrivo a Milano.
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Devo dire che quando viaggiavo con il treno era mia abitudine travestirmi da monaco. Essendo che avevo imparato molto bene la Bibbia, soprattutto il Vangelo di Giovanni e gli atti degli Apostoli, durante il Viaggio davo Benedizioni e dicevo il Rosario insieme alle persone che erano CONVINTI di avere davanti un vero monaco. Io dentro di me mi facevo delle grandi risate usando il Sacro per il Profano.
Questa volta però non è stato come in precedenza, non ho fatto ne rosari e ne dato Benedizioni. Ho pregato da solo per quasi tutto il viaggio. Le mie preghiere erano sincere e ho chiesto perdono a Dio in quantoi indegnamente portavo una veste SACRA che non mi apparteneva e ho fatto il VOTO che se Dio mi faceva abbracciare u zu Michele ancora in vita, e se doveva morire di farlo morire senza soffrire, non avrei mai più portato la tunica da monaco. ARRIVO A CASA di u zu Michele, la porta mi viene aperta dalla figlia (erano trasocrsi 10 anni dall’ultima volta che ci siamo visti.)
Abbiamo pianto per l’uomo che aveva il DIRITTO di ucciderci e non ci ha ucciso (trasgredendo una regola fondamentale di Cosa Nostra.
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Un uomo d’onore ha il diritto, l’obbligo e il dovere di uccidere anche il proprio figlio o figlia se questi gli tocca o gli OFFENDE L’ONORE! Abbiamo pianto per l’UOMO che ci ha costretto a dividerci ma che prima di morire ci ha costretto ad abbracciarci DAVANTI A LUI dicendo queste parole: MI DISPIACE CHE IL VOSTRO AMORE E’ IMPOSSIBILE. SAPPIATE CHE VI HO perdonato!
ERA VERAMENTE UN VERO UOMO D’ONORE!
Lo ho abbraciato calorosamente e me lo sono stretto forte al petto, gli ho baciato la mano e me ne sono andato con il cuore straziato di dolore.
Me ne vado in aperta campagna e ho pianto solo per LUI! dopo pochi giorni è MORTO!
Nel frattempo FURNARI e SANTANGELO avevano ucciso il TURCO lasciandolo steso sul CIGLIO di una stradina di campagna che dista circa 1 Km dalla CASA di Lucchese (CALDERARA, FRAZIONE DI PADERNO DUGNANO) e si presentano a CASA dicendo queste parole : TUTTO A POSTO.
Dopo di chè il LUCCHESE (che non aveva voluto che io partecipassi all’omicidio, ma di restare con lui, mi ha ordinato di andare con Furnari e Santangelo a SEPPELLIRE il TURCO.
Con i badili o pale (come si chiamano) abbiamo scavato una fossa profonda circa due metri e abbiamo buttato il Cadavere dentro, cospargendolo di benzina e mi sembra anche dell’acido e lo abbiamo seppellito!
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A poca distanza bruciammo i vestiti e il Passaporto in quanto prima avevamo spogliato il Cadavere. Preciso che il Cadavere è stato trascinato per alcune decine di metri dal posto in cui è stato ucciso e portato in aperta campagna dove c’era un campo di Granturco.
Preciso anche che durante la giornata mi sono incontrato con Lucchese (che mi ha indicato il posto dove uccidere e seppellire il TURCO (era una zona che io conoscevo molto bene) e di indicarlo a Furnari nel frattempo che Santangelo pranzava con il Turco in un RISTORANTE (cosa che io feci!). Ricordo anche che quando il Furnari e il Santangelo si sono avviati per uccidere il Turco il Lucchese davanti a me telefona al Comandante dei Carabinieri (SI PUO’ VERIFICARE CHE IL 14 MAGGIO 81 IL COMANDANTE DEI CARABINIERI ERA IN SERVIZIO!!!) e gli dice: AZIONE AVVIATA!
Non sento cosa gli risponde il Comandante ma dopo che ha chiuso il telefono il Lucchese mi dice: la zona è sottto controllo! questo Amico è troppo in gambba!
Vengo anche a conoscenza che l’altro TURCO era ALI AGCA che insieme all’altro TURCO ucciso sono stati preparati e addestrati da UOMINI di COSA NOSTRA in SICILIA (è stato riscontratro che AGCA ha pernottato in un Albergo di Palermo).
Se ALI AGCA sarebbe riuscito a fuggire c’era il piano preparato che doveva essere ucciso!
(12)
Nel mese di Maggio 1992, dopo che il Dr. Borsellino aveva fatto arrestare una quarantina di persone (compreso il Sindaco Vaccarino), esce un ARTICOLO SUL CORRIERE della SERA (che il Dr. Borsellino mi ha fatto leggere) dove si dice CHE CALCARA POTREBBE SCOPERCHIARE IL MISTERO DELL’ATTENTATO AL PAPA (CHI DI COMPETENZA PUO’ e deve RISCONTRARE ciò che è scrittto in questo ARTICOLO).
Nella ordinanza di Custodia Cauteleare di tutti gli arrestati di tutto si parlava (dalla Associazione MAFIOSA al TRAFFICO di STUPEFACENTI) ma mai dell’ATTENTATO a PAPA nè dei 10 MILIARDI ne del TRAFFICO di ARMI con la Calabria.
Queste cose li sapeva solamente il Dr.BORSELLINO che indagava in segreto.
Addirittura li riteneva così delicati e pericolosi, al punto di ritenre di non mettere neanche a conoscenza sia il Dr. Natoli che il Dr. LO VOI per la loro incolumità.
Il Dr. Borsellino mi dice: Oltre a me a chi hai parlato del Papa?
Rispondo a NESSUNO! Come Lei sa, al Maresciallo CANALE, oltre ad avergli ACCENNATO dei 10 Miliardi gli ho anche accennato il fatto del Papa.
Il Dr. Borsellino ha fatto una SMORFIA DI RABBIA e occhi SCINTILLANTI mi dice: questo sono segnali che non mi piacciono!
Mi dice anche: SPERIAMO che non rubino il Cadavere del TURCO che hai seppellito. Adesso mi attivo affinchè tu possa essere portato sul luogo dove si trova il Cadavere.
(13)
Di li a poco il Dr. Borsellino viene ucciso!
Tutto ciò che ho detto al Dr. Borsellino e che adesso sto scrivendo l’ho anche detto al Dr. PRIORE 14 ANNI FA.
La prima cosa che ho detto al Dr. Priore e al Dr. MARINI è stata quella di portarmi a CALDERARA, una frazione di Paderno DUGNANO e gli facevo trovare il CADAVERE del Complice di ALI AGCA. Purtroppo quando arriviamo sul posto si scopre ciò che il Dr. Borsellino aveva intuito “SPERIAMO CHE NON RUBANO IL CADAVERE”.
HANNO FATTO SPARIRE UNA PROVA MICIDIALE!
Una persona del posto dice al Dr. Priore: Nel MESE di MARZO 1992 vedo alcune RUSPE che mettono sottosopra tutto il CAMPO CHE C’ERA STATO da sempre SEMINATO A GRANTURCO, perchè dovevano fare dei lavori.
Ripeto, conoscevo bene la zona ancor prima che con le mie mani ho seppellito il TURCO. ERA UN VASTO CAMPO TUTTO PIANURA! L’HO RITROVATO SCONQUASSATO CON NONTAGNE DI TERRA e profonde BUCHE.
Si badi bene, ho iniziato a collaborare nel Dicembre 1991, il cadavere è rimasto lì per 10 ANNI, dopo pochi mesi hanno fatto sparire il Cadavere!
Il Dr. PRIORE C’E’ RIMASTO MALISSIMO, mi ha sempre CREDUTO, in quanto è riuscito a trovare altri riscontri di tutto ciò che gli avevo detto. Compreso la MORTE di Papa Luciani e i MILIARDI RICICLATI dalla Banca Vaticana! (non mi ha denunciato per CALUNNIA, ANZI…)

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fonti:

Maltempo, esondazioni al nord, Veneto, 2.500 sfollati / Nubifragi sul Lazio, allagamenti a Roma

Maltempo, esondazioni al nord, Veneto, 2.500 sfollati

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Maltempo, tre morti per frane a Massa Carrara. Deragliato un treno in Liguria

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Oltre che ad aver provocato la frana di Lavacchio (Massa Carrara) con la morte della madre e del piccolo figlio, il maltempo sta flagellando buona parte d’Italia. Problemi o situazioni critiche al Nord, con l’allerta per i fiumi ed esondazioni: trovata la persona che era dispersa nel vicentino a causa il fiume Bacchiglione, che ha tracimato a Cresole di Caldogno e dintorni. Nel varesotto un tratto dell’A4 invaso dall’acqua. Al Sud, molte difficoltà per i collegamenti con alcune isole. Due uomini sono stati salvati alle Eolie: la loro barca ha fatto naufragio.

Il Po ha raggiunto i 3,5 metri di quota massima. È stato chiuso al traffico, alle 16.30, il ponte provvisorio sul Po tra Piacenza e San Rocco al Porto.

In Veneto, nel veronese centinaia le case sarebbero invase dall’acqua e migliaia, forse 2.500, le persone che potrebbero evacuare le loro abitazioni. Preoccupano soprattutto Caldiero, Belfiore e Monteforte d’Alpone, che rischia di essere evacuato interamente per l’esondazione del fiume Alpone.

A Vicenza, ha tracimato in più punti il Bacchiglione, con l’allagamento del 30% del suolo cittadino: evacuate alcune decine di persone. Chiusa anche l’autostrada A4, tra Montebello (Vicenza) e Verona est per allagamenti dovuti due piccoli fiumi, il Trampigna e l’Alpone, che hanno tracimato. Sull’A4 c’è stato anche un incidente stradale mortale: una donna che era su una Fiat Punto, ferma in coda per la chiusura del tratto autostradale, è stata tamponata da una Porsche. A Vicenza è rimasta allagata la sede della Caristas. Sommersi gli scantinati del Teatro Olimpico, gioiello rinascimentale firmato dall’architetto Palladio.

In Lombardia, a Milano, esondati nella notte i fiumi Lambro e Seveso. In Liguria la protezione civile regionale ha esteso l’allerta 2 fino alla mezzanotte di oggi per un previsto peggioramento delle condizioni meteorologiche. Critiche restano le condizioni nello spezzino: in corso evacuazioni di alcune abitazioni minacciate dalle frane. Il fiume Magra ha esondato in zone depresse. Sempre in Liguria un treno regionale, proveniente da Torino e diretto a Ventimiglia, è deragliato per una frana tra Ospedaletti e Bordighera, in provincia di Imperia. L’incidente è avvenuto poco prima delle 13. Sono rimaste ferite sei persone, di cui quattro trasportate in codice giallo in ospedale per traumi e contusioni. Altri passeggeri sarebbero rimasti leggermente contusi ma hanno rifiutato di farsi accompagnare al pronto soccorso e sono stati curati sul posto. La linea è stata riattivata su un unico binario.

Il livello del Po è salito di quasi 2,5 metri in un solo giorno. Lo calcola la Coldiretti a Piacenza. La situazione del principale fiume italiano è significativa – sottolinea la Coldiretti – delle difficoltà degli altri corsi d’acqua con esondazioni ed allagamenti nelle campagne. Un pericolo per il territorio nazionale dove – precisa la Coldiretti – sette comuni italiani su dieci sono a rischio per frane ed alluvioni.

Dalla mezzanotte l’alta Valcellina, in Friuli Venezia Giulia, è isolata dal versante pordenonese per la tracimazione del torrente Varma in comune di Barcis (Pordenone). In Piemonte, pioggia battente da ieri su tutto il Verbano Cusio Ossola. Allerta fiumi nell’Astigiano e il Monferrato. In Emilia Romagna caduti nella notte 230 mm di pioggia: preallarme per il livello del Reno, dell’Enza e per il Secchia.

Al Sud d’Italia ci sono problemi per raggiungere le isole: il vento di scirocco ha interrotto i collegamenti via mare con Lampedusa, Pantelleria e Ustica. Da Trapani per le Egadi le corse sono irregolari. Salvati da una nave da crociera due uomini che erano a bordo di una barca a vela affondata al largo delle Eolie. Sospese le corse degli aliscafi che collegano le isole di Capri, Ischia e Procida con Napoli.

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/105317/maltempo_esondazioni_al_nord_veneto_sfollati

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Nubifragi sul Lazio, allagamenti a Roma
Alberi caduti, smottamenti nel Viterbese

Metro A ferma per ore da Anagnina a Subagusta per allagamento

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La stazione Anagnina (foto Michele Audisio - Toiati) ROMA (1° novembre) – Disagi anche a Roma per il maltempo. A causa di un allagamento provocato dalla pioggia il servizio della metro A di Roma è stato interrotto dalle 14.15 tra Subaugusta e Anagnina. Il servizio fra le tre stazioni (Subaugusta, Cinecittà e Anagnina) è stato sostituito da bus navette ed è stato riattivato solo intorno alle 17. L’allagamento della stazione è stato causato dalla grande quantità di acqua che non è riuscita a defluire in altro modo.

Nubifragi sul Lazio Nord. Una violenta ondata di maltempo ha flagellato l’intero Lazio Nord, fino alla provincia di Viterbo. Le aree più colpite in provincia di Roma sono Cerveteri e la zona di Cerenova – Campo di Mare, dove il sistema fognario non riesce a smaltire le forte piogge. I distaccamenti dei vigili del fuoco di Bracciano, Cerveteri e Cerenova hanno ricevuto oltre cento richieste d’intervento per locali allagati. Fino all’ora del pranzo hanno eseguito 70 interventi.

Situazione difficile anche nel Viterbese, dove da alcune ore sta cadendo una pioggia battente. In particolare, a Tuscania, i vigili del fuoco sono dovuti intervenire per uno smottamento di terreno che creava problemi alla circolazione. Vicino a Bolsena è stato rimosso un masso caduto sul ciglio della strada. Altri interventi si sono resi necessari a Tarquinia, in località Marina Velka, dove il forte vento di scirocco ha abbattuto alcuni alberi.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=125044&sez=HOME_ROMA

Il Brasile ha il primo presidente donna. Eletta Dilma Rousseff: sradicare miseria

Il Brasile ha il primo presidente donna
Eletta Dilma Rousseff: sradicare miseria

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Dilma Rousseffe BRASILIA (1 novembre) – «Sradicare la miseria dal Brasile e dare opportunità a tutti»: è l’impegno preso da Dilma Rousseff, che nel suo primo discorso quale presidente eletto del paese ha sottolineato l’importanza del fatto di essere il primo capo dello Stato donna della nazione sudamericana.
La Rousseff ha avuto il 56% delle preferenze, pari a 55,5 milioni di voti, a fronte del 44% (43,5 milioni di voti) andato al suo rivale, il socialdemocratico Josè Serra. Intervenendo in un albergo a Brasilia dopo la vittoria al ballottaggio di ieri, con un lungo discorso che di fatto è un programma politico, la presidente eletta ha citato una serie di punti che si è «impegnata» a rispettare a partire dal primo gennaio, quando s’insedierà per quattro anni al Planalto, sede della presidenza.

Al primo discorso della “presidenta” Dilma era assente il capo dello Stato uscente Lula, il quale aveva già preavvisato di non voler partecipare per lasciare tutto lo spazio – in questa giornata storica per il Partido dos Trabalhadores – proprio a Dilma. «Saluto Lula con emozione, il suo sostegno e la sua saggezza. Un leader appassionato e giusto, so che non sarà mai lontano dal nostro popolo», ha detto Dilma, che nel pronunciare queste parole si è più volte emozionata, tra gli applausi dei sostenitori del Pt.

Rivolgendosi a «tutti i brasiliani in questa notte così speciale», la Rousseff ha rilevato che le elezioni di ieri «sono una dimostrazione dei progressi democratici del Brasile, per la prima volta sarà guidato da una donna. Il mio primo impegno è quindi proprio questo, quello di onorare la fiducia ricevuto dalle donne e di costruire una società con eguali opportunità per uomini e donne: questo – ha sottolineato – è un principio chiave della democrazia».

Rilevando un altro «impegno» della sua presidenza, l’erede di Lula ha sottolineato di voler «valorizzare la democrazia in tutte le sue dimensioni», lavorando così per dare ai brasiliani «una serie di diritti chiave, dall’alimentazione, ad una dimora degna e alla pace sociale», impegnandosi inoltre a «combattere la droga».

«Sarò presidente di tutti i brasiliani ed estendo la mia mano ai partiti dell’opposizione», ha concluso Dilma, sottolineando «l’incredibile capacità di creazione del nostro paese», rilevando inoltre i risultati raggiunti da Lula, che nei suoi anni di governo ha tra l’altro «dato al paese una grande mobilità sociale».

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=125011&sez=HOME_NELMONDO

CENTRODESTRA La Lega: “Rivolta contro il governo tecnico”. Berlusconi: “Se mollo faccio un danno all’Italia”

Maroni l’imprudente dichiara che sul caso Ruby tutto è stato fatto secondo le regole e, guarda caso, i fatti lo smentiscono. E sempre, guarda caso, l’ex questore di Milano Indolfi viene ‘promosso’ tamburo battente alla carica di Prefetto, proprio da Maroni.. Collegare l’ingerenza di B. a tale improvvida manovra di Maroni, senza prove, non è lecito. Ma certo è che il sospetto resta. E forte.

LEGGI

Ruby, interrogato l’ex questore Indolfi il 9 ottobre era stato promosso

La denuncia del Popolo viola sulla promozione

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CENTRODESTRA

La Lega: “Rivolta contro il governo tecnico”
Berlusconi: “Se mollo faccio un danno all’Italia”

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La vignetta di Gianni Carino

La vignetta di Gianni Carino

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Il premier: “Mi auguro che l’Udc ci dia l’appoggio esterno”. I finiani: “Non esiste un Berlusconi privato”

La Lega: "Rivolta contro il governo tecnico" Berlusconi: "Se mollo faccio un danno all'Italia"

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ROMA – Nel giorno del suo diciottesimo compleanno Ruby, la giovane marocchina al centro dell’ultima inchiesta scandalo condotta alla procura di Milano, 1 tace. Parla invece Silvio Berlusconi, tramite le ennesime anticipazioni del libro di Bruno Vespa. “Una mia defezione procurerebbe danni seri al centrodestra e a tutto il Paese” assicura il premier. Che lancia un messaggio all’Udc, di cui gradirebbe “un appoggio alla nostra maggioranza e al governo. Mi auguro che Casini ci pensi”.

Al conduttore di Porta a Porta, il presidente del Consiglio torna a ripetere la carta del “sacrificio personale” a cui si sottoporrebbe per il bene del Paese: “Non sono mosso da ambizioni politiche, a volte gli impegni sono disumani, ancorché sia aiutato nella quotidianità dell’azione di governo da quella straordinaria persona che è Gianni Letta, ma sto qui per senso di responsabilità”. Ed ancora: “So bene che i cimiteri sono pieni di persone indispensabili, ma credo che se dovessi ritirarmi ora mancherei a un mio dovere e perderei la stima dei tanti italiani che mi hanno dato la loro fiducia”

Sul fronte politico, intanto, le acque restano agitate. Con l’ombra di un governo tecnico che si allunga sull’esecutivo. Soprattutto dopo le parole pronunciate da Fini sul caso Ruby. Eventualità che la maggioranza vede come il fumo negli occhi: “Spero che quelle del presidente della camera siano solo battute. Ma se qualcuno provocasse una crisi di governo l’unica via sarebbe quella del voto” dice il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.

Ultimativi i toni del Carroccio. “Macché governo tecnico, macché Lega interessata a un governo tecnico! Io sono preoccupato che qui, profittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei fighetta, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti. Ma se c’è colpo di Stato la rivolta del popolo è legittima” sbotta il ministro per la semplificazione, Roberto Calderoli.

Ma proprio dai finiani arriva un nuovo affondo. “Chi dice che bisogna parlare solo delle cose da fare o fatte da questo governo, fa finta di non capire che Berlusconi non è, non può essere, ‘Berlusconi Silvio’ privato cittadino. Sarebbe bello per lui ma non è così – dice Filippo Rossi su Ffwebmagazine, periodico online di Farefuturo -. Qualsiasi cosa voglia essere l’uomo di Arcore, gli italiani, tutti gli italiani, sono comunque coinvolti. Ed è per questo che parlare di Berlusconi è fare la cosa giusta”.

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/11/01/news/ghedini_ruby-8634588/

Iraq, 55 morti e 70 feriti nell’attacco alla chiesa siro-cattolica di Bagdad

Iraq, 55 morti e 70 feriti nell’attacco alla chiesa siro-cattolica di Bagdad

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http://www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20101101_iraq_chiesa_attentato.jpg

Al Qaeda rivendica l’attacco: mujaheddin in collera hanno effettuato il raid in uno dei rifugi osceni contro l’Islam

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BAGDAD (1 novembre) – Almeno 55 persone hanno perso la vita e 70 sono rimaste ferite nel massacro avvenuto ieri nella chiesa siro-cattolica Nostra Signora della Salvezza a Baghdad, dopo il blitz delle forze irachene per liberare i fedeli presi in ostaggio da al-Qaeda. Ma il bilancio dei morti potrebbe salire ancora a causa delle gravi ferite riportate dalle vittime, ha spiegato all’agenzia tedesca Dpa, Pascal Warda, membro della comunità siro-cristiana.

Secondo quanto riferiscono fonti locali, tra i morti si sono anche due preti, uno dei quali sarebbe stato colpito da uno sparo di arma da fuoco di un terrorista. Tra le vittime anche dieci donne ed otto bambini. Quanto ai morti tra i terroristi, il capo della sicurezza di Baghada, Qassem Atta, ha parlato di otto militanti. Per liberare gli ostaggi i terroristi chiedevano il rilascio entro 48 ore di donne musulmane che secondo loro erano tenute segregate nei monasteri copti in Egitto. L’Organizzazione per lo Stato islamico in Iraq, braccio iracheno di al-Qaeda, ha rivendicato l’attentato in un comunicato posto su un sito islamista, in cui avverte che quello di ieri è solo il primo di una serie di attentati contro i cristiani che vivono in Iraq.

Un gruppo iracheno legato ad Al Qaida, lo Stato islamico dell’Iraq (ISI), ha rivendicato l’attacco di ieri a una chiesa cattolica di rito orientale a Baghdad. «Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah – si legge in un comunicato del gruppo terrorista – ha effettuato un raid su uno dei rifugi osceni dell’idolatria, che era stato sempre usato dai cristiani dell’Iraq come quartier generale per la lotta contro la religione dell’islam e il sostegno a quelli che combattono questa religione».

«Un’assurda» e «feroce violenza» contro «persone inermi»: così Papa Benedetto XVI ha definito oggi la strage avvenuta ieri in una chiesa siro-cattolica di Baghdad, dove un gruppo di terroristi ha preso in ostaggio i fedeli e i preti durante la messa domenicale e , nel successivo blitz della polizia, sono morte 30 persone e 50 sono rimaste ferite. Un giovane prete è stato ucciso sull’altare.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=125010&sez=HOME_NELMONDO

Bunga bunga, la Boccassini interroga su Ruby l’ex questore di Milano

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Bunga bunga, la Boccassini interroga su Ruby l’ex questore di Milano

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http://solleviamoci.files.wordpress.com/2010/11/nicoleminetti.jpg?w=224 L’ex igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti, ora deputato regionale in Lombardia..

Il Corriere pubblica una foto della ragazza con Fabrizio Corona. Fini: “Se la storia è vera, Berlusconi si dimetta”. Il premier: “Non ci penso”

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di Franco Pennello
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Ora è stato promosso, dal ministro Maroni, prefetto, ma la notte in cui Ruby fu affidata a Nicole Minetti, anziché finire in una comunità, era ancora questore di Milano.
Vincenzo Indolfi, diventato prefetto soltanto il 7 ottobre, è stato sentito come testimone dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, che sta indagando su quanto avvenuto nella questura di Milano nella notte tra il 27 e il 28 maggio scorso.
Quante e quali telefonate – si chiede, tra l’altro la Boccassini – errivano da Palazzo Chigi?
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Oggi Ruby compie 18 anni

Oggi, intanto, “Ruby rubacuori” compie 18 anni e il Corriere della Sera ha deciso di togliere le “schermature” alle sue fotografie.
Tra l’altro, il quotidiano di via Solferino ne pubblica una (quella che vedete sulla home) in cui la ragazza marocchina è insieme a Fabrizio Corona, una conferma indiretta che era ben nota nel mondo della “vita” milanese, di cui Lele Mora (che l’ha introdotta, ancora minorenne, ad Arcore e che in queste vicenda è indagato, assieme a Emilio Fede e Nicole Minetti) e Fabrizio Corona sono da sempre protagonisti.
Il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli mette in evidenza anche i 6 punti della vicenda rimasti oscuri.
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Fini: “Se il caso è vero, Berlusconi si dimetta”

“Se il caso di Ruby è vero, Berlusconi di dimetta”: Gianfranco Fini – dopo averci riflettuto per diversi giorni – trae le sue conseguenze dalla vicenda della ragazza marocchina che proprio oggi compie 18 anni.
Tra l’altro la nota ufficiosa di ieri del Pm dei minori ha ribadito che aveva disposto che Ruby andasse in comunità e stamattina emerge che, quella sera, c’erano ben quattro case di accoglienza che avevano posti disponibili.
E, invece, Ruby fu affidata in tutta fretta a Nicole Minetti, amica personale di Berlusconi e consigliere regionale del Pdl in Lombardia.
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Berlusconi: “Non mi dimetto”

“Gianfranco Fini vuole le mie dimissioni? Si assuma le sue responsabilità davanti agli elettori e stacchi la spina del governo”: chi ha avuto modo ieri di parlare con Silvio Berlusconi ad Arcore lo descrive di pessimo umore.
Il premier non avrebbe per niente gradito le ultime dichiarazioni di Gianfranco Fini.
E non solo quelle relative al “caso Ruby”, ma anche su quello che il leader di Fli ha detto sulla possibile “interdizione” parlamentare sulle “leggi che servono unicamente per Berlusconi”.
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Maroni ieri ha detto che tutto era in regola, ma…

Lo si immaginava dopo la nota confusa emessa dalla questura di Milano e la fretta dimostrata dal ministro degli Interni, Roberto Maroni, nel dichiarare che era “tutto in regola”.
Invece, altro che “in regola”: non c’è stata alcuna autorizzazione all’affido di Ruby alla consigliera regionale del Pdl Nicole Minetti (e igienista dentale di Berlusconi) da parte del Pm dei minori Annamaria Fiorillo, di turno la sera del 27 maggio quando la ragazza venne fermata e portata in Questura a Milano.
L’ultima notizia arriva da fonti giudiziarie citate dall’agenzia Ansa.
Annamaria Fiorillo, contattato più volte dalla polizia, non solo non diede il via libera alla consegna della ragazza ma, a differenza di qunto sostenuto dalla questura di Milano, non raggiunse mai alcun accordo circa l’affido alla consigliera, e non lo avrebbe raggiunto nemmeno nel caso fosse arrivata negli uffici di via Fatebenefratelli una copia dei documenti di identità.
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Il Pm aveva deciso che Ruby andasse in una casa protetta

Il magistrato aveva disposto la collocazione di Ruby in una struttura protetta e, qualora non ci fosse stato posto (come riferito poi dalla Questura), di trattenerla.
Infine alla Fiorillo non sarebbe mai arrivata la telefonata per chiedere l’autorizzazione ad affidare la minorenne, una volta identificata, alla Minetti.
E, dopo queste precisazioni, i funzionari che alla questura di Milano hanno gestito quella notte l’affaire Ruby (e che non hanno saputo dire no alle pressione di Berlusconi) sono ancora più nei guai.
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Fini: “Sono amareggiato, l’Italia fa brutta figura”

”Sono amareggiato: è una vicenda che sta facendo il giro del mondo purtroppo e mette l’Italia in una condizione imbarazzante”: anche il presidente della Camera dice la sua sul “caso Ruby”, poi – riprendendo l’allarme lanciato ieri dalla presidente di Confindustria, Emma Marcegalia, denuncia la situazione di un’Italia “ferma e dilaniata dalle polemiche”.
La situazione politica si va facendo, infatti, sempre più complessa. Anche la Lega Nord è entrata in fibrillazione. Il ministro degli Interni, Maroni, assicura che la questura di Milano nella vicenda “ma seguito la prassi”, ma l’opinione pubblica sa che non è così. E Bossi tocca con mano il malcontento dei milanesi.

Il Corriere della Sera, intanto, parla di due telefonate partite per Ruby da Palazzo Chigi: una del presidente del Consiglio e una del suo caposcorta. E rivela che a Ruby era stato lasciato il cellulare.

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Bunga+bunga%2C+la+Boccassini+interroga+su+Ruby+l%27ex+questore+di+Milano&idSezione=8591

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Caso Ruby, il capo della comunità egiziana vuole denunciare Silvio

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Pronta una manifestazione di protesta per le parole su Mubarak. Ma anche un’azione legale, con l’accusa di diffamazione

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di Alessandro D’Amato (Gregorj)

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Lo scrive il giornale egiziano Al-Masry-Al-Youm: Adel Amer, presidente dell’associazione egiziani del Lazio (una comunità con 15mila iscritti) vuole denunciare il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi perché ha cercato di spacciare la marocchina Karima El Marough alias Ruby Rubacuori per nipote del presidente Mubarak.

LA STORIA - Della storia parla anche il Corriere della Sera, che riporta le parole di Adel Amer: “Mubarak va rispettato. E’ un uomo corretto e perbene. Per noi non è accettabile mettere in questa situazione il capo dello Stato”. Sul sito internet però si dice anche altro:

Amer ha dichiarato di voler citare in giudizio Berlusconi con l’accusa di diffamazione. Nei prossimi giorni, Amer intende inviare una lettera di protesta al presidente italiano Giorgio Napolitano, ha aggiunto. Amer ha continuato a dire che, se necessario, i membri della comunità egiziana di Roma metterà in scena una protesta davanti al palazzo presidenziale italiano per esigere scuse ufficiali al popolo egiziano.

Mentre il Corriere ricorda anche che a Parigi nel maggio 2009 una malattia uccise una nipote di Mubarak.

“IN NESSUN PAESE DEL MONDO” – Quanto fatto da Berlusconi, riporta ancora il Corriere, secondo Adel Amer “non è stato mai compiuto da nessuno al mondo”. E anche se il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato che “Il caso Ruby non ha inciso negativamente sulla capacita’ dell’Italia di dire la sua in modo importante al Consiglio europeo di venerdi’ quando si sono decise le nuove misure di stabilita’ finanziaria”, e ha aggiunto che le cancellerie straniere non fanno domande sul caso Ruby, spiega Frattini, chiedono, invece, “informazioni sulle possibili elezioni anticipate, sugli strappi di mezza estate della maggioranza. Chiedono conto del continuo stillicidio che riguarda la stabilita’ di Governo, che e’ un valore per un Paese”, la situazione con l’Egitto sarebbe comunque tesa. Secondo molti, il rischio sarebbe la convocazione dell’ambasciatore italiano al Cairo per chiedere ufficialmente spiegazioni, oppure – e sarebbe molto più rumoroso – con una dichiarazione ufficiale di richiesta di spiegazioni al governo italiano da diffondere attraverso i media. E così il caso internazionale sarebbe servito.

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.giornalettismo.com/archives/92310/caso-ruby-capo-della-comunita/


Per la Fiat ottobre rosso: le vendite crollate del 39,5% / L’ANALISI DI 7 ANNI FA – Fiat: storia di un management orientato al fallimento

Per la Fiat ottobre rosso
le vendite crollate del 39,5%

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La Federauto, l’associazione dei concessionari, ha diffuso i dati sull’andamento del mercato. Il gruppo del Lingotto in calo di oltre 10 punti più della media di tutte le marche e quasi il doppio rispetto ai marchi stranieri

Per la Fiat ottobre rosso le vendite crollate del 39,5% L’Ad della Fiat Sergio Marchionne

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ROMA – Il gruppo Fiat, inteso come Fiat, Alfa e Lancia, segnerà ad ottobre un calo delle vendite del 39,5%, ben oltre il -29% dell’intero mercato dell’auto. Lo prevede Federauto 1, l’associazione che raggruppa i concessionari di tutti i brand commercializzati in Italia, fornendo dati più dettagliati rispetto alle previsioni diffuse già ieri. “I marchi esteri, tutti insieme, contengono le perdite a un -22,9% circa”, ha detto il presidente di Federauto.

Piero Carlomagno, presidente dell’Unione Concessionari del Gruppo Fiat (UCIF) ha commentato: “è vero, in questo momento siamo in difficoltà, è sotto gli occhi di tutti. I fattori sono molteplici e articolati. Però Fiat sta ponendo in atto delle strategie volte a riconquistare il terreno perduto. Con un po’ di pazienza arriveranno i nuovi modelli previsti dal piano industriale, ma stiamo già lavorando, con la Casa, per trovare nuove strategie, nuove iniziative, e ridisegnare le regole della distribuzione. Anche il cambio di management, con l’inserimento del nuovo amministratore delegato Andrea Formica, va in questa direzione”.

Proprio la mancanza di nuovi modelli è la critica che viene da più parti espressa all’Ad del Lingotto, Sergio Marchionne, artefice dell’imminente spin-off del gruppo in Fiat SpA e Fiat Industrial. Al prossimo Salone dell’auto di Ginevra, in programma dal 3 al 13 marzo 2011, i modelli che Fiat metterà in vetrina saranno la nuova Lancia Ypsilon, la 300C e la Grand Voyager, due modelli Chrysler che in Europa saranno targati Lancia. Nel 2011 Fiat lancerà sul mercato, entro il primo semestre, la nuova Ypsilon, il nuovo Jeep Grand Cherokee nella versione diesel, il lifting della Jeep Wrangler e Jeep Patriot e il Suv Dodge Journey, che verrà battezzato con un nuovo nome e sarà targato Fiat. Dalla seconda metà del 2011 sarà la volta della 300C e della Grand Voyager e, dulcis in fundo, la nuova Panda prodotta a Pomigliano. Non passa inosservata, naturalmente, l’assenza di nuovi modelli Alfa Romeo, per i quali bisognerà aspettare il 2012. Sempre che, come ammoniscono alcuni osservatori del settore, “non vengano annunciati altri rinvii, per esempio per il Suv Alfa”, attualmente previsto al 2012.

Commentando il risultato di ottobre in Italia per le case estere Adolfo De Stefani Cosentino, presidente dei concessionari Mercedes (UCISM), ha rilevato: “se devo esaminare la situazione dei marchi premium, noi perdiamo meno perché avevamo già subito una forte contrazione negli anni precedenti. Per cui, nello specifico, ci parametriamo con un 2009 che già era stato avaro nei nostri confronti. Sui marchi premium pende sempre il problema irrisolto della fiscalità delle auto aziendali, completamente fuori linea rispetto agli altri paesi europei. Se il governo sistemerà questa anomalia, le aziende torneranno a svecchiare i loro parchi auto con indubbi vantaggi per l’ambiente, la sicurezza, l’occupazione del nostro comparto e le tasse incassate dallo Stato. Un meccanismo virtuoso dove tutti uscirebbero vincenti”.

L’automobile in Italia, sommando costruttori, concessionari e indotto impiega circa un milione di addetti e la debacle del mercato avrà “pesanti ripercussioni sul settore”, afferma il presidente di Federauto, Filippo Pavan Bernacchi, che precisa che “l’auto incide per il 20% del Pil” nel nostro paese. Pavan Bernacchi rileva “di aver chiesto già il 5 ottobre un incontro urgente al nuovo ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, ma la nostra voce resta per ora inascoltata”.

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/11/01/news/vendite_di_ottobre_per_la_fiat_-39_5_-8636945/?rss

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Questa l’analisi che si faceva 7 anni fa..

Fiat: storia di un management orientato al fallimento

Mario Rosso spiega il clamoroso fallimento manageriale della Fiat, ovvero come praticando il quality management al contrario l’azienda sia arrivata al fallimento

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Il cosiddetto «caso Fiat» è stato negli ultimi giorni oggetto di ogni tipo di commento. E ben lo merita, per la gravità della crisi, le sue dimensioni e l’impatto sull’economia, sugli equilibri di potere, per la straordinaria complessità di qualsiasi piano di intervento, e per l’apparente rapidità e imprevedibilità di questo livello di disastro.

Perché di disastro si tratta, come sa chi ha seguito dall’interno dell’azienda, o da posizioni molto vicine al management e ai meccanismi decisionali, l’incredibile sequenza di errori, superficialità, mistificazioni, che hanno portato in quattro, cinque anni, la Fiat a questo punto.

Mi sembra che nei commenti e lamenti che stanno accompagnando questa storia italiana, quella che continua a mancare sia una serena critica e autocritica di come e perché questo è accaduto, e almeno una piccola riflessione su come fare per evitare che accada ancora.

Intanto, gli attori di questo dramma sono diversi: in prima approssimazione almeno la «proprietà», poi il management, quindi i politici, i giornalisti, e, non ultimo, il sindacato. Ripercorriamo quindi, senza pretese di scientificità e oggettività, le vicende più recenti.

Con l’uscita di Vittorio Ghidella, e in particolare con quel tipo di uscita violenta, senza l’onore delle armi, Fiat Auto ha perso una leadership insostituibile, non per qualità o doti sovrumane di Ghidella (rimasto non a caso «l’ingegnere» per antonomasia nel lessico dei quadri di Fiat Auto) ma per un raro mix di competenza sul prodotto, di passione, di determinazione, di carisma specifico per quella fase strategica di quella Fiat.

Eppure, per tutta la successiva gestione Romiti, nonostante evidenti debolezze commerciali, la Fiat è riuscita a mantenere una struttura relativamente solida, un’identità operativa che faceva comunque guardare alle difficoltà con preoccupazione, ma con la consapevolezza di avere le risorse per affrontarle.

Dall’uscita di Romiti, comincia una spaventosa accelerazione del declino. Una serie di scelte sugli uomini, sbagliate in modo evidente, spesso ambigue e paralizzanti: Roberto Testore viene nominato amministratore delegato di Fiat Auto e presentato al costernato consesso degli «alti direttori» del Gruppo: «E’ di ottima famiglia, abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare le qualità di suo padre».

Tuttavia Cantarella, nominato contestualmente amministratore delegato del Gruppo Fiat, manterrà per sé le deleghe relative alla progettazione e allo sviluppo dei prodotti. Questo rende monco e delegittimato il ruolo di Testore, ed espone la Progettazione di Fiat Auto a una totale mancanza di guida, di indirizzi, di sostegno e sicurezza. Stilisti, tecnici, tecnologi sono esposti alle incursioni di Cantarella, che interviene anche su aspetti di dettaglio, modifica il disegno delle maniglie e dei bocchettoni per la benzina, rifiutandosi di ascoltare qualsiasi critica, e intanto si sbagliano alcune delle decisioni fondamentali: la richiesta del Marketing di fare una vettura per città piccola a quattro porte viene bollata come «ignorante», perché «ingegneristicamente sbagliata».

Un anno dopo, il mercato viene invaso dai modelli giapponesi a quattro porte, devastando le quote di mercato Fiat.

Anno dopo anno viene rimandato lo sviluppo di un Suv (Sport utility vehicle), nella convinzione, più volte ribadita, che il consumatore affluente ed evoluto non potrà mai accettare auto sostanzialmente scomode, meno veloci e confortevoli delle grandi berline di lusso (Mercedes, Bmw, Lancia). Si manca totalmente di quel minimo di apertura al mercato, o di disponibilità a imparare, che consentirebbe al management di aprirsi ai nuovi modelli di consumo.

Tutti capiscono che il boato che viene dalla folla prelude a una rivolta, e non a un trionfo. Tranne l’imperatore, che parla di programmi e obiettivi impossibili, che nessuno gli contesta con i fatti, tantomeno una corte delusa e intimorita. Intanto Rover, Toyota, Chrysler, Gm si incuneano nel nuovo segmento (ad alta profittabilità), lo fanno crescere e lo occupano in modo irreversibile.

World car

Ma vogliamo parlare di globalizzazione? Anzitutto, ancora, sul prodotto. Alla prima dichiarazione sullo sviluppo di una world car, cioè di un modello medio economico sostanzialmente uguale per il pubblico meno abbiente dei Paesi evoluti e per le nuovi classi medie delle nazioni in sviluppo (Sud America, India, Cina, Est Europa), i grandi concorrenti gongolano. E’ infatti noto a tutti che i tentativi finora compiuti (principalmente da General Motors e da Renault) hanno dimostrato che si tratta di un’idea fallimentare dal punto di vista del marketing. Un’ossessione di ottimizzazione ingegneristica non vuole o non sa tener conto del fatto che bisogni e percezioni dei consumatori sono ancora in fasi troppo diverse per poter essere soddisfatte da un’offerta identica e venduta come identica.

Inoltre la necessità di standardizzare costringe all’allineamento delle soluzioni tecniche e di design verso il basso, dando vita a uno dei modelli meno riusciti degli ultimi anni, la Palio, superata in negativo solo dalla Duna, che rialimenta così l’aneddotica deteriore sulla qualità del prodotto Fiat, cui in gran parte risale la distruzione di valore del marchio operata negli ultimi anni.

Ma, a parte il prodotto, con quale cultura si vuol fare la globalizzazione? Pochi esempi.

In India

Si deve costruire uno stabilimento in India. I manager della società locale predispongono progetti e piani tramite società di ingegneria e di costruzione indiani; infatti essi conoscono normativa, prassi, esigenze locali di chi concretamente ci lavorerà, e sanno come sveltire i lavori e risparmiare.

Ma al momento di partire con la costruzione, arriva un diktat: bisogna utilizzare la società interna di Fiat, Fiat Engineering, all’interno ribattezzata Fiat Geometring per la sua burocrazia, costi alti e rigidità di soluzioni. Risultato: ritardo di sei mesi, costi più alti del 35%, soluzioni organizzative e strutturali che niente hanno a che fare con le modalità operative locali. A un timido accenno a questi e altri problemi operativi, nel corso di un incontro di Progress Report, si replica con rabbioso fastidio: «Ma vi rendete conto della soddisfazione di aver sentito parlare piemontese in India?».

Allo sgomento gruppo di manager che assiste alla scena rimane solo l’amara consolazione di aver capito, forse prima di altri, uno dei motivi dell’inevitabile insuccesso Fiat: perché dietro «Gianduja a Bangalore» (come viene immediatamente soprannominata questa filosofia di globalizzazione), sta non solo una svuotata riedizione della vecchia teoria della «one best way», ma una sua interpretazione provinciale e arrogante, installata e radicata su un sistema di potere che non si riesce a scuotere.

A gestire gli organici della nuova società in India viene inviata una responsabile del personale piemontese che non parla inglese.

Argentina

Un altro semplice esempio: a metà degli anni ’90, improvvisamente, prende corpo la decisione di investire in un nuovo stabilimento per la produzione di automobili in Argentina. Non un solo elemento delle analisi conforta questa decisione, anzi. I vecchi manager Fiat Auto, al solo sentire il nome «Argentina», rabbrividiscono: ricordano ancora con preoccupazione le storie della precedente avventura argentina di Fiat Auto: volatilità del mercato, corruzione, problemi sociali, sequestri di persona: un fallimento ben presente nella memoria.

Inoltre tutti sanno che la capacità produttiva installata in Brasile è più che sufficiente a soddisfare le necessità dell’Argentina, anche perché il Brasile è ben noto per le sue accentuate ciclicità, e quindi si presta bene a espansioni e contrazioni della capacità produttiva. Nonostante tutto – e malgrado gli altri «Capi Settore», che si tenta di coinvolgere nella avventura, facciano una rabbiosa resistenza e opera di dissuasione (Giancarlo Boschetti per Iveco e Riccardo Ruggeri per New Holland) – il processo decisionale va avanti inarrestabile, tra la sfiducia e lo scoraggiamento generale.

Oggi le attività argentine sono letteralmente un cumulo di macerie. I veri numeri non si sapranno mai. Ma come minimo, parlando solo dei costi diretti, si possono approssimare per difetto a duemila miliardi di vecchie lire di perdite, tra investimento iniziale (mille miliardi?) e perdite dei successivi tre anni (altri mille?).

Outsourcing

Intanto all’interno di Fiat Auto procede a grandi passi una politica di outsourcing sbagliata: si spezzetta il ciclo operativo e produttivo in decine di segmenti che vengono venduti all’esterno, appaltati a specialisti o fornitori. Prima tocca a logistica, trasporti e manutenzioni. Poi si passa alle fasi del ciclo produttivo: stampaggio, verniciatura. Così la complessità aumenta invece che diminuire, si perde il controllo della catena del valore, i dipendenti della Fiat Auto passano da 85.000 a 25.000.

Questo processo, che richiede rigorose procedure sindacali, passa totalmente ignorato da tutti: il sindacato, ipnotizzato dalla faccia di Gorgone del nome Fiat, o ricattato dalla logica del male minore, o malamente coinvolto, o semplicemente incapace e inadeguato (ricordo che gran parte di questo disastro avviene durante il governo del centrosinistra) si affanna a salvare l’albero mentre si distrugge la foresta; contratta le «garanzie» ad ogni spin-off, mentre è chiaro a tutti che è l’intero apparato aziendale a scivolare verso il collasso.

E il management? Viene sistematicamente sottoposto a un processo di «omologazione», tramite la marginalizzazione del diverso, la criminalizzazione del dissenso e il controllo/restringimento delle deleghe operative. Si verifica il ben noto processo di involuzione per cui i problemi nati da errori di eccessivo accentramento cominciano a richiedere una gestione di emergenza, che a sua volta legittima un ulteriore accentramento del potere, potere che però finisce nelle stesse mani del gruppo che ha generato i problemi.

E che dunque non può riconoscerli, ma anzi è portato a ripeterli. Se un gruppo di manager in qualche modo si distingue, l’intervento è immediato ed esemplare.

Guardate il caso New Holland, il Settore Trattori e Macchine Movimento Terra. Ho il privilegio di aver fatto parte di un management un po’ fuori schema – e anche meno «sotto controllo» della Corporate perché localizzato a Londra – che si è reso protagonista di una delle svolte più straordinarie, portando l’azienda da una situazione pre-fallimentare a una posizione di profitto netto di 600 milioni di dollari in tre anni (sulla vicenda, che costituisce uno dei casi di studio della Bocconi, è stato scritto un libro).

Ebbene, questo gruppo di manager – realmente internazionale e globale avendo gestito per sette anni all’estero – invece di essere valorizzato e utilizzato per risanare altre situazioni critiche, viene brutalmente spazzato via e disperso, per l’unica colpa, in realtà, di non essere omogeneo, organico, allineato al nuovo vertice. Tre anni dopo la stessa New Holland, divenuta Cnh Case New Holland dopo la sciagurata acquisizione dell’americana Case, sarà di nuovo sull’orlo del baratro. Quanto altro valore distrutto, tra denaro, asset, professionalità e motivazione?

Fin qui la storia, alcune storie. Ma perché è successo tutto questo, e come è potuto succedere? E soprattutto: come possiamo almeno diminuire la possibilità, se non evitare, che accadano cose simili in futuro?

Non credo che dal caso Fiat si possano derivare insegnamenti e regole astratte, perché le motivazioni e le diagnosi devono fare riferimento alla specifica storia e alle condizioni politiche culturali ed economiche in cui la vicenda si è svolta: ma forse qualche indicazione generale può essere tratta.

Appena nominato, il nuovo presidente Fresco visitò in modo informale varie sedi del gruppo, incontrando parecchi alti manager. E a tutti usava fare la stessa domanda: «Quali sono secondo Lei i tre principali punti deboli della Fiat?».

Colpa del cliente

Ebbene, a più di quattro anni, posso ripetere la stessa risposta che gli diedi allora, con l’amara consapevolezza che nulla è stato fatto e che anzi forse oggi c’è qualcosa da aggiungere. Ecco, in estrema sintesi:

Una cultura d’azienda abissalmente lontana dal cliente, e di chi lo rappresenta, cioè la rete commerciale, mai ascoltata e sempre disistimata. La carenza di adeguata formazione commerciale, marginalizzazione degli uomini di vendita e di marketing nelle carriere interne, ideologia monopolistica e specialmente la dominanza del «pregiudizio ingegneristico», cioè la convinzione diffusa e radicata che il «saper fare» il prodotto risiede nella competenza progettuale e tecnico-produttiva, che sa sempre, prima e meglio del cliente, come si fa una buona macchina. Se poi il cliente non capisce, e compra un’auto della concorrenza, peggio per lui, rimarrà ignorante.

Avanti, Savoia

L’esperienza dimostra che molto sovente i fattori di successo di una certa fase possono rapidamente trasformarsi, al variare delle condizioni di mercato, in zavorre mortali. Ebbene, il radicamento piemontese di Fiat è stato per anni un elemento straordinario di forza: laboriosità, frugalità, obbedienza e rispetto per la gerarchia, precisione e talento per la meccanica, conservatorismo e rifiuto del rischio, pragmatismo e riservatezza, sono stati gli elementi di forza distintivi su cui si è creata e sviluppata la fortuna del Gruppo.

Per non parlare dell’eccellenza di un management della cui formazione il Gruppo Fiat è stato la vera «accademia italiana» negli anni ’70 e ’80, in linea con la locale tradizione culturale e universitaria.

Ma poi, rapidamente, tutto cambia: il mercato si apre, il sistema politico cessa di essere un riferimento affidabile, è necessario competere all’estero, e le doti si rivoltano nel proprio contrario. La riservatezza diventa diffidenza, e non aiuta la multiculturalità; il conservatorismo diventa opposizione al diverso; frugalità e rifiuto del rischio limitano la visione e la volontà di investire nel futuro; fedeltà e rispetto della gerarchia diventano subordinazione, acquiescenza, passività e rinuncia.

Lo straordinario asset costituito da una tecnostruttura capace, fedele e laboriosa viene così, non gestito, lasciato degradare, e quasi ormai dissolversi. Il gruppo di potere, invece di correggere la deformazione, la accentua. All’inizio del ’98 quasi il 70% dei vertici del Gruppo e dei principali settori erano piemontesi, e di questi l’80% di una ristretta area della regione, compresa tra le province di Cuneo e Asti.

E pensare che da anni qualcuno dibatteva il tema di un giusto mix intercontinentale di management!

Poco ascolto

Una delle caratteristiche del «caso Fiat», e che lo rende in un certo senso più inesplicabile di altre crisi aziendali, è il suo essere, in modo clamoroso, un disastro annunciato. Se infatti si riguarda l’andamento economico e di mercato della Fiat balza agli occhi un’alternanza vistosissima tra fasi di successo e profittabilità e momenti di crisi e perdite. Fatto ancora più significativo, i periodi di alternanza si accorciano sempre di più, fino alla crisi attuale. Il vertice sembra aver perso ogni capacità (o volontà?) di leggere e capire ciò che succede, e gestisce «per crisi», cioè affannosamente re-agisce solo quando i sintomi del problema hanno talmente superato il livello di guardia (e di dissimulabilità) che sono innegabili.

E allora casse integrazioni, mobilità, outsourcing, rottamazioni, prepensionamenti di centinaia di dirigenti e migliaia di tecnici e quadri, progetti di riduzione costi, work-out, campagne d’opinione sul problema della competitività del sistema Italia (come se all’estero si stessero mietendo chissà quali successi), e specialmente belle campagne di disinformazione, sostenute dall’allegro e disincantato opinionismo dei giornalisti amici, succubi di molti fascini, sempre pronti a spiegare alla pubblica opinione perché la colpa è dei giapponesi, del sistema Italia, del sindacato, qualche volta del governo, ma mai del vertice del gruppo, del management, e meno che mai della proprietà, intoccabile icona italiana.

Ma tutto questo succede anzitutto perché nella rocca di Corso Marconi, e poi di Lingotto (dove si sono ricostruiti, se possibile in modo ancora più oppressivo, i simboli di un potere imbalsamato nel proprio passato: corridoi marmorei, sale riunioni obitoriali, ferrea divisione tra reparti e uffici, atmosfera di intimorita rassegnazione…) nulla può essere detto di ciò che realmente accade all’esterno. La critica non è ammessa, l’evidenziazione dei problemi è vista, e quindi sanzionata, come aggressione al potere legittimo, che si circonda sempre più di ex professionisti, trasformati in ciambellani compiacenti, o, nei casi migliori (e ce ne sono stati tanti) statue silenti impegnate, quasi di nascosto, a salvare il salvabile.

Ma non è solo un problema di stile manageriale: è l‘intero sistema di funzionamento dell’azienda a scoprirsi improvvisamente, anche se tardivamente, inadeguato a fronte della spaventosa accelerazione dei ritmi di cambiamento e del tasso di complessità nella gestione del settore.

Il management Fiat, infatti, ha «mancato» completamente la grande stagione di cambiamento delle tecniche e delle culture manageriali che ha investito, stravolto e rigenerato la grande industria e tutte le migliori aziende mondiali a partire dalla prima metà degli anni ’80. Quel «new management system» che – partendo dalle parole d’ordine delega-decentramento, process based company, informatizzazione estrema, ossessione per il cliente, attenzione totale alla qualità e motivazione delle risorse umane, networking, integrazione delle componenti del modello giapponese, miglioramento continuo, logistica integrata, e, specialmente, qualità – è diventato e si è consolidato come il modello di successo di tutti i competitor mondiali, attraverso interventi seri, continui e coerenti, volti a cambiare radicalmente il modo di essere, gestire e competere: un grande cambiamento anzitutto culturale, in Fiat mille volte proclamato e celebrato, ma mai realizzato.

Difficile sintetizzare le ragioni di un così totale fallimento, sapendo che molti, all’interno, hanno in buona fede singolarmente creduto a questi piani di cambiamento. I motivi sono complicati, e l’amara verità è che la mancanza di fiducia nella possibilità di fare collettivamente grandi cambiamenti, insomma l’incapacità di «credere», è una delle principali debolezze della cultura manageriale italiana.

Comunque alla Fiat, sarà stata mancanza di maturità direzionale del vertice, scarsità di risorse al momento dei grandi investimenti formativi, scetticismo e superficialità. Fatto sta che ci si è trovati ad affrontare una poderosa guerra di battaglie campali con il solito moschetto 91 e le scarpe di cartone.

Una El Alamein manageriale annunciata, e nemmeno combattuta con l’eroismo dei poveracci.

 


Attuale direttore generale dell’Ansa, Mario Rosso (57 anni), ha gestito persone, ristrutturazioni, affari internazionali per venticinque anni nel Gruppo Fiat dove è stato per dieci anni alla Direzione personale e organizzazione di Gruppo e ha passato la parte più importante della sua vita professionale all’estero. Laureato in Filosofia a Torino, dopo un periodo a Pittsburgh, è stato capo del personale di Fiat Componenti e in seguito ha ricoperto lo stesso incarico alla Rinascente. Dal ’92 al ’98 ha fatto parte del vertice di New Holland (la società di trattori e macchine movimento terra nata dalla fusione di Fiat Trattori e Ford-New Holland), prima come responsabile delle risorse umane e poi nell’ambito della pianificazione strategica. In questo periodo, da Londra, ha gestito direttamente la ristrutturazione della multinazionale (un caso di successo a livello mondiale), la fusione delle strutture e del management e le partnership in Europa, Cina, India e Messico. Per tre anni, dal ’99 al 2001, è stato responsabile delle risorse umane del gruppo Telecom Italia e per un anno è stato direttore generale di Tiscali.

 

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Newsletter di Mario Pagliaro, 10 marzo, 2003

fonte :  http://www.qualitas1998.net/qualityreport/caso_fiat.htm

La storia dell’arciere Cesare Zoncada: Medaglia d’oro dopo l’artrite reumatoide

GRAZIE ALLA DIAGNOSI PRECOCE

Medaglia d’oro dopo l’artrite reumatoide

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La storia dell’arciere Cesare Zoncada: da non poter muovere neanche un dito al podio italiano, in sei mesi

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Cesare Zoncada
Cesare Zoncada

MILANO – Cesare non può fare a meno della forza nelle braccia. È un arciere, gareggia da anni nel campionato italiano della Federazione Italiana Arcieri Tiro di Campagna: uno sport in cui si simulano battute di caccia dove gli atleti camminano per 5 chilometri, dalle nove del mattino fino al pomeriggio, tirando a finti animali come bersagli. «Ogni volta che si tende l’arco le braccia sostengono 24 chili – spiega Cesare Zoncada -. Oggi posso farlo, sono di nuovo al 90 per cento delle mie possibilità. Ma quando la malattia mi ha colpito non ero più capace di alzare un dito».

CALVARIO – La malattia è l’artrite reumatoide. Si è affacciata nella vita di Cesare nel 2005, durante i campionati italiani FIARC dell’agosto di quell’anno, quando lui aveva 56 anni e vinceva il suo primo oro. «La prima volta sono rimasto bloccato mentre mi allacciavo le scarpe: presi solo degli antidolorifici, senza dare troppo peso al fatto – dice Cesare -. Poi però i dolori non passavano, la febbre andava e veniva; a ottobre un dolore fortissimo al polpaccio, che saliva su fino all’anca, prima a destra poi a sinistra. Non mi muovevo più, a novembre mi si bloccarono anche le braccia. Mi sembrava che la mia vita fosse finita, non potevo fare più niente». L’arciere pensò che fosse tutta colpa del ginocchio: vent’anni prima si era operato al menisco e temeva che i problemi di quel terribile autunno dipendessero da qualche guaio ortopedico. Aveva già fissato l’operazione per inserire una protesi al ginocchio per l’inizio del 2006 quando, a fine anno, smise di muovere perfino le dita: Cesare aveva perso 17 chili, era l’ombra di se stesso e capiva che nessuno, ancora, aveva riconosciuto il suo male.

DIAGNOSI – Poi la svolta: Cesare decise di andare dai reumatologi dell’ospedale di Magenta, in provincia di Milano, e lì venne ricoverato. In breve, arrivò la diagnosi: artrite reumatoide. «Appena finiti gli esami iniziai le cure: ogni giorno facevo qualche metro in più – racconta Cesare -. Dovevo avere pazienza e soprattutto voglia di guarire, così mi sono aggrappato ai miei sport preferiti, la bici e l’arco. Mi ci sono voluti sei mesi per migliorare, un passetto alla volta, ricominciando pian piano a muovere le dita, le braccia, le gambe». Ad agosto, di nuovo i campionati. Erano passati poco più di sei mesi dalla diagnosi e dall’inizio delle terapie, ma Cesare voleva capire come reagiva il suo fisico: si è rimesso in gioco e ha vinto il suo secondo oro. Oggi è tornato a vivere quasi come prima e può praticare il suo sport: continua a vincere, poche settimane fa si è guadagnato la medaglia d’argento ai campionati italiani della sua specialità. Tutto merito della diagnosi precoce, come spiega il suo medico, Magda Scarpellini della Divisione di Reumatologia dell’ospedale di Magenta: «Fino a pochi anni fa chi aveva una malattia reumatica era in qualche modo costretto ad accettare il fatto con rassegnazione. Oggi con la diagnosi precoce e i nuovi farmaci possiamo fare molto, se interveniamo presto: riusciamo infatti a limitare i danni e rallentare la progressione della malattia, migliorando la qualità della vita attuale e garantendo quella futura. Tutto a patto di riconoscere presto i sintomi: nel nostro ospedale abbiamo creato “autostrade” preferenziali per i malati reumatici, formando i medici di medicina generale in modo che ci segnalino subito i casi sospetti e facendo sì che questi pazienti arrivino da noi con il minimo di passaggi burocratici».

DECALOGO – «Ovviamente – prosegue Scarpellini – è importante che i pazienti stessi facciano attenzione alla comparsa di indizi di malattie reumatiche: esiste un “decalogo” che può aiutare tutti a capire se i propri sintomi devono essere riferiti a un reumatologo». Sono indicativi di qualcosa che non va, per esempio, dolori e gonfiori alle articolazioni di mani e polsi che durano da più di tre settimane o una rigidità articolare che al mattino persiste oltre un’ora dal risveglio; da tenere d’occhio anche i gonfiori o gli arrossamenti delle articolazioni in assenza di traumi, la sensazione di secchezza di occhi e bocca associata a dolori articolari o muscolari, lo sbiancamento delle mani in presenza di freddo o forti emozioni; va riferito al medico anche un arrossamento della pelle del viso, peggiorato dall’esposizione al sole e accompagnato da dolori articolari. «Nei giovani le malattie reumatiche possono presentarsi con un dolore tipo sciatica che va e viene, aumenta durante il riposo notturno e si attenua con l’attività fisica – spiega la reumatologa -. Negli over 50 bisogna fare attenzione ai dolori improvvisi a entrambe le spalle e alle anche, soprattutto se si accompagnano a mal di testa e calo di peso; nelle donne in post-menopausa e in chi assume cortisone, è un segnale di malattie reumatiche un dolore alla schiena improvviso dopo uno sforzo o il sollevamento di un peso. Infine, chi soffre di psoriasi dovrebbe stare attento se le articolazioni, la colonna vertebrale o i talloni iniziano a essere doloranti». In tutti questi casi è opportuno parlare dei propri disturbi al medico: potrebbero essere i primi segnali di una malattia reumatica, e riconoscerla presto e bene può fare la differenza fra vivere ancora bene o soffrire ogni giorno per i gesti più elementari.

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Elena Meli
01 novembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/salute/reumatologia/10_novembre_01/arciere-zoncada-artrite-medaglia-oro-meli_0586cdaa-e283-11df-8440-00144f02aabc.shtml

LA RICERCA – “Alcol più pericoloso dell’eroina, dà dipendenza ed effetti passivi nocivi”

LA RICERCA

“Alcol più pericoloso dell’eroina
dà dipendenza e effetti passivi nocivi”

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Giuseppe Boschetti, Ubriachifonte immagine

L’ex consigliere del governo per le droghe e le sostanze nocive insieme ad altri studiosi pubblica su Lancet uno studio dirompente. E chiede ai politici di riclassificare gli alcolici, aumentarne il costo e adottare misure dissuasive simili a quelle usate per il fumo

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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"Alcol più pericoloso dell'eroina dà dipendenza e effetti passivi nocivi"

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LONDRA – Bere alcolici è socialmente più dannoso che prendere eroina, cocaina o altre droghe. Lo afferma, dati alla mano, un eminente studioso britannico, che fino allo scorso anno presiedeva il gruppo di consiglieri governativi su droghe e sostanze nocive. In una nazione come il Regno Unito, dove l’alcolismo è un problema diffuso ed evidente (basta mettersi fuori da un pub il sabato sera per rendersene conto), l’allarme lanciato dal professor David Nutt, in un articolo per l’autorevole rivisita scientifica Lancet, non dovrebbe rimanere inascoltato. Lo studioso chiede al governo di riclassificare l’alcol tenendo conto della sua maggiore pericolosità sociale, suggerisce di aumentare il costo degli alcolici per dissuadere almeno i più giovani dall’abuso e propone misure per considerare gli effetti dell’alcolismo “passivo”, così come è stato già fatto per il “fumo passivo”.

Non tutti concorderanno con le sue tesi, perché il professor Nutt è uno scienziato che ha già creato controversie e polemiche nel recente passato. Lo scorso anno fu licenziato dal suo ruolo di capo dei consiglieri governativi sulle droghe dopo avere criticato il governo per la decisione di riclassificare la marijuana da droga di livello C a droga di livello B, ovvero più pericolosa. Secondo Nutt, presentarla come una sostanza più dannosa e potente avrebbe avuto l’effetto di attirare un maggiore consumo, mentre di fatto vari studi la descrivevano come non particolarmente nociva, con l’eccezione di un tipo particolare di erba. In un’altra occasione, lo studioso si era attirato critiche per avere scritto in un articolo che la probabilità di morire di ecstasy era pari a quella di morire per una caduta da cavallo, mettendo sullo stesso piano le dorghe chimiche e l’equitazione. I maligni ironizzarono all’epoca sul suo nome, Nutt, che in inglese suona come la parola “matto”.

Le credenziali scientifiche di David Nutt, tuttavia, sono ineccepibili. E all’articolo su Lancet hanno collaborato anche un noto farmacologo, Leslie King, e l’economista Lawrence Philips. Il loro studio afferma che l’alcol è tre volte più dannoso della cocaina o del tabacco e cinque volte più dannoso del mefedrone. Recenti rapporti del National Institute for Health e di altri organismi condividono sostanzialmente questa tesi. Su un massimo di 100 punti, lo studio del professor Nutt ne assegna 72 all’alcol, 55 all’eroina, 54 alla cocaina. In termini di danno individuale, l’alcol è classificato al quarto posto, ma balza al primo quando si tiene conto del danno sociale, ossia non solo del rischio di morte e malattie per chi ne fa uso, ma pure  delle implicazioni sociali come conflitti familiari, costi economici, declino della coesione comunitaria. Crimini e disordini sociali legati all’abuso di alcolici costano al contribuente britannico 13 miliardi di sterline (circa 15 miliardi di euro) ogni anno.

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/11/01/news/alcol_pericoloso-8632878/?rss

NON SOLO NAPOLI – San Remo: Discarica chiusa, torna l’incubo-rifiuti

Discarica chiusa, torna l’incubo-rifiuti

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fonte immagine

Oggi e domani l’impianto di Vado resterà fermo, mentre la discarica di Collette a Sanremo non ha ancora ricevuto l’autorizzazione allo stoccaggio provvisorio nei fine settimana. Il servizio di raccolta rischia la paralisi, con le strade invase dalla spazzatura

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Il timore, soprattutto a Sanremo, è che finisca come tre settimane fa: con i cassonetti stracolmi e i cumuli di spazzatura anche per strada. L’emergenza-rifiuti continua a gravare sulla Riviera, dopo il travagliato e obbligato avvìo dello smaltimento a Vado Ligure. Oggi e domani, infatti, come in tutti i giorni festivi, la discarica del Boscaccio gestita dall’EcoSavona resterà chiusa. E questa circostanza determinata dal calendario, con l’accavallamento tra la domenica e la ricorrenza di Ognissanti, rischia di portare di nuovo alla paralisi del servizio.

Per 48 ore, ma forse anche di più, gli autocompattatori carichi di spazzatura non potranno scaricare. La chiusura dell’impianto di Vado avrà infatti come conseguenza il blocco della lavorazione dei rifiuti nella discarica di Collette Ozotto della ditta Idroedil in valle Armea, che funziona come stazione di separazione della frazione umida (il 20 per cento, che resta sul posto) da quella secca (l’80 per cento, che viene trasportata a Vado con i bilici) e di trasferimento.

Da ieri mattina alle 11, quando è stato completato l’ultimo viaggio a Vado prima della chiusura della discarica del Boscacccio, gli autocompattatori carichi di rifiuti che arrivano da Sanremo e dagli altri comuni della provincia si fermano all’ingresso di Collette Ozotto: non possono come detto scaricare e riprendere la raccolta in città, perché l’impianto situato sul crinale tra la valle Armea e il territorio di Taggia non ha ancora ottenuto l’autorizzazione allo stoccaggio provvisorio della spazzatura nei fine settimana.

Quando è stato infatti siglato l’accordo tra le parti – Provincia di Imperia e Comuni da un lato, Provincia di Savona e Comune di Vado dall’altro, più la società Idroedil di Carlo Ghiliardi e l’EcoSavona –, si sapeva infatti che la discarica del Boscaccio resta chiusa il sabato pomeriggio e la domenica. E quindi si era deciso che nei week-end l’impianto di Collette Ozotto, pur ritenuto saturo dalla Regione e non più utilizzabile anche dal punto di vista legislativo e giuridico, avrebbe potuto comunque accumulare i rifiuti provenienti dai 67 comuni imperiesi (350 tonnellate al giorno), per poi riprenderne la lavorazione e il trasferimento dal lunedì. Ma ad oggi questo stoccaggio provvisorio risulterebbe non ancora autorizzato, per cui si ripresenta (vista anche la concomitanza con la ricorrenza di Ognissanti) lo scenario del 10-12 ottobre scorsi: quando alla vigilia dell’inizio del trasferimento dei rifiuti a Vado, l’Idroedil aveva chiuso per due giorni Collette Ozotto, giustificandosi con la necessità di effettuare lavori di sbancamento e sistemazione. Le immagini di quei giorni sono ancora ben vivide: i cassonetti e le strade di Sanremo invase di rifiuti, gli autocompattatori pieni e in colonna per ore all’ingresso della discarica, tra la rabbia e l’esasperazione degli autisti. Ci vollero diversi giorni per tornare alla normalità, e adesso c’è il rischio che quell’emergenza si ripeta.

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31 ottobre 2010

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2010/10/31/AMkbTaCE-discarica_rifiuti_incubo.shtml

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Emergenza rifiuti: la situazione è destinata a peggiorare

Sanremo – “E’ un errore separare l’azione dei tecnici da quella dei politici: bisognerebbe lavorare fianco a fianco” dichiara l’assessore Fera

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Con il «ponte» del primo novembre di mezzo, oggi la situazione dell’emergenza rifiuti è destinata a peggiorare. Perché la discarica di Vado, nuova destinazione della spazzatura della provincia d’Imperia, resta chiusa come in tutti i giorni festivi, mentre quella di Collette Ozotto, in Valle Armea, non può ancora funzionare da punto di stoccaggio provvisorio dopo il congelamento per avvenuta saturazione.

«Purtroppo, sono stato buon profeta: quanto andavo ripetendo da mesi si sta puntualmente verificando – dice con amarezza l’assessore all’ambiente Antonio Fera – E’ un errore separare l’azione dei tecnici da quella dei politici: bisognerebbe lavorare fianco a fianco. Mi dispiace, poi, continuare a leggere o sentire che è sempre Sanremo a creare i problemi maggiori, ma è la città più grande della provincia, con caratteristiche diverse dalle altre, anche per il gran numero di manifestazioni”.

Da “La Stampa”

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01 novembre 2010

fonte:  http://www.riviera24.it/articoli/2010/11/01/96475/emergenza-rifiuti-la-situazione-e-destinata-a-peggiorare

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