Archivio | novembre 20, 2010

NUOVA ZELANDA – Incendio nella cava di Pike River paura per i 29 minatori intrappolati

NUOVA ZELANDA

Incendio nella cava di Pike River
paura per i 29 minatori intrappolati

phats0unds | 19 novembre 2010

An aerial view of the Pike River Coal mine on the West Coast where at least 27 miners are unacconted for after an explosion. 19.11.2010

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Venerdì uno smottamento ha provocato un crollo che ha bloccato 31 operai a 120-150 metri di profondità. Due sono riusciti a salvarsi, preoccupazione per gli altri 29: i soccorsi sono stati bloccati a causa di un probabile incendio nella cava

Incendio nella cava di Pike River paura per i 29 minatori intrappolati L’ingresso della miniera

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GREYMOUTH (Nuova Zelanda) – Si aggrava la situazione dei minatori bloccati da venerdì in una cava a Pike River, a circa cinquanta chilometri da Greymouth, sulla costa occidentale di South Island: un’esplosione di gas ha causato uno smottamento del terreno imprigionando i lavoratori che si trovavano all’interno. Due degli operai sono riusciti a mettersi in salvo mentre 29 sono rimasti bloccati a 120 metri di profondità. Ora, però, nella cava si è sprigionato un incendio che ha fatto sospendere le operazioni di soccorso. “Sulla base dei rilievi effettuati – ha detto l’amministratore delegato della società, comproprietà della New Zealand Oil&Gas e di due società indiane, Peter Whittall – abbiamo scoperto del calore e questo significa che ci deve essere un incendio”. I 29 minatori sono dati per dispersi: ancora non è stato possibile, infatti, stabilire con loro alcun contatto e non si sa se e quanti siano ancora vivi.

Le immagini televisive hanno mostrato alberi inceneriti e una colonna di fumo leggero che si leva dall’alto di una montagna da cui emerge il condotto di ventilazione. Le speranze di familiari e soccorritori sono riposte nel ricordo del miracoloso salvataggio dei minatori cileni, nel deserto di Atacama, ma per ora il primo tentativo di recupero è rimasto frustrato: l’esplosione ha paralizzato il sistema di ventilazione e le squadre di soccorso non sono riuscite a calarsi perché il fallo potrebbe aver fatto accumulare del gas, a rischio di un’altra esplosione.

Tony Kokshoorn, sindaco di Greymouth, ha detto che potrebbero passare giorni prima che le condizioni siano sufficientemente sicure per poter cominciare a cercare i dispersi.

Le equipe di salvataggio e di pronto soccorso sono arrivate immediatamente sul luogo della tragedia, sotto la catena montuosa Paparoa, in una zona impervia e mal collegata ma, benché disposti a lavorare senza interruzione giorno e notte, sono stati costretti a fermarsi a causa del rogo. Decine di familiari sono in attesa di notizie. Il principale tunnel della galleria si spinge per oltre due chilometri dentro la catena montuosa, ma a soli 150 metri di profondità, il che viene considerato un vantaggio perché dovrebbe rendere più facile l’uso eventuale delle attrezzature pesanti. L’ad Whittall ha ipotizzato che i minatori si trovino a 120 metri sotto la superficie. La società proprietaria ha assicurato che ogni minatore ha con sé le bombolette d’ossigeno personali.

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20 novembre 2010

fonte: 
http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/20/news/minatori_nuova_zelanda-9329377/?rss

A come… amianto

A come … Amianto

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Scheda artistica

di e con Ulderico Pesce

- Vorrei essere amianto per attrarre la tua attenzione.
- L’amianto entra nei polmoni tu mi sei entrata nel cuore.

A come…amianto è la storia d’amore tra Nico e Maria. Il primo mira a diventare un giornalista d’inchiesta, pertanto gira l’Italia con una telecamera alla ricerca di informazioni sull’amianto; Maria, invece, vuole diventare cantante e frequenta il conservatorio.

Nico ama Maria ma la trascura perchè è molto preso dal lavoro che lo porta in varie città italiane dove l’amianto ha seminato morte. I dati parlano di 3.700 deceduti in quindici anni, e si prevedono 30.000 morti entro il 2030.

E così ritroviamo Nico in luoghi come Casale Monferrato (AL), dove la ETERNIT, fabbricava per l’appunto l’eternit, dal latino aeternitas, eternità, un miscuglio di cemento e amianto, che costava poco, aveva un’alta lavorabilità ed era isolante dal freddo e dal fuoco, usato per le coperture delle case e dei capannoni, per fabbricare tubature idriche di cui sono ancora pieni gli acquedotti italiani.

I due approfondiscono la storia d’amore in giro per l’Italia a Monfalcone (GO), dove si fabbricano navi coibendate con l’amianto; a Balangero (TO), dove c’è la più grande cava di amianto di tutta Europa; a Biancavilla (CT), una cittadina di 23mila abitanti, circondata da rocce ricche di amianto e infine si recano a Sesto San Giovanni (MI), dove grandi fabbriche quali la Breda, la Falk, la Magneti Marelli, hanno utilizzato l’amianto sin dagli inizi del Novecento.

Ed è proprio a Sesto San Giovanni che Nico vive con il padre Giambattista, operaio alla Breda Fucine, reparto saldatura, dove i lavoratori sono stati esposti all’amianto fino al 1992, anno in cui lo Stato italiano, con un apposita legge, ne ha vietato l’utilizzazione e l’estrazione.

Le Istituzioni italiane, con il caso amianto, fanno parlare del “paese della vergogna” perché, mettendo al bando l’amianto solo nel 1992, hanno nascosto per circa un secolo quanto altri sapevano già dal 1898: “l’amianto è altamente cancerogeno.”
Ma il problema amianto non è finito nel 1992 perché esistono intere aree da bonificare, un’infinità di prodotti ancora in uso costruiti con l’amianto e soprattutto in molti Stati, come il Canada, ancora è consentito produrre derivati dall’amianto che vengono esportati in Africa, Asia e America Latina.

E’ tale l’amore che Maria ha per lui che, nel tentativo di avvicinarlo di più, comincia a girare anche lei alla ricerca di materiale sull’amianto.

E così la ritroviamo a Milano, a casa di Mantovani, il siparista della Scala che ha un cancro ai polmoni provocatogli proprio dal sipario taglia fuoco, costruito in amianto, che divideva la platea dal palcoscenico.

Grazie all’aiuto che Maria dà a Nico il rapporto si arricchisce e diventa più solido, e quando poi il padre di Nico scoprirà di avere anche lui un cancro per aver inalato fibre di amianto in Breda, il loro amore diventa forte come una roccia.
Saranno proprio queste ricerche a portare la coppia…

Scheda Tecnica

Regia: Ulderico Pesce
Interpreti: Ulderico Pesce
Durata: 70 minuti

Impianti:
Luci: 10 proiettori da 1000 w; 3 sagomatori da 1000 w;
Fonica: 2 casse di amplificazione 400 w l’una; 1 lettore cd;

Spazio Scenico: palcoscenico o spazi alternativi

ORGANIZZAZIONE E DISTRIBUZIONE
PigrecoDelta – Chiara Pazzini e Clotilde Recchia
Tel. +39 06 274599 / +39 06 95003818
Cell. +39 338 3833791 / +39 347 1218353
info@pigrecodelta.it

fonte:
http://www.uldericopesce.it/index.php?option=com_content&view=article&id=16:a-come-amianto&catid=3:spettacoli&Itemid=10

 

FIRMATE LA PETIZIONE:


http://www.uldericopesce.it/index.php?option=com_petitions&view=petition&id=10

Politica e Mafia, oltre 72mila firme per difendere Saviano / Saviano a Caffeina 2010: “Io so morire da uomo”. E noi?

Politica e Mafia, oltre 72mila firme per difendere Saviano

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fonte immagine

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Il Giornale fa partire una campagna contro l’autore di Gomorra “che dà del mafioso al Nord”. Noi non ci stiamo. Difendiamo tutti insieme lo scrittore.  Dopo le critiche del ministro Maroni, puntuale è partito il battage  di Vittorio Feltri contro “il predicatore star”, ovvero un uomo che vive sotto scorta ed è stato condAnnato a morte dalla camorra. Non lasciamolo solo.
FIRMA ANCHE TU: io sto con Saviano. Oltre 72mila firme.

Fini: dire che la mafia è anche al Nord non può provocare indignazione


Lunedì il ministro Maroni in trasmissione


Saviano ai lettori de l’Unità: grazie a tutti

«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». È una frase bellissima e tragica di un uomo bellissimo e tragico di questo Paese, Giovanni Falcone. Il magistrato si sentì solo, e morì. È un ricordo importante, enorme, ma di questo si parla: coraggio e isolamento. Roberto Saviano è una persona sola, costretta alla solitudine dalla passione per il proprio lavoro, e dalla bravura nel farlo: questo è il paradosso che accomuna un bravo magistrato e un bravo scrittore. La tragedia incombe quando c’è un salto di qualità in questa condizione, e non dipende dai protagonisti, ma dagli altri: quando la solitudine diventa isolamento.

Ci è venuto in mente leggendo il Giornale di ieri, edito dai Berlusconi. Una prima pagina vergognosa, inaccettabile: «Una firma contro Saviano». La prima firma di questa campagna è sotto il titolo, quella di Vittorio Feltri, appena sospeso per tre mesi dall’ordine dei giornalisti, al quale è iscritto da 43 anni: non potrebbe scrivere, e lo fa perché se ne infischia. Da quelle parti, le regole valgono solo per gli altri.

Martedì l’attacco a Saviano fu mosso dal ministro dell’Interno, il responsabile dell’ordine pubblico del Paese, e dunque anche dell’incolumità di uno scrittore condannato a morte dalla camorra, e per questo protetto da una scorta. Ieri la guerra aperta dal quotidiano di Berlusconi. Dopo il ministro, ecco il premier, con i suoi «killer», come li ebbe a definire il presidente della Camera, oggetto delle attenzioni del Giornale negli ultimi mesi. Il quotidiano fa di più: chiama a combattere il popolo del nord, sperando di gonfiare l’odio verso Saviano. Questo significa «isolare» le persone. Il potere al suo livello massimo identifica in lui un avversario, quando invece dovrebbe essere al suo fianco perché la legalità che rivendica Saviano (nei suoi libri, in televisione) è un pre-valore, un patrimonio comune.

Ecco queste firme: venticinquemila, iersera, una cosa bella. E cresceranno. Saviano ha i suoi lettori, dei suoi libri, del giornale dove scrive. E i telespettatori che lo seguono. E ha i lettori dell’Unità, che ringrazia con le parole che leggete qui a fianco. E noi ringraziamo lui, testimone presso il pubblico di ciò che i magistrati fanno quotidianamente: combattere il radicamento al nord delle mafie, con i capibastone della ‘ndrangheta più intraprendente degli altri. Ci sono inchieste che lo confermano, rapporti della Dia (l’antimafia) che inquietano e indicano negli appalti, nel prossimo Expo a Milano, negli affari più vari i nuovi appetiti espansivi dei criminali. Chi ha soldi da investire, va dove possono rendere: è perfino ovvio che nemmeno Maroni può negarlo: «Il rapporto sull’attività semestrale della Dia l’ho firmato io», ha detto ieri il ministro. Quel rapporto è la polpa delle parole di Saviano.

Non si possono usare questi argomenti per fare propaganda. Per contrapporre nord e sud, per rimarcare un territorio elettorale (commerciale, anche, nel caso del Giornale). Non si può macinare la vita di un uomo di trent’anni nel tritacarne della polemica a effetto. Ecco questo appello: «Giù le mani da Roberto Saviano», c’è scritto sul sito unita.it. Ecco le firme. Ci sono nomi conosciuti e gente comune: li elenchiamo, qua e là. C’è un pezzo d’Italia che capisce la differenza – drammatica – fra essere soli ed essere isolati.

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20 novembre 2010

fonte: 
http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=106062

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Saviano a Caffeina 2010: “Io so morire da uomo”. E noi?

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Io so morire da uomo“. Il senso dell’intervento di Saviano in apertura a Caffeina Cultura 2010 è forse tutto qui, nelle parole che Paolo Borsellino rivolse al suo potenziale assassino una volta messo da parte dall’organizzazione criminale e accolto tra le braccia dello Stato. Parole pronunciate con lo sguardo fisso negli occhi del proprio carnefice, e che Saviano fa sue con altrettanto mite coraggio: “Io so morire da uomo significa io so come vivere“, se ho scelto questa strada – continua lo scrittore – so che cosa mi aspetta. E infatti il pensiero si ferma sulla morte, che “diventa quasi una condizione, anche se non viene”, “qualcosa di lontano, che non ti riguarda, qualcosa che può esserci ma ci badi poco”. Parte del mestiere, insomma. Anche per chi osserva: morti inevitabili.

E’ un racconto autobiografico, quello di Saviano, che però si snoda attraverso la storia dell’antimafia e degli anni delle stragi. E così la vicenda di Falcone e Borsellino si intreccia alla condizione di chi oggi combatta questo male che sembra inestirpabile. Non “eroi”, precisa – una parola che “allontana, rende intoccabili” – ma “giusti“. Persone fragili, che possono anche sbagliare, ma che vivono facendo il bene. E’ la tradizione ebraica, la Torah citata in apertura che ricorda come ci sia “un tempo per vivere e un tempo per morire“. Lo stesso tempo, forse, ma che assume un significato diverso, migliore, se lo si vive da “giusti”. Come i magistrati del pool.

Ma la storia della lotta alla mafia è la storia anche della lotta alla diffamazione, al discredito, agli insulti. Saviano lo sa bene, ma preferisce replicare a chi lo accusa partendo da lontano, con la voce della storia e dei fatti piuttosto che con quella della polemica e dell’attualità. E così ricorda come i magistrati di Palermo, ora santificati a destra e sinistra, mentre lavoravano furono costretti a subire ingiurie di ogni tipo. Rivivono le pagine del Giornale di Sicilia in cui Falcone diventava un “giudice abbronzato” – come a dire: certo, vivranno blindati ma il tempo per prendere il sole ce l’hanno. Le invidie tra magistrati più e meno noti. Gli ‘ndranghetisti che sussurrano: “mandiamolo in televisione, così l’ufficio l’abbandona“. Il meccanismo del discredito funziona oggi più di ieri, ammonisce Saviano. Perché non ha più bisogno di saldarsi a omicidi, a stragi: l’infamia riesce a isolare chi lotta la mafia senza togliergli la vita. “Ma io vorrei capire, confida Saviano, dove sta il confine tra critica e delegittimazione. Vorrei dire al mio lettore: stai attento, cerca di capire il senso, il progetto di chi sta parlando”. Perché il discredito brucia la memoria, giustifica e lava le coscienze, evita alle persone di sentirsi ciascuna colpevole, perpetuano lo status quo mafioso.

E’ questo il senso delle “condoglianze” di Marcello Dell’Utri all’accusa. Questo il senso delle frasi di Berlusconi, che attacca chi racconta la mafia, come se chi scrive di oncologia potesse diffondere il cancro. E’ la volontà di non comprendere, di non andare oltre ciò che quotidiani e telegiornali propongono incessantemente per risalire alla radice dei problemi. In una parola, è l’omertà. Ma il silenzio non risolve nulla. Dire “noi siamo anche altro”, infastidirsi perché il racconto del Sud debba continuamente legarsi a una sequela di omicidi, estorsioni, rapimenti – tutto questo è permettere alla metastasi di continuare.

Bisogna invece fare nostre le parole di Paolo Borsellino, ricorda Saviano in chiusura attraverso le immagini del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Parole che teorizzano come la lotta alla mafia sia destinata a rimanere perdente se si confina a una “quota etica”, a una parte secondaria, accessoria di un programma elettorale. Ecco, la vera risposta a chi diffama – e a chi mi diffama, sembra dire Saviano – è proprio questa: bisogna raccontare, raccontare, raccontare. Ripetere, ripetere, ripetere. Creare, e qui Saviano diventa Borsellino, “un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le nuove generazioni, che faccia sentire un fresco profumo di libertà e rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Bisogna, insomma, che si diventi un po’ tutti Saviano, un po’ tutti Borsellino. Solo allora la memoria sarà tanta da sommergere la “montagna di merda” che è la mafia. Solo allora avremo imparato a vivere e morire da uomini.

LA DENUNCIA – Mio marito ucciso per caso dalla camorra. Mia figlia e io abbandonate dallo Stato

La denuncia/ Mio marito ucciso per caso dalla camorra. Mia figlia e io abbandonate

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Salve, sono la vedova di Giuseppe Veropalumbo uomo ammazzato la notte di Capodanno 2007 al nono piano a Torre Annunziata, lasciando una bambina allora 14 mesi. Da quella notte è iniziato il mio incubo.

All’indomani della tragedia mi hanno fatto varie tipologie di contratto presso il teatro Trianon Viviani di Napoli, ma a causa della crisi finanziaria del teatro il mio contratto non è stato rinnovato, e quindi, da tre mesi sto a casa senza percepire stipendio.

Pur essendo maturato il delitto ”in un evidente quadro di deriva criminale” ( famigerato quadrilatero delle Carceri di Torre Annunziata, regno incontrastato del boss Valentino Gionta) non ho diritto al riconoscimento dello status di vittima della criminalità organizzata che mi darebbe un posto di lavoro e la sicurezza economica.

Peppe, aveva avuto un solo torto: quello di sedersi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un errore che non gli ha concesso scampo: Peppe è morto in pochi secondi.

Ho fatto diversi appelli primo al Capo dello Stato Giorgio Napolitano, Regione, Provincia, l’ultimo datato 10 novembre al premier Silvio Berlusconi, ma a vuoto.

Mi chiedo come può cittadina italiana che ha subito una tragedia del tutto inattesa ed imprevedibile in un giorno di festa, ritrovare un po’ di pace e serenità e crescere ed educare una figlia di quattro anni al rispetto dei valori?

A chi devo rivolgermi?

Spero che lo Stato, finalmente, mi riconosca un vitalizio: lo stesso che di solito viene concesso alle vittime della camorra. Merito il rispetto di tutti gli italiani.

Mi scuso del mio sfogo, ma mi sento abbandonata. Spero vivamente che il mio appello venga preso in considerazione altrimenti sarò costretta a gesti clamorosi.

C. Sermino Veropalumbo

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20 novembre 2010

fonte: 
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=127526&sez=NAPOLI

CRISI GOVERNO – Berlusconi nel bunker / L’uomo del fare (gli affari suoi)

Berlusconi nel bunker

Berlusconi nel bunker

I patti con la Lega. L’ipotesi di un governo Letta. La chimera di un salvacondotto giudiziario. Berlusconi ha tre settimane trovare la soluzione alla tenaglia che lo stringe: voto di fiducia e sentenza della Consulta

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di Marco Damilano

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L’Ometto, lo chiamano tra di loro i deputati della Lega, ridendo della trovata. “L’Ometto voleva salvarsi”, raccontano i seguaci dell’Alberto da Giussano, “e Bossi aveva trovato il modo di accontentarlo: un bel salvacondotto giudiziario e un accordo con Gianfranco Fini per portare Roberto Maroni a Palazzo Chigi, con la promessa di eleggere il presidente della Camera al Quirinale nel 2013. Ma lui non c’è stato. E ora ci tocca restargli accanto almeno fino all’apertura ufficiale della crisi”. E se questi sono i migliori amici di Silvio Berlusconi, gli alleati più fedeli, figuriamoci gli altri. Sospetti, doppi giochi, lingue biforcute, traditori. Ministri in cerca di una exit strategy: perfino Mara Carfagna, messa nel mirino dagli ultras berlusconiani per la tiepiedezza con cui si è impegnata nella difesa del premier attaccato, “e se va via lei sarà il segnale dello smottamento finale”.

C’è tutto e di più in questa estenuante crisi al rallentatore, nel lento avvicinamento dell’ex Cavaliere invincibile verso il momento della verità, martedì 14 dicembre. Quella mattina, era già previsto da mesi, la Corte costituzionale si riunirà per decidere se mantenere o bocciare la legge sul legittimo impedimento che fino ad ora ha messo il premier al riparo dalle udienze del processo Mills a Milano. E nelle stesse ore Berlusconi sarà impegnato in una doppia partita al Senato e alla Camera sulla sopravvivenza del suo governo: a palazzo Madama il Pdl gioca in casa, per ora la maggioranza tiene, a Montecitorio si avventura in trasferta, dopo la nascita di Futuro e Libertà il governo non ha più i voti necessari.

E chissà se andrà a finire come in quell’altro giorno del giudizio, il 25 luglio del 1943, quando il Duce appena sfiduciato dal Gran Consiglio, scrisse Paolo Monelli nella sua biografia di Mussolini, “restò a discutere con i pochi fedeli se non ci fosse modo di “far fuori” quei diciannove che gli avevano votato contro, facendoli scomparire in un tumulto di popolo, indignato per il tradimento”, perché certi argomenti sono sempre gli stessi, in regime o in democrazia. O se, al contrario, prevarrà lo scetticismo dei palazzi della politica, dove in pochi scommettono che davvero Berlusconi arrivi a subire l’onta di farsi sfiduciare dal Parlamento.

Combattere fino all’ultimo. E intanto trattare una via d’uscita onorevole e vantaggiosa. Nel bunker di Silvio le due pulsioni convivono. È sempre stato così, dall’epoca della sua discesa in campo in politica, esattamente diciassette anni fa. Quando alle riunioni ad Arcore il presidente della Fininvest con una mano giurava di voler mettere le sue televisioni e le sue risorse a disposizione del centro di Mino Martinazzoli e di Mario Segni per fermare la sinistra, e con l’altra preparava il suo partito, Forza Italia, gli spot, i sondaggi, il kit del perfetto azzurro. E nell’uno e nell’altro caso badava a tutelare i suoi interessi.

Oggi al posto del sondaggista Gianni Pilo c’è l’esperta Alessandra Ghisleri che sforna numeri incerti per il Cavaliere: alla Camera la coalizione Pdl-Lega più la Destra di Francesco Storace è ancora in testa, ma di un soffio. Ma la doppia strategia berlusconiana non cambia: prepararsi al voto, l’azzeramento nelle urne degli avversari che ieri erano i post-comunisti e oggi si chiamano finiani. E allo stesso tempo tenere aperta la trattativa per il Berlusconi-bis, sempre negato a parole. O, addirittura, per un clamoroso passo indietro.

Ancora una volta, come nel 1993, l’ambasciatore chiamato a sondare i margini di possibilità di un accordo si chiama Gianni Letta. Il sottosegretario lavora per salvaguardare il premier da eventuali rovesci giudiziari in caso di sua uscita da Palazzo Chigi, ma anche per una soluzione che lo riguarda in prima persona: come presidente del Consiglio al posto dell’amico Silvio. Bastava vederlo lunedì 15 novembre, Letta il governante, porpora in volto e giulivo, seduto accanto a Fini nella sala della Lupa della Camera, di fronte al presidente Giorgio Napolitano, alla presentazione del rapporto annuale di Italia Decide, think tank bipartisan nato un anno fa per iniziativa di Luciano Violante e Giuliano Amato che nel board vanta Giulio Tremonti, lo storico di area finiana Alessandro Campi e lo stesso Letta.

Il sottosegretario predica la necessità di uscire dalle “contrapposizioni esasperate”: “nel momento difficile che stiamo vivendo è indispensabile ritrovare le ragioni dello stare insieme. Se sapremo governare oltre le divisioni saremo all’altezza della sfida”. E confessa di dover superare ogni giorno “l’impareggiabile amarezza del governo”, come Cavour: “ma non vorrei che si scrivesse che ho avuto l’ardire di paragonarmi a lui e dunque me ne astengo”, aggiunge, con understatement sabaudo, anzi andreottiano. Parole che vengono prese per quello che sono: un’autocandidatura. Fini annuisce con entusiasmo. E la megalomania di Silvio appare già un lontano ricordo in questa bella mattinata da palazzo romano: grand commis, ambasciatori, vertici delle forze armate, un pezzo di classe dirigente che si avvolge nei soffici ammonimenti di Letta e che vuole chiudere l’era berlusconiana.

Solo il fedele sottosegretario può rassicurare Berlusconi, mettersi da parte ora dal governo per poi puntare con maggiore serenità al Quirinale, solo lui può conquistare la sua fiducia, con la garanzia che non sarà travolto dalla sentenza del processo Mills e da altre inchieste in arrivo, il fantomatico salvacondotto di cui si discute nei colloqui con Fini e con Bossi, ma che in pratica è difficile da realizzare: il ritorno dell’immunità parlamentare di cui si parla servirebbe ben poco al Cavaliere, più utile sarebbe la prescrizione breve per i processi che lo coinvolgono, già bocciata però dai finiani nel corso dell’ultimo anno. Eppure il tentativo resta, ne discutono apertamente i leghisti che porterebbero a casa i decreti attuativi del federalismo e avrebbero le praterie per saccheggiare le truppe del Pdl al Nord, gli uomini di Fini e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Letta premier, con la benedizione del Vaticano, sarebbe un Badoglio di velluto, per trascinare Berlusconi via da Palazzo Chigi con garbo, con dolcezza, con gentilezza. Con il silenziatore.

Resta da convincere a fare il bel gesto Berlusconi. Per nulla attratto dalla prospettiva di un passo indietro che non ha quasi mai portato fortuna a chi lo fa: quando l’amico Bettino Craxi lasciò il posto a Giuliano Amato dopo qualche mese fu travolto dalle indagini di Mani pulite. E nello scontro sulla linea da seguire si sta ridisegnando la nomenclatura all’ombra del Capo. Accanto a lui, nei vertici di Arcore, ci sono i pretoriani della Lega: una folta delegazione che accompagna Bossi nelle visite al premier, con Maroni, Calderoli, Rosy Mauro, i capogruppo Reguzzoni e Bricolo, il figlio Renzo. Una compagnia così affollata da far pensare che anche nel Carroccio la scorta di fiducia reciproca sia in via di esaurimento e che ai notabili leghisti convenga andare ad ascoltare di persona quanto si decide, non si sa mai. E con Berlusconi non sempre tutto fila liscio: l’ultimo litigio con Bossi risale a domenica scorsa, quando senza avvertire nessuno il Cavaliere ha riconfermato Letizia Moratti come candidata sindaco a Milano. La Lega voleva attendere, Maroni era pronto a farsi avanti, la fretta di Berlusconi non è stata per nulla gradita.

Diffidenza speculare a quella che si agita nel Pdl, tra vecchi e nuovi consiglieri del premier. In difficoltà è segnalato il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, convinto che lo scontro frontale con Fini sia stato un errore. “Non si è capito che avrebbe tenuto duro perché Fini non è solo, dietro ci sono mondi che non vogliono più Berlusconi e che lo hanno scelto come punto di riferimento”, spiega l’ex socialista Donato Robilotta. Decisamente minoritari. I più ascoltati alla mensa di Arcore sono i sostenitori della linea dura. Prima tra tutti la sottosegretaria Daniela Santanchè, gran tessitrice di trame fuori e dentro Montecitorio. Si è assunta l’incarico di riportare nel Pdl i parlamentari di Futuro e Libertà che si sentono a disagio con la linea barricadera di Fini: “e se riesce nell’impresa diventerà lei la coordinatrice unica del partito”, dicono nel Pdl. L’ispiratrice del resistere-resistere di Arcore, fatto proprio dal neo-direttore del “Giornale” Alessandro Sallusti che si propone come l’ultimo baluardo del berlusconismo hard.

Il sottosegretario predica la necessità di uscire dalle “contrapposizioni esasperate”: “nel momento difficile che stiamo vivendo è indispensabile ritrovare le ragioni dello stare insieme. Se sapremo governare oltre le divisioni saremo all’altezza della sfida”. E confessa di dover superare ogni giorno “l’impareggiabile amarezza del governo”, come Cavour: “ma non vorrei che si scrivesse che ho avuto l’ardire di paragonarmi a lui e dunque me ne astengo”, aggiunge, con understatement sabaudo, anzi andreottiano. Parole che vengono prese per quello che sono: un’autocandidatura. Fini annuisce con entusiasmo. E la megalomania di Silvio appare già un lontano ricordo in questa bella mattinata da palazzo romano: grand commis, ambasciatori, vertici delle forze armate, un pezzo di classe dirigente che si avvolge nei soffici ammonimenti di Letta e che vuole chiudere l’era berlusconiana.

Solo il fedele sottosegretario può rassicurare Berlusconi, mettersi da parte ora dal governo per poi puntare con maggiore serenità al Quirinale, solo lui può conquistare la sua fiducia, con la garanzia che non sarà travolto dalla sentenza del processo Mills e da altre inchieste in arrivo, il fantomatico salvacondotto di cui si discute nei colloqui con Fini e con Bossi, ma che in pratica è difficile da realizzare: il ritorno dell’immunità parlamentare di cui si parla servirebbe ben poco al Cavaliere, più utile sarebbe la prescrizione breve per i processi che lo coinvolgono, già bocciata però dai finiani nel corso dell’ultimo anno. Eppure il tentativo resta, ne discutono apertamente i leghisti che porterebbero a casa i decreti attuativi del federalismo e avrebbero le praterie per saccheggiare le truppe del Pdl al Nord, gli uomini di Fini e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Letta premier, con la benedizione del Vaticano, sarebbe un Badoglio di velluto, per trascinare Berlusconi via da Palazzo Chigi con garbo, con dolcezza, con gentilezza. Con il silenziatore.

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19 novembre 2010

fonte:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/berlusconi-nel-bunker/2138681/

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Ma che fa l’uomo del fare?

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di Eugenio Scalfari

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Silvio dice di lavorare dalle 7 della mattina alle due di notte (poi si svaga…). Ma si occupa solo dei problemi suoi e delle sue aziende e di tenere compatta la cricca degli amici

Silvio Berlusconi e Umberto Bossi Silvio Berlusconi e Umberto Bossi
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Il ribaltone non si può fare. Se una delle Camere vota una mozione di sfiducia venga sciolta e l’altra se invece voterà in favore del governo resti in carica. Un governo diverso dall’attuale che porti avanti la legislatura sarebbe un tradimento. Tali questioni sono comunque astruse, la gente non le capisce e dietro a esse c’è un gioco di palazzo per far fuori Berlusconi senza andare alla via maestra che è quella delle elezioni”.
Queste affermazioni non le fanno soltanto il Presidente del Consiglio e i suoi ministri attaccati al potere come l’ostrica allo scoglio, ma le scrivono anche giornali e giornalisti cosiddetti imparziali e cosiddetti al di sopra delle parti. Sono questioni alle quali la gente (ma meglio sarebbe dire il popolo sovrano) non si appassiona, sono effettivamente astruse e di tecnica costituzionale.
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La gente vorrebbe che si parlasse di altro e cioè di quelli che vengono definiti i veri problemi del paese: la disoccupazione, il costo della vita, il precariato, l’avvenire dei giovani, i consumi, le imprese in difficoltà, le tasse che aumentano invece di diminuire. Debbo dire: la gente ha perfettamente ragione ma non mi sembra che dei problemi che più le stanno a cuore non si parli. Se ne parla, eccome. Se ne parla tutti i giorni sui giornali, nelle trasmissioni televisive (quelle non asservite al potere), ne parla di continuo l’opposizione. Ma è anche vero (e questo molti tendono a dimenticarlo) che se questi problemi sono tuttora drammaticamente aperti la responsabilità incombe sul governo che nulla ha fatto per affrontarli e risolverli.
Il problema del governo è dunque preliminare rispetto agli altri. La macchina propagandistica guidata da Berlusconi lo definisce (e lui così si autodefinisce) “l’uomo del fare”. Lavora dalle sette della mattina alle due di notte. Qualche volta sente il bisogno di rilassarsi (è lui che lo dice) e invita a cena una camionata di belle ragazze, racconta barzellette, ci fa un paio di balli e le rimanda a casa con qualche regalino di cortesia.
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Bene. Lui lo dice e noi gli crediamo, sebbene qualche prova del contrario non manchi. Noi gli crediamo ma, domando io: che lavoro fa dalle sette del mattino alle due di notte se quei famosi problemi che interessano la gente s.
Nel 1994 – ve lo ricordate? – fece un contratto con gli italiani. Nel salotto televisivo di Bruno Vespa, che aveva fornito scrivania, lavagna e gesso affinché il contratto fosse stipulato sotto gli occhi di milioni di spettatori, Berlusconi fece appunto l’elenco di quei problemi e soprattuto l’elenco delle opere pubbliche necessarie per modernizzare il paese. Poi aggiunse: se questo contratto non sarà adempiuto io darò le dimissioni, lo giuro sui miei figli.
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Governò per pochi mesi perché la Lega fece un gigantesco ribaltone (adesso ha cambiato idea ma allora lo fece). Nel 2001 tornò al potere con una formidabile maggioranza e governò per cinque anni. Poi fu per la seconda volta battuto da Prodi, ma tornò di nuovo in sella nel 2008 e governa da due anni e mezzo. Però quei famosi problemi sono ancora tutti lì. Come mai? Sicché ripeto la domanda: che lavoro fa il nostro beneamato capo del governo dalle sette della mattina alle due della notte?
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Io credo di sapere che cosa fa (barzellette e cene rilassanti a parte). Si occupa dei suoi problemi personali e di quelli delle sue aziende e si occupa di blindare il suo potere ed anzi rafforzarlo in tutti i campi, da quello della sua influenza sulle banche, sul sistema finanziario ma soprattuto sui “media” con speciale attenzione alla televisione. Deve inoltre tener compatta la cricca dei suoi più stretti amici, cosa nient’affatto semplice perché si tratta di voraci ed ambiziosissimi compagni di merende.
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Quindi lavora molto. Naturalmente per sé. Per la gente e per i problemi della gente c’è poco spazio ma lui sa come tener la gente contenta, non ci vuole molto, gli italiani sono assai adattabili ed anche molto ingenui. Se trovano uno che ci sa fare gli vanno appresso. Se qualcuno scaltro di lingua gli propone di vendergli il Colosseo, la gente si lascia infinocchiare.
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La gente imita chi la guida, vi ricordate Pinocchio alle prese con il gatto e la volpe? È un gran libro il Pinocchio di Collodi. È la metafora di una triste realtà. Il burattino di legno è la metafora della gente. Il gatto e la volpe sono la metafora del potere. Voi mi direte: i politici sono tutti eguali, non è solo Berlusconi ad infinocchiarci, i suoi avversari sono come lui. Personalmente non penso che siano come lui. Certo però come infinocchiatore e pifferaio lui è il più bravo di tutti perciò lui è il più pericoloso di tutti.
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Secondo me è venuto il momento di mandarlo a casa. Lui ne ha venti di case. Come avrà fatto ad averne tante? Anche questa è una domanda che dovrebbe essergli fatta. La magistratura gliel’ha fatta molte volte ma lui non ha mai risposto perché – dalle sette della mattina alle due di notte – lavora anche per impedire che i processi a suo carico si svolgano e col passar del tempo cadano in prescrizione.
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19 novembre 2010
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Ecco come lo Stato ci scippa i fondi del cinque per mille

Così lo Stato scippa i fondi no profit

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In Finanziaria tagli per gli enti benefici. Il 5 per mille ormai non esiste più, il cittadino italiano può liberamente disporre, al massimo, dell’1,25. Il resto se lo prende il governo

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di Chiara Paolin

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E tu a chi lo dai il tuo 1,25 per mille? Con la nuova legge di stabilità bisogna aggiornare il lessico sociale: il 5 per mille ormai non esiste più, il cittadino italiano può liberamente disporre – al massimo – dell’1,25. Il resto se lo prende il governo. Nella prima bozza della Finanziaria era stata abolita in tronco la possibilità per ogni contribuente di devolvere una piccola parte del gettito fiscale a enti no profit. Ora l’esecutivo ha deciso di reinserire l’opzione ma con un tetto fisso: 100 milioni di euro contro i 400 degli anni passati. “Il problema sta innanzitutto nella norma” spiega Marco Granelli, presidente del Coordinamento nazionale dei centri di servizio per il volontariato.

Il tetto massimo di 100 milioni

Il 5 per mille nacque nel 2006 come singolo articolo da inserire in Finanziaria. Non è quindi una legge dello Stato, ma un dispositivo che ogni anno viene rimaneggiato. Fino al 2010, lottando e vigilando, le onlus hanno ottenuto il rinnovo e una fedele rispondenza tra somme raccolte e denaro materialmente devoluto. A luglio il governo aveva cancellato in blocco il dispositivo, salvo reintegrarlo ora ma con un tetto massimo di 100 milioni. Il resto delle cifre devolute a maggio dai contribuenti lo gestirà il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, come meglio crede. E non possiamo fare nulla, non c’è una norma da impugnare, una legge cui far riferimento. Semplicemente dobbiamo subire la decisione: noi associazioni così come i contribuenti”.

In pratica saranno le associazioni di volontariato, i centri di ricerca e gli enti no profit (oltre 55 mila quelli accreditati) a procurare denaro allo Stato. Perché finora gli italiani hanno assegnato circa 400 milioni di euro ogni anno tramite il 5 per mille: stavolta invece i 15 milioni di contribuenti (dato 2008) saranno traditi diventando finanziatori involontari di altre politiche governative. Per chi dovrà spartirsi il poco rimasto, sarà guerra tra poveri. Per fare un esempio, la scelta che si pone è questa: o tutti i soldi del 2010 andranno ad Airc, Emergency e Medici senza frontiere (che di solito incassano rispettivamente 70, 10 e 9 milioni ciascuno) oppure tutti gli enti dovranno ricevere una cifra decurtata del 75 per cento.

“Provocazione inaccettabile” dice Michele Mangano, presidente nazionale Auser, associazione che si occupa di anziani. In questa manovra non ci sono scelte anticicliche e risorse da destinare alla ripresa del lavoro o per i settori produttivi, mentre persiste l’attacco ai diritti universali: istruzione pubblica, cultura, assistenza”.

Spariscono i fondi per il sociale

Il guaio è che con queste cifre sarà impossibile mantenere il livello di servizio garantito fin qui dal mondo no profit. Specie nei settori più delicati. Quest’anno, 5 per mille a parte, il taglio drammatico è stato fatto all’insieme dei fondi per il sociale: un miliardo e mezzo di euro la cifra stanziata per il 2010, 350 milioni per il 2011. “Praticamente sono rimaste le briciole” ha detto Rosi Bindi, mentre c’è chi fa notare come la situazione rischi di diventare pesantissima non solo per gli assistiti ma per gli stessi operatori del settore. Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà, lancia l’allarme: “Gli effetti sull’occupazione saranno inevitabili, soprattutto sul lungo periodo. Non vorrei che a fronte di qualche risparmio immediato sulle politiche sociali ci fossero maggiori spese per la cassa integrazione. Oltre la beffa il danno”.

Il Pdl Maurizio Lupi, storico sostenitore del 5 per mille, ha solennemente promesso di attivarsi presso il ministro Tremonti per far rivivere il 5 per mille il prossimo aprile. “Speriamo – conclude Granelli – intanto chiediamo a tutti di firmare l’appello (su http://www.csvnet.it) per una modifica immediata del provvedimento. Anche perché al Senato esiste già da giugno 2009 una legge per stabilizzare il 5 per mille. E’ già passata in commissione legislativa, basterebbe un ok. Sa da che è bloccata? Mancanza di copertura finanziaria. Ma se si paga da sola! La verità è che nessun governo vuole preventivamente blindare una quota fissa dei tributi. Tenersi la mani libere è molto più comodo”.

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20 novembre 2010

fonte: 
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/20/cosi-lo-statoscippai-fondi-no-profit/77856/

L’Aquila in piazza per non essere dimenticata Invasione pacifica della zona rossa. DIRETTA

L’Aquila in piazza per non essere dimenticata
Invasione pacifica della zona rossa. DIRETTA

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Il corteo neroverde per chiedere garanzie sulla ricostruzione: 13 mila partecipanti per la questura, tra i 20 e i 30 mila secondo gli organizzatori. Centinaia le firme per la proposta di legge popolare per la ricostruzione della città. Pochi controlli ai varchi di accesso alle zone della città ancora chiuse e tanti aquilani vanno a rivedere le loro case chiuse dal 6 aprile del 2009

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di Giustino Parisse, Marina Marinucci, Giampiero Giancarli, Enrico Nardecchia e Giuseppe Boi

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18:15 – Gli organizzatori: in piazza tra le 20 e le 30 mila persone
Sarebbero tra i 20 e i 30 mila, secondo gli organizzatori, i partecipanti alla manifestazione “L’Aquila chiama Italia”. Secondo la questura i manifestanti sono tra i 13 e i 15 mila. Il corteo si è concluso e i manifestanti stanno pian piano lasciando piazza Duomo dove proseguono le musiche e gli interventi sul palco dell’organizzazione.

18:06 – VIDEO: Panella, Di Pietro e Letta al corteo aquilano / Guarda

17:52 - Pannella contesta gli organizzatori: “Questa è una manifestazione politica”
“È una manifestazione a mio avviso assolutamente politica, se parliamo di politica in senso stretto, e non di quella che è la politica in Italia”. Così il leader dei Radicali, Marco Pannella, ha definito la manifestazione “L’Aquila chiama Italia”, contestando l’affermazione degli organizzatori, secondo i quali quella di oggi lungo le strade del centro storico del capoluogo abruzzese non intendeva essere una manifestazione politica. Arrivato in piazza Duomo, il leader radicale è entrato nello storico bar Nurzia, accettando un cappuccino con torrone offertogli dalla titolare. “Sono in sciopero della fame” ha detto Pannella provando a rifiutare, ma alla fine si è concesso una deroga.

17:36 – Cialente: “Peccato per l’assenza del centrodestra”
“È a mio avviso un errore molto grave, mai come in questo momento noi avremmo dovuto stare vicino a cittadini, associazioni di categoria, sindacati e mondo produttivo, che hanno organizzato questa manifestazione”. Così il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha detto ai giornalisti sull’assenza di esponenti del centrodestra dalla manifestazione “L’Aquila chiama Italia”. “ensare che ci sia una politicizzazione è un errore gravissimo”, ha continuato, “il corteo è pro L’Aquila e non contro il governo. Non riesco a capire il perché di questa decisione”.

17:23 – In centinaia firmano la proposta di legge popolare
Sono centinaia le persone che hanno firmato la richiesta di legge popolare di solidarietà nazionale sul terremoto. Al banchetto allestito all’interno dell’affollatissimo Bar Nurzia, in pieno centro, c’è una lunga fila di cittadini decisi a firmare il documento. Le operazioni sono coordinate dal consigliere comunale del Pdl Enzo Lombardi, il quale, proprio come rappresentante del Consiglio comunale dell’Aquila, può autenticare le firme. In un’altra postazione in piazza Duomo, si è formata una fila di persone non aquilane che possono apporre la firma solo alla presenza di un notaio, unico competente all’autenticazione trattandosi di non residenti.

17:05 – Gli aquilani si riprendono la zona rossa
Tanti aquilani e non stanno entrando nella zona rossa, la zona del centro cittadino chiusa dal 6 aprile del 2009. Si tratta di un’invasione spontanea e pacifica, favorita dall’assenza dei militari che in genere presidiano le strade di accesso. Le vie del centro storico non sono ancora state messe in totale sicurezza, ma gli edifici sono puntellati e i rischi sono molto ridotti. Gli aquilani vanno a rivedere le case che hanno dovuto abbandonare per il terremoto, mentre le persone arrivate da tutta Italia per la manifestazione possono vedere con i propri occhi in che stato è ancora la città.

16:51 – “Vogliamo una ricostruzione sicura, ma nessuno ne parla”
“La nostra città va rifatta dov’è, ma va rifatta in modo sicuro”. Così Vincenzo Vittorini, rappresentante del comitato delle vittime del terremoto e della fondazione “6 aprile per la vita, dal palco allestito in piazza Duomo per la manifestazione “L’Aquila chiama Italia”. “C’è stata mancanza di prevenzione e di informazione. Per questo non è stata evitata la tragedia. Non ci può essere ricostruzione senza accertare le responsabilità e la verità su ciò che è accaduto il 6 aprile 2009″.

16:42 - Tutti i manifestanti sono arrivati in piazza Duomo
È una piazza stracolma quella che ospita i partecipanti al corteo “L’aquila chiama Italia”. Tutti sono arrivati in piazza Duomo, come previsto, dopo essersi divisi in due parti: alcuni sono arrivati da via XX Settembre, altri hanno percorso via Sallustio, una strada del centro storico ancor chiusa dal 6 aprile 2009 e dove sono ancora ben visibili i segni del terremoto. In questa zona, dove molti edifici sono pericolanti, gli organizzatori della mobilitazione, indossando elmetti di sicurezza, si sono posti ai lati della strada invitando i partecipanti a camminare al centro.

16:33 – La questura: “In piazza 13 mila persone”
Secondo l’ultima stima della questura, i partecipanti al corteo organizzato per la manifestazione “L’Aquila chiama Italia” sono circa 13 mila. In un primo momento, secondo gli organizzatori, i manifestanti erano circa cinquemila.

16:29 – “Piove, governo ladro!”
Una pioggia battente continua a cadere sull’Aquila. Piazza Duomo è una distesa di ombrelli. “Non poteva che piovere… con questo governo ladro”, è il commento ironico di alcuni manifestanti.

16:17 – L’appello della cultura per la ricostruzione dell’Aquila
I manifestanti sfilano ancora per le strade dell’Aquila, ma in piazza Duomo è già cominciata la manifestazione di chiusura del corteo “L’Aquila chiama Italia”. In questo momento gli organizzatori stanno proiettando il video “Crepati dentro” in cui esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo chiedono di non abbandonare la città. Nel video compaiono, tra gli altri, Mario Monicelli, Vittorio Taviani, Dacia Maraini, Concita De Gregorio, Gherardo Colombo e Linus.

16:09 – I terremotati di San Giuliano abbracciano gli aquilani
Al corteo dell’Aquila partecipa anche una delegazione di San Giuliano di Puglia. Il paese molisano è stato colpito da un sisma il 31 ottobre del 2002. Una scossa di magnitudo 5.4 fece crollare la scuola elementare Ivine e causò la morte di 27 bambini e di una maestra.

16:08 – I gonfaloni dei Comuni arrivano in piazza Duomo
I gonfaloni dell’Aquila, degli altri comuni che partecipano al corteo e dell’università sono arrivati in piazza Duomo. La piazza è gremita nonostante la pioggia battente.

16:02 - Alcuni manifestanti entrano nella zona rossa
Una parte dei manifestanti ha abbandonato il percorso previsto per il corteo e ha imboccato via Sallustio, una strada chiusa perché inagibile dopo il sisma del 6 aprile 2009. I vigili urbani dell’Aquila stanno cercando di intercettare questo gruppo di persone per farli tornare nelle strade messe in sicurezza. Sembra che l’intento di questi manifestanti sia pacifico: avrebbero deciso di percorrere la strada della zona rossa per arrivare prima in piazza Duomo, dove si conclude la manifestazione.

15:56 – Pezzopane: “Centinaia di persone firmano la proposta di legge popolare”
“E’ una manifestazione con l’orgoglio aquilano, i colori neroverdi, e tanta gente da tutte le parti d’Italia, peccato che qualcuno abbia voluto dare un senso politico all’evento non venendo qui”. Lo ha detto l’assessore comunale dell’Aquila, Stefania Pezzopane, ex presidente della Provincia dell’Aquila. “Stando insieme a questa gente”, ha continuato, “si capisce che è l’orgoglio aquilano a chiedere le cose. Tra i tanti che partecipano ci sono centinaia e centinaia di disoccupati aquilani. La misura della spontaneità della manifestazione è dimostrata anche dalle centinaia di persone in fila per firmare la legge di iniziativa popolare. Gli aquilani voglio appunto la legge, risorse e zona franca per il futuro con un atteggiamento assolutamente spontaneo”.

15:48 – La testa del corteo arriva in piazza Duomo
La prima parte del corteo “L’Aquila chiama Italia” è arrivata in piazza Duomo, luogo in cui termina la marcia e si terranno gli interventi finali degli organizzatori. La piazza è già stracolma di persone. Molti aquilani hanno deciso di attendere qui l’arrivo del corteo che intanto è diventato sempre più lungo: mentre la testa del corteo ha già concluso il percorso previsto, ci sono ancora delle persone che si trovano in piazza D’Armi, il punto di partenza della manifestazione.

15:43 – Gli organizzatori: “Siamo oltre cinquemila”
Sono almeno cinquemila, secondo gli organizzatori, le persone che stanno manifestando all’Aquila per chiedere garanzie per la ricostruzione. In corteo ci sono delegazioni di tutti i Comitati locali che aderiscono all’Assemblea Cittadina, di una parte dei sindaci del Cratere – che sfila dietro ad alcuni gonfaloni comunali -, delle categorie produttive, dei sindacati e degli ordini professionali dell’Aquila. Si va avanti al grido di “L’Aquila è nostra”.

15:35 – “La ricostruzione è la nostra rivoluzione”
Dopo la sosta davanti alla Casa dello studente, il corteo prosegue verso piazza Duomo. “Case, lavoro e ricostruzione: questa è la nostra rivoluzione”, gridano i manifestanti. Intanto sull’Aquila scende una pioggia battente che però non ferma i manifestanti.

15:25 – Il corteo raggiunge la Casa dello studente
Prosegue la marcia di protesta nelle strade dell’Aquila e i manifestanti arrivano in un altro dei luoghi simbolo del terremoto del 6 aprile. Il corteo è arrivato davanti alla Casa dello studente dove morirono 8 giovani. Anche qui minuto di silenzio e applausi. Le rose bianche che erano in testa al corteo sono state lasciate davanti alle inferiate del palazzo.

15:18 – Enrico Letta tra i manifestanti: “Tante promesse, ma risultati deludenti”
Enrico Letta, partecipa al corteo per la ricostruzione in corso all’Aquila.”È stato un anno estremamente complicato”, ha commentato Letta, “con tante promesse da parte del governo, e alla fine i risultati sono stati assolutamente deludenti”. Il vicesegretario del Partito democratico ha firmato la proposta di legge popolare promossa dall’assemblea cittadina. A proposito delle iniziative legislative e delle misure di sostegno economico e agevolazione fiscale, Letta ha suggerito di far fede “al modello Umbria e Marche, che è stato un esempio di buona gestione da parte dei governi regionale e nazionale”.

15:07 – Sosta e minuto di silenzio davanti ai luoghi del dolore
Ma marcia per la ricostruzione attraversa il centro storico e si ferma davanti ai luoghi simbolo del sisma. Così è accaduta davanti al civico 123 di via XX Settembre. prima del sisma del 6 aprile 2009 qui c’era un palazzo che è letteralmente imploso causando la morte di 5 persone. I manifestanti si sono fermati e hanno ricordato le vittime con un minuto di silenzio e tanti applausi.

15:00 – Caschetti e bandiere neroverdi
Il giallo e rosso dei caschetti di sicurezza usati per entrare nelle case inagibili e il neroverde della bandiera dell’Aquila. Sono questi i colori che dominano il corteo di protesta che attraversa la città. Ora il corteo è in via XX Settembre.

14:53 – Slogan e fischietti animano il corteo
“L’Aquila, L’Aquila” e “Via gli sciacalli dalla ricostruzione”. Sono i due slogan che accompagnano il corteo di protesta che sfila nelle strade dell’Aquila. La marcia è ritmata dal rumore dei fischietti distribuiti ai manifestanti.

14:45 – Il corteo comincia la sua marcia nel centro storico
La manifestazione è partito da piazza D’Armi per attraversare il centro storico. In questo momento è in viale Corrda IV. Il corteo è lunghissimo e man mano diventa sempre più imponente perché altre persone si aggiungono dalle strade laterali.

14:40 – Di Pietro saluta i manifestanti
Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha salutato gli organizzatori della manifestazione e ha stretto le mani alle donne che reggono lo striscione che apre il corteo. Di Pietro porta sulle spalle una bandiera neroverde, i colori simbolo della città.

14:35 – Le donne dell’Aquila in testa al corteo
È cominciata all’Aquila la marcia per la ricostruzione. Il corteo è aperto da uno striscione neroverde (i colori della città) con su scritto: “Macerie di democrazia, L’Aquila chiama Italia”. A reggerlo sono una decina di donne aquilane. Ognuna di loro ha una rosa binaca tra le mani

14:28 – Servizio d’ordine di Questura e Comitati cittadini
È imponente il servizio di sicurezza predisposto dalla Questura dell’Aquila. Centinaia di agenti, in divisa e non, presidiano le strade del centro. Anche l’organizzazione ha predisposto un servizio d’ordine per vigilare sul corteo.

14:22 – L’appello del vescovo dell’Aquila
L’arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Molinari, ha rivolto un appello “a tutti gli aquilani migliori di fare in modo che questa manifestazione sia veramente un grido al Governo, allo Stato, per dire che L’Aquila c’è e ha i suoi problemi, ma esorto tutti ad eliminare possibili infiltrazioni e strumentalizzazioni”.

14:12 – Tutta la città in corteo
Sono migliaia i cittadini che si preparano a sfilare nelle strade dell’Aquila. Insieme a loro ci sono delegazioni istituzionali a partire dal Consiglio Comunale dell’Aquila – che ha votato l’adesione all’unanimità – sindacati, associazioni, l’università e la locale squadra di rugby, gloria sportiva della città. Sono attese rappresentanze di altri Comuni del cratere. In piazza le segreterie di buona parte dei partiti di opposizione: Pd, Radicali, Sel, Prc, Sinistra critica, Psi, Comunisti italiani e Italia dei Valori con il leader Antonio Di Pietro in prima fila.

14:08 – Il raduno in piazza D’Armi all’AquilaLE FOTO

14:05 – Bus e manifestanti da tutta Italia
Decine di pullman stanno arrivando da tutta la penisola per partecipare al corteo “L’Aquila chiama Italia”. Tra le prime delegazioni vi sono quelle di Terzigno e Boscoreale (Napoli). Ad accogliere i manifestanti c’è una lavatrice gigante fatta in cartone con dei panni appesi e uno striscione con la scritta “Basta speculare sui nostri panni”. Il resto lo fanno le immancabili carriole e gli striscioni con le scritte ‘Macerie di democrazia’.

14:01 -Migliaia di manifestanti a piazza D’Armi
Sono migliaia i manifestanti che si stanno radunando a piazza D’Armi per partecipare alla mobilitazione nazionale “L’Aquila chiama Italia”. L’obiettivo è riaccendere le luci sulla ricostruzione post-terremoto e sulla situazione economica sempre più critica. Il corteo attraverserà il centro storico, dove ancora sono presenti le macerie del sisma del 6 aprile 2009, e arriverà sino a piazza Duomo, dove è previsto un dibattito finale. La manifestazione è anche un’occasione per raccogliere le firme per la legge di iniziativa popolare elaborata dai cittadini sulla ricostruzione.

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20 novembre 2010

fonte: 
http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2010/11/20/news/l-aquila-in-piazza-per-non-essere-dimenticata-invasione-pacifica-della-zona-rossa-diretta-2783680

Greenpeace, non scaricate le foreste nel wc

Greenpeace, non scaricate le foreste nel wc

Greenpeace, non scaricate le foreste nel wc altre foto qui

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L’aumento di produzione di carta igienica, rotoloni, tovaglioli e fazzoletti usa e getta sta mettendo in pericolo gli ultimi polmoni verdi del pianeta. L’allarme è lanciato da  Greenpeace che ha distribuito, in molte città d’Italia, di fronte ai supermercati “Foreste a rotoli”, la nuova guida verde per l’acquisto responsabile di carta. Gruppi di volontari – alcuni travestiti da oranghi – hanno posizionato in strada anche dei water, contenenti ciascuno un piccolo albero, simbolo delle piante tagliate per fabbricare prodotti di uso comune. Ma la colpa non è solo delle grandi aziende straniere. Anche l’industria cartaria italiana ha le sue responsabilità: mantenendo rapporti commerciali con multinazionali coinvolte nella deforestazione, anche le aziende italiane rischiano di immettere sul nostro mercato prodotti che causano fenomeni come la distruzione delle foreste e il cambiamento climatico

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20 novembre 2010

fonte: 
http://www.repubblica.it/ambiente/2010/11/20/foto/greenpeace_non_scaricate_le_foreste_nel_wc-9315787/1/?rss

IL DISASTRO DI POMPEI – Già in onda un anno fa e Bondi non se ne accorse / “SOS POMPEI”: Così ci provò Dumas padre / LO STUDIO – “Contro i crolli copiamo i Romani”

Illustration of the Schola Armaturarum in Spinazzola’s 1953 publication of the Via dell’ Abbondanza – source image

IL DISASTRO DI POMPEI

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Già in onda un anno fa e Bondi non se ne accorse

“PRESADIRETTA” su Rai3, aveva denunciato nel 2009 il pericolo di un crollo imminente nel sito archeologico. La reazione del ministro dei Beni Culturali? Non pervenuta

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di Riccardo Iacona

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NAPOLI – “Qui a Pompei ci vogliono soldi e uomini, perché qui dentro tutto ha bisogno di manutenzione. Attenzione, non sto parlandi di restauro: sto parlando di manuntenzione ordinaria. Solo se si fa una costante manutenzione, si possono prevenire i danni e i crolli”.

Queste sono le parole che Paola Rispoli, il direttore dell’Ufficio Tecnico della Soprintendenza di Napoli e Pompei, consegnava al giornalista di Presadiretta Domenico Iannacone precisamente un anno prima del crollo della ‘casa dei gladiatori’, la settimana scorsa. Poi Rispoli aveva portato in giro per tutta la giornata il giornalista per le strade di quella incredibile città, e gli aveva fatto vedere quello che gli occhi di tre milioni di persone che visitano Pompei ogni anno non vedono mai: i mosaici staccati, le infiltrazioni di acqua, le case chiuse da anni, i muri ed i tetti crollati, le decine di angoli che anno dopo anno cedono al tempo ed all’incuria dello Stato.

“Vedete, ci sono persino i danni provocati dal terremoto dell’80″, diceva Rispoli, ed indicava una colonna tutta puntellata. “Quella sta così da trent’anni perché mancano i soldi per restaurarla”. Fino a qualche anno fa la manutenzione si faceva con manovali, muratori e restauratori dipendenti, poi sono andati in pensione e nessuno li ha sostituiti. Oggi bisogna chiamare una ditta esterna: “Sapete bene cosa significa fare una gara, no? Ci vuole un sacco di tempo, sempre che vada a buon fine. Così aspetto che ci siano almeno due o tre cantieri da aprire, prima di chiamare una ditta. E magari, in attesa della gara, i muri crollano”.

Dal 1997, Napoli e Pompei sono diventati una soprintendenza autonoma, vuol dire che il 70 per cento dei soldi dei biglietti staccati ai visitatori rimane a Napoli: “Sitratta più o meno di una ventina di milioni all’anno” aveva confermato a Domenico Iannacone il professor Guzzo, l’allora soprintendente, oggi in pensione. “Non bastano neanche per l’ordinaria manutenzione. Per rimettere in sicurezza Pompei, servono invece 275 milioni di euro. Soldi che abbiamo chisto da anni e che non sono mai arrivati”.

Tutto questo e molto ancora lo abbiamo mandato in onda in prima serata il 27 settembre dell’anno scorso. L’hanno visto milioni di italiani, ma dal ministero dei Beni Culturali e dal suo responsabile neanche una parola, un commento, una frase dettata alle agenzie. Fanno sempre così, ormai è diventato lo stile di questo governo: neanche rispondono, tanto sono i soliti “comunisti”, la solita RaiTre.

Appena giunta la notizia del crollo della ‘Casa dei Gladiatori’, il Presidente Napolitano ha detto che quello che era successo era “una vergogna per tutta l’Italia”. Il ministro Bondi ha risposto che non è colpa sua, perché se così fosse si dimetterebbe all’istante. Nel gioco del cerino che è diventata la Politica italiana, non è mai colpa di nessuno. Ed invece si sapeva già tutto. Un crollo annunciato. E se non si interviene subito, altri se ne aggiungeranno ancora, piccoli e grandi.

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fonte:  il Venerdì del 19 novembre 2010, pag. 42, ITALIA

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“SOS POMPEI”: Così ci provò Dumas padre

Lo scrittore francese ricevette da Garibaldi l’incarico di occuparsi degli scavi e lanciò l’allarme: “Attenti ai crolli”. Era il 1860

fonte immagine

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di Daria Galateria

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Se voleva “partecipare alla festa”, doveva sbrigarsi, diceva il telegramma. Quella italiana era la sua terza rivoluzione; Alexandre Dumas arrivò in ritardo, Garibaldi aveva già preso Palermo; “Ah mi siete mancato”, lo abbracciò il generale. In rada a napoli, il 23 agosto 1860, di notte, Dumas ricevette la visita di un emissario dei Borboni, Liborio Romano, che gli assicurò la protezione della camorra. Dumas aveva portato a Napoli, da Marsiglia, una goletta carica di carabine. Garibaldi lo ricompensò con un permesso di caccia nel parco di Capodimonte e la direzione degli scavi di Pompei, carica che comportava un appartamento di servizio nel grandioso Palazzo Chiatamone.

Da vent’anni Dumas scriveva che  Pompei era dissotterrata solo per un quinto; che servivano 2.900.000 franchi e 380 anni di lavori. Si accalorava sulla Porta di Ercolano, crollata per “la stanchezza di sopportare diciassette secoli”. E leggeva le iscrizioni: “Glad. paria XXX. matutini erunt”, trenta paia di gladiatori combatteranno all’alba.

Le cacce erano più vivaci; si piantavano degli alberi nell’anfiteatro, e “si rilasciavano leoni, pantere, boa e coccodrilli”, e cominciava la “carneficina”. Un giorno che parlava di scavi con l’amico Maxime Du Camp, si sentirono dei clamori. In trecento, con tamburo e la bandiera d’Italia, gridavano: “A mare Dumas”. Dumas protestava: “Non mi abituo all’ingratitudine dell’Italia”. Nel suo L’Indipendente aveva denunciato la camorra. Nel ’64, tornò a Parigi: “Non è difficile prendere Napoli; il problema è mantenerla”.

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fonte:  Il Venerdì, 19 novembre 2010, pag 137, CULTURA

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Lo studio

“Contro i crolli copiamo i Romani”

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Natural-archaeological park of Butrint – source image

L’archeologa Omari al lavoro in Albania: “Tecniche amcora valide”

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di Petronilla Carillo

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Da Pompei a Butrinto ritornando a Pompei. Il segreto per ‘salvare’ l’area archeologica vesuviana sarebbe tutto lì, negli scavi dell’antica colonia romana in Albania. La soluzione sarebbe fornita dagli architetti dell’antica Roma e si troverebbe proprio sotto gli occhi di tutti, studiata in Italia ed esportata nel piccolo Stato della penisola balcanica. E’ la proposta di un’archeologa dell’Università di Padova, Elda Omari, a tenere banco in questi giorni alla Borsa Mediterraneo del Turismo di Paestum: adottare lo stesso sistema di canalizzazione delle acque piovane utilizzato dai Romani. Costo dell’operazione: almeno un milione di euro. “Ma bisogna comunque fare delle verifiche per capire quanto denaro possa occorrere davvero” spiega la docente di origini albanesi. “Almeno – prosegue – si può contenere il danno ed evitare che possano verificarsi altri crolli, in attesa che vengano stanziati dal Governo fondi per aiutare l’archeologia”. Quindi: “In Albania adottiamo i criteri studiati in Italia, così salviamo il parco naturalistico-archeologico di Butrinto che si trova vicino al mare”.

La tecnica da adottare, in pratica, sarebbe quella di consolidare la cinta muraria delle strutture creando dei canaletti all’interno dei quali sistemare materiale laterizio che possa assorbire l’acqua. “I Romani raccoglievano l’acqua con le anfore – spiega ancora l’archeologa – qui si potrebbero sistemare dei tubi di terracotta per canalizzare l’acqua e portarla via”.

Ma c’è di più: “In Albania nel parco naturalistico-archeologico hanno adottato anche un altro sistema che potrebbe essere utilizzato per Pompei – dice ancora l’archeologa – e non solo per i mosaici come avviene a Butrinto: ricoprire alcune parti di sabbia così difenderli dalle intemperie e scoprirli soltanto quando le condizioni climatiche sono favorevoli”.

Ed a Pompei è stata dedicata la sezione “Archeovirtual” della Borsa di Paestum con il progetto di ricostruzione della ‘Casa del Fauno’. La ‘Dot Mind in Motion’ , in collaborazione con la facoltà di Architettura della Federico II di Napoli ha proposto ieri un modello tridimensionale interattivo e navigabile, fruibile con tecnologia stereo 3D attiva tramite Hmd. Indossando un caschetto e muovendo la testa si possono attraversare gli ambienti e visitare la casa, ricostruita in ogni sua parte, comprese quelle mancanti, mentre gli oggetti sono stati rimessi al loro posto. La stessa società ha già ricostruito la ‘Villa dei Misteri’, la ‘Casa degli Amorini Dorati’, la ‘Casa del Poeta Tragico’ ed il ‘Teatro Grande’.

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fonte: 20 novembre 2010, il Mattino di napoli, pag 43

TOLLERANZA ZORO – Di elenchi, di valori e di tv, di destra, sinistra..

Tolleranza Zoro 63a puntata

diegobianchi | 18 novembre 2010 | 112 Mi piace, 0 Non mi piace

Di elenchi, di valori e di tv, di destra, sinistra e centro anziani, di rottamazione e porta per porta, di sfiducia e di transizione, di andare e di restare, da si sa dove per non si sa dove, sperando sia meglio.
Questo e molto altro nella sessantatreesima puntata di Tolleranza Zoro, la quinta per la nuova edizione di Parla con me, in una versione di circa tre minuti più lunga rispetto a quanto andato in onda il 16 novembre.
Buona visione.

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